Oggi mi sono svegliato leggermente declassato

Oggi mi sono svegliato leggermente declassato

Standard & Poor’s ha deciso di declassare il debito italiano da A+ ad A, ma è stato un declassamento  annunciato. Il 20 maggio era arrivato da S&P il primo warning rate e poco dopo - il 17 giugno - anche quello di Moody's. Perché è successo questo e soprattutto come possiamo rimediare al declassamento?

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Che l'agenzia di rating ci avrebbe declassato non era un imprevisto ma un dato già metabolizzato dal nostro governo e dai mercati. Lo si sapeva già dai mesi scorsi quando sia S&P che Moody's hanno inviato un primo warning rate al ribasso per il nostro debito con la motivazione che le «prospettive di crescita dell'economia italiana nei prossimi anni e in particolare le prospettive di rimozione di importanti colli di bottiglia strutturali potrebbero intralciare una più forte ripresa economica nel medio termine». Le prime due confuse manovre di questo governo sono arrivate qualche giorno dopo l'annuncio di Moody's che, analizzando il nostro rating, aveva deciso di declassarlo. Solo che i canonici 90 giorni tra l'annuncio di Moody's e il declassamento vero e proprio hanno subito un ulteriore posticipo di altri 30 giorni. Standard & Poor’s invece ha deciso di non posticipare nulla e quindi il declassamento è arrivato puntualmente.

La notizia di un probabile ribasso del rating aveva portato giù i titoli bancari più esposti nei nostri confronti: a farne le spese sono state le banche francesi - Credit Agricole e Bnp Paribas su tutte - le quali hanno perso tra l'8 e l'11 per cento, mentre le banche italiane (Unicredit, Banca Popolare di Milano e Intesa San Paolo) hanno rispettivamente perso tra il 3 e il 7 per cento nella sola giornata dell'annuncio delle due agenzie di rating. Settimana scorsa le cinque maggiori banche centrali mondiali avevano garantito liquidità per tutto il 2011 alle banche europee, questo però non ha garantito ai titoli di scendere inesorabilmente e al differenziale italo-tedesco di salire fino a quota 400, attestandosi, venerdì 16 settembre, a quota 365.

Il motivo per cui le due maggiori agenzie di rating hanno abbassato il valore debitorio dell'Italia è presto detto. Cambiare continuamente il piano di austerity fagocitando cinque manovre diverse in soli due mesi, in connubio con l’immobilismo della classe politica nostrana, hanno fatto perdere ulteriore credibilità all’Italia. E la perdita di credibilità ha portato di conseguenza al taglio del rating di S&P e presto anche di Moody's.

In realtà il giudizio peggiore lo abbiamo subìto da Moody's, il quale, dal 17 giugno - data in cui ha sottoposto il nostro paese a controlli specifici - si è soprattutto concentrata sulle prospettiva di crescita economica italiana e sulla rimozione di quei famosi colli di bottiglia che intralcerebbero nel medio periodo la crescita strutturale della ripresa economica. Sotto esame anche il raggiungimento degli obiettivi di consolidamento fiscale che si era preposto il governo con la manovra da varare subito dopo l'estate (abbiamo poi visto che l'urgenza ha fatto in modo di anticipare la legge con ben due manovre una dietro l'altra). C'è da dire inoltre che la prospettiva sulla credibilità italiana era rimasta invariata per ben nove anni (anche a maggio scorso era stabile): l'ultimo ritocco di Moody's alla nostra economia risaliva al maggio del 2002, quando l'agenzia ritoccò al rialzo il nostro valore portandolo da Aa3 ad Aa2; il passo successivo sarebbe stato Aa1 mentre AAA è il grado massimo di affidabilità. L'Italia invece sta per essere riportata indietro di nove anni.

«Il rating di Moody's sull'Italia è "Aa2", con outlook stabile» aveva affermato il portavoce di Moody's Francesco Meucci nei mesi scorsi. Perfino Alexander Kockerbeck, analista dell'agenzia per l'Italia, aveva confermato che il paese era in grado di stabilizzare o persino invertire il processo di accumulo del debito anche con una crescita economica modesta. Il 20 maggio, invece, Standard & Poor's, aveva ribassato da stabile a negativo l'outlook sul debito dell'Italia, citando la debole prospettiva di crescita e l'inadeguato impegno politico che non riesce ad attuare riforme che stimolino la produttività.

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Per concludere, se Moody’s ha voluto dare ancora un mese di tempo a questo governo per correggere i conti pubblici, per S&P il giudizio è definito già da tempo. In questo momento l'Italia non ha prospettive di crescita economica e le sostanziali differenze politiche all'interno del Parlamento limitano la capacità del governo di rispondere adeguatamente alla crisi. Quindi il passo successivo - l'unico potremo dire - è quello di cambiare esecutivo cercando di contrapporre l'attuale e inadeguata maggioranza con una diversa forza politica (non necessariamente con un cambio di casacche) che attui quanto prima i propositi di crescita che il paese - e i mercati - esigono.

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Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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