La Procura di Roma ha aperto un fascicolo su Tremonti

Nell’intervista a Uno Mattina e Repubblica, nello stesso giorno della risposta a Sergio Romani sul Corriere, il Ministro Tremonti disse di sentirsi  ”spiato, controllato, in qualche caso pedinato”.

Per questo motivo, continuava il super-ministro, non alloggiava nella caserma della Guardia di Finanza o in albergo durante la sua permanenza nella capitale, preferendo la casa messa a sua disposizione da Marco Milanese - successivamente indagato nell’inchiesta P4 – con un affitto pari alla metà di 8.400 euro al mese.

Sappiamo adesso che il Procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara, ha aperto un fascicolo a seguito delle dichiarazioni del Ministro dell’Economia rilasciate ai giornali. «Spiato», «Controllato», «In qualche caso pedinato».

Nel giustificare la scelta di alloggiare nella casa del suo ex collaboratore, il titolare del dicastero dell’economia aveva dichiarato di sentirsi molto più sicuro se abitava a casa di Marco Milanese.

Il fascicolo, aperto come detto dal Procuratore capo Giovanni Ferrara, è denominato “atti relativi a”. Praticamente si tratta di un fascicolo che non contiene nulla, né indagati né ipotesi di reato, soltanto gli articoli di giornale che riportano le affermazioni del Tesoriere.

Il procuratore Ferrara vuole appurare se quanto riferito dal Ministro sia solamente frutto di sensazioni, o se, al contrario, sia la denuncia di una vera e propria attività di spionaggio. Giulio Tremonti probabilmente verrà sentito come testimone, magari dopo l’estate.

Da quando è entrato in politica, nel 2001, Tremonti era costretto a restare a Roma per lavoro, e quindi aveva sempre optato per l’albergo o la caserma delle Fiamme Gialle.

Nella dichiarazione resa a Repubblica il Ministro afferma: “Per le tre sere a settimana che da più di 15 anni trascorro a Roma ho sempre avuto soluzioni temporanee, in albergo o in caserma”.

Stranamente nel febbraio del 2009 decise di accettare l’ospitalità di Milanese: “La verità è che, da un certo momento in poi, in albergo o in caserma non ero più tranquillo. Mi sentivo spiato, controllato, in qualche caso persino pedinato”.

Insomma, si sentiva col fiato sul collo. Perché?

La spiegazione l’ha resa lo stesso Ministro, quando, a colloquio con il pubblico ministero Piscitelli lo scorso 17 giugno, il Pm gli fece ascoltare una telefonata tra Silvio Berlusconi e il Capo di Stato Maggiore Michele Adinolfi.

Dopo aver sentito la conversazione, Tremonti rivelò ai magistrati che all’interno della Guardia di Finanza si stavano formando delle vere e proprie cordate in vista della nomina del comandante generale. Nell’occasione Tremonti affermò che “alcuni rappresentanti di quel Corpo sono in stretto contatto con il Presidente del Consiglio”.

Cosa avesse da temere il Ministro Tremonti – probabilmente la persona più in vista e importante del governo dopo il premier – da decidere di telefonare immediatamente a Berlusconi per lamentarsi della cosa, nessuno lo sa.

A completare la vicenda anche il generale Adinolfi confermò la paura di Tremonti in un interrogatorio del 21 giugno sempre davanti al Pm Piscitelli. Nel colloquio il generale disse che Berlusconi in sua presenza convocò il Ministro e lo rassicurò.

Col senno di poi possiamo affermare che l’incontro tra il premier e Tremonti servì a poco, ma tant’è.

Adesso toccherà alla Procura di Roma capire se quelle del Ministro erano solo suggestioni o se sotto, effettivamente, c’è una spy-story alla James Bond.

Il caso si fa sempre più oscuro e intricato.

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Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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