Archivio per la categoria Cronaca

La spada nel Carroccio

«Umberto Bossi vuole le elezioni? Alla fine dovrà fare quello che gli dice Silvio Berlusconi. Anche perché già da qualche anno il simbolo della Lega Nord appartiene al Cavaliere. Nessuna invenzione l’ho detto più volte, anche in tv. E finora nessuno si è mai permesso di smentirmi».

A dirlo è l’ex giornalista di Radio Padania Libera, consigliere comunale della Lega, membro del direttivo provinciale di Bergamo e amica “intima” di Bossi Rosanna Sapori intervistata dal Riformista.

«Con lui ho sempre avuto un rapporto bellissimo. Una relazione che, a differenza di altre donne all’interno della Lega, non aveva alcuna implicazione sessuale».

Tutto sarebbe derivato dagli investimenti megalomani della Lega: la Credieuronord, il circo padano, l’orchestra padana… tutti ci persero qualcosa, sia gli invesitori che i deputati leghisti:

È Bossi a scrivere una lettera in cui invita i vertici del partito a sottoscrivere le quote della banca. «Sarà – continua la Sapori – ma lui in quel progetto ci mise solo 20 milioni di lire. Calderoli, per esempio, investì 50 milioni. Ricordo che molti parlamentari, anche per paura di non essere più ricandidati, ci buttarono un sacco di soldi»

Solo che dopo pochissimo tempo la banca era già in profondo rosso, a quel punto Bossi chiamò il suo consulente finanziario, Giancarlo Giorgetti, e gli chiese di indagare meglio:

«A quel punto Bossi, che forse aveva perso il controllo della banca chiamò Giancarlo Giorgetti, suo confidente in materia finanziaria. Lo ricordo benissimo. Gli chiese: “Fammi capire cosa sta succedendo”. Giorgetti si recò nella sede della banca, a due passi da via Bellerio, entrò e non ne uscì per una settimana. Quando portò i conti a Bossi, gli disse molto chiaramente che rischiavano di andare tutti in galera».

Di colpo, un giorno, i problemi della Lega si dissolsero come neve al sole: Fiorani decise di rilevare la Credieuronord. Ma Fiorani non è Berlusconi…

«Fu lui a permettere l’intervento di Fiorani – spiega la Sapori -. In ogni caso i conti dissestati della Lega non derivavano mica solo dalla banca. C’erano già i problemi finanziari dell’Editoriale Nord, l’azienda cui facevano capo la radio, la tv e il giornale di partito. Il primo creditore di Bossi, poi, era proprio il presidente Berlusconi. Le innumerevoli querele per diffamazione che gli aveva fatto dopo il ribaltone del ’94, le aveva vinte quasi tutte. La Lega era piena di debiti. Si era imbarcata in un’interminabile serie di fantasiosi e poco redditizi progetti come il circo padano, l’orchestra padana. Non riuscivano a pagare i fornitori delle manifestazioni. Ricordo che allora erano sotto sequestro le rotative del giornale e i mobili di via Bellerio»

Lo spadone come merce di scambio:

«Glielo suggerì Aldo Brancher. La titolarità del logo di Alberto da Giussano era di Umberto Bossi, della moglie Manuela Marrone e del senatore Giuseppe Leoni. Furono loro a firmare la cessione del simbolo. È tutto ratificato da un notaio». E aggiunge: «Fini questa storia la conosce benissimo – taglia corto la Sapori -. Qualche anno fa lui e il premier si incontrarono a cena a Milano. C’erano anche altri parlamentari del centrodestra. Quando qualcuno si lamentò del comportamento della Lega, il Cavaliere si alzò in piedi e annunciò: “Non preoccupatevi di Bossi, lui non tradirà più. Lo spadone è mio”». Secondo indiscrezioni, il simbolo del Carroccio costò a Berlusconi circa 70 miliardi di lire. Sulla cifra, però, Rosanna Sapori non si espone. «So solo che il Cavaliere tolse le querele, si preoccupò di salvare la banca. Ma non saldò tutto con un unico versamento. Non gli conveniva. Decise di pagare a rate».

Sempre furbo, il Cavaliere.

Tags: , , , , , ,

Chi è causa del suo mal, pianga se stesso

Degli spettatori si fanno male mentre assistono ad uno spettacolo barbaro ed incivile? Affari loro.

Tags: ,

I morti di Cossiga rimarranno secretati


Al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato per una crisi respiratoria, ieri è morto Francesco Cossiga, uno che negli ultimi cinquant’anni ha fatto della Repubblica ciò che voleva.

Cossiga ha raggiunto in tutta la sua carriera politica molti traguardi e tanti record che difficilmente potranno essere raggiunti o superati.

Nato a Sassari nel 1928, è stato il più giovane sottosegretario alla difesa durante il governo Moro del 1966, il più giovane ministro degli Interni nel ’76, il più giovane presidente del Senato nel 1983 e infine il più giovane presidente della Repubblica nel 1985. La sua carriera è stata frastagliata da scandali e accuse nei suoi confronti.

Gladio.

Durante la Guerra Fredda esisteva un’organizzazione segreta della Nato il cui nome era Stay Behind Net. In Italia si chiamava Gladio e la delega, nel 1966, la ricevette il sottosegretario alla difesa Francesco Cossiga.

