Denzel Washington antieroe in Flight

Denzel Washington antieroe in Flight

Dopo esser stato analizzato nella prima puntata di «Indagini ad alta quota» con il titolo «Fuori controllo», il terribile incidente del volo 261 della Alaska Airlines non ha ancora perso il suo macabro fascino. Il desiderio di chiedersi: «cosa?» e «chi?» avrebbe potuto fermare l'inabissamento e la conseguente morte di 88 persone, compresi i 5 membri dell'equipaggio, ha ispirato la sceneggiatura di «Flight».

Apparentemente si tratta di due casi molto diversi. Innanzitutto quel maledetto 31 gennaio del 2000 il volo partito da Puerto Vallarta a San Francisco decollò con le migliori condizioni meteo mentre l'aereo riproposto nel film di Robert Zemeckis lo fa da Atlanta (Georgia, la principale location delle riprese) a metà ottobre ed in pessime condizioni atmosferiche. Nella realtà il primo velivolo era condotto in modalità strumentale (per cui non erano ipotizzabili disorientamenti spaziali o errori umani) mentre nella finzione avviene il contrario; ma in entrambi i casi i piloti annunciarono alla base con voce disperata d'avere «problemi agli stabilizzatori» e tentarono il tutto per tutto.

In quell'occasione la compagnia Alaska Airlines rifiutò la responsabilità per la sciagura dichiarando - tramite un suo rappresentante - che quel velivolo era stato costruito appena 8 anni prima (nel 1992), che aveva al suo attivo soltanto 26.484 ore di volo e che non aveva mai manifestato alcun problema meccanico classificabile come grave. Inoltre su quell'apparecchio era stato effettuato un check di manutenzione di classe C pochi giorni prima del disastro, dal quale non era emersa alcuna anomalia di rilievo.

Le conversazioni tra i due piloti estratte con la scatola nera rivelarono che in realtà la situazione era profondamente diversa. Il ritrovamento di un martinetto usurato tra i detriti recuperati provò la scarsa attenzione per i servizi di manutenzione da parte della compagnia, incastrandola. Lo stesso avviene nel film.

Il punto determinante del paragone tra i due casi sta nel fatto che a parità di condizioni mentre il 261 affondò nell'Oceano Pacifico il nostro aereo porta in salvo 96 delle 102 persone che ospitava. Come è stato possibile?

Nel suo ultimo film, Robert Zemeckis si dimostra l'anti Allen: in «Flight» la fortuna non è neanche mezionata. Se il celebre regista newyorkese mette nei suoi film il motore degli eventi nelle mani del fato, il regista di «Forrest Gump» dimostra che tutto avviene per una precisa ragione. Si parla di talento, di colpe umane, di guasti meccanici e in maggior misura di volere divino, ma mai di fortuna.

Il cammino di un uomo verso la sua redenzione è un atto di libero arbitrio e ciò che avviene intorno a lui non è che parte di questo percorso. Questo è quanto si evince dalla figura del suo protagonista, un eroe del quale non si può certo andar fieri.

Decretare se il comandante William Whitaker, detto "Whip" (Denzel Washington) fosse o meno in condizioni di volare la mattina in cui l'aereo che pilotava si schiantò appena fuori da un centro abitato ( altra licenza dalla realtà dei fatti) diviene un puro dettaglio se confrontato alle capacità di cui Dio l'ha naturalmente dotato, probabilmente perché quanto avvenuto lo portasse a cambiare il percorso della sua stessa vita.

Whip ha intrecciato una relazione con una delle hostess, Katerina Marquez (Nadine Velazquez) insieme alla quale ha trascorso l'intera notte tra i fumi dell'alcool. La mattina seguente i due si rimettono in sesto sniffando della cocaina poco prima di prendere servizio. Il volo presenta turbolenze severe già dopo il decollo ma l'illusione di aver superato il peggio induce Whitaker a lasciare nelle mani del copilota meno esperto Ken Evans (Brian Geraghty) la responsabilità di una tratta difficile aggravata dalle pessime condizioni meteo. Stravolto dalla sbornia della sera precedente il capitano si addormenta per poi essere bruscamente svegliato dallo scossone che precede il disastro.

