Al Metropolitan Museum l’alta moda veste punk

Al Metropolitan Museum l’alta moda veste punk

Il Costume Institute del Metropolitan Museum of New York ha scelto di spiegarci come si arriva dal movimento socio-culturale più sciatto mai esistito al mondo dorato dell'haute couture con una mostra intitolata: “Punk: Chaos to Couture” (Punk, dal caos all’alta moda); una maestosa esposizione che sarà possibile visitare dal 6 maggio al 14 agosto 2013, una mostra evento unica nel suo genere che intende raccontarci come tutto ciò che è legato l'aggettivo dispregiativo «punk» ( letteralmente "da quattro soldi"), nato per identificare una subcultura giovanile emersa nel Regno Unito e negli USA a metà degli anni settanta, con la sua musica rozza, imperfetta, e per nulla accademica, ha aperto le porte ad un nuovo linguaggio. Non solo musicale.

Chiunque creda che del punk ci siano rimasti solo i pezzi degli Stooges, Ramones, Sex Pistols, Dead Boys e Clash si sbaglia di grosso. Il movimento punk ha influenzato numerose altre forme d'arte e aspetti culturali: dalle arti visive all'Alta Moda, per intenderci. L'anarchia ha, infatti, a lungo sfilato in passerella, lasciando un segno nella storia dello stile dei grandi stilisti.

Hanno fatto storia: il tulle con corpetto d'acciaio e lucchetti di Dolce e Gabbana, le spille da balia di Versace, i jeans lacerati di Balmain e Yves Saint Laurent, le borchie e le cerniere di Balenciaga e Givenchy, le mussole verniciate a spruzzo di Alexander McQueen, i maglioni sdruciti di Comme des Garcons, l’abito da sera di Moschino ricavato dai sacchi dell’immondizia.

Nostalgia degli anni '70, trasgressione, un briciolo di follia e non solo...

Thomas P. Campbell, direttore e amministratore delegato del Metropolitan Museum of Art ha dichiarato: «La firma Punk porta una miscelazione di riferimenti alimentata da sviluppi artistici come Dada e postmodernismo».

Così oggi New York rende omaggio ai questi coraggiosi pionieri con un centinaio di disegni, una lunga serie di abiti originali risalenti alla metà degli anni ‘70 a cui si contrappongono i modelli recenti di haute couture e prêt-à-porter che hanno preso in prestito i simboli visivi punk. Il tutto animato da video musicali d’epoca e da audio soundscaping.

Andrew Bolton, curatore del Costume Institute e della stessa mostra ha voluto che fosse suddivisa in varie sale. Le prime due le ha definite “il racconto di due città”, Londra e New York. Si inizia con un omaggio al mitico CBGB di New York, il celebre locale che vide nascere Blondie, Richard Hell, The Ramones e Patti Smith per poi giungere alla Seditionaries boutique, al 430 di King's Road, a Londra, un luogo magico nato dal genio di Malcolm McClaren e Vivienne Westwood.

«Fin dalle sue origini, il punk ha avuto un’influenza incendiaria sulla moda - ha spiegato Bolton - Anche se la democrazia punk si erge in opposizione all’autocrazia della moda, gli stilisti continuano a cercare nel vocabolario estetico punk per catturare la sua ribellione giovanile e la sua forza aggressiva».

Ecco quindi emergere dalle collezioni make up che fanno esplodere sul viso grandi occhioni da gatta, labbra nere abbinate a unghie fucsia, acconciature architettoniche dai colori fluo shock. Uno stile sdrucito e sciatto nato sopratutto con l'intento etico di «decostruire» l'abbigliamento, riciclare i vecchi capi e allontanare i demoni del materialismo e del consumismo. Alle origini sembrava impossibile ma oggi possiamo affermare che il punk domini la scena del mondo della moda da quasi 40 anni. Ecco come:

I grandi stilisti hanno reinterpretato negli anni i quattro elementi cruciali della moda punk:

  • Hardware, ossia l'utilizzo di materiale da «ferramenta» come elemento decorativo rude e a basso costo: chiodi, borchie o lucchetti lame di rasoio.
  • Bricolage: il recupero di rifiuti nel tentativo di esprimere disprezzo per la società dei consumi. Contemporaneamente però diveniva un metodo di sicuro successo che favoriva la personalizzazione del proprio stile
  • Graffiti: ne sono un'esempio le t-shirt di Moschino e gli abiti di Dolce e Gabbana pieni di scritte ironiche e autoironiche come «Stop the fashion» e di simboli come la sagoma di una bruciatura di ferro da stiro con lo slogan «Too much Irony»
  • Decostruction: forse l’elemento più noto della moda punk nonché quello più spesso “citato” nella moda commerciale: strappi e buchi dappertutto, perfino in un classico tailleur Chanel firmato da Karl Lagerfeld (anche se a guardare bene i buchi sono rammendati in modo che il vestito non si sfilacci tutto).

Quel movimento che mandò all'aria un bel po' di luoghi comuni sull'eleganza alla fine degli anni '70, ha influenzato la moda dei grandi designer e continua a farlo ancora. E se non ci credete aspettate di vedere nei negozi le collezioni del prossimo autunno-inverno che sono tutta una citazione punk in versione 2.0.

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Il cinema, poi io e infine Bianchina

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