Articoli con tag Bersani

Lancia il sasso

Non che non abbia ragione, ma mi hanno proprio rotto quelli che con le continue critiche fanno solo il gioco di Berlusconi e della destra.

«Nuovo Ulivo? Uno sbadiglio ci seppellirà. Mandiamoli tutti a casa questi leader tristi del Pd. Non è mica solo una questione di ricambio generazionale. Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. È il momento della rottamazione. Senza incentivi».

Soprattutto quando a farle le critiche è uno che non vuole nemmeno pensarci alla leadership del partito passando la palla ai soliti Vendola, Chiamparino e Zingaretti.

Renzi e molti altri son bravi a lanciare il sasso e tirar via la mano.

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La battaglia delle primarie

Dopo la proposta al Partito Democratico di far sempre le primarie nei collegi elettorali, da un paio di giorni L’Unità ha lanciato una raccolta firme all’appello del direttore. Quest’appello, come per ogni altro che riguarda qualsiasi cosa da cambiare nel Pd, ha ottenuto circa 3mila firme in poco meno di tre giorni, sicché è diventato fattore di evidente popolarità.

Oggi Simone Collini, sempre per L’Unità, intervista il segretario Bersani, il quale, col solito pragmatismo che lo contraddistingue, si rende subito disponibile anche a questa alternativa ponendo però alla base del suo principio il cambiamento dell’attuale legge elettorale:

«È la dimostrazione che c’è grande voglia di partecipazione». Reagisce così il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, che incontriamo in un albergo del centro di Torino quando sta per andare a Piazza Castello per il discorso d’apertura della Festa nazionale del Pd, alla notizia della straordinaria adesione dei lettori all’appello de l’Unità . L’idea delle primarie ovunque, come strumento per rimediare ai danni del “porcellum”, era stata prospettata da lui stesso in una serie di occasioni. «Ma questo entusiasmo – aggiunge – deve e può aiutarci a cambiare l’attuale legge elettorale». È questo il principale obiettivo del Partito democratico. «In questa fase – prosegue Bersani – non possiamo rassegnarci, non possiamo accontentarci di dare l’esempio. In gioco c’è il destino del paese, non è solo questione di quanto sia a posto il Pd. Il nostro è il partito della partecipazione, lo abbiamo dimostrato ogni qualvolta abbiamo fatto ricorso alle primarie per le scelte più importanti. Ora però dobbiamo concentrarci per cambiare la legge elettorale. Perché se anche il solo Berlusconi riesce a nominare i suoi parlamentari, non è che l’Italia starà meglio. Anzi«. Il ragionamento del il leader del Pd è che la «porcata» di Roberto Calderoli gioca una parte non secondaria nell’attuale opera di delegittimazione del Parlamento. Solo con deputati e senatori della maggioranza “nominati” dai vertici di partito o addirittura da “uno solo”, dice Bersani, Camera e Senato possono essere impunemente trasformati in “votifici” dove la discussione è bandita, il confronto democratico annullato e il dissenso messo a tacere con il continuo ricorso al voto di fiducia.

Bersani evidenzia che il “Porcellum” va cambiato a tutti i costi perché non è auspicabile che siano le segreterie dei partiti a decidere chi nominare a scapito della scelta elettorale, ma se per problemi tempistici ci si dovesse ricorrere ancora una volta, il segretario del Partito Democratico indica la strada che il suo partito seguirà per la scelta dei nuovi parlamentari:

Per questo la battaglia per cambiare la legge elettorale è considerata “prioritaria”. Il problema del che fare se il “porcellum” dovesse restare è però presente. Perché, viste le condizioni della maggioranza, la situazione politica potrebbe precipitare e, quindi, potrebbe mancare il tempo materiale per la riforma della legge. In questo caso, assicura il segretario, il Partito democratico farà le sue scelte «ricorrendo ai più ampi meccanismi di partecipazione». «I nostri parlamentari – conclude – non saranno nominati».