Lo scopo principale dell’organizzazione Gladio era di contrastare una possibile invasione dell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica e dei paesi aderenti al Patto di Varsavia, attraverso atti di sabotaggio e di guerriglia dietro le linee nemiche. La Nato era consapevole infatti che le truppe stanziate in Europa occidentale non erano sufficienti a respingere una invasione dell’Armata Rossa in un conflitto diretto senza ricorrere all’uso delle armi nucleari, dunque crearono in ogni Paese una struttura segreta che facesse da controvalore informativo per tutti gli alleati.

In Italia fu accertato successivamente che l’unico referente politico era Cossiga, e quando nel 1990 Andreotti rivelò alla Camera l’esistenza di Gladio perché con la caduta del muro non aveva motivo d’esistere tale segretezza, si scatenò il classico assalto alla diligenza con tutto ciò che ne conseguì.

Si diceva che Gladio venisse sovvenzionata direttamente dalla Cia, e che tali sovvenzioni fossero all’oscuro del Parlamento, quindi fuori da ogni regola. Venne pubblicato un elenco di 622 “gladiatori”, ufficialmente tutti i partecipanti, dalla fondazione allo scioglimento dell’organizzazione. Tuttavia, questa lista è stata considerata incompleta, sia per il ridotto numero di uomini, ritenuto troppo basso rispetto ai compiti dell’organizzazione estesi in quasi 40 anni, sia per l’assenza nella lista di alcuni personaggi che da indagini successive (e in alcuni casi per loro stessa ammissione) avevano fatto parte dell’organizzazione.
In una delle tante inchieste parlamentari che si succedettero per capire cosa fosse realmente Gladio e quale fosse la sua natura, Luigi Tagliamonte, capo dell’ufficio amministrazione del SIFAR e, successivamente, capo dell’ufficio programmazione e bilancio del comando generale dell’Arma dei Carabinieri, relativamente ad una base di addestramento di Gladio dichiarò:

«Sapevo che presso il Cag (il Centro addestramento guastatori di Punta Poglina a Capo Marrargiu, pochi chilometri a sud di Alghero) si effettuavano dei corsi di addestramento alla guerriglia, al sabotaggio, all’uso degli esplosivi al fine di impiegare le persone addestrate in caso di sovvertimenti di piazza, in caso che il PCI avesse preso il potere. Tanto sapevo io trattando pratiche di ufficio al Sifar e relative al Cag. Oggi penso, riportandomi ai miei ricordi, che la citazione della eventuale invasione del nostro Paese, a proposito della necessità della struttura ove era incardinato il Cag, era un pretesto […] Il mio pensiero, testè formulato, deriva dal contenuto dei contatti che avevo con il Maggiore Accasto e con il Capo Sezione CS Aurelio Rossi i quali, senza scendere nei dettagli, mi rappresentavano che il Cag esisteva per contrastare eventuali sovvertimenti interni e moti di piazza fatti dal Pci»

Per anni si è sospettato che Gladio fosse a capo nei tanti “delitti di Stato”: Ustica, il sequestro Moro (si deduce da alcuni memoriali dello statista ucciso dalle BR), il terrorismo di destra e di sinistra durante gli anni di piombo…
Nel 2000 il rapporto del Gruppo “Democratici di Sinistra-L’Ulivo”, stilato in seno ad una Commissione parlamentare, concludeva che la strategia della tensione era stata sostenuta dagli Stati Uniti d’America per

“impedire al PCI, e in certo grado anche al PSI, di raggiungere il potere esecutivo nel paese”, identificando anche i Nuclei per la Difesa dello Stato non come un gruppo autonomo, ma come una delle operazioni portate avanti da Gladio con questi scopi.”

Ad ingarbugliare ancor di più le carte ci pensò lo stesso Cossiga nel suo libro “La versione di K”, in cui scrive:

“Mi ha risposto (Andreotti, ndr) che, ormai caduto il Muro di Berlino, non vi era più alcuna ragione per non raccontare come stavano davvero le cose. Tanto più, aggiunse, che aveva concesso al pm veneziano Felice Casson […] il permesso di andare a vedere negli archivi dei Servizi Segreti: a quel punto c’era poco da sperare che non avrebbe ricostruito tutto”

Mentre Cossiga voleva riconoscere il valore storico dei gladiatori così come avvenne per i partigiani, il presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino ebbe a scrivere:

«[...] se in sede giudiziaria un’illiceità penale della rete clandestina in sé considerata è stata motivatamente e fondatamente negata, non sono state affatto escluse possibili distorsioni dalle finalità istituzionali dichiarate della struttura, che ben possono essere andate al di là della sua già evidenziata utilizzazione a fini informativi…».

Secondo Cossiga ci sarebbero stati due ministri della Margherita del governo Prodi II nell’Organizzazione Gladio.

Ministro degli Interni.

Nel marzo del 1977, quando era ministro degli Interni, ci furono a Bologna durissimi scontri tra studenti e forze dell’ordine; Cossiga mandò nel capoluogo emiliano i blindati M113 per sedare le sommosse studentesche in cui venne ucciso il militante di Lotta Continua Pierfrancesco Lorusso, a seguito di ulteriori scontri, la polizia fece fuoco sul Ponte Garibaldi e uccise Giorgiana Masi. I compagni della Masi mostrarono vari striscioni col nome del ministro scritto con la K e la doppia SS nazista.

