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La parola d’ordine di questi ultimi giorni è una sola: i blog sono morti? Certo, la cosa ormai è ciclica: ogni tot periodo si parla della vera o presunta morte dei blog, non tanto come forma di scrittura correlata da link e rimandi a questo o a quell articolo di giornale – o blog, naturalmente -, ma come forma analitica di pensiero che fu, e che forse non c’è più o tende a scomparire.

Partiamo con degli spunti analitici. Un paio di mesi fa, Akille pubblicò sul suo blog una riflessione su FriendFeed che, per quel che vale, tendo a condividere. Akille non tenta di sminuire il potere mediatico che sta acquisendo FF in questi ultimi tempi, ma al contrario cerca di rendere giustizia ai blog, e, perché no, anche all’uso “corretto” di FriendFeed. Non lo stiamo scoprendo adesso che i blogger e gli utenti dei blog si stiano spostando verso piattaforme più o meno veloci, più o meno nuove e più o meno in tempo reale. Una di queste è sicuramente FF. Io, ad esempio, non mi ero mai posto il problema di veicolare i miei contenuti su più piattaforme che siano, nella sostanza, diverse dal blog. Appare naturale, agli addetti ai lavori, inserire qualsiasi cosa sul blog o sul Tumblr: “Però è ormai un fatto che certe cose per cui uno usava il blog, o un certo tipo di blog ora funzionano meglio altrove“. Vero! “Questo potrebbe portare ad un cambiamento reale. Tipo contenuti seri di qua e cazzeggio di là, post professionali o approfonditi di qua e organizzazione cene e birre di là, blog sempre più a tema e pagine di FF a “rutto libero”“. Si potrebbe fare? Probabilmente sì perché è il senso della piattaforma di microblogging.
Si potrebbe fare proprio per la natura stessa di FF: contenuti rapidi, veloci, poco ricercabili dai terzi e una masnada di commenti da amici degli amici degli amici. Tutto fuorché un contenuto “serio”: non c’è sufficiente spazio e manca la voglia per un commento articolato. È un limite? No, al contrario è un vincolo ricercato dalla maggioranza degli utenti. Quindi è questa la fine del blog? Ci arriveremo a questa domanda.

Il punto focale dei contenuti sembra si stia spostando verso FF. Anni fa – non molti in realtà, ma in rete le cose procedono ad una velocità tale che le settimane sembrano anni e gli anni sembrano secoli -, si discuteva esclusivamente tramite i blog. Poi sono nati i Tumblr, i sistemi di microblogging, i social network e, ultimo ma non ultimo, gli aggregatori di feed. Google Reader, Delicious, Technorati, Digg, Segnalo, OkNotizia, tanto per fare alcuni esempi, sono solamente alcuni dei centinaia di aggregatori online che oggi spadroneggiano nel vasto mondo di Internet. La loro pecularietà è che raggruppano, in un unica piattaforma on e offline, TUTTI i discorsi che decidiamo di leggere – e quindi di portarci dietro praticamente ovunque – quando e come vogliamo. Si tratterebbe, se vogliamo, di una piattaforma di microblogging vera e propria: l’unico handicap è che aprono i contenuti nella pagina originale. Per cui, dando per scontato che siamo sempre noi a decidere cosa leggere e cosa eventualmente commentare, l’aggregatore di feed ci da la possibilità di scoprire anche mondi nuovi sconosciuti pochi attimi prima: un post che riporta il link di un altro blog che non conoscevamo è pur sempre una nuova interessante scoperta. Chiaramente potremmo anche scoprirlo leggendo il post all’origine (il blog), ma quanti di voi ancora non usano gli aggregatori?