Dunque anche Bersani pare voglia seguire la proposta della De Gregorio, però lo stesso segretario ha ultimamente dichiarato di voler creare un Nuovo Ulivo in cui racchiudere tutte le forze d’opposizione. Pertanto, se l’accettazione di Bersani alle primarie nei collegi diventasse definitiva – cosa che escludo a priori – si verrebbe a creare un problema tutt’altro che semplice da risolvere.

E’ importante considerare che le forze in campo non dipendono dal Pd, ma hanno una loro forza e consistenza politica. In sostanza, il Pd non può pretendere di fare le primarie da solo senza considerare i nuovi alleati, quindi dovrebbe farle di coalizione. Ma le primarie di coalizione esistono già nello statuto del Pd – lo si è visto in Puglia con Vendola di SeL e Boccia del Pd -, mentre queste in realtà dovrebbero portare l’elettore a decidere chi eleggere da una lista di candidati proposta da ogni singolo partito.

Ciò comporta che ogni partito scelga un proprio candidato autonomamente, e poi lo inserisca nella lista per le primarie. A questo punto però, le scelte degli alleati dipendono dalle segreterie e quindi si creerebbe un pastrocchio tipo mini porcellum, quindi in pratica le cose cambierebbero solo per i candidati del Pd. Se comunque si decidesse verso questa proposta, potremmo persino trovarci a rinfocolare il vecchio Mattarellum per colpa delle forze inique in campo: non credo proprio che il Pd si metterà sullo stesso piano delle altre forze politiche pur essendo il partito più grosso. Quindi la scelta verrà fatta col maggioritario, e il modello preferito potrebbe essere la vecchia legge elettorale.

Se si optasse per questa proposta non sarebbe il Porcellum, ma si ci avvicina tanto.

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Mancano solo i francobolli

L’estate si sa, è periodo di cazzeggio a tutto spiano. Specie per i politici.

Quest’estate è stata segnata particolarmente per la voglia di raccontarsi tramite le cosiddette “lettere al direttore”, e dopo quelle pre-estive di Veronesi, Bersani e della Gabanelli, ieri è stata la volta di Walter Veltroni sul Corriere ed oggi di Pier Luigi Bersani su Repubblica.

Tralascio i contenuti macchiavellici – per un verso e per l’altro, ma entrambi sessantottini – della lettera del vecchio fondatore e dell’attuale segretario del Pd, per rimanere un attimino “sul pezzo”.

Le mie letture di oggi sono state tre lettere (eh sì!) di diverso spessore di quelle finora annunciate, ma sempre lettere rimangono: la prima, interessantissima, riguarda Nichi Vendola e la sua candidatura a premier; la seconda pure molto interessante e per di più completa fondamentalmente la prima con una domanda sulla scuola. La terza invece, è un discorso un po’ diverso perché parte dalla segreteria Veltroni finendo con l’attuale Bersani. Ma non solo questo, ci sono le lettere anche qui, c’è il Partito Democratico quando è nato e quello di oggi. Ma ancora non è solo questo. C’è Berlusconi e i berlusconiani. Ancora non è solo questo, perché c’è anche la politica della trasparenza e la trasparente non-politica.

Insomma, c’è molto altro ed è proprio quest’altro che fa pensare al passato e al presente. E molto al futuro con o senza Berlusconi. Leggetela!

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Evviva l’originalità delle idee

“Il Partito Democratico organizzerà la più grande mobilitazione porta a porta che un partito abbia mai promosso”.

Come l’altro… ma senza Cepu

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Le ragioni di un’opposizione credibile

Per liberarci di Berlusconi e del berlusconismo parassitario presente nel paese, non serve allearsi – o seguire, che è più grave – Fini e la sua idea di “legalità”; non serve dar credito a quel fantomatico “terzo polo” che vorrebbe Casini e il pasdaran Rutelli che sembra la cura di tutti mali della politica italiana. No, non servono nessuno dei due antidoti sbandierati da coloro che, in questo momento, fanno pia opposizione a quel che resta del Pdl.

