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Il leghista perfetto

C’era da andare a prendere i parenti della moglie all’aeroporto? «Autista: la macchina!». Voleva vedere la partita di calcio Padania-Tibet? «Autista: la macchina!». Era invitato a pranzo dei suoceri? «Autista: la macchina!». Finché tutti questi viaggi poco istituzionali sono finiti in un dossier. Sul quale c’è un’inchiesta della Corte dei conti. Protagonista: il presidente del consiglio regionale del Friuli, Edouard Ballaman. Della Lega Nord. Il partito che era nato tuonando contro le auto blu.

La dettagliatissima ricostruzione dell’uso disinvolto dell’auto di servizio da parte dell’alto esponente del Carroccio, già deputato per tre legislature e questore della Camera, è stata pubblicata dal Messaggero Veneto. Dove Anna Buttazzoni ha rivelato un elenco sconcertante di una settantina di «missioni» dure da spacciare come dovute a obblighi d’ufficio. Frequenti trasferte a Campongara (Venezia) a casa dei genitori della fidanzata e poi moglie Chiara Feltrin. Una puntata a Jesolo «da un notaio per rogito appartamento al mare». Una serata con la fidanzata al ristorante «Da Giggetto» a Miane. Un viaggio all’aeroporto di Venezia «con fidanzata per accogliere nonna e zio di lei in arrivo dal sud Africa per il matrimonio». Un paio di sfacchinate fino a Milano per assistere ai primi di maggio 2008 all’incontro di calcio citato tra la Padania e il Tibet e poi per partecipare alla proiezione del film fortissimamente voluto dai leghisti «Barbarossa» di Renzo Martinelli. E via così…

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Fase 1.2 Le firme

Oggi verranno consegnate le quasi 200 firme che abbiamo raccolto in cinque giorni per la candidatura di Michele Padovese a segretario provinciale del Pd di Pordenone. La fase preliminare del congresso si conclude domani quando il terzo candidato – Tony Ius del gruppo capeggiato da Gianfri Moretton – consegnerà le sue firme e quindi, dopo la consegna nei giorni scorsi di Renzo Liva, candidato del gruppo Lodo Sonego, si avvierà ufficialmente la serie di incontri nei vari circoli provinciali per presentare il programma del candidato e la presentazione ufficiale di Michele agli iscritti.

Oggi il Gazzettino butta dentro una notizia che ieri io avevo già lanciato su Facebook riguardante uno strano incontro tra Moretton e Sonego al Caffè Municipio in centro a Pordenone, e dato che nessuno dei due politici è stupido, credo sia una mossa bellamente attrezzata per creare un po’ di rumors tutt’attorno… praticamente è una cagata (anche se le mie fonti dicono che si sono pure accordati su chi dei due – in base all’esito del congresso provinciale – si candiderà al Senato e chi a Governatore del FVG. Ma questa è un’altra storia). Il Gazzettino ne parla così:

In quest’ottica i voti presi da Michele Padovese potrebbero essere determinati per dare la vittoria a uno tra Ius e Liva. Ma a occhi attenti non è sfuggito l’incontro di ieri mattina al caffè Municipio tra Gianfranco Moretton e Lodovico Sonego che hanno appoggiato rispettivamente Antonio Ius e Renzo Liva. Un incontro che potrebbe aver sancito anche una sorta di patto (non scritto). In pratica Moretton e Sonego potrebbero aver avviato una sorta di trattativa per cercare di escludere (e quindi far diventare inutili) i voti che saranno portati in dote da Padovese. Chi perde vota l’altro.

Per la cronaca, chi si trovasse di passaggio domani sera potrà ascoltare la prima presentazione del programma di Michele Padovese direttamente dalla voce del sottoscritto. L’appuntamento è per le 20.30 alla Casa del Popolo di Torre, in Via Carnaro 10 naturalmente a Pordenone (vedi la mappa)


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Sulla legge elettorale

Oggi ne parla il giurista Michele Ainis sulla Stampa:

E i peccati da cui dovremmo mondarci sono almeno quattro, come gli elementi del nostro pianeta.