Nel 2007, durante un altra rivolta studentesca, consigliò al presidente del Consiglio Berlusconi di attuare la tattica dell’infiltrazione e “dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri” affermando di averlo già attuato egli stesso nel ’77 durante gli scontri bolognesi. Cossiga sapeva che il reato era caduto in prescrizione.

Il sequestro Moro.

Nel 1978, durante il sequestro Moro da parte delle Brigate Rosse, creò due comitati per la soluzione della crisi, uno ufficiale ed uno “ristretto”. In entrambi i comitati facevano parte molti membri della Loggia P2, di cui anche Licio Gelli sotto il nome falso di “ingegner Luciani”. Dei comitati Cossiga chiamò a farne parte anche il criminologo Franco Ferracuti e il professor Steve Pieczenik, specialista americano in sequestri politici. Ci furono delle fughe di notizie nelle quali si supponeva che le BR sapessero delle discussioni fatte all’interno del comitato. Pieczenik fece in modo di ridurre via via il numero dei partecipanti alle riunioni del gruppo: rimasero alla fine solo Pieczenik e Cossiga. Nel 1994, in un’intervista, lo statunitense affermò: «la falla non accennò a richiudersi». Cossiga in seguitò non smentì, ma parlò di «cattivo gusto».

Cossiga fu l’artefice della linea della fermezza e non aprì mai una trattativa con i sequestratori per il rilascio di Aldo Moro, il quale, durante i giorni di prigionia, scrisse più volte delle lettere a Cossiga e in una di queste dichiarava:

«esiste un problema, postosi in molti e civili paesi, di pagare un prezzo per la vita e la libertà di alcune persone estranee, prelevate come mezzo di scambio. Nella grande maggioranza dei casi la risposta è stata positiva ed è stata approvata dall’opinione pubblica».

In seguito alla morte dello statista DC, trovato crivellato all’interno di una Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani, Cossiga diede le dimissioni da ministro degli Interni, e in una dichiarazione ai giornali disse:

«Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto. Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro».

Presidente del Consiglio.

Nel 1979, un anno dopo le dimissioni da ministro degli Interni, Cossiga venne eletto presidente del Consiglio. Nel 1980 il PCI propose la messa in stato d’accusa per “favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d’ufficio”.

Cossiga venne sospettato di aver passato informazioni al senatore e compagno di partito Carlo Donat Cattin sul figlio Marco, militante dell’organizzazione terroristica “Prima Linea”, consigliandolo per l’espatrio. Il Parlamento votò contro la procedura di stato d’accusa a Cossiga, non prendendo in considerazione le parole di uno dei primi pentiti del terrorismo italiano Roberto Sandalo, detto “piellino canterino”, ritenendo infondata l’accusa al presidente del Consiglio. Negli anni scorsi Cossiga ha confermato di esserne il colpevole durante un intervista al Corriere, ma anche in quel caso il reato era già prescritto.

Nel 1983 venne eletto Presidente del Senato.

Presidente della Repubblica.

Il 3 luglio del 1985 venne eletto presidente della Repubblica al primo scrutinio (mai accaduto finora) con un plebiscito di voti: 752 su 977, con il consenso, oltre che della DC, anche di PSI, PCI, PRI, PLI, PSDI e Sinistra indipendente.

La presidenza Cossiga è storicamente divisa in due fasce ben distinte tra loro: la prima da classico Garante della Costituzione (del resto era docente di diritto costituzionale); la seconda, negli ultimi due anni del settennato, da “picconatore”. Il primo vagito indipendente fu la richiesta di una commissione che chiarisse il ruolo del capo dello Stato nel caso avesse dovuto conferire poteri di guerra al Governo. Nacque la “Commissione Paladin”.

A seguito della caduta del muro di Berlino, Cossiga era convinto – a ragione – che il sistema politico italiano andava cambiato. In questo cambiamento strutturale e politico, i partiti che ne avrebbero subito le più gravi conseguenze erano la DC e il PCI, dunque erano i più restii al mutamento funzionale, quindi si rifiutavano di riconoscerlo. Da quel momento iniziò la fase di contrapposizione tra Quirinale e forze politiche. Ciò rese possibile la grande esposizione mediatica del presidente della Repubblica, tanto che fu definito “il grande esternatore” con lo scopo completamente autoctono di dare delle “picconate al sistema”. Da qui l’appellativo “il picconatore”.

Era convinto che il tempo del grande comunismo italiano era finito, e che la tolleranza verso l’alleato americano aveva un che di malefico tanto che fu l’unico politico italiano a partecipare alla prima seduta del Bundestag dopo la riunificazione delle due Germanie. Ciò contrappose il sistema classico al suo sistema riformista, il quale portò ad un interessamento – con tanto di interferenze pesanti ma inutili – della Cia nel governo italiano con lo scopo di impedire la presidenza Andreotti a Palazzo Chigi per le sue politiche filo-arabe.

Se da un lato il riformismo cossighiano fu lungimirante in base ai tempi, non si può discernere dalle continue esternazioni verso chiunque si metta di traverso alla sua politica. A subirne le conseguenze fu anche il giudice di Caltanissetta Rosario Livatino, chiamato sprezzantemente ”il giudice ragazzino”:

«Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno? … Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta.»

Rosario Livativo fu ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990 ad Agrigento, e Cossiga non si scusò mai per quelle affermazioni.