Da qui ai prossimi mesi serve una proposta vera e costruttiva per far riemergere il paese dal pantano d’illegalità e inciuciame che sta attraversando. Serve una proposta concreta sul lavoro e sul post-crisi. Serve un punto di riferimento reale in cui il paese si possa sentire vincente e avvincente. Serve, insomma, che il Partito Democratico ritorni ad essere la vera forza d’opposizione che giova all’Italia.

Serve un partito che guardi alle elezioni con coraggio e spavalderia, perché si possono vincere senza patemi e inezie; perché è l’unico modo di liberarci, finalmente senza se e senza ma, di un tiranno – sulla carta, ma non coi voti – che fa del paese il suo oggetto di scambio privilegiato col resto del mondo.

Serve un Pd che guardi con interesse alle alleanze, ma senza dimostrarsi accondiscendente con esse se queste non seguono il programma (futuro) della coalizione. Serve un partito che diventi finalmente responsabile e determinante nelle scelte – presenti e future – dell’Italia e degli italiani; che faccia della legalità – senza giustizialismi dipietristi – la sua battaglia civile contro la demonizzazione della Magistratura. Serve una carica responsabile per portare il paese fuori dalla deriva clientelare e dispotica degli ultimi sedici anni.

Serve un Pd che sia Democratico con la “D” maiuscola.

Mi fa paura sentire Bersani – o Letta, o Bindi, o Penati – dire che Fini è un buon interlocutore per la legalità; mi fa ancora più paura sentire che il Pd vuole allearsi con l’Udc e l’Api per battere “il berlusconismo galoppante”.

Forse ci siamo dimenticati che lo scorso anno Fini e i suoi seguaci non mossero un dito ne’ alzarono la voce a favore della legalità, quando le opposizioni presentarono la mozione di sfiducia contro Dell’Utri e Cosentino. D’accordo, allora era fuori luogo quella mozione, ne sono ben conscio. Ma i finiani legalitari non dissero assolutamente nulla contro quella proposta – pur sbagliata nei tempi e nei modi – del Pd e dell’Idv: votarono a favore del governo senza minimamente preoccuparsi se c’era un fondo di giustizia in quella proposta.

Ci siamo scordati che in Sicilia l’Udc – ma anche il finiano Granata – appoggia la presidenza Lombardo (indagati per affiliazione mafiosa), e gl’immensi intrallazzi locali gestiti da Miccichè, Dell’Utri e compagnia bella.

Ci dimentichiamo ancora più spesso che la legalità va combattuta prima di tutto all’interno, e solo dopo all’esterno. Ragion per cui, ben venga una coalizione di alternativa politica, un centrosinistra capace di mettere insieme in modo coerente parole e gesti, pratiche e progetti. Però non solo a chiacchiere nelle aule parlamentari. Ma tra la gente, gli iscritti, gli elettori, gli astensionisti e tutti gli sfiancati di sedici anni di malgoverno autarchico e personale di Silvio Berlusconi.

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Vincono solo quelli che pensano di poter vincere

In terza pagine sull’Unità tutti i giorni c’è una piccola rubrica chiamata “Duemiladieci battute”. Di solito la cura Francesca Fornario e spesso è molto interessante perché parla di attualità politica sotto forma di satira intelligente.

L’articolo di oggi – “Dottore, non mi sento tanto bene” – non è particolarmente interessante nel suo contesto, ma chiude con una frase che secondo me chiarisce come il centrosinistra attualmente abbia paura di andare al voto, complice una posizione ufficiale in cui si dice che il Pd “non è pronto”.

