Archivio per la categoria Curiosità

Pupe e cavalieri

Cioè, quelle mille pupe e quei duecento ragazzotti non erano per il cavaliere ma per il suo ospite straniero? Non c’è più religione!

[Via Macchianera]

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Frase della settimana

«Non si capisce come mai in 18 anni Berlusconi non sia mai stato condannato definitivamente… è vero che ha governato e quindi ha avuto a disposizione la possibilità di farsi le leggi per sé… ma non mi sembra poi che sia riuscito a fare così tanto per salvarsi, altrimenti dopo 18 anni sarebbe salvo… se dopo 18 anni il Governo è costretto a fare numeri da circo per mettere al riparo Berlusconi vuol dire che non è stato poi così invadente nella giustizia…»

Alessandro Sallusti, vicedirettore de Il Giornale

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Hanno fatto economia

Ieri su La Stampa, il Corriere, Il Gazzettino e L’Unione Sarda sono comparsi gli stessi identici articoli sulla grave crisi di Blockbuster che lo sta portando pian piano al fallimento.

Staremo a discutere settimane di come i giornali per ridurre i costi del personale spesso e volentieri includono nei loro articoli - soprattutto nelle versioni online – i rimandi di agenzie varie, ma qui si va addirittura oltre.

La particolarità della vicenda non è che uno dei giornali citati ha scritto il pezzo – o acquistato da un’agenzia – e gli altri lo hanno copincollato sul loro, la tristezza è che tutti lo hanno copiato da qui.

[Via Mante]

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Frase della settimana

“Dopo 15 anni che ce lo mette nel culo, non è che ci possiamo salvare con un Bocchino…”

Un Giacomo Deperu assolutamente fuori le righe ma inevitabilmente realista

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Frase della settimana

“Metteremo una sorta di tassa sui cortei: devono pagare qualche cosa, non possiamo pagare solo noi. I romani pagano un prezzo altissimo a essere capitale: a Roma ci sono piu’ di 525 manifestazioni a carattere nazionale in 6 mesi, tanto per fare un esempio. Roma non e’ ladrona. Dalla capitale arrivano nelle casse dello Stato piu’ di 36 miliardi di euro.”

Il sindaco di Roma Gianni Alemanno dice che nella capitale si fanno tipo 3 cortei nazionali al giorno.

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Frase della settimana

“Come cittadino, come presidente, credo che in questo paese i musulmani debbano avere lo stesso diritto di praticare il loro culto di tutte le altre persone. Capisco benissimo le emozioni che suscita questo dibattito. Ground Zero è davvero un luogo sacro. Ma questa è l’America, e il nostro impegno a favore della libertà religiosa dev’essere incrollabile. Il principio che le persone di tutte le fedi religiose sono benvenute in questo paese, e non saranno trattate diversamente dal loro governo, è essenziale per determinare chi siamo.”

Barack Obama

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WikiLeaks stavolta è nei guai

Jualian Assange ha annunciato che renderà pubblici a breve, i 15mila rapporti rimasti dei 92mila iniziali del “War Diary“. Assange ha però chiarito che WikiLeaks ha omesso i nomi dei collaboratori degli americani. Nomi invece pubblicati nei rapporti precedenti, e per questo motivo in queste settimane si sono visti criticare da mezzo mondo, Amnesty compresa.

Julian Assange all’Associated Press ha anche confermato che il lavoro di omissione è in continuo divenire, e che è stato “estremamente minuzioso ma dispendiosissimo”, e finora sono riusciti a verificare solo la metà dei documenti in loro possesso.

WikiLeaks si è visto censurare il proprio lavoro principalmente dal Pentagono, il quale in una nota diffusa recentemente dal portavoce Geoff Morrel avevano detto che

“Pubblicare qualunque altro documento riservato dopo aver letto le nostre preoccupazioni su quanto queste informazioni potrebbero recare danno alle nostre truppe, ai nostri alleati e a civili afgani innocenti, sarebbe il massimo dell’irresponsabilità. Aggraverebbe un errore che ha già messo a repentaglio troppe vite umane.”