Primo, la terra. Quella italiana, che calpestiamo tutti i giorni. Significa che non è una buona legge elettorale quella che offende le nostre tradizioni, il nostro abito civile. Come diceva il vecchio Montesquieu, le leggi dovrebbero rispecchiare la geografia dei popoli, il numero dei cittadini, perfino il clima. Sicché smettiamola d’almanaccare sui modelli stranieri, dividendoci fra tifoserie tedesche, francesi, americane. E siccome la nostra carta d’identità collettiva si conserva nella Costituzione, via il premio di maggioranza (340 deputati) senza una soglia minima per guadagnare il premio. Così com’è viola il principio costituzionale dell’eguaglianza del voto. E con la scomposizione del quadro politico, permette a una coalizione votata dal 30% del corpo elettorale d’accaparrarsi il 54% dei seggi in Parlamento. Accaparrandosi per giunta il presidente della Repubblica, quelli delle Camere, i giudici costituzionali.

Secondo, il fuoco. Quello che dovrebbe divampare attorno ai santuari dei partiti, restituendo voce ai cittadini. Perché sta di fatto che il Porcellum ci ha tolto la possibilità di scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento. E perché non è affatto vero che anche in passato la scelta stava tutta nelle mani dei partiti. Con il Mattarellum le segreterie politiche sceglievano i candidati, non gli eletti. Se aggiungiamo l’obbligo d’indire le primarie su ogni candidatura, se sforbiciamo il numero di sottoscrizioni necessarie per presentarsi alle elezioni (alla Camera servono 4500 firme), forse s’aprirà una chance anche per i non addetti ai lavori.

Terzo, l’aria. Quella che respira l’eletto dev’essere la stessa che respira l’elettore. In questo senso l’uninominale recupera un rapporto fra i due perfetti sconosciuti inventati dalla legge Calderoli. Di più: recupera il sapore della sfida, uno contro uno. Poi vi si potrà affiancare una quota proporzionale, tagliare ogni collegio in lungo o in largo, plasmare il sistema secondo le nostre specifiche esigenze. D’altronde i collegi uninominali inglesi sono ben diversi da quelli tedeschi o francesi. L’importante è che i parlamentari rimangano ancorati al territorio, e che quest’ultimo non sia esteso quanto un continente. Come diceva, ancora, Montesquieu: una buona Repubblica deve riflettersi su un piccolo territorio.

Quarto, l’acqua. Sorgente di vita, giacché in Italia avremmo quantomai bisogno di far sorgere una nuova classe dirigente. Quella che c’è è la stessa da vent’anni, e da vent’anni caracolla con il suo fagotto di promesse tradite, riforme mancate, progetti effimeri quanto un battito di ciglia. Ma almeno questo non dipende solamente dalla legge elettorale, benché la legge attuale santifichi la cooptazione come tecnica di trasmissione del potere. Dipende da noi, dalla voglia che ci rimane in corpo.

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Lancia il sasso

Non che non abbia ragione, ma mi hanno proprio rotto quelli che con le continue critiche fanno solo il gioco di Berlusconi e della destra.

«Nuovo Ulivo? Uno sbadiglio ci seppellirà. Mandiamoli tutti a casa questi leader tristi del Pd. Non è mica solo una questione di ricambio generazionale. Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. È il momento della rottamazione. Senza incentivi».

Soprattutto quando a farle le critiche è uno che non vuole nemmeno pensarci alla leadership del partito passando la palla ai soliti Vendola, Chiamparino e Zingaretti.

Renzi e molti altri son bravi a lanciare il sasso e tirar via la mano.

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La battaglia delle primarie

Dopo la proposta al Partito Democratico di far sempre le primarie nei collegi elettorali, da un paio di giorni L’Unità ha lanciato una raccolta firme all’appello del direttore. Quest’appello, come per ogni altro che riguarda qualsiasi cosa da cambiare nel Pd, ha ottenuto circa 3mila firme in poco meno di tre giorni, sicché è diventato fattore di evidente popolarità.

