L’Italia non andrà in default

L’Italia non andrà in default

Si chiama default quando uno Stato non è più capace di pagare tutto o in parte il proprio debito. Di solito è preceduto da una crisi economico-finanziaria come sta accadendo in questi mesi alla Grecia: la pressione dei creditori aumenta al punto che le misure economiche adeguate non riescono più a soddisfare i creditori, per cui uno Stato rischia il fallimento e, quindi, il default. L'Italia non è a rischio default.


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Tecnicamente è molto raro che un paese non riesca più  a pagare tutto il proprio debito, difatti nella maggior parte dei casi si risolve con la ristrutturazione del debito trattando direttamente con i creditori: si promette di pagare una parte del dovuto in un periodo di tempo più lungo. Questa soluzione è stata intrapresa dal governo greco pur non avendo mai mancato una scadenza.

Storicamente i default sono avvenuti per motivi differenti - guerre, picchiata dei prezzi sui beni di consumo, un debito molto alto per parecchio tempo... - mentre per l'aspetto finanziario i segnali d'allarme arrivano solitamente da un eccessivo rialzo dei tassi d'interesse, la svalutazione eccessiva della moneta locale oppure perché si fatica a a piazzare i titoli di stato.

C'è un caso però che implica automaticamente il default: quando il differenziale tra debito pubblico e Pil - cioè tra il debito dello stato e la crescita economica - raggiunge il duecento per cento. Questa di solito è prassi acclarata globalmente, però ci sono dei casi in cui questa regola non crea particolari problemi. Il Giappone da anni è al limite del 200 per cento, ma con tutto ciò non incide minimamente sulla stabilità dello stato nipponico.

In molti casi il default è momentaneo, e per la ricchezza complessiva dello stato il fallimento lo si risolve in un tempo particolarmente breve. Il problema del default, infatti, non è tanto il pagamento dei debiti perché prima o poi avviene con abbastanza solerzia, quanto la credibilità che quel paese riuscirà a ridare agli investitori (soprattuto stranieri) e alle banche le quali sono sempre i maggiori creditori. Ciò non elimina, naturalmente, le conseguenze finanziarie sul sistema bancario locale e internazionale: piazzare titoli di stato senza l'ausilio del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale è praticamente impossibile.

In Europa i casi di fallimento sono stati pochissimi dal dopoguerra ad oggi. A parte la Germania subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, forse solo la Moldavia, nel 2002, dichiarò fallimento per cifre considerevoli. Nel resto del mondo le cose vanno molto diversamente. Negli ultimi dieci anni l'Argentina, l'Uruguay, il Belize, la Repubblica Domenicana e l'Ecuador hanno dichiarato fallimento per un totale di 93 miliardi di dollari circa. In quasi tutti casi i paese estinsero i debiti rinegoziandoli, mentre il FMI e Banca Mondiale sono arrivati in soccorso all'Argentina nel 2001 per sanare il debito di 82 miliardi di dollari che aveva con gli investitori stranieri.

La Grecia oggi è tecnicamente in default, anche se in realtà il paese ha liquidità sufficiente per pagare i debiti. Questo per merito della Comunità Europea che ha reso possibile una serie di interventi coadiuvati dalla promessa di fare il possibile - ridurre gli sprechi in primis - per abbassare il debito e risanare l'economia ellenica. Sarà dura per la Grecia, ma non è affatto impossibile.

La situazione italiana è completamente diversa. L'Italia non è la Grecia perché il nostro non è un problema di crescita - che abbiamo - quanto un problema di credibilità politica agli occhi dei governi stranieri e degli investitori. Il nostro paese non rischia il default, ma una crisi di credibilità internazionale. Le aziende e le imprese non riescono ad aumentare la produzione perché la liquidità è difficile da reperire. Questo succede principalmente per il differenziale tra i nostri titoli di stato e quelli tedeschi arrivato al punto di non ritorno. Questo comporta un innalzamento dei tassi di interesse impossibile da sostenere per un paese che cresce poco, e con le nostre aziende in difficoltà a chiedere denaro alle banche perché quest'ultime costrette a pagare un tasso molto alto sul denaro che a loro volta dovranno comprare per gestire gli investimenti.

L'Italia non è affatto a rischio default: la Grecia ha il differenziale con i titoli tedeschi di oltre 2900 punti base; l'Italia è ferma "solo" a 500 punti base. Noi siamo molto più competitivi della Grecia e siamo un paese più grande e produttivo della Grecia. Rischi default non ne esistono, esistono invece dei seri rischi di credibilità che comporterebbero, nel caso si prolungasse la crisi, ad un innalzamento dei costi su tutte le materie prime con le conseguenze devastanti sul costo del denaro. E' questo il nostro problema, non il default.

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About the Author

Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

2 Comments
  1. LFAM
    13 novembre 2011 at 21:47
    Reply

    si perfetto, condivido, però possiamo benissimo dire che oggi non siamo in default ma abbiamo iniziato il conto alla rovescia, perché se le conseguenze devastanti si ripercuoteranno sul costo del denaro, quest'ultimo sarà la vera causa di un default. Siamo in vera sofferenza, anzi possiamo considerarci malati terminali. Soltanto un miracolo potrà salvarci

  2. davide
    19 luglio 2013 at 13:40
    Reply

    E' inquietante vedere quanta è la convinzione di sfuggire al default. Non sono economista ma a quanto ho capito non occorre la laurea di economia per intuire certi concetti base. Tra l'altro dal basso dei miei studi di lettere vedo però che gli "esperti" giudicavano affidabile fino al giorno prima Lehman Brothers (tripla A) il che mi porta a dubitare molto sulla differenza tra sterili cialtronerie e fatti. Le cose occorre capirle con molta fatica ed esperienza, sempre. Tra l'altro un paese in crisi è costretto a svendere ed a quanto mi risulta molte eccellenze italiane si stanno vendendo all'estero. In tutto ciò non hai considerato tante variabili quali la Cina, le lobby che fanno bello e cattivo tempo, la cristallizzazione della politica che sono ormai anni che parla a vanvera senza fare una reale riforma di ripresa ma nemmeno cominciandola. Il default è il fallimento e questi significa in parole povere che non hai raggiunto il tuo obiettivo. La prima domanda che occorrerebbe farsi sarebbe qual è l'obiettivo dell'Europa, qual è l'obiettivo dell'Italia e quali sono gli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione. Sembra una domanda sciocca eppure non riesco a trovare una risposta chiara. L'economia è solo uno dei mezzi con cui l'obiettivo si raggiunge. Saluti

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