Cossiga si dimise da presidente della Repubblica due mesi prima della naturale scadenza, a seguito della richiesta d’impeachment da parte del Pds (ma non dell’attuale inquilino del Quirinale, Giorgio Napolitano) firmata tra l’altro da Ugo Pecchioli, Luciano Violante, Marco Pannella, Nando Dalla Chiesa, Giovanni Russo Spena, Sergio Garavini, Lucio Libertini, Lucio Magri, Leoluca Orlando, Diego Novelli. La Commissione parlamentare diede parere negativo ritenendo infondate le accuse mosse a Cossiga. Anche la Procura di Roma richiese l’archiviazione a favore del picconatore, archiviazione che nel luglio 1994 fu accolta dal tribunale dei ministri.

Nel suo libro “La versione di K” Cossiga scrisse:

“il Partito comunista sapeva dell’esistenza di un’organizzazione segreta con le caratteristiche di Gladio. Lo dico perché ne fui informato da Emilio Taviani. Perché i comunisti lanciarono comunque quella campagna e perché inserirono i fatti di Gladio tra le accuse che portarono alla richiesta di incriminazione nei miei confronti? Credo di avere la risposta. Quello dei comunisti fu fuoco di controbatteria: era da poco crollato il Muro di Berlino e temevano che potessero arrivare da quella parte notizie di chissà che genere sul loro conto; quindi, per evitare di trovarsi in imbarazzo, cominciarono a sparare nel mucchio. E io, fui colpito per primo in quanto presidente della Repubblica” .

Altre fonti dicono invece che Andreotti rese pubblica Gladio per far fuori l’inquilino del Quirinale perché ritenuto ormai scomodo e fuori controllo. Il 25 maggio al Quirinale fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, fino a quel momento le funzioni presidenziali furono assolte dall’allora presidente del Senato Giovanni Spadolini.

Nel novembre del 2006 Cossiga rassegna le dimissioni da senatore a vita perché «ormai inidoneo ad espletare i complessi compiti e ad esercitare le delicate funzioni che la Costituzione assegna come dovere ai membri del parlamento nazionale». Nel gennaio dell’anno successivo, il Senato respinge le dimissioni con 178 voti a 100.

Nel 1994 e nel 2008 vota la fiducia al Governo Berlusconi, mentre nel 2006 e nel 2007 fece la stessa cosa per il Governo Prodi.

A 82 anni è morto Francesco Cossiga, politico che più di ogni altro – probabilmente meno solo ad Andreotti – conosceva i segreti e i tradimenti della politica italiana verso il paese e i suoi cittadini.

Lascia quattro lettere personali indirizzate al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al presidente del Senato Renato Schifani e al presidente della Camera Gianfranco Fini. Nessun testamento pubblico sui fatti politici degli ultimi 50 anni è stato trovato – e se ci fosse non verrà mai divulgato -, per cui non sappiamo ancora oggi cosa sia successo effettivamente in tutte le stragi italiane degli ultimi decenni.

La camera ardente è strapiena di gente famosa e di gente comune.
Io non sono affatto dispiaciuto per la dipartita di uno dei personaggi meno rappresentativi della nostra Italia, sono dispiaciuto, semmai, di non avere ancora scoperto, a 40 anni, chi sono i mandanti delle più ingloriose vicende terroristiche del nostro paese.

E probabilmente mai lo scoprirò.

Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Chi mente tra il Giornale e Gianfranco Fini?

Come ho già avuto modo di ribadire qualche post fa, la casa a Montecarlo di Gianfranco Fini scoperta dal Giornale e sbattuta in prima pagina come lo scoop del decennio, è realmente una notizia bomba tanto che ormai tutti i giornali si ci sono fiondati sopra come avvoltoi. Non capita spesso che un quotidiano faccia un’inchiesta giornalistica e ci azzecca di brutto, del resto anche Repubblica lo scorso anno lo fece col caso Noemi e poi D’Addario. Può non piacerci, a me non piace, ma è un dato di fatto che entrambe le storie sono giornalismo puro. Ce ne fossero…

E’ passata una settimana da quando Gianfranco Fini rispondeva alle domande del Corriere chiarendo la sua estraneità alla vicenda dell’appartamento a Montecarlo dato in affitto al cognato Giancarlo Tulliani. Tra sabato e domenica Il Giornale ha sferrato un doppio attacco al Presidente della Camera.

Venerdì è stata pubblicata un’intervista anonima ad un inquilino che raccontavano di aver visto a Natale 2009 “i Fini” in Boulevard Princesse Charlotte, ubicazione dell’appartamento incriminato:

Che periodo era?
«Allora, era qualche mese fa, intorno a Natale, stavano ancora facendo i lavori nell’appartamento della contessa che anche io avevo visionato in precedenza quando vennero per la prima volta quelli di An, e dallo schifo che trovammo dentro, si vedeva che non era abitata da un pezzo. E vedo lui spuntare dietro quella signora bionda. Anche i vicini poi mi diranno di aver visto Fini, e signora bionda, in quel palazzo».

L’indomani, sabato 14, è stato pubblicato il contratto di acquisto per una cucina – a nome TULLIANI 04 – e l’intervista ad un dipendente del mobilificio – tale Davide Russo, il quale, stranamente, si sarebbe licenziato pur di parlare col Giornale – che dice senza tanti giri come la cucina e gli altri arredi comprati dall’On. Fini sono per la casa degli scandali.