Oltre alle critiche piovute dalle Ong, dal Pentagono e dai media di tutto il mondo, Assange si è dovuto scontrare anche con Reporters sans frontières i quali, con una lettera dalla loro sede americana, li hanno definiti “incredibilmente irresponsabili” per i nomi degli afghani collaborazionisti pubblicati sul sito di WikiLeaks:

“WikiLeaks in passato ha giocato un ruolo importante nella messa a disposizione di informazioni che avevano esposto le violazioni dei diritti umani e delle libertà civili commesse dall’Amministrazione Bush in nome della guerra al terrorismo. Ma rivelare le identità di centinaia di persone che hanno collaborato con la coalizione in Afghanistan è davvero pericoloso.”

La lettera, firmata dal segretario generale Jean-François Julliard, approva inizialmente il lavoro finora svolto da WikiLeaks, ma nel frattempo pone il problema della sicurezza e della pericolosità nel divulgare l’anagrafe dei collaboratori degli americani perché li esporrebbe alla ripercussione violenta dei talebani:

Reporter senza frontiere è rammaricata per l’irresponsabilità incredibile che avete fatto vedere pubblicando l’articolo “Afghan War Diary 2004 – 2010″ sul sito di Wikileaks il 25 luglio insieme a 92.000 documenti in cui sono trapelati i nomi degli afgani che hanno fornito informazioni ai militari della coalizione internazionale in Afghanistan dal 2001.

Wikileaks in passato ha giocato un ruolo importante nella messa a disposizione di informazioni che avevano esposto le violazioni dei diritti umani e delle libertà civili commesse dall’Amministrazione Bush in nome della guerra al terrorismo. La pubblicazione ad aprile del video sull’assassinio di due dipendenti dell’agenzia di stampa Reuters e di altri civili del personale militare Usa a Baghdad nel luglio 2007, era chiaramente di interesse pubblico e abbiamo sostenuto questa iniziativa. E’ stata una risposta alla gestione di Obama riguardante l’attuazione del Freedom of Information Act. La Casa Bianca non ha mantenuto la sua parola nel maggio 2009, quando ha sfidato un ordine del tribunale rifiutandosi di rilasciare le foto del maltrattamento dei detenuti in Afghanistan e in Iraq.

Ma rivelare l’identità di centinaia di persone che hanno collaborato con la coalizione in Afghanistan è estremamente pericoloso. Non sarebbe difficile per i talebani, o altri gruppi armati, utilizzare questi documenti per redigere una lista di persone da usare come bersagli per una ritorsione mortale.

Aveva detto che si trattava di “porre fine alla guerra in Afghanistan”. Lei ha anche affermato che: “principalmente la pubblicazione dei rapporti avrebbe cambiato il corso della storia in meglio, perché cambierebbe il corso della storia nel presente, e può condurci ad un futuro migliore.” Tuttavia, il governo USA ha subìto pressioni significative da qualche tempo circa l’opportunità della sua presenza militare in Afghanistan, non solo dopo la pubblicazione dei vostri articoli. Noi non siamo convinti che il suo desiderio di “porre fine alla guerra in Afghanistan” sarà così facilmente esaudito, perché nel frattempo, lei ha involontariamente fornito ai governi democratici dei buoni motivi per mettere Internet sotto stretta sorveglianza.

E’ vero che lei ha detto che “altri 15 mila rapporti potenzialmente sensibili” sono stati esclusi dall’articolo del 25 luglio, e che stavano per essere “esaminati ulteriormente” e che alcuni di loro sarebbero stati pubblicati “una volta si fosse ritenuto sicuro di poterlo fare.”

Tuttavia, la pubblicazione indiscriminata dei 92.000 rapporti classificati, riflette un problema reale di metodologia e, quindi, di credibilità. Il lavoro giornalistico comporta la selezione delle informazioni. L’argomento con cui si difende, e cioè che Wikileaks non è composto da giornalisti, non è convincente. Wikileaks è una organo di informazione, e come tale è soggetto alle stesse regole di responsabilità editoriale di qualsiasi altro supporto.

