L’Europa delle larghe intese

L’Europa delle larghe intese

In Europa il trend delle larghe intese sopravvive e prospera: governi guidati dalla destra con maggioranza anche di sinistra e viceversa che, dopo essersi combattuti senza sconti per periodi più o meno lunghi, si ritrovano adesso a coabitare per colpa - o merito - dell'urna elettorale o della crisi finanziaria. O entrambe le cose.

Grosse Koalition. Non c'è ancora nulla di ufficiale dalle parti di Berlino reduce dal voto. Settimana prossima i due principali partiti, i socialdemocratici di Peer Steinbrueck e i cristianodemocratici di Angela Merkel, si incontreranno per decidere se formare assieme il governo o andare al muro contro muro per arrivare non si sa dove. Del resto le alternative sono poche, anzi non ce sono proprio. I tedeschi tra l'altro non sono nemmeno troppo abituati alle grosse coalizioni, a differenza dei cugini austriaci che praticamente ci convivono: socialdemocratici e popolari sono stati insieme ininterrottamente dal 1945 al 1987 e poi, l'ultima in odine di tempo, dal 1987 a oggi con la sola parentesi 2000-2007 quando cancellieri furono Wolfgang Schuessel e Jorg Haider. I tedeschi, dicevamo, hanno formato le intese trasversali solo tra il 1966 e il 1969, quando gli alleati liberali del Cdu furono invitati a lasciare il governo e il loro posto fu preso dai socialdemocratici, e tra il 2005 e il 2009 quando sempre l'Spd e i Verdi dovettero allearsi con la Merkel facendo fuori i radicali Linke. Oggi invece è diverso: la disfatta dei liberali, finiti per la prima fuori dal Bundestag dal dopoguerra, hanno costretto il Cdu e la cancelliera a cercare la sponda della Spd, solo che stavolta Steinbrueck avrà molto meno potere negoziale in sede di formazione del governo. In Austria, e chiudiamo il cerchio, è esattamente l'opposto: la coalizione di centrosinistra ha vinto le elezioni con tre punti di vantaggio sui popolari conservatori, ma a Vienna l'ascesa dei partiti populisti e di destra fanno la differenza.

Grande freddo. Nei paesi del nord Europa in cui coesistono più anime politiche le cose vanno decisamente meglio. In Belgio, ad esempio, il lunghissimo vacuum esecutivo durato più di 500 giorni ha portato ad un governo di larghissime alleanze formato dai socialisti del premier Elio Di Rupo, dal Centro umanista-democratico, dai socialdemocratici fiamminghi, dal Movimento riformatore, dai cristiano-democratici delle Fiandre e dai libdem, sempre delle Fiandre. In Olanda fanno le cose semplici: la coalizione di governo è formata dal Partito popolare per la libertà e la democrazia del primo ministro Mark Rutte (conservatore) e dal Partito laburista guidato da Diederik Samsom. In Scandinavia (e Finlandia) a guidare il paese sono sei partiti: i Verdi, l’Alleanza di sinistra, i socialdemocratici, i centristi di sinistra del Partito della Coalizione Nazionale (centrodestra) di cui fa parte il premier Jyrki Katainen, i cristiano-democratici e il partito della minoranza svedese, entrambi conservatori. Infine i britannici. In Irlanda governa il Fine Gail, che fa parte del Partito popolare europeo, che a sua volta si dovuto alleare con i laburisti dopo il voto del 2011. Le urne non avevano assicurato una maggioranza chiara come nel Regno Unito, dove per la prima volta dopo Churchill, è nata una coalizione antropomorfa tra i libdem di Nick Clegg e i Tory di David Cameron (vogliamo parlarne della Gran Bretagna?). Queste ultime in realtà non sono larghe intese in senso stretto: manca l’anello di sinistra dei Labour.

Madre Russia. Negli ex paesi comunisti le alleanze trasversali sono meno prepotenti dal punto di vista numerico. A Ljubljana  il capo del governo è Alenka Bratušek - prima donna premier e leader del partito conservatore Slovenia Positiva - dopo il ribaltone al governo guidato da Janez Janša del Partito Democratico Sloveno condannato per concussione nel 2013. Sotto lo stesso tetto troviamo i socialdemocratici, il partito dei pensionati e i centristi della Lista Civica. In Romania la coalizione di governo è composta dai socialdemocratici del primo ministro Victor Ponta e da due formazioni di destra: il Partito conservatore e il Partito liberale nazionale. A tenerli insieme, a quanto si legge dalle cronache, è la fame di potere. In Repubblica Ceca si voterà a fine mese e i sondaggi danno favoriti i socialdemocratici ma con una maggioranza relativa. Quindi dovranno cercarsi un socio che potrebbero essere i comunisti, oppure il Partito civico democratico o ancora ANO 2011, la formazione conservatrice del “Berlusconi di Praga” Andrej Babis, il che darebbe vita a un governo bicefalo tra sinistra e destra. Stesso dilemma in Bulgaria anche se un governo in carica c'è: a Sofia la maggioranza di sinistra sta in piedi con lo scotch e le proteste popolari potrebbero portare ad elezioni anticipate, se ciò accadesse non è per niente escluso un governo formato sia da sinistra che da destra o addirittura potrebbe nascere una coalizione sinistra-destra.

Grecia. Sotto l'Acropoli l'aria che tira è mefistofelica oltre che cupa. Ci sono volute due elezioni a breve distanza l'una dall'altra per portare un po' di pace - eufemisticamente parlando - nel paese più saccheggiato d'Europa. I conservatori di Nea Dimokratia hanno vinto numericamente le elezioni e Antonis Samaras ha formato un governo con i socialisti di Pasok e con Sinistra democratica (Dimar). I maligni dicono che non è Samaras a governare ma la Troika, tant'è che Dimar è uscita dalla maggioranza e le larghe intese sono diventate meno larghe. E infine Cipro, ma lì è un caso a parte.

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Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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