Oggi Simone Collini, sempre per L’Unità, intervista il segretario Bersani, il quale, col solito pragmatismo che lo contraddistingue, si rende subito disponibile anche a questa alternativa ponendo però alla base del suo principio il cambiamento dell’attuale legge elettorale:

«È la dimostrazione che c’è grande voglia di partecipazione». Reagisce così il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, che incontriamo in un albergo del centro di Torino quando sta per andare a Piazza Castello per il discorso d’apertura della Festa nazionale del Pd, alla notizia della straordinaria adesione dei lettori all’appello de l’Unità . L’idea delle primarie ovunque, come strumento per rimediare ai danni del “porcellum”, era stata prospettata da lui stesso in una serie di occasioni. «Ma questo entusiasmo – aggiunge – deve e può aiutarci a cambiare l’attuale legge elettorale». È questo il principale obiettivo del Partito democratico. «In questa fase – prosegue Bersani – non possiamo rassegnarci, non possiamo accontentarci di dare l’esempio. In gioco c’è il destino del paese, non è solo questione di quanto sia a posto il Pd. Il nostro è il partito della partecipazione, lo abbiamo dimostrato ogni qualvolta abbiamo fatto ricorso alle primarie per le scelte più importanti. Ora però dobbiamo concentrarci per cambiare la legge elettorale. Perché se anche il solo Berlusconi riesce a nominare i suoi parlamentari, non è che l’Italia starà meglio. Anzi«. Il ragionamento del il leader del Pd è che la «porcata» di Roberto Calderoli gioca una parte non secondaria nell’attuale opera di delegittimazione del Parlamento. Solo con deputati e senatori della maggioranza “nominati” dai vertici di partito o addirittura da “uno solo”, dice Bersani, Camera e Senato possono essere impunemente trasformati in “votifici” dove la discussione è bandita, il confronto democratico annullato e il dissenso messo a tacere con il continuo ricorso al voto di fiducia.

Bersani evidenzia che il “Porcellum” va cambiato a tutti i costi perché non è auspicabile che siano le segreterie dei partiti a decidere chi nominare a scapito della scelta elettorale, ma se per problemi tempistici ci si dovesse ricorrere ancora una volta, il segretario del Partito Democratico indica la strada che il suo partito seguirà per la scelta dei nuovi parlamentari:

Per questo la battaglia per cambiare la legge elettorale è considerata “prioritaria”. Il problema del che fare se il “porcellum” dovesse restare è però presente. Perché, viste le condizioni della maggioranza, la situazione politica potrebbe precipitare e, quindi, potrebbe mancare il tempo materiale per la riforma della legge. In questo caso, assicura il segretario, il Partito democratico farà le sue scelte «ricorrendo ai più ampi meccanismi di partecipazione». «I nostri parlamentari – conclude – non saranno nominati».

Dunque anche Bersani pare voglia seguire la proposta della De Gregorio, però lo stesso segretario ha ultimamente dichiarato di voler creare un Nuovo Ulivo in cui racchiudere tutte le forze d’opposizione. Pertanto, se l’accettazione di Bersani alle primarie nei collegi diventasse definitiva – cosa che escludo a priori – si verrebbe a creare un problema tutt’altro che semplice da risolvere.

E’ importante considerare che le forze in campo non dipendono dal Pd, ma hanno una loro forza e consistenza politica. In sostanza, il Pd non può pretendere di fare le primarie da solo senza considerare i nuovi alleati, quindi dovrebbe farle di coalizione. Ma le primarie di coalizione esistono già nello statuto del Pd – lo si è visto in Puglia con Vendola di SeL e Boccia del Pd -, mentre queste in realtà dovrebbero portare l’elettore a decidere chi eleggere da una lista di candidati proposta da ogni singolo partito.

Ciò comporta che ogni partito scelga un proprio candidato autonomamente, e poi lo inserisca nella lista per le primarie. A questo punto però, le scelte degli alleati dipendono dalle segreterie e quindi si creerebbe un pastrocchio tipo mini porcellum, quindi in pratica le cose cambierebbero solo per i candidati del Pd. Se comunque si decidesse verso questa proposta, potremmo persino trovarci a rinfocolare il vecchio Mattarellum per colpa delle forze inique in campo: non credo proprio che il Pd si metterà sullo stesso piano delle altre forze politiche pur essendo il partito più grosso. Quindi la scelta verrà fatta col maggioritario, e il modello preferito potrebbe essere la vecchia legge elettorale.

Se si optasse per questa proposta non sarebbe il Porcellum, ma si ci avvicina tanto.

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Da che parte si trova il futuro?