Reporter senza frontiere è da anni a favore di una “legge scudo” federale per proteggere le fonti, che si applicherebbe non solo ai media tradizionali, ma anche ai nuovi mezzi di comunicazione su Internet, senza eccezioni. È per questo che noi condanniamo ogni forma di molestie nei confronti dei collaboratori o informatori di Wikileaks – come il recente arresto del ricercatore di Wikileaks Jacob Appelbaum – dagli enti governativi e funzionari dell’immigrazione. Noi condanniamo anche le accuse contro l’analista dell’esercito Bradley Manning, che è sospettato di avervi fatto avere il video degli omicidi a Baghdad. Tuttavia, non si può pretendere di godere della protezione delle fonti, e al tempo stesso, quando fa comodo, negare che si è un media.

E’ un precedente che lascia più esposte alle rappresaglie tutte quelle persone che nel mondo rischiano la loro libertà, e talvolta la loro vita, per il bene dell’informazione. Mette in pericolo le fonti per la vostra imprudenza, e, al di là di ciò, il futuro di Internet come mezzo di informazione. Un totale di 116 cittadini della rete sono attualmente in carcere in una dozzina di paesi a causa dei loro commenti pubblicati online. Può immagine la stessa situazione nel paese del Primo Emendamento?

Wikileaks deve fornire una spiegazione più dettagliata delle sue azioni e non deve ripetere lo stesso errore. Ciò determinerà un nuovo punto di partenza e di nuovi metodi.

In attesa della sua risposta,

Cordiali saluti

Per Assange, dunque, la possibilità di pubblicare i rimanenti quindicimila rapporti segreti è appesa solamente alla necessità inderogabile di omettere i nomi delle persone coinvolte. L’alternativa, se non lo facesse, è la censura collettiva del mondo dell’informazione, delle organizzazioni per i diritti civili, e per ultima – ma infinitamente più importante – del Pentagono che potrebbe sempre bloccare sul nascere le pubblicazioni di WikiLeaks.

Uomo avvisato…

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Il Corriere come Libero

Manco Libero, ultimo quotidiano d’Italia, avrebbe tanta cura nei particolari come fa il Corriere, primo quotidiano d’Italia.

“Giancarlo Tulliani, dopo essere sfuggito alla ressa di fotografi e giornalisti che assediano da giorni la casa dove abita a Montecarlo in boulevard Princesse Charlotte, è stato fotografato mentre in compagnia della fidanzata pulisce in un autolavaggio del Principato una Ferrari 458 Italia.
Di colore blu notte, si tratta di uno dei primi esemplari consegnati del modello presentato un anno fa dal costruttore di Maranello. Per le sue particolari prestazioni è considerata quasi un’auto da corsa (perché è in grado di raggiungere 325 km orari) e costa 197 mila euro. A pubblicare queste immagini è il settimanale Chi, che commenta anche l’abbigliamento del fratello della compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta, e della sua fidanzata. Giancarlo Tulliani, infatti, 33 anni, «cognato» del presidente della Camera, nel servizio fotografico indossa una polo blu griffata Ralph Lauren, ma in versione extralarge. Si tratta di un’edizione speciale disegnata per la Nazionale australiana di calcio ai Mondiali 2010.
I jeans sono di Dolce & Gabbana, come si evince dalla placca in metallo dorato in cornice di pelle che è cucita sulla tasca posteriore del pantalone. Le scarpe, invece, sono le classiche Hogan, con le H in evidenza, ma nel colore più classico: il blu. La fidanzata, che nel servizio pubblicato da Chi aspetta pazientemente che Tulliani finisca di pulire la Ferrari, è anche lei griffata, visto che indossa una canotta Miu Miu e le zeppe di Prada.”

