Renzi può prendere il posto di Letta

Renzi può prendere il posto di Letta

Io non vorrei dire, ma nei rapporti tra Renzi e Letta una terza soluzione in teoria c’è. Così il governo non può durare, Renzi e Letta devono scegliere quale delle tre strade possibili intendono imboccare. La prima strada è quella scontata: Renzi accetta di mettere a disposizione del governo la sua forza propulsiva e si impegna affinché Letta porti a termine il suo incarico. La seconda presenta qualche difficoltà, sarebbe da evitare ma non si può escludere: se Letta si dimostra incapace di dare al suo esecutivo il necessario profilo riformista, andare a votare il 25 maggio, accorpando elezioni europee e politiche, potrebbe diventare una scelta obbligata. La strada numero tre, infine, è forse quella più suggestiva, inedita e spericolata di cui si è cominciato a parlare in Transatlantico a fine dicembre. Se questo governo non dovesse raggiungere i suoi obiettivi; e se andare alle elezioni dovesse risultare un’opzione impossibile; Renzi dovrebbe prendere coraggio, andare al Quirinale, assumersi le sue responsabilità e proporsi come successore di Letta in questa legislatura. Il caso Fassina nasconde una realtà che non si può contestare, cioè un problema di equilibri politici all’interno del Pd. Che non dipendono da una battuta infelice quanto dalla legittima necessità di segnalare un problema politico che è del partito, ma anche del governo. E qui non si tratta di parlare di rimpasti. Si tratta di smetterla di negare l’evidenza: il governo Letta è anche il governo di Renzi. Renzi è il suo principale azionista e non può limitarsi a fare solo le pulci. Deve decidere. O costruire fondamenta o avere il coraggio di confessare che la tentazione del voto è forte e quindi tagliare le gambe. Per ora ha offerto più la seconda che la prima impressione. Cosa fare? Un percorso in teoria c’è.

Sfortunatamente l’intervista offerta dal ministro Saccomanni a Repubblica non mi pare abbia indicato un percorso coraggioso da seguire in questo nuovo anno. Finora bisogna dire che il governo, dal punto di vista dei fondamentali, ci ha messo poco del suo e ha sostanzialmente ereditato una situazione economica sana dal governo precedente. Sia per quanto riguarda i conti, sia per quanto riguarda il deficit, sia per quanto riguarda lo spread. Detto questo, credo sia lecito attendersi dal ministro Saccomanni e dal governo in generale un approccio meno minimalista e più aggressivo. Sia per quanto riguarda il taglio della spesa sia per quanto riguarda l’azione sulla pressione fiscale. Finora, purtroppo, si sono viste solo delle azioni minime e, ahimè, ampiamente insufficienti. Il percorso del governo non può più essere legato solo ai famosi diciotto mesi indicati da Letta nel giorno del suo insediamento; oggi occorre ragionare sulla base di un accordo che specifichi lo stato di avanzamento delle riforme in atto, passo dopo passo e consenta all’esecutivo di verificare la propria efficacia, altrimenti questo governo non ha più senso. I primi otto mesi dell’esperienza Letta sono stati sprecati, e l’orologio è ripartito solo il 2 di ottobre.

Da oggi in poi le nuove intese non hanno più alibi: o si fanno le riforme strutturali di cui c’è ancora drammatico bisogno, dal lavoro alla pubblica amministrazione o si cambia. Il patto di coalizione sarà un momento importante per la vita dell’esecutivo, ma al contrario di quanto scritto dai giornali in questi giorni faccio fatica a vedere un ‘patto’ tra Letta e Renzi. Il segretario del Pd, personalmente, mi dà l’impressione di essere come un neopatentato che si ritrova a guidare una Ferrari. Vorrebbe andare piano, perché sa che è giusto così, ma alla fine non riesce a fare a meno di schiacciare sull’acceleratore. E così facendo, non ci vuole molto a capire che questo governo rischia di avere i minuti contati.

I partiti non devono tergiversare con la legge elettorale e non si deve utilizzare il rinvio della riforma come fosse uno scudo per difendersi dalla minaccia di un voto anticipato: una riforma va fatta con urgenza. Sostenere un doppio turno con premio di coalizione, puntare sul modello spagnolo, e cioè far scrivere la riforma a Renzi e Berlusconi, significherebbe far suonare a morto le campane del governo. Ma andare a votare presto sarebbe un grande autogol per lo stesso Renzi. Significherebbe riconoscere una sconfitta del Pd, oltre che delle forze riformiste che sostengono questo governo. E significherebbe riconoscere una sconfitta non solo di Letta, ma di una generazione che con le ultime elezioni si è affacciata sulla scena con la volontà del cambiamento. L’energia di Renzi invece è preziosa, se non si trasforma in un discorso autoreferenziale. Scelta Civica dà e darà il sostegno a un governo riformista chiunque sia il pilota.

Stefania Giannini, coordinatrice di Scelta Civica, intervistata da Cerasa sul Foglio

About the Author

Gli amministratori di OpenWorld

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
free vector