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Il suo nome è Sara Jane Moore. Pochissimi la conoscono, pochissimi sanno cosa ha fatto. Ma sarebbe bene che quel nome molti politici e magistrati di casa nostra se lo ficcassero bene in testa, lo imparassero a memoria, andassero a studiare la sua storia per trarne qualche spunto per il futuro.

La signora in questione è la donna che il 22 settembre 1975 a San Francisco, California, sparò al presidente degli Stati Uniti Gerald Ford. Un colpo di pistola sparato da una decina di metri. Un ex marine che era accanto alla Moore riuscì a darle una spinta e il colpo andò a vuoto.

Sara Jane Moore per quel gesto, per quel tentato omicidio, venne condannata all’ergastolo.

Martedì primo gennaio, alle 5,20 del mattino, Sara Jane Moore ha lasciato il carcere di Dublin vicino a Los Angeles per buona condotta. Lei ha 77 anni, ne ha trascorsi in galera 32 prima di ottenere la libertà vigilata.
Fine della notizia, inizio del primo cattivo pensiero di quest’anno.

La mente offuscata dall’emozione va ai nostri morti di mafia e camorra, alle vittime dei terroristi di sinistra e di destra: carabinieri, poliziotti, giornalisti, magistrati, politici, gente che pochi ricordano e pochi onorano. Va ai personaggi di primo piano come Dalla Chiesa, come Falcone come Borsellino. La mente va alla strage dell’Italicus, a quella di Bologna, a quella di via dei Georgofili a Firenze. Va ai “giustiziati” dalla Brigate rosse, vecchie e nuove. Anche qui agenti di polizia, carabinieri, operai, magistrati, giornalisti, politici, gente che faceva solo il proprio lavoro: una fila di croci che affollano i ricordi di migliaia di parenti delle vittime, di gente comune che si chiede ancora perché. Moro, gli agenti della sua scorta, ancora tante vittime, su su fino a D’Antona, fino a Biagi. Ucciso per un’idea sotto la sua abitazione di Bologna, E nessuno potrà mai togliersi dagli occhi l’immagine di quella sua bicicletta appoggiata al muro di casa.

Sara Jane Moore per un tentato omicidio è rimasta in galera per 32 anni.

La mente offuscata dall’emozione va ai “pentiti” di casa nostra, a quelli che si sono dissociati, a quelli che non pentendosi e non dissociandosi sono usciti di galera dopo pochi anni. E che oggi affollano coi loro commenti e le loro parole i giornali, le aule universitarie, gli incontri-dibattito, le presentazioni di libri. E che con la celebrazione del ’68 (battesimo di tante vite violente) che cade appunto quest’anno si preparano a rivivere (quello che non possono fare le loro vittime) un’altra stagione alla grande. La mente va a loro, che hanno ucciso, che hanno contribuito ad uccidere e hanno pagato ben poco per questo.
Ecco, dirà qualcuno, il solito reazionario. No, solo uno che pensa che la vita di una vittima che non ha colpa (se non quella delle proprie idee e del proprio dovere) abbia molto più valore di quella di chi quelle idee le combatte col tritolo, con la P38, con la lupara. Da noi invece gli assassini spesso vengono trattati meglio delle vittime innocenti.

Fine del primo cattivo pensiero di quest’anno. Ci sentiamo al prossimo.

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