La settimana al Cairo, in pillole

La settimana al Cairo, in pillole

Domenica 30 giugno. Nel pomeriggio di domenica scorsa migliaia di persone sono tornate in piazza Tahrir, al Cairo, e in altre città dell’Egitto, per manifestare contro il presidente Morsi. Muḥammad Morsi è stato eletto capo dello stato nelle elezioni del 30 giugno del 2012, le prime considerate libere dopo la caduta di Hosni Mubarak nel 2011. Negli scontri tra i manifestanti e i governativi hanno perso la vita 16 persone nella sola notte tra il 30 giugno e il 1 luglio.

Lunedì 1 luglio. Il ministro della Difesa Abdul Fatah Al-Sisi appare in tv e minaccia l'intervento dell'esercito se entro quarantott’ore il governo non ascolterà i manifestanti che chiedono le dimissioni del presidente. Il partito d’opposizione Tamarod, a capo delle manifestazioni di protesta, ha chiesto a Morsi di dimettersi entro il 2 luglio; in caso contrario la campagna di disobbedienza civile verrà estesa in tutto il paese.

Martedì 2 luglio. Continuano le manifestazioni in tutto l'Egitto. Nella notte tra martedì e mercoledì, al Cairo, almeno 14 persone che stavano manifestando a favore del presidente sono state uccise da uno o più uomini armati che hanno sparato sulla folla. Sono oltre 200 le persone ferite. Altre sette persone sono morte negli scontri tra i sostenitori e gli oppositori di Morsi in altre zone del paese. Il presidente è apparso nuovamente in tv ed ha chiarito che non ha nessuna intenzione di dimettersi definendosi il “guardiano della legittimità” delle volontà democratiche dell’Egitto. Come segno distensivo ha però fatto una serie di contro-proposte ribadendo che spetta al presidente dell’Egitto il compito di “raggiungere gli obiettivi fissati dalla rivoluzione del 25 gennaio”. Le proposte di Morsi sono state rigettate dall'opposizione e dalla piazza.

Mercoledì 3 luglio. Alle 16,30 scadeva l'ultimatum dei militari e dell'opposizione al presidente egiziano Muhammad Morsi. Le proteste sono continuate per tutto il pomeriggio fino a quando, in serata, l'esercito ha preso il potere. Poco dopo le 21 il ministro della difesa Abdul Fatah al-Sisi è apparso in tv per annunciare che l'esercito aveva sospeso la Costituzione e il presidente della Corte Suprema, Adly Mansour, si insedierà a capo di un nuovo governo tecnico fino al giorno delle elezioni anticipate che si terranno al più presto. al-Sisi - circondato da militari, leader religiosi e membri dell’opposizione - ha ribadito che l'esercito non terrà il potere, sono stati costretti ad intervenire per l'incapacità del presidente Morsi ad offrire una via d'uscita politica credibile dopo i tumulti degli ultimi giorni. al-Sisi non ha però detto nulla di Morsi, anche se diverse agenzie avevano battuto il suo arresto. L'urlo di gioia e fuochi d'artificio in piazza Tahrir dopo l'annuncio del ministro della Difesa

Giovedì 4 luglio. Negli scontri al Cairo tra oppositori e sostenitori dell'ex presidente sono morte almeno 14 persone; altre otto sono morte a Marsa Matrouh, nel nord del paese; tre morti e 50 feriti negli scontri ad Alessandria. A Minya, città a 250 chilometri a sud del Cairo, sono morte tre persone e altre 14 sono rimaste ferite. I Fratelli Musulmani - il principale partito della coalizione che sosteneva Morsi - accusano i militari di colpo di stato; fonti dell’esercito hanno confermato che Mohammad Morsi è in arresto “per motivi cautelari”: dall’alba è sotto custodia al Ministero della Difesa. L'Ambasciata americana al Cairo è stata evacuata per motivi di sicurezza e i dipendenti richiamati negli Stati Uniti.

Violenza sulle donne. Una delle voci più insistenti da quando è iniziata la campagna anti-Morsi è stata quella degli abusi sessuali alle donne presenti in piazza Tahrir. Human Rights Watch - l'organizzazione non governativa internazionale che difende i diritti umani - ha pubblicato un report in cui afferma che da quando sono iniziate le proteste, cinque giorni fa, 101 donne hanno subito violenza sessuale: 12 stupri sabato 29 giugno, 46 domenica 30 giugno, 17 lunedì 1 luglio, 26 martedì 2 luglio. Mancano i dati di ieri, mercoledì 3 luglio, ma da HRW temono siano stati molti di più dei giorni scorsi. Alcuni membri del Comitato per i diritti umani del Consiglio della Shura - la camera alta del parlamento egiziano - hanno attribuito la responsabilità delle aggressioni alle donne stesse, che secondo loro non avrebbero dovuto prendere parte alle proteste: «Immischiandosi in questo genere di situazioni, la donna ha il 100 per cento della responsabilità». Human Rights Watch ha poi raccolto le testimonianze di donne "picchiate con catene di ferro, bastoni, sedie e aggredite con coltelli" la cui maggior parte si trovano ricoverate in ospedale: «Si sono avvinghiati su di me perché ho perso l’equilibrio e sono caduta. Mi hanno messo le gambe sulla testa e mi hanno violentata» racconta Yasmine, una delle tante giovani studentesse stuprate in piazza Tahrir nel video qui sotto

Venerdì 5 luglio. In diverse città dell'Egitto è stato “il venerdì del rifiuto”. I Fratelli musulmani hanno invitato i propri sostenitori a scendere in pazza dopo la preghiera del venerdì per una serie di manifestazioni di massa in tutto il paese: fondamentalmente le proteste serviranno per capire quanto sia ancora diffuso il sostegno all'ex presidente. L'esercito, da parte sua, ha permesso lo svolgimento regolare della manifestazione, ma vicino alla sede della Guardia repubblicana ci sono stati scontri tra la polizia militare e i manifestanti e i soldati hanno sparato tra la folla.

Tutto questo mentre la Striscia di Gaza è stata chiusa per sicurezza dopo che due uomini armati hanno attaccato due posti di blocco militari, una stazione di polizia e l’aeroporto di El Arish. Nel conflitto a fuoco che ne è scaturito è morto un militare mentre altri tre soldati sono rimasti feriti. Nel frattempo è arrivata la conferma che assieme all'ex presidente è in carcere anche il leader spirituale del partito Mohammed Badie. È stato fermato per essere interrogato anche Khairat el Shater, uno degli strateghi dei Fratelli Musulmani.
Robert Fisk sull’Independent:

Per la prima volta nella storia, un colpo di stato non è un colpo di stato. L’esercito ha deposto il presidente eletto democraticamente, ha sospeso la costituzione, chiuso la televisione, schierato i carri armati in strada. Ma la parola ‘colpo di stato’ non può comparire sulla bocca di Obama.

Domani saranno esattamente sette giorni dalla prima protesta contro Morsi. C'è di che preoccuparsi.

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Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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