Garantismo o tutela degli innocenti?


Sul blog de “Il Fatto” c’è un articolo di  Bruno Tinti che parla un in generale, e secondo me un po’ frettolosamente, delle riforme della giustizia in Italia.

Su alcuni punti non si può che condividere, in certe situazioni il processo è completamente inutile e negli altri paesi si piazza una multa immediatamente senza passaggi per i magistrati, su altri passi la questione è più accesa.

La riforma della giustizia, quella vera, oltre a dover togliere gli appelli automatici, bloccare il galoppare della prescrizione quantomeno dopo il primo grado (ma io lo farei dall’inizio del processo), fissare nuovi limiti alla prescrizione stessa (così com’è è troppo risicata), fissare pene più adeguate rispetto al reato (la corruzione dovrebbe essere un reato MOLTO grave) dovrà inevitabilmente andare a toccare lo svolgimento del processo in sé.

L’ultimo punto è il più oscuro ai più, ed anch’io non lo conosco molto avendo studiato quasi esclusivamente diritto civile e commerciale. Tuttavia è quello fondamentale, perché se si mettono dei paletti seri alla presentazione delle prove e alle testimonianze il processo durerà comunque poco, indipendentemente da rinvii e appelli. Il problema qui è che bisogna stare MOLTO attenti perché bilanciare efficienza e garanzie all’imputato (innocente fino a prova contraria, ricordiamolo) non è cosa facile e se si esagera da una parte o dall’altra le ingiustizie sono tante.

In Italia, inutile negarlo, le garanzia a tutela dell’imputato sono troppe per i colpevoli, ovvero chi ne approfitta sono quasi esclusivamente i delinquenti con l’avvocato che costa parecchio, mentre per gli innocenti poco cambia (vedere Enzo Tortora). Una tutela effettiva sarebbe la velocità del processo, ma come ottenerla? Tinti propone due strade, il processo in stile anglosassone oppure dare massima autorità ai pm.

Il processo in stile anglosassone in parte lo conoscono tutti, anche grazie alle svariate serie televisive che ne mostrano gli aspetti più controversi. L’azione penale è a completa discrezione del procuratore distrettuale (negli USA) o della polizia (in Inghilterra), questo vuol dire che di processi ce ne sono relativamente pochi, anche perché spesso si concludono con un bel patteggiamento senza che il giudice abbia visto l’imputato una sola volta. Da noi l’azione penale è obbligatoria e spetta solo al pm, ovvero un magistrato. Questo succede anche in Spagna. In compenso l’iter durante il processo è più similare al nostro ovvero con un dibattito in aula abbastanza lungo (non quanto il nostro). Tralasciamo pure l’aspetto della giuria che non è oggetto dell’articolo.

Qual è la seconda strada proposta da Tinti? Le prove che presenta il pm sono robuste e create in assenza di dibattito, ovvero la difesa deve dimostrare che sono false oppure presentarne di nuove con un risicatissimo spazio di tempo. Il problema, qui, è ovvio. L’accusa è uno scalino sopra la difesa, anche se l’accusa in questo caso non ha come obiettivo la condanna dell’imputato (a differenza del sistema anglosassone) bensì ottenere giustizia.

Insomma pro e contro ed io personalmente sono a favore del secondo metodo (come linea generale, poi nel particolare c’è molto da discutere), perché le lacune del primo sono abissali:
1) Nessuna delle due parti, accusa e difesa, vogliono ottenere giustizia. Uno vuole condannarlo, l’altro assolverlo.
2) Azione penale discriminatoria. Se si commette un crimine è doveroso perseguirlo, sempre!

Insomma, io ritengo che si dovrebbe parlare di queste cose e non del processo breve per far veramente risorgere la defunta giustizia italiana.

P.S. Tinti naturalmente dice che se adottassimo il sistema anglosassone comanderebbe Berlusconi. I procuratori non sono indipendenti, ma controllare tutte le persone che svolgono questo lavoro sarebbe un’impresa titanica!

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