Ieri, domenica di ferragosto, lo scoop del Giornale è un’intervista a Luciano Care, imprenditore italiano a Monaco, che giura di aver stretto la mano e parlato con Gianfranco Fini ed Elisabetta Tulliani nel novembre del 2009:

Frequentando Palais Milton, le è capitato di incrociare il presidente della Camera?
«L’ultima volta è stato agli inizi del novembre 2009 e in quell’occasione non mi pareva che l’onorevole Fini fosse così meravigliato, anzi era molto rilassato e disponibile».

Ricorda la data precisa?
«Era durante il ponte dei morti, quando Monaco è piena di italiani in vacanza».

Fini era solo?
«No, con la signora Elisabetta e il cognato. Stavo accompagnando a casa il mio amico quando li abbiamo visti uscire. Ci siamo stretti la mano, un contatto che ricordo molto bene».

Il mistero s’infittisce ulteriormente perché, a fronte delle secche risposte dello stesso Presidente della Camera e del vicepresidente di Fli Della Vedova, il Giornale ha continuato ad attaccare Fini per le risposte al Corriere dell’8 agosto, soprattutto l’ultima:

«La vendita dell’appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al Notaio Aureglia Caruso e sulla natura giuridica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla – scrive Fini – Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l’appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuibili».

Il quotidiano della famiglia Berlusconi, ieri faceva notare che nell’ultimo controverso punto degli otto elencati, Fini ha mentito:

“Il presidente della Camera ci spieghi. Ci spieghi anche, se può, quel che lui stesso ha scritto nella celeberrima nota difensiva in 8 punti di domenica scorsa e che suona come un’in volontaria confessione. Afferma, nero su bianco, la terza carica dello Stato: «La vendita dell’appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al notaio Aureglia Caruso e sulla natura giuridica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla». Bene, questo è semplicemente falso. L’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte fu ceduto da An alla società Printemps l’11 luglio 2008 nello studio del notaio Paul-Louis Aureglia. Il 15 ottobre 2008 la casa dell’eredità Colleoni passò, davanti a un altro notaio (Aureglia Caruso, per l’appunto), dalla Printemps alla società «gemella», con sede nello stesso edificio dello stesso paradiso fiscale, che poi l’affitterà al «cognatino». Fini, secondo le sue parole, non poteva saperlo. Eppure lo scrive.”

Dunque Fini avrebbe mentito e si sarebbe fatto beccare per un errore di date. Bisogna saperlo fare, il baro…

Tanto per non annoiarci con gli scoop e le contromosse dell’uno e dell’altro, nella serata di ieri Fare Futuro ha seccamente smentito, con tanto di prove “anagrafiche”, l’ipotesi che Fini stia barando accusando a sua volta Luciano Care, il super-testimone che avrebbe stretto la mano a Fini e consorte, di non dire la verità:

“Consigliamo al Giornale di impegnarsi di più perché per costruire false testimonianze bisogna saperci fare ed essere pignoli nei controlli. A parte il fatto che gli spostamenti della terza carica dello Stato restano scritti nero su bianco presso le autorità competenti per la sicurezza, il 10 ottobre 2009 è nata la piccola Martina e venti giorni dopo la mamma era a Roma ad allattare e papà Fini a cambiare i pannolini. Di fronte a questa smentita documentale ci aspettiamo che il testimone smemorato indichi altre date o altre versioni, giusto per proseguire la diffamazione e aumentare la confusione. In attesa di conoscere le altre “bufale” del delirio diffamatorio siamo certi che la magistratura e l’ordine dei giornalisti saranno severissimi nel sanzionare questo pseudogiornalismo.”

Oggi i quotidiani non sono in edicola, per cui gli scoop del Giornale sono rimandati a domani: sapremo aspettare?

Tags: , , , , , , , , , , ,

Il portaombrelli è un guaio

Dopo gli attacchi del Giornale sulla casa di Montecarlo di Gianfranco Fini, arrivano le risposte – non troppo convincenti per la verità – del Presidente della Camera e del capogruppo di Futuro e libertà Della Vedova.

Benedetto Della Vedova:

“La cucina di Montecarlo? Da quanto ne so non sta a Montecarlo ma a diverse centinaia di chilometri di distanza. Fisicamente, nella casa di Montecarlo nemmeno ci entrerebbe. Se la prova decisiva fornita dal Giornale è che Elisabetta Tulliani e Gianfranco Fini hanno comprato una cucina, beh, e’ una prova molto debole.”

Gianfranco Fini:

“Le presunte prove di Feltri si commentano da sole, è la dimostrazione di come è messo il direttore del Giornale. Sarebbero queste le prove per cui io mi dovrei dimettere? Sono preoccupato, perchè se ora spuntasse fuori anche l’acquisto di un portaombrelli sarei davvero nei guai…”.