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Vincono solo quelli che pensano di poter vincere

In terza pagine sull’Unità tutti i giorni c’è una piccola rubrica chiamata “Duemiladieci battute”. Di solito la cura Francesca Fornario e spesso è molto interessante perché parla di attualità politica sotto forma di satira intelligente.

L’articolo di oggi – “Dottore, non mi sento tanto bene” – non è particolarmente interessante nel suo contesto, ma chiude con una frase che secondo me chiarisce come il centrosinistra attualmente abbia paura di andare al voto, complice una posizione ufficiale in cui si dice che il Pd “non è pronto”.

Dottore, non mi sento tanto bene. Non riesco più a fare battute». «Da quando riscontra il problema?». «Da ieri sera. È come se mi fossi strozzata, però al contrario. Sento le battute in pancia ma non escono, mi si fermano in gola». «Deve aver assunto qualche sostanza che le ha fatto male. Di questi tempi gli alimenti sono così avariati che uno dell’Udc ha chiamato i Nas: gli hanno venduto della cocaina che diventava». «No, è che ieri sera ho fatto un gioco. Eravamo a casa mia con una ventina di amici. Alcuni sono compagni di pagine sull’Unità: Claudia Fusani, Igiaba Scego, Andrea Satta. Altri sono compagni di viaggio: satirici, militanti e candidati dei partiti d’opposizione: Pd, Idv, Sel, Movimento Cinque Stelle». «Ed eravate tutti insieme?! Alla stessa festa?». «Per quello era una festa. Solo che a un certo punto Alessandro Gilioli, quello del mitico blog Piovono Rane, ha avuto un’idea. Ha detto: Scriviamo su un foglietto il nome di chi sarà il presidente del Consiglio il 2 giugno 2011». «Normale. Berlusconi è alla frutta, ci si domanda chigli succederà». «Il problema è che ha vinto Berlusconi». «Ma era una previsione, non un auspicio: un matrimonio su due finisce con un divorzio, ma la gente continua a sposarsi nella speranza che funzioni».«Già, ma se chiedi a quelli che si sposano quando hanno intenzione di divorziare ti rispondono mai, e allora perché se chiedi a chi si candida contro Berlusconi chi sarà premier tra dieci mesi ti risponde Berlusconi? Perché pensiamo che Berlusconi sia imbattibile anche adesso che il centrodestra si è spaccato in due? È assurdo, Berlusconi è stato battuto due volte! E da Prodi, mica da Obama». «Vede, è come la claustrofobia. Ha presente quelli che non prendono l’ascensore perché credono che manchi l’aria? Ecco: il problema è che noi siamo rimasti chiusi in ascensore per vent’anni». «Accidenti, spero che passi. E non per tornare a fare battute, ma perché ho fatto sport agonistico per una vita e una cosa l’ho imparata: vincono solo quelli che pensano di poter vincere».

In realtà il Pd pensa di poter vincere. Ma non adesso…

Pierluigi Bersani: «Accorciare le distanze tra le forze di opposizione per un governo di transizione, chiunque lo guidi».
Enrico Letta: «Alleanza più vasta possibile per battere B. alle Camere, governo di transizione, niente primarie, al momento il nostro candidato è Pierluigi Bersani».
Massimo D’Alema: «Sarebbe saggio formare un governo di transizione che si occupi di legge elettorale, economia e questione morale, no a Vendola candidato del centrosinistra».
Luciano Violante: «Coalizione alle Camere dal Pd ai finiani».
Walter Veltroni: «Il Pd sia la locomotiva di uno schieramento di alternativa per riscoprire la propria vocazione maggioritaria».
Giuseppe Fioroni: «Bisogna trovare un novello Prodi per parlare alla pancia del paese cattolica e moderata».
Sergio Chiamparino: «Serve un nuovo Lingotto».
Marco Follini: «Il Pd dovrebbe allearsi in Parlamento con il terzo polo, unirsi all’asse nato tra Fini, Casini e Rutelli».