Vi ricordate l’anno scorso in questo periodo l’inno dei primaristi “Primarie vere, primarie sempre“? A questa schiera di scapestrati rinnovatori se ne aggiunta un’altra che alla prim’ora non aveva tali sintomi:

C’è davvero bisogno di un rinnovamento della classe dirigente. Davvero questa generazione politica non ha saputo né voluto dare voce ai suoi fratelli minori, ai suoi figli. Li ha soppressi sul nascere, spesso, o li ha usati a fini di propaganda elettorale. Allora. Se andremo a votare con questa legge elettorale – sempre che la paura di votare di Berlusconi lo consenta – poiché è una legge, questa, che dà ai partiti la facoltà di nominare gli eletti (la sottrae agli elettori, certo. E ai partiti, a tutti i partiti, in fondo fa comodo) facciamo le primarie in ogni circoscrizione perché siano i cittadini a dire chi vogliono in lista. Ribaltiamo nei fatti la logica aberrante dell’imposizione dall’alto, antidemocratica. Siate voi, siamo noi a scegliere chi deve essere candidato, si presentino le liste in ordine gerarchico in base ai risultati ottenuti dal voto: risulteranno eletti coloro che sono stati preferiti dalla base elettorale. Se la base vuole il rinnovamento lo avremo.
È possibile, in qualche caso – a livello locale – lo si è fatto. Diciamolo subito: se si va ad elezioni sarete voi a scegliere i candidati. Posso sbagliare, ma sarà un banco di prova: per gli elettori soprattutto. Li chiameremo a decidere, conteremo quelli che davvero vogliono sconfiggere il caimano, isoleremo quelli che agitano le acque contro il nemico presunto nella stessa metà campo senza mai ricordare – in buona o cattiva fede – l’avversario qual è.

Beninteso: anch’io ero uno dei puristi del Pd che credeva – e lo credo ancora, al di là di tutto – alle primarie come forma democratica di partecipazione. Però con l’esperienza alcune particolarità di quel mantra mi stanno larghe. Tuttavia, mi piacerebbe credere ad una partecipazione globale in cui i cittadini – democratici, elettori, sostenitori, simpatizzanti, iscritti, e chi ne ha più ne metta – si mettano in coda davanti ai gazebi, sotto il sole, da bravi alfieri diligenti, e votino per i propri candidati sulla base del merito che credono più giusto e non solo per il metodo primaristico. Questa, in fondo, era l’anima del Partito Democratico alla sua nascita. Quell’anima che in soli due anni si è dissolta sotto la scure del partitismo senza aperture mentali e senza approfondire, veramente, quel che i democratici chiedono al Partito democratico.

Ma dall’alto dello scranno imperiale, la dirigenza del Pd non crede in queste manifestazioni giubilari fatte da persone per le persone. Loro – come la parte avversa, in fondo tutto il mondo è paese – credono di avere il dono dell’onniveggenza, per cui tutto ciò che dicono è sempre esatto, e quindi credono che a decidere debba continuare ad essere esclusivamente chi è più in alto nella scala gerarchica, senza troppo dibattito interno perché tanto il più è deciso.

Fortunatamente qualcuno ogni tanto spunta con un’idea strampalata e dà l’input alla generazione che verrà:

E, se devo ripartire da un target, partirei dai giovani, letteralmente dimenticati (e massacrati) dal governo attualmente in carica (e anche dai precedenti). Voti più mobili, che nel 2008 premiarono B: così, per capirci.

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Una buona causa (Fase 1.1)

Manco e latito anche qui, ma è sempre  - come sempre – per una buona causa:

Nonostante il periodo di ferie e i tempi strettissimi della convocazione, la riunione che ha designato Michele Padovese quale terzo candidato alla segreteria provinciale PD ha raccolto lunedì sera un consenso plurale qualificato ed entusiasta da tutta la provincia.

Ecco di seguito l’elenco dei primi sottoscrittori:
Pieromano Anselmi, Valter Alzetta, Maurizio Babuin, Piercarlo Begotti, Giulia Bevilacqua, Sergio Bolzonello, Marco Bonazza, Paolo Casarotto, Emilia Cerutti, Alfonso Colombatti, Francesco Colussi, Ruben Colussi, Paolo Comina, Matteo Cornacchia, Miriam Davide, Chiara Da Giau, Alice Della Puppa, Sandrino Della Puppa, Dino Del Savio, Roberto Freschi, Ugo Furlan, Gianni Ghiani, Giacomo Lagona, Gustavo Mazzi, Giuseppe Moras, Davide Pagnin, Raul Panizzut, Monica Pase, Loris Pasut, Fabio Pes, Ugo Piazza, Mauro Piva, Moreno Puiatti, Franca Quas, Chiara Sartori, Sonia Sfreddo, Francesca Tavella, Fabrizio Venier, Sergio Zaia, Giorgio Zanin, Luca Zanut.

