Quale Lega dopo Bossi?

Quale Lega dopo Bossi?

Ci voleva un tipo da bar, senza solidi studi, per dare voce alla pancia profonda delle valli lombarde o venete, che la Dc non aveva mai del tutto sopita. Ora, finito il suo leader, il Carroccio ha ancora un futuro?

Nei giorni del commiato di Umberto Bossi dalla guida della Lega Nord e forse anche dalla politica attiva (ma non si può mai sapere con uno così) sarebbe maramaldesco infierire su di una persona malata e ferita negli affetti più personali dalla slealtà delle persone che gli stanno attorno.

Un rilievo tuttavia va fatto, e concerne la particolare natura del movimento leghista, che, prima ancora e per certi versi più ancora di Forza Italia è stato un partito eminentemente personale, nel senso che si è costruito e plasmato intorno alla personalità del suo leader. Naturalmente non c'è nulla di più improbabile della biografia di Bossi per definire la personalità di un leader politico, soprattutto del leader di quella porzione d'Italia che ha sempre maturato in sé la larvata convinzione di essere quella che tira la carretta, che lavora sul serio, che è penalizzata dai meridionali, o dai “comunisti”, o dagli immigrati o da tutti questi messi insieme.

Chiacchiere da bar, si dirà, ma per l'appunto ci voleva un tipo uscito dai bar senza alcuna pretesa di solidità di studi (al di là dei diplomi e delle lauree millantati, ma a quanto pare è una sorta di gene di famiglia, visti gli exploit del figlio malauguratamente iniziato alla vita politica) né particolari riverenze nei confronti della cultura accademica per dare voce ad una pancia profonda del Paese che la Dc aveva contenuta ed interpretata, ma mai del tutto sopita.

La coincidenza spesso rilevata fra i più cospicui bacini elettorali della Lega con quelli della Dc del tempo che fu non dicono affatto di una tendenziale sovrapposizione dei “verdi” sui “bianchi” e quindi di un presunto status di “partito cattolico” per il movimento leghista, peraltro tentato da Bossi e dai suoi con risultati non si sa se più malinconici o ridicoli. Al contrario, essi dicono di una secolarizzazione che era giunta già da molto tempo nelle valli lombarde o venete, e che solo il persistere sempre più stanco del voto alla Dc (che poi sarebbe evaporato nello spazio di un mattino) permetteva ancora di definire “zone cattoliche”, applicando criteri politici o sociologici alla vita di fede.

Non credo che Bossi avesse esattamente chiare queste cose, ma certo gli era evidente che il suo partito poteva avere un futuro solo facendosi interprete della crescente rabbia di un popolo nei confronti di un sistema percepito sempre più come estraneo. C'è anche riuscito bene, per un certo tempo, ma il limite dell'uomo e del suo partito è stato da sempre quello di un eccesso di pragmatismo accompagnato da un eccesso di retorica truculenta, un comportamento, come hanno notato alcuni, da leader di un'armata straniera chiamata a governare un territorio ostile. Peraltro, la requisizione unilaterale della questione settentrionale da parte di un movimento che si dotava di un personale politico improbabile e di un'ideologia di fondo inaccettabile, da un lato ha fatto evaporare quanto poteva esservi di vero e di fondato nelle rivendicazioni di territori interessati dalla crisi di un modello di sviluppo industriale che aveva mietuto successi per anni, dall'altro è stato utilissimo per far dimenticare la vera questione nazionale, come la chiama Ilvo Diamanti, cioè la questione meridionale, che è stata degradata a frutto dell'assistenzialismo se non di vere e proprie tare caratteriali e morali del tipo umano mediterraneo, e per questa strada non ha fatto che peggiorare ed incancrenirsi aggravando il distacco fra le due parti del Paese.

Di tutto ciò portano una grave responsabilità quei soggetti politici e quegli osservatori che alla Lega e al suo capo hanno perdonato praticamente ogni cosa, magari ogni tanto esprimendo garbatamente un tenue dissenso di fronte agli eccessi più plateali, per continuare la loro guerra santa ideologica nei confronti della sinistra, colpevole di avere perso il contatto con il “popolo” (anche se magari, salvo casi isolati e circoscritti, il Pd in termini assoluti aveva un consenso elettorale superiore a quello della Lega in tutta l’Italia settentrionale), e per dare fondamento a politiche economiche e sociali volte essenzialmente a garantire i ceti privilegiati a discapito di quelli che vengono definiti i “perdenti della globalizzazione”.

Sì perché il ricorso massiccio della Lega alla xenofobia e alla demonizzazione della dimensione globale, interpretando in modo sguaiato e presuntivamente popolaresco quelle che furono le analisi del tanto disprezzato movimento “no global”, era il perfetto alibi ideologico di una politica economica e sociale volta all'istituzionalizzazione della povertà e dell'esclusione sociale come dati di fatto ineliminabili, cui la cultura di governo “forzaleghista” - secondo l'espressione lanciata dall'indimenticabile Edmondo Berselli - sopperiva in termini clientelari ed assistenziali non senza dosi massicce di clericalismo e di odio etnico, che magari si limitavano alle parole senza però riflettere su quanto certi veleni si diffondano se sono predicati da cattedre autorevoli sotto il profilo istituzionale. Dal punto di vista umano e politico l'uscita di scena di Bossi era l'unica scelta possibile. Resta da vedere se la Lega ha ancora un futuro oltre il passato del suo leader.

About the Author

Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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