Dottore, non mi sento tanto bene. Non riesco più a fare battute». «Da quando riscontra il problema?». «Da ieri sera. È come se mi fossi strozzata, però al contrario. Sento le battute in pancia ma non escono, mi si fermano in gola». «Deve aver assunto qualche sostanza che le ha fatto male. Di questi tempi gli alimenti sono così avariati che uno dell’Udc ha chiamato i Nas: gli hanno venduto della cocaina che diventava». «No, è che ieri sera ho fatto un gioco. Eravamo a casa mia con una ventina di amici. Alcuni sono compagni di pagine sull’Unità: Claudia Fusani, Igiaba Scego, Andrea Satta. Altri sono compagni di viaggio: satirici, militanti e candidati dei partiti d’opposizione: Pd, Idv, Sel, Movimento Cinque Stelle». «Ed eravate tutti insieme?! Alla stessa festa?». «Per quello era una festa. Solo che a un certo punto Alessandro Gilioli, quello del mitico blog Piovono Rane, ha avuto un’idea. Ha detto: Scriviamo su un foglietto il nome di chi sarà il presidente del Consiglio il 2 giugno 2011». «Normale. Berlusconi è alla frutta, ci si domanda chigli succederà». «Il problema è che ha vinto Berlusconi». «Ma era una previsione, non un auspicio: un matrimonio su due finisce con un divorzio, ma la gente continua a sposarsi nella speranza che funzioni».«Già, ma se chiedi a quelli che si sposano quando hanno intenzione di divorziare ti rispondono mai, e allora perché se chiedi a chi si candida contro Berlusconi chi sarà premier tra dieci mesi ti risponde Berlusconi? Perché pensiamo che Berlusconi sia imbattibile anche adesso che il centrodestra si è spaccato in due? È assurdo, Berlusconi è stato battuto due volte! E da Prodi, mica da Obama». «Vede, è come la claustrofobia. Ha presente quelli che non prendono l’ascensore perché credono che manchi l’aria? Ecco: il problema è che noi siamo rimasti chiusi in ascensore per vent’anni». «Accidenti, spero che passi. E non per tornare a fare battute, ma perché ho fatto sport agonistico per una vita e una cosa l’ho imparata: vincono solo quelli che pensano di poter vincere».

In realtà il Pd pensa di poter vincere. Ma non adesso…

Pierluigi Bersani: «Accorciare le distanze tra le forze di opposizione per un governo di transizione, chiunque lo guidi».
Enrico Letta: «Alleanza più vasta possibile per battere B. alle Camere, governo di transizione, niente primarie, al momento il nostro candidato è Pierluigi Bersani».
Massimo D’Alema: «Sarebbe saggio formare un governo di transizione che si occupi di legge elettorale, economia e questione morale, no a Vendola candidato del centrosinistra».
Luciano Violante: «Coalizione alle Camere dal Pd ai finiani».
Walter Veltroni: «Il Pd sia la locomotiva di uno schieramento di alternativa per riscoprire la propria vocazione maggioritaria».
Giuseppe Fioroni: «Bisogna trovare un novello Prodi per parlare alla pancia del paese cattolica e moderata».
Sergio Chiamparino: «Serve un nuovo Lingotto».
Marco Follini: «Il Pd dovrebbe allearsi in Parlamento con il terzo polo, unirsi all’asse nato tra Fini, Casini e Rutelli».

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Più forti noi, più forte tu…

E così Berlusconi vuole un programma di governo di soli quattro punti da presentare in Parlamento a settembre, sennò, dice, cade il governo. Secondo quanto riportato da fonti della maggioranza, i punti in questione riguarderebbero Fisco, Giustizia, Federalismo e Mezzogiorno.

Secondo invece fonti molto vicine al presdelcos i quattro punti sarebbero (in ordine sparso):

  1. Epurazione delle toghe rosse (cioè tutti i giudici)
  2. Far passare il lodo Alfano costituzionale (Verdini e i suoi stanno lavorando in tal senso)
  3. Aumentare la durata del legittimo impedimento fino all’ottobre del 2013 (non basta fino al 2011, mica è scemo!)
  4. Far fuori dal Parlamento il gruppo di Futuro e Libertà (probabilmente con una legge ad hoc)

Dunque le opposizioni – ha voglia Bersani di chiedere di non mettere veti (“A Casini, Vendola e Di Pietro chiedo di evitare veti”) - hanno solo una strada da percorrere: fare un opposizione seria che ci porti, se dio vuole, a mandare a casa l’altro dio, quello in terra.

