In Italia manca una strategia digitale

In Italia manca una strategia digitale


Le parole innovazione e modernizzazione fanno capolino nella lunga lettera di intenti inviata dal Governo italiano all'Unione europea per dare rassicurazioni a breve e medio termine sulla situazione difficoltosa del Belpaese, ma in alcun modo sono riconducibili a una politica di promozione dell'economia digitale.

La missiva torna sulle importanti e annose questioni Nord-Sud, pensioni e licenziamenti e salta a piè pari un comparto che - secondo i dati del Digital Advisory Group - incide sul 2% del Pil contribuendo per il 14% alla sua crescita negli ultimi quattro anni, ha creato 700mila posti di lavoro (1,8 per ogni posto perso), e garantito alle aziende attive sul Web una crescita media annua del 10%.

Dati e percentuali incoraggiati e in linea con l'impegno chiesto dall'Ue stessa con l'Agenda digitale: apertura dell'accesso ai contenuti online legali, agevolazione delle fatturazioni e dei pagamenti elettronici, investimenti in ricerca e sviluppo e creazione di reti superveloci e accessibili. Il bicchiere mezzo vuoto tutto italico lo conosciamo anche troppo bene, è di questa settimana il rapporto Akamai che ci schiaffeggia per penetrazione - seppur in crescita - e velocità di Internet, e le trenta aziende del Dag hanno posto l'accento sui risultati già raggiunti e fatto proposte concrete sui prossimi passi da compiere. Fra i firmatari - Telecom, Banzai, Microsoft, Google, Yahoo!, ecc - alcune delle realtà già espostesi lo scorso anno con l'iniziativa analoga Agenda digitale.

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Era il gennaio del 2011, si chiedeva a gran voce una " strategia digitale" e ci si dava cento giorni per richiamare l'attenzione della politica con proposte concrete. Oggi, leggere il documento Dag per credere, siamo praticamente punto e a capo, con le sottolineate necessità di intervenire sulle infrastrutture, creare un advisory board strategico per le politiche digitali, incoraggiare la propensione dei consumatori al Web e assicurare regolamentazioni favorevoli all'innovazione digitale. Richieste reiterate e maturate mentre i vari tavoli per la banda larga, quello di Romani è l'ultimo in ordine di tempo, si accartocciano su se stessi e con essi i fondi destinati all'Internet veloce.

Mentre, volendo tornare al bicchiere mezzo pieno, l' e-commerce risale piano piano la china - +14% nel 2012 e giro d'affari di 6,5 miliardi di euro -, colossi come Amazon - la notizia è freschissima - riconoscono la vitalità degli e-consumatori di casa nostra e gli investimenti pubblicitari online procedono con un tasso di crescita annuale del 15%. Piccoli e autonomi passi che testimoniano la reattività, alla quale si devono i dati Dag citati in apertura, della Pensiola in materia e puntano ancor di più i riflettori sull'assenza di una strategia.

Gli annunci non mancano, a inizio ottobre si è deciso che il messia della banda larga sarà Metroweb, a pesare è il costante - e la lettera di intenti ne è l'ennesima dimostrazione - disinteresse di chi tiene le fila di investimenti e interventi. Di chi dovrebbe acquisire i dati di Dag e costruirci sopra, in un ottica di rilancio e crescita del paese. Non erano questi gli intenti?

[per Lavika]


Bio autore

Si occupa di comunicazione politica per il Partito Democratico friulano. Gli piacciono le elezioni e le campagne elettorali, la politica americana e le primarie statunitensi. Twitter @giacomo_lagona

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