Il Pd si spacca sull’art. 18

Il Pd si spacca sull’art. 18

Cgil verso lo sciopero generale, Cisl Uil e Ugl chiedono correttivi in Parlamento.  Bersani da Vespa: Monti non dica prendere o lasciare». Rosi Bindi: "Vogliamo essere rispettati nella nostra dignità".

Il Pd si spacca sull'art. 18, la Cgil verso lo sciopero generale

La Cgil verso lo sciopero generale

La Cgil proclama lo sciopero generale, le altre confederazioni chiedono al Parlamento correttivi per migliorare la riforma disegnata dal governo. Rosi Bindi: "Ci auguriamo che il Governo non si presenti con un decreto legge perché offenderebbe sia il Parlamento sia le forze che lo sostengono. Vogliamo essere rispettati nella nostra dignità, e questo non è accaduto". Bersani ospite ieri sera a Porta a Porta: «Aggiustiamole le regole del mercato del lavoro, ma con quale logica? Le aggiustiamo alla tedesca, non all'americana»

Lo strappo con la Cgil. «Che cosa faremo? Abbiamo proposto al direttivo la proclamazione di sedici ore di sciopero [...] e individueremo, quando conosceremo il percorso parlamentare, una data in cui una parte di questo pacchetto verrà usato per fare uno sciopero generale con le relative manifestazioni». Questa, nelle parole del segretario della Cgil Susanna Camusso, la linea che il maggior sindacato italiano seguirà nei prossimi giorni. Linea corroborata anche dal leader dei metalmeccanici della Fiom Landini: «Questo provvedimento è grave, siamo pronti a tutto, lo contrasteremo con ogni mezzo».

Gli altri sindacati. Cisl, Uil e Ugl hanno parole di misurata soddisfazione sul disegno complessivo della riforma. Forse meno calorose quelle di Luigi Angeletti, leader della Uil: «Il Parlamento è fatto da soggetti, non è una categoria astratta. Ci sono i partiti e i gruppi parlamentari. Quindi la via più efficace secondo noi è quella di intervenire sui gruppi parlamentari». I sindacati hanno però ben chiaro una cosa: di fronte ad un governo tecnico che non si cura degli scioperi, ora c'è solo una cosa da fare. Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl: «Sull'articolo 18 abbiamo trovato un compromesso, che può essere ancora migliorato certo. Il Parlamento se ci dà una mano noi gli chiediamo una mano». Giovanni Centrella, segretario generale dell'Ugl: «Visto che si fa un verbale e che va a finire alle Camere, le Camere inizino a fare dei 'correttivi' alla riforma che proporrà il governo, ad esempio reimmettere la reintegra anche in quelli che sono i licenziamenti economici». Susanna Camusso, segretario confederale Cgil: «Ciò che noi diciamo a tutta la politica è: provate a domandarvi se in Parlamento potrete approvare delle norme che cambiano così strutturalmente la tutela del lavoro e la tutela dei diritti dei lavoratori. Forse è meglio che non lo facciate».

L'imbeccata al Pd. Messaggio, questo del leader Cgil, rivolto soprattutto al Pd. Tutti sono d'accordo, nonostante quello che ha detto il governo, la riforma dell'articolo 18 non si potrà applicare ai dipendenti pubblici: «Siccome il ministro e il presidente del Consiglio da ieri vanno dicendo che in realtà loro hanno fatto un'operazione di estensione dell'articolo 18, per quel che riguarda i licenziamenti discriminatori noi siamo preoccupati che si dicano così esplicitamente delle bugie. - attacca la Camusso - In Italia non si  licenzia perché neri, ebrei o gay, il governo sembra voler portare in Asia le immagini che in Italia si può licenziare facilmente. Scarica su lavoratori, pensionati e pensionandi il risanamento mostrando di non avere attenzione alla coesione sociale».

Unità sindacale. L'accordo separato brucia ancora ai sindacalisti. «Abbandonare l'unità è stato un errore gravissimo di Cisl e Uil» attacca Camusso. «Si discute solo dell'articolo 18. Ho il timore che si faccia politica più che sindacato. La si faccia però lo si dica» la pronta risposta di Bonanni.

Bersani e la riforma. Rinviare i commenti ufficiali, anche solo di qualche ora. Bersani preferisce prendere tempo, raccogliere le idee, misurare lo smarrimento del Pd diviso tra filo-Monti e filo-Cgil. E l'ira della base - che arriva da Facebook - senza contare la linea anti-governo di Vendola e di Di Pietro. Il primo sfogo del segretario è rubato dal colloquio in Transatlantico con il capogruppo in commissione Lavoro Cesare Damiano: «Se devo concludere la vita dando l'ok alla monetizzazione del lavoro, io non la concludo così. Non so come faremo, ma io non la concludo così. Non lo faccio, per me è una roba inconcepibile». Non so come faremo, sussurra Bersani evidentemente non troppo piano.

