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Il mio sogno nel cassetto è quello di andare a vivere in Australia: terra che evoca libertà, natura incontaminata, possibilità di lavoro praticamente inesauribile, gente cordiale – anche se si dice scorbutica – e scoprire finalmente la cultura aborigena. Ma come ogni cosa, anche l’Australia ha il suo lato oscuro: discriminazioni razziali, disastri ambientali e disuguaglianza nel lavoro. La Neverland dei sogni si dimostra un incubo peggiore di tanti altri.

Alle recenti elezioni, il Primo Ministro ultra-conservatore John Howard, è stato sconfitto dal laburista Kevin Rudd, il quale, come prima mossa attuata dal suo governo, è stata quella di firmare il protocollo di Kyoto per ridurre l’inquinamento mondiale. Cosa che la passata legislatura non aveva fatto per non deludere la Casa Bianca e le multinazionali americane, maggiori fornitori d’energia in Neverland, e che, probabilmente, ha fatto perdere le elezioni del novembre scorso all’ex capo di governo a favore di Rudd, da sempre a favore della sottoscrizione del trattato ecologista. I verdi australiani non si sono del tutto convinti del sostegno del neoministro alla causa ambientale: infatti, la senatrice verde Christine Milne, lo ha accusato di aver contribuito, insieme a Stati uniti, Canada e Giappone, al fallimento dei negoziati di Bali nel corso dei quali non è stato raggiunto l’ accordo che avrebbe dovuto fissare obiettivi concreti e vincolanti per la riduzione dei gas serra. Ma a Rudd la sottoscrizione di Kyoto è sembrato un passo soddisfacente per iniziare questa nuova era all’insegna dell’ambiente. Aspettando il cambio ai vertici della Casa Bianca di fine anno.
Un altra accusa che si faceva al passato Governo di Canberra, era il sostegno – non ufficiale – ai cacciatori di balene giapponesi nel mar Antartico. Rudd, con una mossa a sorpresa ma non troppo, ha deciso di inviare una propria nave, ed eventualmente aerei militari, per fotografare i «predatori» di balene giapponesi all’opera nell’Oceano del Sud, zona dichiarata off-limits dalla Commissione internazionale per la caccia ai cetacei. I nipponici avevano intenzione di uccidere più di mille balene, tra cui cinquanta megattere (specie in via di estinzione), in quella che in molti hanno definito la più estesa caccia «per scopi scientifici» di tutti i tempi. La scelta di Canberra di schierarsi al fianco dei movimenti ecologisti ha quasi creato una crisi diplomatica con Tokyo che alla fine, sotto pressione, ha rinunciato alla caccia delle rarissime megattere. Ma non a cacciare le altre balene.

Ma l’azione che ha fatto più scalpore, e aspettata da quarant’anni, sono state le scuse formali, con relativo indennizzo, alla comunità aborigene vittime della cosidetta “Stolen Generation“: una pratica abolita giusto 40 anni fa dove agenti di un particolare organo di governo facenti parte della White Australia Policy, prelevavano i bambini aborigeni trasferendoli in famiglie bianche cosidette “civili“, per “insegnar loro l’educazione“. Il governo laburista non ha ancora deciso come verranno stanziati gli indennizzi, se alle sole vittime o anche ai discendenti, il ministro per gli affari indigeni Jenny Macklin ha confermato comunque che sia le scuse che gli stanziamenti ci saranno. Quando non è ancora stato reso noto.
Contrario alle scuse è ovviamente l’opposizione che, dati alla mano, ha espresso giudizi negativi contro gli aborigeni accusati, tra le altre cose, di fare uso spropositato di alcol, esagerare con materiale pornografico ma soprattutto abusare dei minori. Da qualche tempo infatti, nelle regioni dei Territori del Nord, vige una sorta di stato di polizia permanente dal momento che un giudice, questo qualche giorno fa, ha liberato nove aborigeni accusati di aver violentato in gruppo una bambina di dieci anni. Le motivazione della Giudice sono state che la bambina era consenziente. Questo è solo l’ultimo dei tanti  casi dove la legge viene attuata ad personam, facendo in modo che i nativi vengano trattati diversamente dai bianchi. Due pesi e due misure entrambi sbagliati.

L’ultimo dei casi che rende l’Australia poco democratica, è il «Workchoices».
Il cosidetto piano industriale del precedente governo conservatore che tende ad essere una vera e propria legge antisindacale: le forme di lotta sindacale sono infatti quasi vietate e per poter intraprendere uno sciopero è obbligatorio indire una votazione a scrutinio segreto fra i lavoratori che deve essere dapprima richiesta all’Airc (la commissione australiana delle relazioni industriali), ente che ha il potere di emettere provvedimenti «atti a prevenire o fare cessare forme non protette di lotta sindacale».
La Workchoices, ribattezzata «Worstchoices« (le scelte peggiori) ha inoltre introdotto i terribili Awas (Australian Workplace Agreements), i contratti di lavoro individuali che impongono al lavoratore di rinunciare alla contrattazione collettiva (e a tutti i diritti annessi) e che consentono al datore di lavoro di licenziare senza giusta causa, se l’azienda impiega meno di cento dipendenti. Quasi la metà degli Awas decurta i compensi per il lavoro straordinario, festivo o su turni, riduce i periodi di riposo e fissa orari di lavoro più lunghi abbassandone le retribuzioni.
Il governo – stando a quanto affermato da Rudd – intende approvare al più presto una legge che impedisca di estendere i contratti di lavoro individuali alle grandi aziende e che reintegri le clausole sul licenziamento senza giusta causa. Ma intende davvero farlo subito? Sembra di no. Non solo per una questione numerica: al senato infatti l’amministrazione uscente di Howard è ancora in maggioranza e continuerà a esserlo almeno fino al luglio del 2008, quando avrà luogo l’avvicendamento tra gli sconfitti e i vincitori delle elezioni politiche. Il ministro delle Relazioni industriali (e vice primo ministro) Julia Gillard ha detto che la controriforma laburista del contratto di lavoro non potrà essere introdotta prima del 2010, offrendo il fianco alle critiche veementi dei sindacati: così, infatti, tanti datori di lavoro saranno liberi di licenziare senza giusta causa per altri due anni. I sindacati auspicavano che il governo avrebbe optato per un’implementazione progressiva della nuova legge sulle relazioni industriali. La tattica attendistica dei laburisti potrebbe dipendere dagli accordi pre-elettorali con i gruppi industriali e le associazioni delle imprese. Infatti le grandi compagnie stanno cercando di far iscrivere agli Awas quanti più lavoratori possibile prima che la legge venga cambiata.
Il più importante gruppo di telecomunicazioni australiano, Telstra, sta spingendo migliaia di propri dipendenti – già tutelati dai contratti collettivi di lavoro – a firmare nuovi accordi che non garantiscono incrementi salariali. Altri due anni di Workchoices potrebbero risultare letali per decine di migliaia di lavoratori.

La democrazia è una buona cosa. Basta trovarla.

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