Storie di ordinario razzismo

Storie di ordinario razzismo

Dearborn Heights, zona residenziale prevalentemente bianca nei sobborghi di Detroit, in Michigan. La diciannovenne afro-americana Renisha McBride si presenta davanti alla porta di Theodore Wafer per chiedere aiuto. È l'una di notte, l'auto è in panne a causa di un incidente e il cellulare è scarico. Wafer, bianco, cinquantaquattrenne, per tutta risposta le spara un colpo di fucile in pieno volto. Temeva una rapina, dirà il suo avvocato. Un omicidio a sfondo razziale, dicono dalla comunità afro-americana.

Per la polizia e il magistrato incaricato del caso, Kym Worthy, non c'è stato movente razziale pertanto Wafer è stato accusato di omicidio colposo. Eccesso di reazione, diranno, determinata dalla paura di una rapina. Ed è stata esattamente la linea della difesa che è passata al processo. Per cui un omicidio a sfondo razziale è passato come l'ennesimo delitto impunito della società bianca americana verso le persone di colore. L'ennesimo, ma non l'ultimo. Purtroppo.

Il 7 novembre scorso più di cento persone si sono riunite davanti al commissariato di Dearborn Heights per protestare - inutilmente, col senno di poi - nei confronti di una storia di ordinario razzismo. L'organizzatrice della manifestazione, la scrittrice e regista Dream Hampton, ha accusato la società americana di razzismo specificamente diretto verso la donna nera, verso il corpo della donna nera. Aveva chiesto trasparenza, c'è bisogno di trasparenza. Trasparenza per tutte le donne nere morte come Renisha.

Non pensate sia così? Nell'ottobre 2012, mentre l'uragano Sandy imperversava sulle coste newyorchesi, la trentanovenne afro-americana Glenda Moore, nel tentativo disperato di salvare dalla tempesta i suoi due figli di quattro e due anni, si rivolse ai residenti implorandoli di chiamare il 911: il primo le chiuse la porta in faccia - “Non ti conosco, non t’aiuto” -, il secondo spense pure le luci del portico esterno. Nessuno dei due chiamò la polizia.

Non si tratta solo di donne, ma di donne dalla pelle scura. Statistiche alla mano sono le donne ad essere più uccise a scopo razziale negli Stati Uniti, ma conosciamo prevalentemente le storie maschili.

Come quella di Jonathan Ferrell, ventiquattrenne afro-americano, ucciso solo pochi mesi fa dalla polizia di Charlotte, nel North Carolina. Jonathan era finito fuoristrada con l'auto, e, come Renisha, aveva bussato alla porta di una casa vicina per chiedere aiuto. La signora alla porta, vedendo un ragazzone grande e grosso e nero nel portico anziché il marito, pensa subito ad una rapina e chiama il 911; all'arrivo della polizia Jonathan corre incontro agli agenti che aprono il fuoco e l’ammazzano. Altra storia quella di Trayvon Martin, l’adolescente ammazzato in Florida nel 2012 dal vigilante George Zimmerman. Paradossale che l'omicidio sia stato commesso perché il vigilante si era insospettito dal fatto che Trayvon stesse camminando, di sera, in un quartiere bianco con il cappuccio della felpa alzato. “Avrebbe potuto essere mio figlio”, ripeterà Barack Obama, “È un altro modo per dire che sarei potuto essere io Trayvon Martin 35 anni fa”.

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Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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