Tags: , , , , ,

Creare uno scandalo per coprirne un altro

Oggi Il Giornale pubblica i documenti che testimonierebbero come le affermazioni del Presidente della Camera sulla casa a Montecarlo sarebbero delle menzogne. I dati riportati dal giornale di Paolo Berlusconi sono «fatture, contratti e nome e cognome dei testimoni», solo che a differenza dei giorni scorsi – dove c’erano le testimonianze anonime di chi aveva avuto a che fare con la “coppia presidenziale” – Feltri pubblica delle interviste a persone in carne ed ossa che raccontano come e quante volte la compagna di Fini sia andata nel mobilificio, spesso assieme al Presidente e al loro designer, per acquistare una cucina e facendo richiesta per uno spedizioniere che portasse i mobili «all’estero»:

Testimoni non anonimi che raccontano quello che hanno visto, che ricordano cosa accadeva in quel negozio di mobili alle porte di Roma nell’arco dell’anno passato, dove Elisabetta Tulliani si vedeva spesso e Fini almeno due volte. Mica in segreto, alla luce del sole. Testimoni che ricordano come si cercasse uno spedizioniere che portasse «all’estero», oltre ai mobili, anche materiali per ristrutturazioni. E poi fatture e progetti relativi a uno degli ambienti arredati, che portano la data dell’inizio di quest’anno. In coincidenza temporale con quanto affermato da chi si occupò dei lavori di ristrutturazione dell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, 14, nel Principato di Monaco. Ossia Stefano Garzelli della Tecab, che a questo quotidiano aveva già raccontato lo scorso 30 luglio di «un legame» tra Giancarlo Tulliani e la società off-shore Timara Limited, proprietaria della casa, poiché il «cognato» di Fini avrebbe seguito personalmente i lavori, che sarebbero cominciati nel 2009 e finiti «sei-otto mesi dopo», ossia «qualche mese fa, parliamo di quest’anno».

A tal riguardo, la società che vendette ai Tulliani la cucina da quattromila e rotti euro, smentisce seccamente che abbiano avuto a che fare con la spedizione della mobilia da Roma, sede del mobilificio, all’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte 14, nel Principato di Monaco:

«La società Castellucci Maria Teresa, con esercizio in Roma via Aurelia Km 13,400, in relazione alle notizie di stampa apparse su alcuni quotidiani precisa di non aver mai effettuato trasporto o montaggio di mobili acquistati presso il proprio esercizio da Roma a Montecarlo, nell’interesse di Elisabetta Tulliani o suoi familiari o dell’onorevole Fini».

Il Giornale puntualizza ancora una volta che non si sarebbe trattato solo della cucina ordinata da Elisabetta Tulliani per l’appartamento monegasco, dato successivamente in locazione al fratello Giancarlo, ma che sia stato spedito anche materiale “delicato e riservato”:

«A quel punto l’azienda cominciò a mettersi in moto per trovare uno spedizioniere disposto a curare un trasporto, delicato e riservato, a Montecarlo».

E non basta nemmeno l’ennesima smentita della Castellucci per smontare la tesi secondo la quale Fini e consorte erano da tempo proprietari dell’appartamento monegasco:

«Un conto è sostenere che il presidente Fini, o i suoi famigliari, sono stati in passato nostri clienti, un altro è dire che per loro conto abbiamo portato dei mobili a Montecarlo, cosa che non è assolutamente vera».

Insomma, il Giornale ha fatto lo scoop e probabilmente ha pure ragione, ma non credo sia del tutto normale seguire la strada dello scandalo per coprirne un altro.

Ad esempio: cosa c’è sotto l’acquisto di Villa San Martino, residenza ufficiale ad Arcore, che Silvio Berlusconi comprò nel 1980 per soli 500 milioni di lire, quando ne valeva almeno il triplo? E come mai il tutore legale della nobile Anna Maria Casati Stampa di Soncino – la ragazza che nel 1970 resta orfana all’improvviso e tragicamente (il padre si suicidò dopo aver ucciso la moglie, Anna Fallarino, e l’amante di lei perché gli chiedono un miliardo di lire per ritirare alcune foto compromettenti già consegnate ai giornali) ed eredita tutto il patrimonio del casato tra cui villa San Martino ad Arcore – è quel Cesare Previti che fino a poco tempo prima curava gli interessi della famiglia Fallarino per appropriarsi dei beni dei Casati Stampa?

Previti convinse la ragazza a vendere con fare suadente: “Ma come sei fortunata, c’è un certo Berlusconi che vuole comprare, 500 milioni…”. La minorenne replica che è un po’ poco, e Previti la rassicura: “Mavalà, in fondo gli diamo solo la villa nuda, la cappella e un po’ di giardino intorno…”. Previti lasciò intendere che arredi, pinacoteche, biblioteche, il parco, tutto sarebbe rimasto a lei mentre invece stava vendendo tutto. E quel tutto aveva un valore di oltre tre miliardi di lire.

Berlusconi acquistò l’intero pacchetto per una manciata di riso: ne vogliamo parlare?

Tags: , , , , , , , , , ,

Amnesty International contro WikiLeaks

Nelle ultime settimane si è molto parlato del rischio per i soldati americani e dei loro collaboratori afghani, dopo che WikiLeaaks ha pubblicato i dossier dei servizi statunitensi nella lotta al terrorismo talebano.

Lo stesso Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, in una lunga intervista al Guardian non è stato particolarmente prodigo nel rispondere alle accuse che gli venivano mosse. Soprattutto quando gli veniva accusato di fare i nomi dei collaboratori afghani che rischiano la vita perché la loro identità è stata svelata dai giornali interessati al “War Diary“. Assange risponde con delle scuse:

“Guarda quanto bisogna leggere prima che venga detto che l’uomo è morto due anni fa. Non è nel primo paragrafo. Non è nel secondo, nel terzo, nel quarto, nel quinto. Se non arrivi al sesto paragrafo, non lo sai”

La giornalista del Guardian incalza Assange: i nomi comunque sono stati pubblicati, dunque la vita di quegli informatori è in pericolo. Il fondatore di WikiLeaks diventa a questo punto evasivo sostenendo che ci sono ancora 15mila files nelle sue mani non date in pasto ai media, e comunque, se la vita di chiunque fosse in pericolo “rivedremo le nostre procedure”. E tornando ai nomi pubblicati, Assange ribadisce che:

