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Uno, due, tre e quattro. Un colpo dopo l’altro. Un affastellarsi di sensazioni insopportabili. Sarà un caso, ma nel giro di poche settimane sono arrivati in libreria quattro romanzi, diversissimi tra loro, ma legati da un tema di fondo attualissimo. Quello della pedofilia e delle violenze familiari su bambini o adolescenti. L’altra faccia, nel caso specifico letteraria, dell’allarme per la “caccia alle streghe” che la controversa vicenda di Rignano ha sollevato. Se il sesso è ormai dilagante nella società moderna, un tabù come la pedofilia o, ancor più, l’incesto rischia di diventare oggetto di discussione pressoché quotidiana. I casi limite emersi negli ultimi anni in Austria o in Belgio sono altrettanti segnali di allarme di una società moderna sazia e disperata da un lato, ma ancora patriarcale, nel senso negativo del termine, dall’altro.

Così il percorso letterario proponibile attraverso quattro romanzi che mischiano l’epica della letteratura di genere (il noir o la detective story) con il romanzo storico o l’approfondimento sociale, può produrre, al di là dei singoli momenti di emozione o di sconforto, un ragionamento sul venire allo scoperto di paure profonde, di tabù spesso rimossi, di violenze che sono ben più diffuse di quanto si creda, perché proprie di un luogo, la famiglia ristretta o allargata che sia, che dovrebbe dare sicurezza, sostegno, tranquillità. La famiglia è il fulcro del racconto di “Anime morte” di John Connolly, scrittore irlandese pubblicato da Rizzoli, noto per le avventure di Charlie Parker, classico investigatore privato fuori dagli schemi. Il dramma della famiglia si intreccia, indissolubilmente, con la violenza sui minori. La famiglia allargata di “Gilead“, prototipo delle sette religiose che si trasformano in luoghi di violenze sessuali, depravazione, incesti e privazioni di libertà; la doppia famiglia del protagonista che è rimasto solo, perché la prima moglie con la figlia sono morte tragicamente, la seconda con l’altra figlia se ne sono andate non resistendo al ricordo delle prime; la famiglia del misterioso psicoterapeuta infantile, presunta vittima, con la sua scomparsa, di accuse, non provate, di pedofilia; la famiglia del capo dei violentatori di bambini, apparentemente così normale. E’ un abisso senza fondo quello che delinea John Connolly, anche se, alla fine, gli “Uomini vuoti“, che aleggiano, con una consistenza fantasmatica, per tutto il romanzo, esercitano il ruolo del boia, di colui, cioè, che esegue le sentenze capitali.

Una sentenza capitale la esegue anche il protagonista di «Bambino 44», romanzo d’esordio di Tom Rob Smith, scrittore londinese, pubblicato da Sperling & Kupfer. E’ un thriller di ambientazione storica, visto che è incentrato sulle gesta di un serial killer di bambini nell’Unione Sovietica, nel periodo staliniano. Dove, come in ogni stato totalitario che si rispetti, il crimine semplicemente non esisteva. E se c’erano – come c’erano – bambini assasinati a nessuno veniva in mente di collegare delitto con delitto, sparizione con sparizione. Lo farà, contro il potere e rischiando il gulag, un ufficiale della Nkvd (la polizia segreta di Stalin, progenitrice del Kgb), un eroe di guerra che nell’adolescenza era sopravvissuto alla grande carestia degli anni ’30, quelli cruciali per il potere del “piccolo padre“, di Stalin. Difende la famiglia Leo Stepanovic Demidov, la propria famiglia. Anche quando scopre, in età adulta, di essere stato adottato. Difende la moglie, che pure non lo ama e lo ha sposato perché aveva paura di lui e del suo ruolo nell’apparato repressivo sovietico. Difende le ragioni delle famiglie dei bambini scomparsi o uccisi lungo la ferrovia, che il potere vuole mettere a tacere. Difende se stesso attraverso la propria famiglia, fino alla fine, fino alla morte di Stalin, alla salita al potere di Kruscev con il famoso rapporto sugli orrori del predecessore. Nel racconto di Tom Rob Smith la violenza, esplicita e brutale, contro i bambini non ha a che fare direttamente con il sesso, ma esplicita un abisso diverso, altrettanto profondo.