E ritorniamo alla domanda di partenza: il blog è morto o è ancora vivo? Parere espresso da fonti attendibilissime, ci dicono che il blog è vivo e vegeto: “[...] ambienti come Tumblr, Twitter e FriendFeed permettono di “sfogare” le proprie necessità di comunicazione veloce, togliendo materiale al blog, che rimane a disposizione per contenuti e riflessioni più articolate o personali, che per argomento, lunghezza, valore attribuito o necessità di archiviazione non vogliamo/possiamo disperdere nel mare dei social network.“. Naturalmente i blog si evolvono come tutte le altre cose.
Akille in un altro post fa una considerazione tra il serio e faceto: “in questo senso la logica direbbe che potrebbe essere un grande aiuto avere un blog specializzato. Infatti i blog specializzati (e non professionali) sono stati i primi a morire. Gente competentissima di cinema, musica, libri e altro ha tenuto per lungo tempo blog meravigliosi. Poi giustamente si è rotta le scatole.” Quindi la ricetta giusta sarebbe di diversificare i contenuti per non renderli statici e stancanti con l’andar del tempo. Può essere un idea!

Poi c’è chi i blog li odia in modo viscerale. Fare il giornalista è frustrante: sempre sotto pressione dal capo-redattore o dall’incombenza della pubblicazione, o perché le notizie non sono sempre facili da gestire e manca quel pizzico di “appeal” che le rendono leggibile fin dal titolo. A volte però si cade nella retorica e nella distorsione dei fatti. Una che dovrebbe saperne qualcosa è Alessandra Farkas del Corriere. Qualche giorno fa scrisse un articolo su Obama e della sua “scarsa considerazione” verso i bog: “«Li leggo molto raramente perché sono semplicistici e fuorvianti» ha dichiarato Barack Obama in un’intervista concessa al New York Times a bordo dell’Air Force One.

Solitamente col virgolettato si indica una frase citata testualmente da chi l’ha detta. La Farkas ha avuto la triste idea di virgolettare una frase mai espressa dal Presidente americano, anzi, la frase è stata detta in un contesto assai differente da quello citato dalla giornalista del Corriere. La frase detta da Obama è stata “I rarely read blogs.“. Raramente leggo i blog. La stessa Farkas cita l’intervista concessa al New York Times da Obama sull’Air Force One, ma non continua col resto dell’intervista: “I read most of the big national papers. I don’t watch much television, I confess. I rarely read blogs. (No reality shows with your girls) No. They watch them, but I don’t join them. I watch basketball. That’s what I watch.” Quindi il Presidente legge molto i giornali, non legge spesso i blog, non guarda la Tv e soprattutto non i Reality, ma guarda e gioca a basket. Dove sta la frase «Li leggo molto raramente perché sono semplicistici e fuorvianti»? E la risposta della Rete? Immediata: la Rete (italiana) prima se la prende col Presidente nero per le parole espresse, il giorno dopo fa “dietrologia blog” leggendo la trascrizione sul NYT, e parte con la critica immediata alla Farkas “giornalista”. In pochissimo tempo è stato riabilitato un Presidente che ha vinto le elezioni anche per merito della Rete. E parliamo di blog. Ancora una volta.

Quindi la risposta alla domanda che mi sono posto all’inizio è una sola: il blog come forma di scrittura personale, unica e universale non esiste più, ma esistono altre forme che coesistono alla grande con i blog. FriendFeed probabilmente è quello che agisce da condivisore principe per alcune tematiche per così dire “frivole”. Ma non solo. I social network, con Facebook in testa, favoriscono la condivisione delle idee e dei contenuti in maniera virale ed esponenziale. Gli aggregatori fanno l’uno e l’altro: favoriscono la divulgazione della conoscenza verso altri mondi (basti pensare alla condivisione dei nostri feed tramite i blog o i social network), a volte anche sconosciuti, e allo stesso tempo racchiudono in un’unica piattaforma le nostri migliori letture. Ma i blog, quelli che aprivano le menti agli inizi del netizen, sono ancora gli strumenti più validi per divulgare i contenuti, strutturare meglio le idee, veicolare il pensiero verso tutto il mondo della rete. Uno strumento del genere non morirà mai: forse, certamente, cambierà nome e piattaforma, ma lo strumento per indicizzare le nostre libere forme di pensiero vivrà per sempre.

[Per Citynews]

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