“Beh, tutto può succedere e finora non è successo niente. E non abbiamo intenzione di smettere di fare cose che riteniamo giuste perché ogni tanto possono esserci dei danni. In quattro anni nessuno ha mai subito danni fisici a causa delle nostre attività. Ma abbiamo contribuito a far cadere governi e cambiare le leggi. Sono gli Stati Uniti a essere stati incredibilmente disattenti con la segretezza delle loro fonti. Quel materiale era nella disponibilità di tutti i soldati e le società di sicurezza privata in Afghanistan. Dovete incolpare loro, non noi”

Nader Nadery, presidente dell’Afghanistan Independent Human Rights Commission (AIHRC), ha scritto una lettera a Jualian Assange:

“Nella nostra lettera, gli abbiamo chiesto di togliere alcuni dei nomi e di essere più attenti in futuro. Temiamo che quei nomi potrebbero essere i prossimi obiettivi. Queste persone, i cui nomi luoghi e province sono citati, potrebbero essere gli obiettivi dei talebani.
Negli ultimi mesi abbiamo notato un notevole aumento di omicidi da parte dei talebani contro i leader tribali e i capi religiosi. Abbiamo visto il lato negativo, le ramificazioni a volte mortali per gli afghani identificati come al soldo o solo di essere dei simpatizzanti delle forze internazionali.
Chiediamo vivamente ai vostri volontari e al vostro personale di analizzare tutti i documenti per garantire che quelli contenenti informazioni personali vengano cancellati o rieditati”.

Nadery parlava non solo a nome della sua associazione, ma anche a nome di altre quattro associazioni per i diritti umani collegate a AIHRC: Amnesty International, Campaign for Innocent Victims in Conflict, Open Society Institute, e International Crisis Group.

Assange si è detto disponibile, ma ha chiesto aiuto ad Amnesty International per visionare e correggere i documenti non ancora pubblicati. Il lato più oscuro della vicenda è che WikiLeaks non avrebbe richiesto l’aiuto di Amnesty con i soliti canali ufficiali, ma lo avrebbe fatto minacciando un comunicato stampa con l’accusa alla stessa no-profit di non voler collaborare.

Per l’associazione non governativa si è trattato di una provocazione insensata: così facendo Assange rischia seriamente di alienarsi le simpatie dei gruppi per i diritti civili, finora i suoi maggiori sostenitori.

A prova dell’illogica presa di posizione di Assange e soci, Amnesty aveva premiato WikiLeaks con il “New Media Award 2009” per la pubblicazione di documenti su alcuni strani omicidi avvenuti in Kenya lo scorso anno, con i quali portava alla luce gli omicidi di due avvocati dei diritti civili durante una riunione del Kenyan National Commission on Human RightsOscar Kingara e John Paul Oulo.
Ergo appare davvero strana la minaccia di Assange proprio al suo maggiore sostenitore.

Tags: , , , , , , , , , , ,

Quante storie per così poco

Vorrei capire perché due anni fa quando il governo eliminò la monnezza a Napoli urlavano tutti al miracolo, e adesso della spazzatura palermitana (e il rientro di quella napoletana) non ne parlano nemmeno i Tg locali. Non è lo stesso problema?

Tags: , , , , ,

Attentato contro Ahmadinejad

Secondo quanto riferito dalla tv panaraba Al Arabiya, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad sarebbe stato vittima di un attentato durante il passaggio nella città di Hamadan, a 350 chilometri a ovest di Teheran, per una visita di due giorni e dove da lì a poco si sarebbe tenuto un discorso televisivo. Sempre secondo fonti giornalistiche – l’agenzia Bloomberg, il quodiano Khabar e la tv Al Arabiya – sarebbe scoppiata una granata vicino al minibus su cui viaggiavano i giornalisti al seguito del presidente iraniano, il presidente sarebbe rimasto illeso – comprovato dal discorso tenuto in diretta televisiva – mentre la tv libanese Future Tv ha dichiarato che ci sarebbero dei feriti tra le persone presenti in strada, senza confermare se giornalisti o persone comuni presenti in quel momento per seguire il corteo presidenziale.

Ancora non si conoscono i dettagli dell’attentato, a quanto pare l’attentatore è stato già arrestato e la polizia ha diramato un comunicato col quale chiarisce la dinamica degli eventi senza però ammettere che sia stato un vero attentato: “ha lanciato una potente bomba carta, di quelle che si usano di solito durante i festeggiamenti ufficiali in Iran, ma il suo gesto non è legato a un tentativo di attentato contro la vita del presidente. C’è stato solo un attimo di panico per il forte rumore provocato dall’ordigno”. La polizia in un primo momento ha negato che si sia trattato di un tentativo di assassinare Ahmadinejad, successivamente l’agenzia iraniana filogovernativa Fars ha confermato sia l’esplosione che i feriti.

Fonti ufficiali hanno smentito che il presidente iraniano sia rimasto ferito, anzi hanno confermato che il discorso di Ahmadinejad a Hamadan si è tenuto regolarmente e senza nessun turbamento per il presidente iraniano, anche se nei giorni scorsi aveva dichiarato di essere obiettivo di un piano di omicidio da parte di Israele.

