ATTENZIONE! Questo post ha piu' di sei mesi, le informazioni possono non essere aggiornate. ****************************************************************************************************** ******************************************************************************************************

Continuo il discorso iniziato ieri.
Torniamo ai finanziamenti pubblici. Le cifre vi sembrano enormi? Eppure si tratta solo di una fetta della torta divorata dagli apparati. Sostenuti in larghissima parte dalle pubbliche casse sotto forma di migliaia di posti nei consigli di amministrazione di società ed enti vari e municipalizzate, autoblu, incarichi, prebende, consulenze spesso insensate e altro ancora. Si pensi, per esempio, ai 60 milioni di euro l’anno di finanziamenti ai “giornali di partito”. Virgolette obbligatorie: non tutti lo sono davvero. Anzi, quelli che si definiscono tali e hanno buone ragioni di lamentarsi della concorrenza sleale (come fecero tempo fa i direttori di “Europa” Stefano Menischini, di “Liberazione” Piero Sansonetti, della “Padania” Gianluigi Paragone, del “Secolo d’Italia” Flavia Perina e dell’”Unità” Antonio Padellaro con una lettera aperta che denunciava le “forti difficoltà economiche” dovute ai tagli della pubblicità e chiedeva un “finanziamento pubblico sicuro, puntuale e riservato solo a loro”) sono solo una minoranza.


Tutto nasce da un “ritocco” alle norme sulla stampa di partito approvate anni fa per accontentare un po’ tutti. Volenterosi giornali politicamente vicini alla destra. Dal settimanale “Avvenimenti”, organo dell’associazione Altritalia, alla rivista (poi quotidiano) “L’opinione”. Si sa come vanno le cose in Parlamento: un piacere ad “amici” e “nemici”, se pensi possa essere utile a te, non si nega mai. Tanto più che paga lo Stato. Fu stabilito che pe ravere i contributi bastava che un giornale si facesse sponzorizzare da due parlamentari prionti a dichiarare di essere i titolari di un movimento politico, a prescindere dal partito di appartenenza, e che quello era il loro organo ufficiale.
La corsa a mettere un timbro di partito sul proprio giornale per passare alla cassa fu frenetica. E non cessò certo quando la Finanziaria del 2001 di Amato mise ordine (formalmente) offrendo però a tutti una via d’uscita: per rimanere attaccati alla mammella statale bastava tresformarsi in una cooperativa. E così fecero quasi tutti. E’ oggi una cooperativa “Il Foglio” (3.511.000 euro di contributi pubblici nel 2003) fondato da Giuliano Ferrara con l’apporto azionario di Veronica Lario in Berlusconi e la qualifica di “Organo della convenzione per la Giustizia”, movimento a due piazze fondato dall’azzurro Marcello Pera e dal verde Marco Boato, che fu così duramente contestato dai suoi da dover lasciare la sua piazza al socialista Sergio Fumagalli. Lo è la “Gazzetta politica” dell’ex leader della “sinistra ferroviaria” Claudio Signorile, più difficile da trovare in edicola che un orso polare al Gabon ma benedetta da oltre mezzo milione di euro l’anno. Lo è il quotidiano cremenese “La cronaca”, che appartiene ad un piccolo imprenditore, Massimo Boselli Botturi, il quale ha candidamente ammesso come la politica, agganciata grazie a un deputato diessino e a un senatore popolare, fosse solo una gabola: “L’appoggio di due parlamentari amici ci ha consentito di superare un momento difficile”. Tema: se è così, perché i cittadini dovrebbero versare alla “Cronaca” 1.874.000 euro l’anno?

Una domanda obbligate. Tanto più che qualcuno non si è accontentato di inzuppare il biscotto. Massimo Bassoli, con l’editrice Esedra incassava soldi pubblici per 2 milioni e mezzo di euro grazie al “Giornale d’Italia”, organo dei “Pensionati uomini vivi” dell’ex parlamentare radicale Luigi D’Amato. Finito in manette, è stato accusato di aver inventato false collaborazioni giornalistiche per gonfiare i contributi. Fregando, secondo la finanza, 14 milioni di euro. In piccola parte (197.000), girati alla Lega Nord. “Perché”? gli chiesero i cronisti di Report. “Abbiamo fatto un operazione politica” rispose l’uomo prima dell’arresto. “Hanno fatto un bonifico e possono farlo. Io ho regolarizzato e ho fatto quello che per legge deve essere fatto, punto e basta” ringhiò il tesoriere del Carroccio Maurizio Balocchi: “I motivi politici che stanno dietro non sono tenuto a dirli a lei”.
Ma sempre la stessa domanda vale anche per gli altri. Per “Il Denaro”, un periodico napoletano tenuto a galla da quasi tre milioni di fondi statali l’anno come organo di Europa Mediterranea, un movimento dei forzisti Antonio Marzano, Salvatore Lauro e Claudio Azzolini. Spiegazione fornita al “Mondo” dal fondatore, Alfonso Ruffo: “In questo paese i giornali o sono di proprietà dei potentati economici o sono di proprietà dei politici, e allora vivono con i contributi dello Stato. Schiacciati da questa morsa, i piccoli giornali indipendenti sono costretti a morire. Se mi si offre di recuperare questo svantaggio competitivo con una legge che certamente non ho sollecitato io, ne approfitto”.
Come ne approfitta l’ex deputato missino Massimo Massano, titolare di “Torino cronaca” e dello storico “Borghese”, già in società nella Edibeta con Vittorio Feltri. Il quale, raggiunto nel 2000 un accordo con il MOvimento anarchico italiano (un manipolo di nostalgici che vende on-line gadget come “semisfera commemorativa in cristallo diametro 90 millimetri con inciso il busto di Umberto II” e si definisce una cosa che non “proviene dall’alto, ma guarda in alto”) ha incassato 5.371.000 euro di soldi pubblici solo nel 2003. Integrazioni alle entrate dovute alla vendita, da anni in ascesa.
Guai a ricordarlo, però. Milena Gabanelli, che osò farlo in na puntata di Report della primavera del 2006, venne azzannata: “Piantala di fare coccodè”. Su un canale della Rai che fa pagare il canone, poi! “Siamo allo zoppo che pretende di insegnare a camminare allo storpio. La verità è un’altra, cara la mia bella gioia: tutti i quotidiani e i periodici hanno degli aiuti in denaro o sotto forma di sconti”. Verissimo. Per esempio i contributi sulla “carta agevolabile” in proporzione alle copie e le tariffe postali tagliate per fa compensano il fatto che le Poste funzionano male e i quotidiani (agli abbonati) sono recapitati in ritardo”. Un esempio? Nel 2003 la RCS con tutte le sue testate (compreso il Corriere, giornale in cui scrivono gli autori del libro, ndr) ebbe per la carta 8.6 milioni di euro, “Libero” 463.000 €. Conclusione: “Mi dici per favore perché noi dovremmo essere i soli in Italia a non percepire un euro?”. Non proprio i “soli” via…

Il capitolo continua parlando dei debiti dei partiti e di come siano “riusciti” i parlamentari a non intaccare i soldi delle proprie tesorerie, ma quelle dello Stato. Ma questo è un altro discorso che vi consiglio di leggere sul libro: quindi compratelo!

Da “La Casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella pagg. 145-148

Ti possono interessare