Il Pd si spacca sull'art. 18, la Cgil verso lo sciopero generale

Pier Luigi Bersani ieri sera ospite a Porta a Porta

Bersani da Vespa. «È una questione di diritti dei cittadini: il lavoratore non può essere messo in condizioni di debolezza, questa cosa va corretta. C'è il Parlamento e si corregge e il Pd si prende la briga e l'impegno di trovare le strade per correggere» - dice Bersani ospite ieri sera a Porta a Porta da Vespa - «Aggiustiamole le regole del mercato del lavoro, ma con quale logica? Le aggiustiamo alla tedesca, non all'americana» dice il segretario. Sull'articolo 18 «è venuta fuori una cosa che non condivido - dice Bersani - perché con questa norma ci saranno solo licenziamenti per cause economiche». Poi su Twitter il suo staff chiarisce il pensiero del leader Pd: «Nessuno ti dirà che ti licenzio perché sei nero o gay. Inventeranno un motivo economico». Bersani dice che il governo Monti, in ogni caso, non rischia. «Non credo - ribadisce - perché i prossimi giorni chiariranno meglio la situazione. Noi conosciamo questi temi, li frequentiamo, altri li frequentano meno, ma più passano i giorni e più si vede meglio cosa vogliono dire nella coscienza collettiva». Ma allo stesso tempo il leader del Pd rifiuta gli aut aut: «Monti non può dirci prendere o lasciare».

Il Pd spaccato. Il giorno dopo della Camusso e la decisione del governo di tirare dritto con l'articolo 18 isolandola, è un giorno nerissimo al Largo del Nazareno, i sospetti sono tutti contro tutti. La tesi dei bersaniani, appoggiata anche da Franceschini e Rosi Bindi, è che Monti non ha rispettato i patti. Che il governo, dopo aver promesso alla Cgil il modello tedesco per l'articolo 18, ovvero affidare al giudice la possibilità di scegliere tra il reintegro e l'indennizzo in casi di licenziamenti sia disciplinari che economici, ha poi scelto la forzatura: solo indennizzo per quelli economici facendo saltare il banco.

L'amarezza di Rosi Bindi. La freddezza del Pd era palpabile in aula durante il voto di fiducia. Sfilata di omaggi di Pdl e Udc a Monti e Fornero, nessun saluto dal Pd. «Quanto a me risulta nell'ultima cena a Palazzo Chigi era stato assicurato che il progetto di riforma si sarebbe chiuso con l'accordo di tutte le parti sociali. C'è stato un accordo sul modello tedesco per quanto riguarda l'articolo 18, che però non è quello proposto ieri. La Germania è in Europa mi pare, - schernisce la Bindi - e quindi penso ci sia ancora lo spazio perché il governo riconsideri quel modello sul quale ci sarebbe l'accordo di tutte la parti sociali». Sulla lealtà al governo la presidente del Pd è molto chiara: «Ci auguriamo che il governo non si presenti con un decreto perché sarebbe offensivo nei confronti del Parlamento e delle forze politiche che lo sostengono, perché su questa riforma occorre l'accordo con le parti sociali e una larga discussione in Parlamento. Noi sosteniamo lealmente questo governo, ma vogliamo essere rispettati nella nostra dignità. E questa volta non è accaduto».

I montiani del Pd. Enrico Letta, i veltroniani e Beppe Fioroni - ovvero i montiani del Pd - con questo e solo con questo concordi con i bersaniani, puntano alle modifiche in Parlamento sul fatto che grazie anche al pressing del Quirinale irritato per la piega presa dagli eventi per la gestione da parte della Cgil e del Pd, il governo non faccia altre forzature, scelga la strada del disegno di legge o della delega o quella mista: decreto solo per le parti condivise, il resto disegno di legge. Soprattutto sperano che Monti si sia tenuto l'asso nella manica: concedere la possibilità del reintegro anche per i licenziamenti economici. Una speranza, ma «il momento è delicato davvero» dice Enrico Letta.

La paura dello strappo. Nelle file veltroniane affiorano poi altri sospetti: che Bersani e i suoi, se il governo fornisse il pretesto, possano cedere alla tentazione dello strappo per andare alle elezioni con la legge elettorale attuale e ripristinare la foto di Vasto contro il tweet di Casini.

About the Author

Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
free vector