[Update]: ormai è praticamente certo che si è trattato di un petardo innocuo e che non ci siano nemmeno feriti.

Tags: , , , , ,

Chiudiamo WikiLeaks?

Le mille polemiche scaturite dalla pubblicazione su WikiLeaks - ma anche sul Guardian e sul New York Times – di oltre 90mila rapporti segreti dell’intelligence americana in territorio afghano e pakistano, hanno portato inevitabilmente i media americani a parteggiare pro e contro Julian Assange, il proprietario di WikiLeaks.

Marc Thiessen, in un durissimo editoriale sul Washingont Post, attacca il wiki sostenendo che il sito andrebbe fermato immediatamente perché è in palese violazione “dell’Espionage Act” e quei dati fornirebbero “un supporto materiale al terrorismo”. Thiessen va addirittura oltre dichiarando che WikiLeaks “non è una organizzazione che diffonde informazioni, ma un’impresa criminale“ e Assange dovrebbe essere arrestato ad ogni costo:

Assange è una di quelle persone non americane che operano al di fuori del territorio degli Stati Uniti. Questo significa che il governo ha molte opzioni per trattare con lui. Si può applicare non solo il diritto, ma anche l’intelligenza e i mezzi militari, per portare Assange davanti alla giustizia e bloccare l’attività del suo consorzio criminale.

Sicché ad Assange non basterebbe la Icelandic Modern Media Initiative, la legge islandese approvata qualche mese fa sulla libertà di espressione ed informazione, perché secondo Thiessen il governo americano dovrebbe arrestarlo in barba a qualsiasi legge islandese, non accettando il blocco delle comunità internazionali, e portarlo in territorio americano e processarlo per crimini contro lo stato. Praticamente per alto tradimento.

Naturalmente anche le parole di Thiessen hanno creato un vespaio di polemiche e attacchi.

Un’altra giornalista del WP, Eva Rodriguez, si chiede se un’azione del genere sia fattibile e comunque valga la pena mettere a dura prova i rapporti politici con l’Islanda solo per arrestare Assange:

Thiessen sta forse suggerendo che sarebbe una buona idea ignorare la sovranità di un alleato, magari fare dei danni irreparabili ai rapporti con loro e la comunità internazionale solo per mettere le mani su Assange?

A questo punto Thiessen cerca di limitare i danni replicando alla collega che si tratterebbe solo di utilizzare tutti gli strumenti di sicurezza in dotazione per fermare Assange, senza nessun “drone strikes”.

Altri giornali dedicano ampi spazi alle informazioni pubblicate da WikiLeaks.

Michael Sherer su Time, scrive invece che l’idea di Thiessen è quella del rapimento alla luce del sole, dunque in manifesta violazione di qualunque diritto internazionale. Sherer si dice perplesso e indica un precedente con il quale l’operazione suggerita da Thiessen andrebbe a cozzare:

Per essere chiari, le azioni criminali di Assange, secondo Thiessen, sono la ricezione e la ripubblicazione intenzionali di informazioni classificate, qualcosa che si fa con una certa regolarità negli Stati Uniti da giornalisti rispettabili e responsabili che lavorano per organizzazioni top news in tempo reale. Se si seguisse la tesi Thiessen, equivarrebbe respingere il parere della Corte Suprema di New York nella causa “Times Co. vs. United States”, il cosiddetto caso “Pentagon Papers” del 1971.

C’è chi invece dà ragione a Thiessen pubblicando le prove in almeno due casi documentati. Newsweek rivela che dal giorno del “War Diary” i talebani si stanno servendo delle informazioni topo secret diramate da Assange, per identificare e punire duramente chi ha collaborato con gli americani:

Settimana scorsa, appena quattro giorni dopo che i documenti sono stati pubblicati, sono cominciate ad arrivare minacce di morte nelle case dei principali capi tribù nel sud dell’Afghanistan. Durante il fine settimana un anziano capo tribale, Khalifa Abdullah, che i talebani credono in stretto contatto con gli americani, è stato prelevato dalla sua abitazione nel villaggio Monar, nel distretto di Arghandab nella provincia di Kandahar, ed ucciso da ribelli armati.

Secondo Abc Assange ha le mani sporche di sangue di decine di afghani e di soldati americani uccisi dai talebani. Inoltre è sua la colpa se altri afghani moriranno per via delle informazioni portate all’esterno del Pentagono:

“Il signor Assange può dire quello che vuole, ma la verità è che le sue mani potrebbero essere già sporche del sangue di qualche giovane soldato o di una famiglia afghana”. Lo ha detto l’ammiraglio Mullen.
Il Segretario alla Difesa USA Robert Gates ha anche criticato la fuga dei file militari, dicendo che ha conseguenze potenzialmente gravi e pericolose per le truppe sul territorio. Gates dice che i documenti relativi a incidenti di battaglia e di raccolta di informazioni potrebbero rappresentare una minaccia per i cittadini afghani che assistono la coalizione, e che il Pentagono non sa quanti file potrebbero essere stati trafugati e portati all’esterno.

Nel frattempo però Assange si è assicurato la vita e la chiusura di WikiLeaks in territorio americano pubblicando un file criptato di 1.4Gb chiamato “Insurance- assicurazione, appunto – con la minaccia più o meno velata di mettere online la password degli altri presumibili rapporti contenuti nel file (si parla addirittura di 500mila documenti super riservati), onde evitare brutte sorprese nell’immediato futuro.

Tags: , , , , , ,