“Ho versato a Penati tra i venti e i trenta milioni al mese”

Lo ha denunciato alla magistratura di Milano l'imprenditore Piero Di Caterina in un lungo interrogatorio reso al pm Laura Pedio nell'ambito dell'inchiesta sull'area Montecity-Santa Giulia. Il verbale ora è agli atti dell'indagine dei pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia su un presunto giro di tangenti per la realizzazione di grossi interventi edilizi sulle aree ex Falck e Marelli, altre operazioni immobiliari sospette attraverso una serie di società e la gestione del Sitam, il Servizio Integrato Trasporti Alto Milanese, indagine nella quale Penati è indagato con altre persone, con un capitolo nel quale si ipotizza il reato di finanziamenti illeciti ai partiti e che coinvolge anche la vicenda della «finta caparra da due milioni» e per la quale è indagato l'imprenditore Bruno Binasco e amministratore del gruppo Gavio.

Secondo quanto si è saputo, Di Caterina ha denunciato di aver versato 20-30 milioni di lire al mese all'ex sindaco di Sesto San Giovanni in un periodo che parte già dal 1994 e arriva al 2003 per le spese del partito. A un certo punto, però, l'imprenditore, che si è definito "concusso" e ha parlato di una serie di "ostacoli e lungaggini" da parte dall'amministrazione locale "per il rilascio delle autorizzazioni edilizie", ha deciso di chiedere indietro il denaro versato nel tempo. La restituzione, in base ai primi accertamenti, sarebbe avvenuta in due periodi e in modi diversi: prima attraverso la riscossione da parte di Di Caterina di una tranche da 2 miliardi e mezzo di lire circa - pervenuti all'imprenditore in contanti da una banca lussemburghese - della tangente da circa 5 miliardi e settecento milioni che sarebbe stata versata a Penati dal costruttore Giuseppe Pasini; dopo tramite Bruno Binasco, definito una sorta di "cavaliere bianco" che ha versato a Di Caterina, secondo l'accusa su indicazioni sempre di Penati, altri due miliardi attraverso una caparra immobiliare. Per questo Binasco è finito sotto inchiesta così come, ma per tutt'altra vicenda che riguarda strettamente l'ex area Falck, l'immobiliarista Luigi Zunino e il "re delle bonifiche" Giuseppe Grossi. Penati si è sempre dichiarato estraneo ai fatti e ha parlato di ricostruzioni "contraddittorie".

Nuovi indagati. “Triangolazione per fare arrivare soldi al partito nel 2008-2010 ”. La procura di Monza ha iscritto nel registro degli indagati Bruno Binasco per aver finanziato illecitamente con 2 milioni di euro nel 2010 il leader del Pd lombardo, Filippo Penati, attraverso un meccanismo che ruota attorno a una caparra. Lo riporta il Corriere della Sera che ricorda come Bruno Binasco venne arrestato nel 1993 per aver finanziato illecitamente il Pci tramite “il compagno G”, Primo Greganti, con 150 milioni di lire di mancata restituzione di interessi su una caparra immobiliare.

