Lo spaghetti-western secondo Tarantino

Lo spaghetti-western secondo Tarantino

Sangue spruzzato sui fiocchi di cotone nella piantagione e assoluta cruenza per “Django Unchained”, secondo capitolo della “Triologia storica” di Quentin Tarantino, un regista dalle strategie cinematografiche accattivanti; per sua stessa natura esilarante, sconvolgente, imperante… ma quando si toccano le pagine più spiacevoli della storia dell’umanità la violenza espressionista che ha reso unico questo regista americano diventa terribilmente dolorosa. Non si tratta di un dettaglio sfuggito di mano. Ottenere un tale coinvolgimento emotivo da parte degli spettatori è un lavoro da maestro. La potenza del film cresce man mano che ci s’inoltra nella trama, quando ormai lo spettatore è in pugno e sa che quanto accadrà in futuro sullo schermo non promette nulla di buono ma è impossibile cercare di sfuggire alla morsa di questo riuscito remake dello “spaghetti  western” realizzato nel 1966 da Sergio Corbucci e che ha vistoFranco Nero recitare nel suo primo “ruolo importante”. Un film aspettato e sognato dallo stesso regista, appassionato del genere,  che nel 2002 stilò una lista dei suoi primi 11 film preferiti, inserendo al primo posto: «Il buono, il brutto, il cattivo» di Sergio Leone. Da qui partono la maggior parte delle numerose citazioni  che ritroviamo in tutta la sua cinematografia. Come tradizione delle inquadrature del western (e per la prima volta visto i caustrofobici precedenti film di Tarantino) la predilezione va agli spazi aperti, allo sfondo di montagne innevate che suggeriscono un profondo desiderio di rabbiosa sovranità, di meritata emancipazione, di testardaggine nel voler raggiungere la propria vetta per quanto rischioso possa essere.

Superbo il cast scelto per questa pellicola; riconfermato dopo “Bastardi senza gloria” Cristoph Waltz la cui bravura dimostrata tende ormai ad infinito. Waltz passa dal ruolo indimenticabile del generale Hans Landa a quello del Dr. King Scultz.  Tanto spietato nella pellicola precedente, tanto compassionevole in Django. Formidabile Leonardo Di Caprio nei panni del rampollo cinico e viziato Calvin J. Candie. La sua interpretazione è a tratti sorprendente. Il suo è il ruolo di un cattivo dotato di molto ritegno e di una dose innata di follia molto ben contenuta dietro il paravento della rispettabilità.

Il ruolo di Django, rifiutato da Will Smith, è andato a Jamie Foxx (Eric Marlon Bishop) che nulla ci ha fatto rimpiangere in questo scambio. I suoi bei tratti somatici e il suo temperamento deciso fanno di lui un angelo nero, vendicatore del suo popolo oppresso. Il corrispondente rivale diretto è  il corrotto maggiordomo Stevenun ottimo Samuel L. Jackson che ostacola più di chiunque altro il ricongiungimento di Django alla moglie Ildy (Kerry Washington).

Troppo lunghe le scene che portano al sospirato happy end. Django è un film da vedere con le mani sul viso, le labbra serrate, il cuore in gola. E’ un susseguirsi di atroci shock visivi, censurati per quel che si deve (e si può) e compensati da effetti audio impietosi. Spesso si ha l’impressione di assistere alla scena dall’interno, nascosti dietro un cespuglio o un mobile di una stanza, in mezzo ai protagonisti, dentro la storia, dove non è possibile reprimere la paura e lo sgomento.

Si riprende fiato solo a tratti quando l’elemento surreale ci restituisce il Quentin Tarantino che abbiamo amato in “Four Rooms” o in “Pulp fiction”, atteso dal pubblico che alternava (risate allo scopo di alleggerire la tensione) a momenti di totale ammutolamento. Il regista non manca di citare se stesso in Kill Bill volume 1, riproponendo la ripresa dall’alto nel momento in cui Jamie Foxx viene attorniato dai sorveglianti a Candyland e che ricorda il combattimento di Beatrix Kiddo contro gli 88 folli. Sia nel primo che nel secondo caso si tratta di un preliminare prima della battaglia più importante. Tra corpi sbrandellati e straziati fino alla consunzione e uomini agonizzanti o cadaveri utilizzati come scudi umani durante le sparatorie gli amanti dello splatter non sono certo rimasti delusi. Non mancano certo scene rubate all’ action movie, condite da una colonna sonora saporitamente black music. In moltissime scene, però, la musica si ferma bruscamente per lasciare spazio ad un tormentoso sottofondo di gemiti, scoccare di fruste, cigolare di catene e altri rumori sordi che si alternano a soffocanti silenzi.

L’ambientazione è colta così sotto ogni aspetto, e talmente ben ricostruita da poter finalmente ospitare in carne e ossa Tarantino  nel suo spettacolare cameo (esattamente come ci ha abituati), omaggio indiscusso alla magia del cinema. Il suo arrivo indica la svolta. Quando tutto sembra perduto una nube di fumo dietro l’esplosione separa gli avvenimenti precedenti da un liberatorio epilogo.

La leggenda di Django s’incrocia al teutonico mito di Brumilde, fanciulla tenuta prigioniera sulla cima di una montagna, sorvegliata da un drago avvolto da fiamme eterne, che solo un “uomo senza paura” potrà salvare. Django diventa così per noi  quell’eroe tedesco, quell’eroe americano, quell’eroe nero, quell’Uomo libero capace di cambiare il proprio destino e quello della donna che ama.

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Il cinema, poi io e infine Bianchina

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