La Siria non è la LIbia

Ieri all’alba nella città di Hamā, in Siria, l’esercito del presidente Bashār al-Asad ha sterminato un centinaio di manifestanti rei di protestare contro il regime.
Nei sobborghi della capitale Damasco ci sono state altre proteste, portando a 140 le vittime di questa domenica di sangue siriana.

Senza andare troppo lontano nel tempo, dal 1963 il paese è governato dal partito Ba’th e il capo di Stato dal 1970 è un membro della famiglia Asad. L’attuale presidenteBashar al-Asad è figlio del primo al-Asad - Hafiz, chiamato anche il Leone di Siria- che ha mantenuto il potere dal 1970 sino alla sua morte nel 2000. Il secondogenito di Hafiz, Maher al-Asad, è a capo del corpo d’elite della Guardia repubblicana. Di fatto, anche se una Repubblica, la presidenza è ereditaria e mantiene il controllo sulle forze armate con un membro della famiglia al vertice.

La storia siriana non è nuova ad eventi simili a quelli di ieri. Alla fine degli anni ’70, durante la presidenza di al-Asad padre, la Siria era alleato strategico dell’Unione Sovietica. Dopo l’invasione dell’URSS in Afghanistan nel 1979, l’ostilità dei sunniti siriani, legata al dissenso religioso verso la famiglia presidenziale, divenne sempre più aspra e le politiche oppressive del regime sempre più dure. Finché l’oppressione forzata spinse i musulmani sunniti ad allearsi con la Fratellanza musulmana, fazione estremista del fondamentalismo islamico in quella regione.

Già l’anno successivo la Fratellanza musulmana organizzò una serie di attentati sfociati nel giugno del 1980, durante un ricevimento ufficiale in onore del Presidente del Mali, nel quale per un soffio al-Asad non perse la vita. La vendetta del presidente fu rapida e spietata: solo poche ore più tardi centinaia di integralisti furono massacrati o imprigionati nella prigione di Tadmur a Palmira.

Nel febbraio del 1982 Hafiz al-Asad propose di correggere la Costituzione cancellando l’articolo in cui si esigeva per la presidenza l’appartenenza alla fede islamica. Fu l’ennesima goccia che fece traboccare il vaso: la Fratellanza musulmana organizzò un’insurrezione generale nella città sunnita di Hamā, incarcerando e uccidendo i sostenitori del presidente. In tutto ci furono circa cinquanta morti tra i baʿthisti sospetti di appoggiare il regime. Come in questi giorni, gli integralisti chiesero ai siriani di insorgere contro il presidente usurpatore.

Anche in questo caso la vendetta di al-Asad fu tremenda: fu mobilitato l’esercito, e dopo una battaglia di due settimane la città tornò ad essere saldamente sotto controllo governativo. Seguirono settimane di torture ed esecuzioni anche tra chi solo sospettato di simpatizzare con i ribelli. Il regime – si stima – trucidò tra i 20 e i 30mila manifestanti e l’insurrezione divenne nota come “Il massacro di Hamā“. Il movimento fondamentalista fu spezzato e la Fratellanza musulmana da quel momento fu costretta ad operare in esilio.

Inviando all’alba di ieri i carri armati ad Hamā, Bashar al-Asad ha compiuto il volere del padre: nessuna manifestazione va assecondata, ma interrotta col sangue. Bashar, oltretutto, i suoi conti li ha fatti alla perfezione.

Gli Stati Uniti sull’orlo del default e quindi impossibilitati ad una politica estera adeguata; la Turchia con i suoi gravi problemi militari – tutti i generali si sono dimessi venerdì per protesta – non può bloccare l’argine siriano; il processo contro Mubarak che inizia al Cairo tra due giorni con i giovani nuovamente in Piazza Tahrir a protestare; il Ramadan che inizia proprio oggi con i rischi connessi alla sicurezza soprattutto in Afghanistan.
Il puzzle che si è costruito Bashar al-Asad funziona a meraviglia.

Ultimo ma non ultimo: la Siria non ha petrolio. Le proteste in Libia hanno portato i caschi blu da Gheddafi, siamo sicuri che l’Onu li voglia mandare a Damasco nel pieno disinteresse economico?

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Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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