La raccolta firme è partita dunque nel modo migliore. Padovese nel discorso d’apertura ha sottolineato alcuni punti forza della sua candidatura: un serio lavoro per l’unità nel partito, sulla scia dell’impegno di questi mesi, che porti a superare i vecchi recinti, imparando dall’esempio positivo di tanti circoli; la volontà di imprimere una risalita alla moralità in politica; un metodo di lavoro per stare concretamente sul territorio dalla parte dei cittadini insieme con le altre forze del centrosinistra, in primis con le realtà civiche, mantenendo il partito aperto; il sostegno coerente al lavoro del partito regionale a fianco della segretaria Debora Serracchiani. In serata è stato distribuito il documento “Il partito che vogliamo”, frutto del lavoro di alcuni mesi guidato da Giorgio Zanin, in parte già condiviso anche dal candidato Ius. Costituirà la base della piattaforma programmatica, in fase di elaborazione anche attraverso incontri con gli iscritti nei circoli.

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Il Gazzettino: Pd, cominciata la sfida a tre per la segreteria

PORDENONE – La corsa verso la segreteria del Pd provinciale sarà a tre. La componente delle liste civiche che fa riferimento a Giorgio Zanin e Sergio Bolzonello ha ufficializzato la candidatura di Michele Padovese, 51 anni, pordenonese, dirigente d’azienda e consigliere provinciale nel gruppo di opposizione.
«Fino alla fine – spiega lo stesso Padovese – abbiamo cercato di perseguire la strada per una candidatura unitaria in cui potessero riconoscersi tutte le componenti e le culture del partito. E il fatto stesso che la terza candidatura arriva proprio a ridosso della scadenza del termine di presentazione dimostra tutti i nostri sforzi per trovare un accordo tra le diverse aree».
Un percorso che, però, si è dimostrato impossibile anche dopo la proposta di Antonio Ius come candidato della componente che fa riferimento all’ex Margherita. Area che ha sperato fino alla fine in una “desistenza” da parte dei “civici” e nella loro rinuncia a sostenere un candidato proprio. «Il nostro gruppo – ribadisce Padovese – ha puntato fin dall’inizio all’unità di azione del partito anche all’insegna della leadership regionale rappresentata da Debora Serracchiani. L’intesa però non c’è stata né sull’ipotesi Renzo Liva, né su quella Antonio Ius». Di qui la decisione di rimescolare le carte e presentare un terzo nome per la corsa alla guida provinciale del partito. «Lavoreremo – conclude Padovese – per una prospettiva che valorizzi le culture di provenienza e che punti a superare le divisioni organizzative». Il gruppo che sostiene Padovese sta raccogliendo le firme (ne servono un centinaio) per la presentazione della candidatura entro il 31 agosto. Poi la fase congressuale con la assemblee nei 45 circoli Pd del territorio.

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I comandamenti dei finiani

Secondo Italo Bocchino Berlusconi dovrebbe lasciare ad un governo tecnico formato da, ehm, «i partiti di Fini, Casini e Rutelli e i moderati del Pd»

“A questo punto la partita per Berlusconi diventa veramente difficile. Se va alle urne rischia tutto e rischia molto, se sta fermo minacciando reazioni che non può fare rischia il logoramento nazionale e internazionale. L’unica strada che ha è appellarsi al Parlamento come gli ha consigliato Casini per varare un nuovo governo con un profilo alto e riformatore e una maggioranza più ampia, costruendo una nuova coalizione che comprenda i partiti di Fini, Casini e Rutelli e i moderati del Pd ormai delusi. Sappiamo che per Berlusconi questa strada è quasi impossibile da intraprendere perché dovrebbe sostituire la logica della monarchia aziendale con quella della democrazia repubblicana, condividere scelte con logiche politiche e dar vita a un esecutivo fatto di ministri politici che darebbero un’altra fisionomia al governo che oggi è semplicemente un “governo del Presidente”. Sappiamo che questa ipotesi gli fa accapponare la pelle, ma è l’unica che ha per sopravvivere alla crisi implosiva che ha aperto da solo.”