Com’era quel vecchio slogan? Più forti noi, più forte tu…

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Inserisci il nome mancante

Marco fa un bell’esercizio di stile sostituendo Pdl con Pd, Fini con Di Pietro e Vendola, Berlusconi con Bersani e Veltroni. Il risultato è assolutamente realistico nonché fantastico.

Il Partito Democratico è un partito costruito a immagine e somiglianza di Walter Veltroni: convention con acclamazioni, jingle che sembrano canzoncine di Jovanotti, una schiera di parlamentari che ben che vada portano un devoto rispetto al leader. E’ stata in parte così l’esperienza di DSMargherita. E’ così, con alcune esacerbazioni inacettabili, il Pd. C’è chi da anni chiede un partito diverso. Lo fa parlando di primarie, di giovani, di meritocrazia. Lo fa perché non condivide l’idea che i parlamentari vengano nominati da uno stretto giro di segreterie a loro volta nominate da un giro ancor più stretto nominato da nessuno. Questo è. E ne abbiamo parlato così tante volte, nel nostro piccolo, da risultare noiosi ai più. Ma lo abbiamo fatto con la precisa convinzione che questo partito si potesse cambiare, che per questo partito valesse la pena di spendere due gocce di credibilità personale e di metterci la faccia.

Ci chiamavano dissidenti, qualcuno ci guardava con sospetto, qualcun altro con favore. In ogni caso ci guardavano. Non siamo mai stati tanti e non abbiamo mai avuto le luci della ribalta, anche perché in DS e Margherita prima e nel Pd poi ci siamo sempre stati con convinzione e alle conferenze stampa abbiamo preferito la militanza e il dissenso costruttivo.

Poi sono arrivati Di Pietro e Vendola e hanno annientato ogni reale possibilità di migliorare il Pd.Vendola Di Pietro semplicemente non sopportano la leadership di Pier Luigi Bersani. In SELIdV la gestione del potere è molto peggiore e antidemocratica di quanto avviene oggi nel Pd. E di quella gestione Di Pietro Vendola sono i leader e ispiratori indiscussi. [...]

Oggi Vendola Di Pietro diventano i paladini di tutti quelli che vorrebbero un Pd migliore. Lo fanno, come sempre, a modo loro, per un tornaconto personalissimo. L’ultima possibilità di cambiare questo partito l’hanno uccisa luoro mettendo il cappello sopra ad ogni iniziativa riformatrice, con il solo intendo di indebolire la leadership di Bersani e di affermarne un’altra, la loro. Così facendo hanno assimilato ogni voce distonica rispetto al mainstream dei veltrones e dei dalemones e costretto tutti a scegliere semplicemente tra uno di loro e Bersani.

Noi, che non vorremo sostituire un principe ad un monarca ma mantenere le condizioni per un partito che continui a scegliersi democraticamente la sua classe dirigente, stiamo sempre qui a chiedere le primarie. Che, sia detto al Pigi sottovoce, rimangono l’unico strumento per far capire avendolianidipietristi quanta parte di consenso abbiano nel centrosinistra nazionale.

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Vendola fa fuori Bersani

IPR Marketing ha fatto un sondaggio su chi, secondo l’elettorato di centrosinistra, tra Nichi Vendola e Pierluigi Bersani potrebbe battere Berlusconi alle prossime politiche.

