Sotto la cintura

Sotto la cintura


Gli spot elettorali hanno da sempre il merito e la colpa di decidere le sorti dei candidati americani. Dallo spot contro John Kerry del 2004 travolto dalle menzogne, allo spot contro Obama uscito proprio in questi giorni. Sono i colpi sotto la cintura che distruggono chiunque.

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Nel 2004, il candidato democratico alla Casa Bianca era il veterano del Vietnam John Kerry. Kerry, lanciatissimo verso l'elezione, fu travolto da uno scandalo ad opera di alcuni suoi commilitoni che in un video dimostrarono che il candidato democratico non fu un eroe di guerra, ma un semplice combattente e per di più con scarso valore.

Quello spot fu commissionato dal Swift Boat Veterans, un gruppo di veterani non legati ufficialmente ai repubblicani e a W. Bush. In gergo quel tipo di campagna discriminante si chiama “Swift Boat”, dal nome del gruppo che lo creò per primo.

Da alcuni giorni su internet e nelle tv Usa gira uno spot simile contro Obama. Si parla di bin Laden e approssimativamente dice così: «Sono gli eroi che lo hanno colpito che dobbiamo ringraziare, non chi usa quella morte per la sua campagna politica». Questo è il primo di una lunga serie di spot che repubblicani e democratici metteranno in campo prima delle elezioni di inizio novembre.

Lo spot contro Obama in realtà è molto più debole rispetto a quello contro Kerry: non ci sono veterani che parlano, né Seals, né Marines. Solo una voce fuori campo che parla sopra le immagini di Obama che spiega agli americani della morte del Re del Terrore.

E' debole il filmato perché nell'immaginario collettivo il merito dell'uccisione di bin Laden va indubbiamente al presidente statunitense. E' lui che ha ordinato l'attacco; è a lui che spettava l'ora dell'attacco; perché è lui il Capo delle Forze armate. Inoltre, a differenza del Swift Boat Veterans, gli organizzatori della campagna sono legati al partito repubblicano e ad Americans for Prosperity, il gruppo formato dagli oltranzisti di destra in cui spiccano i nomi dei miliardari fratelli Koch, principali finanziatori dei candidati del Tea Party nel 2010.

La campagna attuale vedrà scontrarsi nei prossimi mesi sia democratici che repubblicani, senza esclusione di colpi e senza badare alla sostanza o alla verità. Come al solito le elezioni americane sia avviano a diventare una caterva di emozioni di basso profilo e di colpi sotto la cintura. L'elezione a presidente degli Stati Uniti è più una questione di soldi, che una questione politica.

Un'altra notizia stavolta riguarda il candidato repubblicano Mitt Romney. Siamo ancora nel 2004, e si parla sempre dei profili dei candidati colpiti sotto la cintura.

Mitt Romney qualche giorno fa ha perso il portavoce per la politica estera Richard Grenell pressato per la sua omosessualità. Ai gruppi pro-famiglia e religiosi legati all'ex governatore del Massachusetts, non piacevano le preferenze sessuali dell'uomo, quindi hanno pressato sia Romney, ma soprattutto Grenell, e alla fine l'hanno avuta vinta.

Nel 2004, Romney, da governatore del Massachusetts, approvò una legge a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Il capo dell'ufficio per i servizi all'infanzia locale, Ardith Wieworka, sposò la sua compagna in base alle legge appena approvata. In quel periodo Romney era a Washington per sostenere un emendamento a favore del matrimonio gay, appena tornò a Boston licenziò la Wieworka. Romney ha sempre negato che il licenziamento fosse avvenuto per discriminazione sessuale, ma il succo del discorso è un altro: i candidati, tutti senza eccezione, cambiano facilmente opinione in base ai benefici elettorali che possono acquisire, che lo vogliano o no.

Allora, come governatore di uno Stato con tradizione democratica (è da sempre il feudo dei Kennedy) e liberal, Romney ha favorito il matrimonio gay, poi, col tempo, si è spostato più a destra ragionando cinicamente sul futuro. Quest'anno alle primarie ha cercato i voti del Tea Party, per poi spostarsi verso il centro adesso che servono i voti dei moderati e liberal.

Tornando al presente, un sondaggio sulla Virginia commissionato dal Washington Post, dà al presidente un vantaggio di circa sette punti. E' un buon segnale per Obama: la Virginia non è affatto uno Stato progressista.


Bio autore

Si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona

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