In Spagna vince Rajoy

In Spagna vince Rajoy

Il Partido Popular di Mariano Rajoy ha vinto le elezioni spagnole battendo ogni record. Con il 46 per cento dei consensi e 186 seggi elettorali, il PP ha la maggioranza assoluta nella camera bassa madrilena e potrà governare relativamente senza problemi visti i gravi handicap di consensi del Psoe di Alfredo Rubalcaba.


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I problemi per Rajoy in realtà iniziano adesso: la grave crisi occupazionale - 22 per cento con punte di oltre il 40 per i giovani - e la gravissima recessione - col debito pubblico in vertiginoso aumento - hanno fatto passare in secondo piano i festeggiamenti per la vittoria di ieri sera. Il neo-premier si è detto “consapevole dell’enorme compito” che ha davanti a sé e conferma che non bisogna attendersi miracoli ma impegnarsi in sforzi e sacrifici, tutti insieme. In parole più semplici: tasse, tagli e riforme del lavoro.

Il Psoe è in piena crisi politica, tanto che l'ex primo ministro Zapatero ha scelto la via delle elezioni anticipate piuttosto che scontare lo scotto di una caduta di consensi che avrebbe lasciato morti sulla sua strada. In questa tornata i socialisti hanno preso solo il 26 per cento dei voti e 110 seggi elettorali, mai così in basso dalla caduta di Francisco Franco. Del resto c'era poco da fare considerando la profondissima crisi economica, il debito crescente, la ripresa lenta e una disoccupazione così alta da far diventare la Spagna il fanalino di coda dell'UE27 e quinto in Europa dopo Kosovo, Macedonia, Bosnia e Serbia.

La vittoria del PP era scontata, secondo gli osservatori e gli analisti, ma non evita l'amaro in bocca al partito socialista dei lavoratori. Se aggiungiamo lo scarso appeal del candidato e l'inadeguatezza politica di alcuni funzionari, il tracollo era nell'aria. Un così scarso risultato però non si può darne la colpa solo agli ineleggibili. Le cause arrivano da molto più lontano. Innanzitutto per l’incapacità del governo Zapatero di imprimere un cambio di rotta al sistema economico del paese, vivendo inizialmente sull’inerzia della crescita aznariana, per poi non affrontare adeguatamente e per tempo la crisi che è scoppiata nel 2008, fattore che purtroppo accomuna la Spagna a buona parte del continente europeo.

Gli esponenti del Partido Popular, guidato dal non molto carismatico Mariano Rajoy, già delfino di Aznar, si sono limitati a raccontare agli elettori che loro una ricetta per uscire dalla crisi ce l’hanno - senza mai specificare qual’è questa ricetta magica - e che il paese ha bisogno di cambiare dopo sette anni di governo socialista. Ma se il programma dei popolari è così vago perché gli elettori spagnoli gli hanno tributato alle urne un successo quasi senza precedenti?

Come dicevamo, la spiegazione va trovata probabilmente nel fatto che il governo socialista di José Luis Rodriguez Zapatero non ha saputo contenere l’inarrestabile crescita del tasso di disoccupazione nel paese: a fine estate si assestava su quasi cinque milioni di disoccupati, vale a dire il 21,52% della popolazione del paese, con punte del 60% tra i giovani dell’Andalucía e dell’Extremadura. La grave colpa di Zapatero è stata quella di affrontare con eccessiva timidezza, e con molto ritardo, il declino economico che ora attanaglia senza pietà il paese. Timidezza che è stata riconosciuta dallo stesso Rubalcaba nel corso del faccia a faccia elettorale contro Mariano Rajoy.

Il Psoe della seconda legislatura di governo non ha affrontato con il dovuto coraggio le ragioni della crisi. Coraggio che invece aveva dimostrato nelle riforme civili e sociali che alcuni anni fa avevano fatto della Spagna un paese leader in tema di uguaglianza, pari opportunità e diritti dei cittadini immigranti. Il Zapatero versione 2.0 si è però barcamenato sui temi economici, incapace di proporre una riconversione del sistema di crescita spagnolo e di dare centralità alla ricerca e all’innovazione in un paese statico, non riformando la ley de suelo (se non marginalmente) e vivendo troppo sugli allori dell’oramai datato modello aznariano.

Il secondo errore di Zapatero - probabilmente il più grave - è stato quello di non ascoltare le voci del popolo, ovvero gli Indignados. Non che Rajoy sia stato così tanto ad ascoltarli, per carità, ma è stato abbastanza in mezzo a loro. E questo crea consenso. Alcuni analisti sostengono che Zapatero avrebbe dovuto ascoltare di più i movimenti spontanei e sposare una parte delle loro tesi, in modo da essere rappresentati e nel frattempo colmare il gap di entusiasmo rispetto al Partito Popolare da sette anni all’opposizione. Altri invece sostengono che la vittoria della destra popolare ha dimostrato come i movimenti non sono rappresentativi degli umori dell’opinione pubblica, ma soltanto dei molti elettori di sinistra delusi. In un modo o nell'altro, il partito socialista non è riuscito nemmeno a rosicchiare parte dei consensi della sinistra radicale, anzi ha visto disperdere i propri voti verso i comunisti di Izquierda Unida.

Il risultato è stato la netta vittoria dei popolari, tanto che ieri sera, diverse ore prima della chiusura dei seggi, un’enorme bandiera con scritto “Gracias” era stata esposta dalla sede del Partito Popolare, salvo essere rimossa pochi minuti dopo perché non era "corretto" verso gli avversari.

L'enorme interrogativo che spunta sin da oggi è sulle reali capacità del governo Rajoy di tirar fuori dalla crisi la Spagna. In un paese in cui la crescita dei servizi ha radici decennali, si teme che il nuovo governo tagli drasticamente i fondi destinati ai servizi sanitari e all’istruzione. Lo si nota anche dalle prime dichiarazioni dei vincitori: «Abbiamo vissuto in un paese molto ricco. La gente si è abituata a servizi pubblici di livello molto alto. Servirà tempo a tutti perché ci si renda conto che oggi siamo un paese povero, che abbiamo molti debiti e che per pagarli dovremo ridurre la spesa pubblica e riconquistare la fiducia dei mercati».

La Spagna da ieri è ufficialmente il quinto governo europeo a essere sostituito prima della sua fine naturale a causa della crisi economica. Gli altri erano stati quello di Cowen in Irlanda, quello di Socrates in Portogallo, quello di Papandreou in Grecia e quello di Berlusconi in Italia. A questi cinque paesi europei si è fatto spesso riferimento con l’acronimo PIIGS (inizialmente era PIGS, maiali, al quale si è aggiunta l'Italia dopo gli ultimi problemi economici), in quanto hanno rappresentato negli ultimi anni le economie europee più fragili, irresponsabili e spendaccione.
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Del programma di Rajoy non sappiamo ancora nulla, ma è scontato che in ogni paese in crisi basta un misero cambiamento per raffreddare gli speculatori.

About the Author

Giornalista freelance, si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano, responsabile comunicazione Pd Cordenons e dei social media del Pd della provincia di Pordenone. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona, @PDCordenons, @PDFVG #PdCommunity

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