“Anche in questa vicenda, come già per i 4 miliardi di lire in contanti che il costruttore e consigliere comunale di centrodestra Giuseppe Pasini dice di aver dato all’estero nel 2001 a due fiduciari dell’allora sindaco ds di Sesto San Giovanni (il futuro capo di gabinetto Giordano Vimercati e l’imprenditore del trasporto urbano Piero Di Caterina), il percorso dei soldi ipotizzato dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia non è rettilineo, ma triangolato: un finanziamento illecito perfezionato a fine 2010 (quando Penati era capo della segreteria di Bersani) benché ideato nel 2008 (quand’era presidente della Provincia di Milano), secondo lo schema di una simulata trattativa d’acquisto da parte di Binasco di un immobile dell’imprenditore Di Caterina, quello che ha rivelato ai pm di aver finanziato il partito di Penati nella seconda metà anni 90, a volte anche con 100 milioni di lire al mese”, scrive il Corsera.Il finanziamento illecito, alla fine, avrebbe assunto la forma di una caparra immobiliare versata dal 66enne Binasco, più volte arrestato in Mani pulite ma quasi sempre sgusciato tra prescrizioni e assoluzioni. Storico braccio destro dello scomparso nel 2009 Marcellino Gavio, e amministratore “delegato della cassaforte del gruppo (che gestisce 1.200 km di autostrade, è primo azionista di Impregilo e macina 6 miliardi di euro di fatturato), Binasco firma nel 2008 un contratto preliminare per l’acquisto di un immobile di Di Caterina, valutato in partenza a un prezzo molto alto”. Ma, nel farlo, “Binasco verga a mano una clausola che prevede che Di Caterina incameri una caparra generosissima, di ben 2 milioni di euro, nel caso in cui Binasco non eserciti l’opzione d’acquisto entro il 2010. E’ esattamente quello che accadrà, ma che per gli inquirenti “doveva” accadere sin dall’inizio: Binasco nel 2010 lascia decadere l’opzione, e così effettua quello che l’accusa qualifica finanziamento illecito di 2 milioni al pd Penati, perché in questo modo estingue nel 2010 un «debito» che Penati nel 2008 si era visto reclamare dal finanziatore Di Caterina” .Nelle mani degli inquirenti - riporta sempre il Corsera - è caduta una missiva molto aspra indirizzata nel 2008 da Di Caterina non solo all'ex sindaco ds di Sesto San Giovanni ma anche a Binasco, sequestratagli nel portafoglio dai finanzieri della polizia giudiziaria milanese nel luglio 2009: «Nel corso degli anni, a partire dal 1999, ho versato a vario titolo, attraverso dazioni di denaro a Filippo Penati, notevoli somme» di cui «il sottoscritto ha cercato di tornare in possesso, ma, salvo marginali versamenti, senza successo. Penati ha promesso di restituire, dopo estenuanti mie pressioni, proponendo nel tempo varie opzioni che si sono rivelate inconcludenti fino a quando ha proposto l'intervento del gruppo Gavio». Ma «ad oggi non è stato effettuato nessun ulteriore versamento, e ciò mi ha costretto a ricominciare nuovamente ad effettuare pressanti azioni di sollecito». Di Caterina prende atto che «Binasco ha di fatto tentato di chiamarsi fuori», e peraltro «avrebbe potuto tranquillamente non entrarci»: segno che il pagamento a Di Caterina non è qualcosa che riguardi Binasco, ma qualcosa che a Binasco viene chiesto di adempiere per conto altrui. «Vi sollecito a rispettare gli impegni assunti nelle modalità», avverte Di Caterina nella lettera a Penati e Binasco, perché gli «accordi raggiunti» sono «vitali anche per il proseguimento delle attività lavorative». Perciò «vi invito a trovare conclusioni ai contenziosi che ci vedono interessati, per me di enorme gravità».Sono calunnie o millanterie o un'altra di quelle «parziali, contraddittorie e unilaterali ricostruzioni» che ieri in una dichiarazione Penati lamenta e ai quali si ribadisce «totalmente estraneo»? Fatto sta che nel novembre 2008 la trattativa immobiliare produce il suo scopo: liquidare a Di Caterina 2 milioni dietro lo schermo della caparra di Binasco e con il contributo tecnico di un professionista di Binasco ritenuto vicino a Penati, Renato Sarno (tra gli otto perquisiti mercoledì). E alla fine del 2010, puntuale, arriva la rinuncia di Binasco a esercitare l'opzione d'acquisto: Di Caterina si tiene l'immobile e incamera i 2 milioni di euro di caparra.

Nella sua lettera del 2008, Di Caterina si congedava da Penati e Binasco non proprio leggiadramente, «diffidandovi dall'assumere atteggiamenti minacciosi e offensivi» e «ricordandovi che non si può giocare cinicamente con la vita degli altri. Tutto ha un limite».

"Le indagini avviate dalla magistratura su presunte tangenti pagate da imprenditori sulle aree Falck di Sesto mi hanno profondamente colpita. Prima di tutto perché coinvolgono persone che conosco da molto tempo e con cui ho vissuto i difficili anni di governo della città, quando le fabbriche chiudevano e gli operai rimanevano senza lavoro. In quel tempo, Sesto sembrava perdere la sua identità industriale ed era difficile immaginare un futuro diverso. Dopo quel periodo ognuno di noi ha fatto scelte in ambito politico anche differenti, ma ho mantenuto stima e rispetto nei loro confronti.

Nel frattempo Bassoli (PD) arriva a difesa di Penati: «Apprezzo il fatto che Filippo Penati abbia dato le dimissioni da vicepresidente del Consiglio Regionale della Lombardia. Una decisione che dimostra la sua attenzione a salvaguardare le istituzioni e che non va considerata come un atto dovuto, visto che siamo ancora nell’ambito delle indagini. Lo stesso vale per l'assessore Pasqualino Di Leva, che ha restituito la sua delega al Sindaco Giorgio Oldrini. Penso che occorra evitare di lasciarsi trascinare da giudizi sommari sull'onda di un'antipolitica che ormai è dominante nel nostro Paese e che rischia di distruggere un sistema democratico che si basa sui partiti e sulle istituzioni, prima fra tutte il Parlamento. Mi ha fatto male che sulla stampa si parli di "metodo Sesto", un modo facile e – lasciatemelo dire – volgare per  colpire la città, storicamente forte e onesta, che ha sempre posto valori profondi alla base del suo autogoverno e della sua convivenza civile.»

È di ieri poi la notizia di quotidiani e altri media che anche il sindaco attuale, Giorgio Oldrini, è indagato. Ma il sindaco ha riferito di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia, e, oltretutto, di aver appreso la notizia dai giornali. Sono del parere che scrivere notizie che anticipano presunte mosse della magistratura dandole per fatte, specialmente ancora prima che i diretti interessati lo sappiano, sia un grave errore per le persone coinvolte ma anche per la credibilità dell'informazione stessa. Il Partito Democratico e noi tutti dobbiamo continuare con serenità il nostro impegno, fiduciosi nel lavoro della Magistratura e nelle persone che per anni hanno governato la nostra città e che, sono certa, sapranno dimostrare la loro estraneità ai fatti".

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Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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