Il format del terrorismo internazionale

Il format del terrorismo internazionale

Quante volte, negli ultimi decenni, abbiamo visto svolgersi le stesse scene di rabbia contro i simboli degli Usa e dei loro alleati in Medio Oriente alle quali assistiamo in questi giorni? Iniziamo da un episodio tanto violento e traumatico quanto poco noto da noi. Si tratta dell’occupazione della Grande Moschea della Mecca, il luogo più santo dell’islam, da parte di una truppa scalcagnata di beduini guidata da un sedicente profeta apocalittico e dal suo messia, il 20 novembre 1979, all’inizio del mese del pellegrinaggio.

L’attacco avviene nel corso di uno degli anni più tumultuosi della storia mediorientale recente. La rivoluzione iraniana ha travolto all’inizio del 1979 la monarchia dei Pahlevi, a ottobre un plebiscito di consensi ha approvato la nuova costituzione che trasformerà il paese in una repubblica teocratica; pochi giorni prima dei fatti della Mecca, il 4 novembre, un gruppo di “studenti” sostenitori dell’ayatollah Khomeini ha preso in ostaggio il personale dell’ambasciata americana a Teheran, in quello che si può considerare il vero inizio di questa serie.

La reazione titubante della monarchia saudita e l’incredibile incapacità delle forze militari saudite di mettere fine all’occupazione della Grande Moschea, unite al comportamento incerto della diplomazia americana (siamo durante la presidenza Carter) quando la notizia comincia a trapelare, permettono a Khomeini di denunziare l’occupazione come “un fatto criminale perpetrato da bande di sionisti e imperialisti e organizzato dai servizi segreti americani”. Questo dà il via a una serie di attacchi violentissimi ad ambasciate e obiettivi americani, dall’India al Pakistan – dove, a Islamabad, l’ambasciata americana fu data alle fiamme - alla Penisola arabica fino alla Libia, in cui l’ambasciatore americano a Tripoli riuscì per un soffio a sfuggire alla sorte toccata invece a Christopher Stevens nell’attacco di Bengasi.

Nell’ottobre 1983 un’auto-bomba provoca la morte di 241 soldati americani della forza multinazionale di stanza a Beirut e di 58 francesi. L’attentato, che seguiva di pochi mesi quello che aveva distrutto l’ambasciata americana di Beirut, provocando oltre 60 vittime, fu attribuito a elementi shiiti appartenenti a quella che sarebbe divenuto poco dopo Hizbullah, organizzazione nata dal diretto intervento dell’Iran nella guerra civile libanese. Nel 1989, è ancora Khomeini a invitare con una fatwa a uccidere lo scrittore indiano Salman Rushdie per I versetti satanici, accusandolo di blasfemia e di sacrilegio verso la persona del profeta Muhammad. Rushdie sarà sottratto alla condanna e affidato alla protezione del governo britannico dall’intervento grazioso di Margaret Thatcher, ma l’incitamento alla violenza si rivolgerà contro obiettivi inglesi e americani in tutto il mondo.

Khomeini si può dunque considerare l’inventore del “format” che prevede di colpire obiettivi occidentali, e americani in particolare, ogni volta che occorre distogliere l’attenzione del mondo islamico e occidentale dalla politica del regime, oscurando nella scia di violenze e attentati l’opposizione laica e di una parte del clero shiita alla costituzione (1979), il tentativo, riuscito, di ridare fuoco alla polveriera libanese (1983), la fine ingloriosa della guerra con l’Iraq (1989). In tempi più recenti, il format è stato ripreso da gruppi che s’ispirano all’islam radicale (oggi li chiamiamo salafiti, ieri jihadisti), nati dall’innesto del progetto teocratico khomeinista nel mondo sunnita, e usato contro obiettivi occidentali per forzare un cambiamento politico attraverso distruzioni estese e l’oscuramento della ragione.

L’elenco è lungo: gli episodi più noti sono gli attentati al World Trade Center del 1993 e quelli dell’11 settembre 2001, accompagnati da imponenti manifestazioni anti-americane in tutto il mondo arabo e islamico, ma ne fanno parte anche la campagna di violenze seguita alla pubblicazione dei fumetti danesi su Maometto (2005) e quella, nello stesso anno, provocata dalla presunta profanazione di pagine del Corano a Guantanamo. Se è azzardato parlare di coincidenze nella storia mediorientale – quando mai, nell’ultimo secolo, un evento tragico non vi ha coinciso con capovolgimenti drammatici? – queste campagne di violenza appaiono però associate con momenti in cui nel mondo arabo e islamico si apre (o potrebbe chiudersi) una prospettiva di stabilizzazione o l’inizio di un processo di democratizzazione.

Così, il primo attentato al WTC avviene nell’anno degli accordi di Oslo; l’11 settembre segue al ritiro israeliano dal Libano e allo scoppio della seconda intifada in Israele; l’affare dei fumetti danesi e quello del Corano profanato scandiscono l’escalation della guerra civile in Iraq, che sembra travolgere la precaria ricostruzione politica del dopo-Saddam. Pensare che la guerra all’Occidente in corso sia stata realmente scatenata da una grottesca recita in costume della quale niente si sa per certo, parodia di una parodia alla Monthy Pyton, è quantomeno superficiale.

Come è stato osservato da altri analisti, le violenze in corso sono destinate a influire sulla lotta per il potere all’interno dei paesi toccati da quella che è stata definita troppo speranzosamente la “primavera araba”, rafforzando la posizione della minoranza salafita in Tunisia, Libia ed Egitto e comunque indebolendo la posizione dei già precari governi civili in carica. L’unica risposta possibile non è associarsi alla condanna della blasfemia (crimine che, ricordiamolo, non esiste più come tale nel diritto occidentale) e chiedere la rimozione da Youtube del filmetto di Bacile (ossia Innocence of Muslims), ma sostenere e rafforzare questi governi contro l’attacco dei sostenitori di regimi autoritari teocratici in Medioriente.

About the Author

Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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