La ricetta per uscire dalla trappola dell’euro

La ricetta per uscire dalla trappola dell’euro

La storia sembra riproporsi: tre anni fa c'era il problema degli asset tossici collegati ai mutui subprime che erano sopravvalutati, adesso lo stesso destino tocca ai titoli di Stato a causa del rischio del debito sovrano. In ambedue i casi il leverage elevato delle banche - che detengono questi titoli - rischia di portare ad una crisi di liquidità dei maggiori intermediari finanziari con conseguenze per l'economia reale difficili da prevedere. I paragoni non finiscono qui: anche oggi, come tre anni fa, le autorità rincorrono gli eventi con interventi ad hoc senza regole per fronteggiare l'emergenza. Nel primo caso si trattava di salvare le banche (debt-equity swap, ricapitalizzazione) adesso di fronteggiare la crisi di liquidità degli Stati sovrani, un loro eventuale default e i connessi problemi delle banche. Il rischio adesso è però molto più elevato rispetto a tre anni fa con la messa in discussione della stessa sopravvivenza dell'euro.

Le difficoltà di un piccolo paese come la Grecia rischiano di far saltare l'euro. Si rimane stupefatti nel prendere atto della (in)capacità dei leader europei e delle istituzioni (Commissione e BCE) nel fronteggiare un problema che preso per tempo era di limitate dimensioni. Certo il salvataggio della Grecia assomiglia molto ad una perdita di verginità per le istituzioni europee (bilancio pubblico infedele, aiuti bilaterali tra gli Stati, ristrutturazione del debito di uno Stato sovrano, etc.) ma questo non giustifica il ritardo con cui si sta agendo e un dibattito spesso lunare privo di concretezza.

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Il vero problema è che un'Europa senza leadership è prigioniera di due tabu: aiutare la Grecia significa andare contro le regole che stanno alla base dell'unione monetaria, il suo fallimento creerebbe problemi alle banche che detengono titoli greci (francesi e tedesche in primis). L'entità del secondo problema a dire il vero era ed è limitata: se guardiamo i dati dello stress test del luglio 2011, le banche europee - escludendo quelle greche, irlandesi e portoghesi - detengono 57 miliardi di titoli governativi dei tre paesi, le banche francesi e tedesche ne detengono 27 (se includiamo anche quelle belghe e quelle olandesi arriviamo a 36). La scelta da prendere a suo tempo avrebbe dovuto essere un mix di aiuti alla Grecia e una ristrutturazione del suo debito (con compartecipazione del privato). Questa operazione avrebbe portato delle perdite alle banche ma esse sarebbero state al massimo per un totale di 20-25 miliardi di euro. Un fenomeno gestibile tramite ricapitalizzazione pubblica (altro tabu da sconfiggere). Anche la BCE avrebbe sopportato delle perdite ma la cosa sarebbe stata riassorbita con qualche mal di pancia dei puristi di Francoforte. L'incapacità di trovare una strada ha fatto sì che la crisi si sia avviluppata su se stessa con un deterioramento del merito di credito di molti stati sovrani/istituzioni finanziarie e la svalutazione conseguente di un insieme significativo di assets delle banche. Ora la situazione è molto più seria di qualche mese fa. Siamo forse di fronte ad un overshooting ma questo poco importa adesso.

Conviene fare chiarezza attorno alle due tesi dominanti nel dibattito: costruzione dall'oggi al domani di un sistema di federalismo fiscale, uscita dall'euro dei paesi deboli. Ambedue le strade sono non praticabili soprattutto per una questione di tempistica, di consenso politico (la prima) e di costi-benefici (la seconda). Vediamo perché.

About the Author

Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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