E poi dicono che fu solo Mosè a ricevere i comandamenti…

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Best case scenario

Lo scenario migliore lo disegna alla perfezione Fabio Chiusi:

Se si dovesse arrivare alla crisi di governo gli scenari possibili sono essenzialmente due: nel primo la colpa ricade su Fini, nel secondo su Berlusconi. Quale dei due si verificherà dipende dalle contigenze, anche se è molto probabile si verifichi il primo dato lo strapotere mediatico del Cavaliere. Se la colpa della crisi dovesse finire sui finiani (ad esempio, attraverso un voto di fiducia non concesso sulle quattro questioni fondamentali che il PDL sta per porre sul tavolo) questi ultimi avrebbero tutto l’interesse a evitare le elezioni. Che, inevitabilmente, sotto i colpi martellanti della propaganda e della mistica del tradimento, finirebbero per perdere. Rischiando di sparire, e allo stesso tempo di consegnare il Paese per un’altra intera legislatura al duo Berlusconi-Bossi, che questa volta non avrebbe più alcuna dissidenza interna e potrebbe procedere a fare dell’Italia uno Stato principalmente presidenzialista e federalista, in cui il dissenso – che venga da magistratura o giornali – sarebbe sempre meno tollerato. Ma anche se in qualche modo si evitassero le elezioni, ad esempio attraverso un governo tecnico, la reazione dei berluscones e dei leghisti sarebbe terribile: mesi di campagne diffamatorie contro i dissidenti, attacchi violentissimi a tutte le principali Istituzioni nel nome della “Carta materiale” e della “sovranità popolare”, manifestazioni di piazza e padani coi fucili in mano, pronti alla secessione. O almeno, questa sarebbe l’idea di Italia trasmessa a reti unificate. Non certo uno scenario favorevole ai finiani. A meno che non riescano insieme all’opposizione a modificare radicalmente la legge elettorale, ma a tutt’oggi questa è fantapolitica (Bossi e Calderoli solo qualche giorno fa – dopo anni in cui ne hanno parlato come di una “porcata” – l’hanno definita “perfetta“).

Nel caso invece la colpa della crisi dovesse ricadere su Berlusconi (magari dimissionario dopo gli ennesimi tentennamenti interni alla coalizione), i finiani avrebbero forse qualche margine di speranza in più quanto all’esito elettorale. Ma anche qui, a prescindere dai sondaggi – che ondeggiano dall’1,5 a oltre il 10% e dunque non significano nulla – resta del tutto incomprensibile la collocazione del partito di Fini nello scacchiere politico: a destra di Berlusconi? Al centro con Casini e Rutelli? O ancora: in un nuovo Cln (l’idea era di Casini, non dimentichiamolo) con tutti quanti si oppongano a Berlusconi, compreso il PD – che ha già rivelato, per bocca di diverse alte sfere, di gradire? Le posizioni sui temi etici, la legalità, la libertà di espressione e di stampa – solo per dirne alcune – non aiutano. Un bene nell’ottica post-ideologica di un pensatoio come Farefuturo, ma forse un male di fronte a quella ben più semplicistica della massa dei votanti.

Insomma, in questo momento i finiani sono il vero e proprio ago della bilancia. Chiarire al più presto le loro intenzioni, in modo inequivoco e semplice abbastanza perché il potenziale elettorato capisca, non può che giovare al futuro del Paese. Che in questo momento non ci sta semplicemente capendo più niente, preso com’è tra i fuochi degli scandali infiniti e del battibecco sterile – quando invece vorrebbe solo reimparare a sperare che il futuro sia meglio del passato. Siamo giunti al punto in cui si deve abbandonare il bipolarismo oppure no? E’ ora di modificare l’assetto fondamentale dei poteri dello Stato o va bene così com’è? O più semplicemente: si può fare davvero politica mantenendo questo sistema, oppure lo dobbiamo riformare radicalmente? La risposta a queste domande passa oggi anche attraverso la strategia di Gianfranco Fini. Ma se dovesse sbagliare le sue mosse, si tornerebbe al plebiscito su Berlusconi. Lo scenario che preferisce, e che ci ha portato fino a questo (indesiderabile) punto.

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Evviva l’originalità delle idee

“Il Partito Democratico organizzerà la più grande mobilitazione porta a porta che un partito abbia mai promosso”.

Come l’altro… ma senza Cepu

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