Tensione come non se ne vedeva da anni al festival. La Clerici un po’ si perde e Maurizio Costanzo anticipa il suo ingresso in scena con tre operai della Fiat di Termini Imerese. Cerca di placare gli animi con un ricordo di Mike Bongiorno, scatta l’applauso, poi però l’intervista alle tute blu riaccende la sala, Costanzo offre il microfono al segretario del Pd Pierluigi Bersani ma quello neanche comincia (dice appena “non è possibile mandarli sui tetti…”) che partono i buu. Prende il microfono il ministro Claudio Scajola – che gioca in casa, visto che Imperia è il suo collegio elettorale – che ribadisce l’intenzione del governo di trovare una soluzione per lo stabilimento Fiat e guadagna un applauso. Qualcuno prova a contestare pure lui ma è pronto l’intervento di Guido Paglia, direttore delle relazioni esterne e della comunicazione Rai, che si alza di scatto e fa un gestaccio con le mani verso l’origine del brusìo a stroncare la protesta. Stacco pubblicitario, si rientra con la banda dell’Arma dei Carabinieri che attacca la colonna sonora di Guerre Stellari. Cinque minuti dopo, l’orchestra e la Clerici intonano Le tagliatelle di nonna Pina. E’ tutto così surreale.
Malika Ayane, Simone Cristicchi, Fabrizio Moro, Irene Grandi, Irene Fornaciari, Noemi, Arisa – le canzoni che mi sono piaciute di più in assoluto di questo Sanremo – sono stati buttati fuori dal televoto e dalla finalina a tre che vede premiati i meno bravi ma sicuramente più telemediatici: prima la De Filippi che delega al marito l’apparizione al Festival, secondo il trio delle meraviglie e terzo Marco Mengoni… vincitore morale del Festival del surreale.