La famiglia come strumento nella lotta e nella resistenza al potere assoluto dello Stato. Ma anche la famiglia come luogo di potere da esercitare, interno ed esterno alla società. E’ una famiglia potente, anzi potentissima quella che Stieg Larsson, romanziere svedese prematuramente scomparso, racconta nel suo “Uomini che odiano le donne“, best seller pubblicato da Marsilio. Un romanzo straboccante di violenza, che però non supera i limiti della sopportabilità. Una prova di grande spessore che conferma come la letteratura di genere, il noir in particolare, sia lo strumento più adatto a raccontare gli abomini dei singoli, dei gruppi famigliari, del potere e della società più in generale. Nel romanzo di Stieg Larsson c’è tutto questo. La grande casata famigliare divisa su tutto ma non sull’esercizio del potere; la misteriosa scomparsa di una ragazza del clan; l’adesione di alcuni importanti esponenti della famiglia all’ideologia nazista; le violenze nascoste che riemergono; il serial-killer che alla fine verrà sconfitto. Il tutto in un quadro complessivo che racconta la Svezia ben diversamente rispetto all’immagine classica con etichetta edulcorata che i paesi nordici riscuotono dalle nostre parti. Un abominio di violenza e di sopraffazione, che è sociale, personale, economica. E’ vero che Larsson ci lascia identificare con il giornalista-investigatore, paladino della libertà di stampa, e con la giovane orfana punk capace delle più accurate investigazioni, ma è altrettanto vero che il virus della distruzione della famiglia deve essersi infiltrato profondamente nella società svedese. Perché gli “uomini che odiano le donne” sembrano essere la maggioranza, anche e soprattutto nella civile Svezia.

Da un avventura coloniale, come quella nel Corno d’Africa dell’Italia di fine Ottocento, un lettore si aspetta ben poco dal punto di vista della moralità. Così che “L’ottava vibrazione“, ultimo romanzo di Carlo Lucarelli, pubblicato da Einaudi, viene affrontato con l’idea che il delitto sia inevitabile in un momento di guerra, di conquista coloniale. C’è aria pesante a Massaua, “è aria di guerra“. Eppure c’è un carabiniere che si è arruolato nell’esercito per inseguire un assassino di bambini, un serial-killer di fine Ottocento, fuggito dai suoi demoni, esercitati a Firenze, ed approdato, in divisa da ufficiale, anche lui in Eritrea. Troveranno ambedue, il killer di bambini ed il carabiniere che lo insegue, la morte ad Adua. Nella grande disfatta della prima avventura coloniale italiana. Dopo aver vissuto in una Massaua trasformata in inferno coloniale. Dove gli italiani si fanno una “nuova” famiglia e dove si dimenticano della vecchia, quella lasciata in patria. Dove un ménage à trois non può che finire nell’assassinio del marito. Dove i bambini sono merce da vendere, dove “cinquanta lire sono troppe per un maialino da latte“, ma non per “un capretto“. Dove il confine tra la pedofilia estrema e la morte non c’è. Dove l’aria pesante opprime qualsiasi senso, figurarsi la colpa. Dove la degenerazione è inevitabile, sospesa com’è tra colonialismo e sfruttamento. Dove la famiglia resiste solo nello “zaptiè”, il carabiniere-ascaro. Perché un minimo di luce in fondo al tunnel va lasciata anche nel racconto della massima abiezione. E se “L’ottava vibrazione” non è il romanzo più riuscito di Carlo Lucarelli, checché ne dica qualche critico che lo definisce il “primo vero romanzo di uno scrittore che si era occupato fino ad ora di letteratura di genere“, resta comunque la sensazione, comune alle tragiche e terribili storie raccontate nei quattro romanzi, che qualcuno, ogni tanto, nell’abisso dell’abiezione umana butta un’occhiata, offrendo spunti di riflessione. Non servirà a fermare il male reale, ma certo male non fa.

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