Dando per scontato che il valore di questi sondaggi è praticamente zero, è molto utile però capire come in questo momento si muove l’elettorato di centrosinistra e su chi, tra i due maggiori contendenti alla sfida del 2013, possa competere con maggiori favori alla carica di premier. Il sondaggio – fatto su un campione di 600 persone residenti in Italia, disaggregati per sesso, età ed area di residenza – propone una serie di domande di routine che vanno dall’affidabilità all’onestà, dall’autorevolezza alla concretezza. Sostanzialmente Ipr fa due serie di domande: la prima sul profilo personale dei candidati e del loro modo di fare politica; la seconda invece va più nello specifico chiedendo a chi dei due andrà il voto sia per una possibile tornata di primarie che su scala nazionale per le prossime elezioni.

Sul profilo personale Bersani prende due terzi delle preferenze risultando più onesto, sincero, preparato, moderato, affidabile, determinato e concreto del suo avversario. Però anche sulla fiducia il segretario del Pd ha 14 punti di margine sul leader di SeL. Un’attenta analisi però ci dice un’altra cosa.
Pierluigi Bersani vince la somma di “Molto+Abbastanza” con 77 voti a 63. Ma tra “Molto” e “Abbastanza” i dati sono considerevolmente distanti: nel segretario del Pd 58 persone hanno ABBASTANZA fiducia contro i 32 di Vendola; al contrario 32 persone su cento credono MOLTO in Vendola contro le 19 a favore di Bersani. Altre distanze sono nei dati negativi: sommando le percentuali di chi ha poca fiducia e di chi non ne ha nessuna, Bersani quasi doppia Vendola attestandosi al 22% contro il 13% del suo avversario. Praticamente chi crede poco nei due candidati, se dovesse fare una scelta questa cadrebbe su Vendola.

Ciò comporta che il segretario Pd vince grazie a coloro che hanno “abbastanza” fiducia in lui (potrebbero essere i moderati, ad esempio), ma senza esagerare… Mentre Vendola è “molto” più amato di Bersani raccogliendo quasi il 50% in più delle preferenze dell’avversario (stesso discorso: i più estremisti?).

Confrontando invece i dati per singola appartenenza partitica, si capisce in che modo Bersani fa tabula rasa di Vendola. Bersani vince facilmente tra gli elettori del Partito Democratico (86 a 67) e tra gli indecisi (80 a 52), mentre la forbice si restringe un po’ tra gli elettori degli altri partiti di centrosinistra, 72 a 60. Ma il presidente della Puglia piglia quasi venti punti di vantaggio tra gli elettori dell’Idv: 76 a 58. Ed è questo il dato politicamente più importante di questo sondaggio: sapendo che Di Pietro si è sempre contraddistinto per l’opposizione ad oltranza a Nichi Vendola in questi anni - anche durante le primarie in Puglia e poi non condividendo la coalizione nata da quella vittoria -, i suoi elettori danno molta fiducia al leader di Sinistra e Libertà contrapponendosi al leader dell’Italia dei valori. Sembra quasi una rivolta contro di Di Pietro.

L’ultima infografica mostra quale dei due candidati voterebbero gli intervistati, sia su base nazionale che di primarie di coalizione, per la carica di leader nel centrosinistra. Anche qui le sorprese non mancano.
Trovo quasi esilarante, ma inverosimile, che Bersani verrebbe votato alle primarie solo dagli elettori indecisi di centrosinistra, mentre Vendola avrebbe il voto degli elettori del Pd (anche se per soli 4 punti), di Idv (56 a 44) e quello degli altri partiti minoritari (64 a 36). Stesso discorso, ma con distacchi più pronunciati, per chi si dovrebbe battere con Silvio Berlusconi alle politiche del 2013.
Tra gli elettori del Pd Vendola batte Bersani di 24 punti, 53 a 29; per gli elettori dell’Idv non c’è storia, Vendola verrebbe votato da 49 elettori e Bersani solo da 19; ancora una volta l’apoteosi arriva dagli elettori dei partiti di minoranza: 63 Vendola, 27 Bersani. Un distacco di 36 punti.
Come nel caso delle primarie, anche per gli elettori indecisi al governo è meglio Bersani che Vendola: per il leader del Pd votano cinquanta intervistati su cento, mentre per Vendola la percentuale si ferma al trenta.

