Donne costrette a fingere di essere uomini. In Afghanistan e in altri paesi è una pratica corrente.

Donne costrette a fingere di essere uomini. In Afghanistan e in altri paesi è una pratica corrente.

È di recente pubblicazione il libro del premio Pulitzer Jenny Nordberg, “Le ragazze segrete di Kabul”, uscito il 16 settembre scorso per le edizioni Piemme. Un’indagine sul campo che la Nordberg ha condotto per un paio di anni, con lo scopo di documentare la situazione femminile in Afghanistan dopo la guerra che avrebbe dovuto cancellare la barbarie dei Talebani. Ciò che ha scoperto è purtroppo una pratica molto più diffusa di quanto generalmente si possa pensare: ancora oggi viene considerata una tale ignominia nascere donna, che molte bambine sono costrette ad assumere panni maschili e a rendersi attrici di un’elaborata recita sociale, nella quale tutti fingono di non sapere quale sia il loro vero sesso, ma si prestano a considerarle a tutti gli effetti dei “maschi”.

Il vantaggio di tale finzione sociale è quella di consentire alle famiglie un sollievo dalla “disgrazia” di avere figlie femmine (la madre può anche essere picchiata selvaggiamente quando mette al mondo una femmina), e di acquisire un membro della famiglia che gode di diritti in seno al contesto sociale, mentre una femmina non ne possiede. La “recita” può finire quando la ragazza arriva all’età dello sviluppo, durante la quale può riacquistare il proprio genere: ma il nuovo vantaggio per la famiglia è che adesso la femmina può essere considerata merce di scambio attraverso il matrimonio.

Oltre che in Afghanistan pratiche simili sono state riscontrate in Kosovo e nelle zone montuose dell'Albania settentrionale, dove il fenomeno delle “Vergini giurate”, cioè di donne che assumono il diritto di proclamarsi uomo, di comportarsi come uomo e di acquisire tutti i diritti di un uomo, è ancora presente. A tali donne viene però preclusa per tutta la vita una qualsiasi forma di sessualità. Dal giuramento di essere uomo per sempre non si può tornare indietro, perché la pena sarebbe la morte. Anche in questo caso le motivazioni di una simile pratica sembrano risiedere in una funzione socio-economica: per consentire l’eredità alla figlia in assenza di figli maschi, o per evitare vendette fra clan, se la ragazza osava rifiutare il matrimonio che le era stato prescelto.

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