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Schwarzy è contrario alla Proposition 8



Dopo aver approvato il ricorso alla Proposition 8, e constatato le continue proteste per la riammissione legale del matrimonio gay in California, anche il governatore dello stato più cinematografico del pianeta ha voluto dire la sua.

In un comunicato ufficiale il governatore della California Arnold Schwarzenegger – tramite l’ufficio del procuratore generale Jerry Brownha chiesto al giudice Vaughn Walker di attuare la sentenza immediatamente. Questo perché, dice Schwarzy,

«L’amministrazione crede che l’interesse pubblico sarà servito al meglio ripristinando il diritto al matrimonio per le coppie gay da subito. La decisione sarebbe in linea con la lunga tradizione della California di trattare tutte le persone e le loro relazioni con la stessa dignità e rispetto».

Il governatore ed ex attore chiede dunque la riammissione immediata del matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma si dovrà scontrare con gli oppositori favorevoli alla Prop 8 i quali chiedono che la sentenza non diventi attuativa finché non si arriverà ai successivi gradi di giudizio.

Il problema è che la sentenza verrà presumibilmente impugnata dalle parti in causa, fino ad arrivare alla Corte Suprema degli Stati Uniti con la speranza – finalmente – che diventi anch’essa a livello federale e non solo, come lo è stata finora, a carattere giurisdizionale dei singoli stati.

La Proposition 8 era stata approvata nel 2008 con un referendum popolare in cui il 52 per cento dei californiani si era espresso favorevolmente per l’esclusione al matrimonio delle coppie gay. Tre giorni fa la Corte distrettuale della California, presieduta dal giudice Vaughn Walker, aveva ribaltato la legge statale dichiarandosi a favore nei ricorsi di due coppie omosessuali che avevano chiesto la revoca. Il giudice aveva comunque chiesto 48 ore di tempo per riascoltare le parti, e successivamente emettere la sentenza che sarebbe stata momentanea – aspettando i ricorsi dei fautori della Prop 8 decretando lo stay pending appeal - oppure definitiva come chiede il governatore californiano.

Il giudice Walker non ha ancora emesso la sentenza definitiva, ma anche nel caso emettesse da subito l’ordinanza con la quale il matrimonio gay è immediatamente da ripristinare, gli oppositori potrebbero chiedere alle corti federali di emettere un’ordinanza straordinaria che la vieti fin quando i processi d’appello – quindi fino alla Corte Suprema – non siano finiti.

Ciò naturalmente comporterebbe una lungaggine burocratica non indifferente. Però l’unica nota positiva è che gli oltre 18mila matrimoni gay svolti in California nei quattro mesi prima della Prp 8 – ovvero da quando è stato legittimato il matrimonio gay fino alla promulgazione della Proposition 8 – continueranno ad essere validi, e alle coppie in questione verranno riconosciuti gli stessi diritti delle coppie etero esattamente come lo sono stati finora con la Prop 8 in vigore.

Dal punto di vista tecnico, l’unico inconveniente nell’ordinare l’immediata cancellazione della Prop 8, è nel caso le corti successive dovessero dar ragione ai ricorrenti. Dunque si creerebbe un paradosso giuridico col quale fare i conti. Significherebbe cioè ridare dei diritti a delle persone per poi toglierli successivamente, e non è affatto semplice da conciliare con il lavoro di un alto togato. Da qui nascono le traversie di chi deve decidere un caso spinoso come il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La logica prevede che la Corte Suprema stabilisca una volta per tutte che le unioni tra persone – senza discriminazioni tra i sessi – siano legali in tutti gli Stati Uniti, per cui i successivi ricorsi e leggi dei singoli stati andrebbero naturalmente contro le leggi federali. Ma la logica va oltre la legge, sicché, probabilmente, è meglio che siano i singoli stati a legiferare in tal senso che la Corte Suprema in linea generale.

Per il momento i matrimoni gay negli Stati Uniti sono legali solamente in Massachusetts, Connecticut, Iowa, New Hampshire, Vermont, e il District of Columbia. Tra poco potrebbe aggiungersi anche la California. Chissà…

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