Uno dei componenti degli impennaggi di coda risulta gravemente danneggiato. La situazione appare critica fin da subito. L'aereo precipita in picchiata. Whitaker riprende prontamente in mano la situazione: ordina lo svuotamento del serbatoio a cui segue lo scoppio, a distanza di pochi minuti, di entrambi i motori. Tenta una manovra disperata di stabilizzazione capovolgendo il velivolo, spinge la velocità al massimo per trascinare l'aereo verso uno spazio aperto prima di raddrizzarlo e planare. Mentre perdono velocità una delle ali colpisce il campanile di una chiesa e si spezza senza staccarsi, piombando sul mezzo con la stessa impetuosità di un treno in corsa. Per i passeggeri delle ultime sei file non c'è scampo. Immediati arrivano i soccorsi per i 96 superstiti.

Dei sopravvissuti 59 passeggeri vengono dimessi in giornata, altri 37 riportano lesioni variamente gravi e 4 perdono la vita. Per il comandate Whitaker le 4 vittime corrispondono a 4 capi d'accusa per omicidio colposo.

Eppure non è questo il dramma per il protagonista di questa storia. Zemeckis si concentra su un altro tipo di tormento: la dipendenza da sostanze alcooliche che gli ha rovinato la vita. Aver perso la moglie ed il figlio a causa dell'alcolismo appaiono pene più crudeli di dover accettare la morte dei colleghi di lavoro e di altre persone innocenti. Non compaiono segni del trauma che una simile esperienza può lasciare. Persino la sua guarigione è troppo rapida rispetto a quella dall'alcool. Il distacco emotivo del personaggio interpretato da Denzel Washington è irreale, come se la sua mancata responsabilità nei confronti del fatto lo estraniasse da quanto accaduto.

Quando il caso passa nelle mani degli investigatori della NTSB le eccellenti doti del pilota non possono più essere ignorate. La sua azione viene riconosciuta come determinante.

Whithaker viene ossannato e applaudito. Fuori dalla sua porta c'è l'assedio dei giornalisti ma dentro di lui un male più temibile lo lacera. Benché si possa escludere che l'alcool abbia giocata la sua parte nell'incidente è di sicuro responsabile del disastro della sua esistenza. In questo cammino di autodistruzione la sua vita s'incrocia con quella di Nicole (Kelly Reilly) , tossicidipendente in lotta con se stessa.

L'attenzione si sposta sul tema dell'alcolismo in modo talmente insistente da sviare dalla tematica principale fino a far comparire il film come una sorta di pubblicità progresso prolungata, interrotta soltanto dalla vivace caratterizzazione del protagonista.

L'interpretazione di Washington è divina, degna della candidatura come miglior attore protagonista prima ai Golden Globe e successivamente agli Oscar. Peccato, però, che non fosse adeguatamente supportata. Le scene riguardanti la sciagura aerea sono essenziali, eccessivamente lineari, quasi esclusivamente tecniche. A dire il vero ci si aspettava qualche effetto speciale in più da chi ha imparato l'arte direttamente da Steven Spielberg. I passeggeri non hanno nomi, ne volti, ne storie; vengono ripresi di rado e solo per pochi secondi. Le loro emozioni sono tagliate fuori dal film. Si presume che la maggior parte di loro fossero svenuti per la carenza d'ossigeno ma è una supposizione non confermata dalle immagini. Le persone a bordo, per esser brevi, non contano. Gli incontri del protagonista avvengono quasi tutti fuori da quella circostanza. Amico spacciatore, sindacalista e avvocato a parte si tratta sempre d'incontri casuali, come per sottolineare che ci sia un qualcuno che stia portando Whip verso un dove. Emerge qui la parte cattolica dell'educazione di Zemeckis.

- Dà la colpa a Dio - suggerisce il malato in fase terminale che il comandante conosce in ospedale. Al suo risveglio, la fidanzata del copilota Ken, saluterà l'avvenuto come «un miracolo del signore benedetto» e persino la hostess Margareth dichiarerà ai giornalisti che è stato Dio a salvare l'aereo. E Whip?

Beh, lui si sente un Dio senza che gli venga detto ed é perfettamente cosciente di aver messo in atto una manovra non replicabile ma allo stesso tempo teme di essere lontanissimo dalla grazia divina e dalla sua pace.

Chissà cosa sarebbe potuto essere di questo film se solo Zemeckis avesse concesso una visione prismatica degli eventi anziché concentrarsi unicamente nel dimostrare come un uomo tanto acclamato possa rivelarsi poi un completo fallimento nella vita privata.

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Il cinema, poi io e infine Bianchina

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