La morte del giornalismo investigativo


Quando toccò a Boffo l’Unità fece una copertina coi birilli del bowling: chi sarà il prossimo? Ecco. Abbiamo avuto i messaggi a Fini, i pedinamenti del giudice Mesiano, ora Marrazzo. Siamo tutti birilli. Non c’è chi non abbia niente da temere perché le notizie, quando non ci sono, si inventano: diventa notizia un paio di calzini. E’ una stagione orrenda, è una guerra lercia. Non ci guadagna neppure chi crede di sì. Se è questa la battaglia ne moriranno avvelenati tutti. Il pubblico pagante compreso: tra poco, tra non molto, neppure i filmati coi trans faranno più gola. Solo pena. Solo voglia di andarsene da qui.

La De Gregorio ha ragione per certi versi – “Ciò che fa la differenza rispetto alla rilevanza di un comportamento privato è la natura pubblica della moneta di scambio: se nella mia vita frequento escort o transessuali sono fatti miei, se li frequento promettendo in cambio – dall’alto della mia posizione – poltrone e seggi di governo sono fatti di tutti i cittadini.” – però credo che ormai il giornalismo investigativo sia morto (quello che vinceva il Pulitzer, per capirci) e sia nato il giornalismo patetico della notizia presa solo dalle intercettazioni in Procura, senza documenti alla base di una verità nascosta, taciuta o taglieggiante nei confronti di chi è indagato.
E questo che è sbagliato, non il politico viados/puttaniere/gaio…

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