La media comunque è a favore di Vendola per pochissimo, 51 a 49, e anche se questo sondaggio è inutile fa capire in che modo si muove l’elettorato di centrosinistra, come è stata percepita la candidatura alle primarie del governatore pugliese, e in che modo si sovrappone al presente dell’attuale opposizione.

I dati naturalmente non sono incoraggianti per il Partito Democratico, e immagino che nemmeno Bersani ne sia felice, però può essere un buon punto di partenza per il Pd e per tutto il centrosinistra di casa nostra. In fondo bisogna crederci e pensare che ogni tanto i sogni possono avverarsi. Non si sa mai…

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Bersani, Veronesi e i funghi atomici della Gabanelli

Alcuni mesi fa un gruppo di scienziati apparentati col Pd avevano inviato al Riformista una lettera aperta al segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani, chiedendo di cambiare idea sul nucleare e convincere i contrari a fare altrettanto perché, come si legge, “il nucleare non è ne’ di sinistra, ne’ di destra” e certi “pressapochismi e atteggiamenti antiscientifici” sono assolutamente da evitare. La lettera conclude che bisogna riprendere quello spirito aperto e progressista che permetteva tempo fa al centrosinistra di essere il punto di riferimento per gli scienziati italiani:

I dati ti sono chiari: importiamo più dell’80 per cento dell’energia primaria di cui abbiamo bisogno, principalmente, da Paesi geopoliticamente problematici. Produciamo l’energia elettrica per il 70 per cento con combustibili fossili. Circa il 15 la importiamo dall’estero e prevalentemente di origine nucleare. Se non la importassimo la nostra dipendenza dai combustibili fossili (gas e carbone in primo luogo) salirebbe oltre l’80 per cento. Con le rinnovabili, se escludiamo l’idroelettrico, patrimonio storico del nostro Paese, ma praticamente non aumentabile, produciamo circa il 6 per cento. L’energia solare per la quale sono stati investiti fino a ora circa 4 miliardi, ben ripagati dai generosi incentivi concessi fino a oggi dal sistema elettrico italiano, contribuisce al nostro fabbisogno elettrico per lo 0,2 per cento.

È incomprensibile, invece, la sbrigatività e il pressapochismo con cui, spesso, da parte di esponenti del Pd, vengono affrontati temi che meriterebbero una discussione informata e con dati di fatto. Abbiamo nel Paese sentito parlare di “masserie fosforescenti” e altre falsità di questo genere, che cozzano contro il buon senso e ogni spirito di razionale e serio approccio al problema. Basterebbe attraversare il confine e visitare centrali nucleari francesi vicine ai castelli della Loira o quelle nelle vallate svizzere per capire l’enormità di tali affermazioni. O ancora per quel che riguarda i costi del programma nucleare: incomprensibile senza una discussione completa su tutti i dati di riferimento (costi di generazione del KWh, costo del combustibile, durata di vita delle centrali eccetera) e senza confronti con i costi delle alternative in caso di rinuncia al programma nucleare. Per non dire del tema della sicurezza che punta a sottacere il track record di sicurezza degli impianti nucleari che non ha paragoni con quello di ogni altra filiera energetica.

Caro Segretario, occorre evitare il rischio che nel Pd prenda piede uno spirito antiscientifico, un atteggiamento elitario e snobistico che isolerebbe l’Italia, non solo in questo campo, dalle frontiere dell’innovazione. Ampi settori di intellettualità tecnica e scientifica, che un tempo guardavano al centrosinistra come alla parte più aperta e moderna dell’Italia, non ci capiscono più e guardano altrove. Noi ti chiediamo di prendere atto che il nucleare non è né di sinistra, né di destra e che, anzi, al mondo molti leader di governi di sinistra e progressisti puntano su di esso per sviluppare un sistema economico e modelli di vita e di società eco-compatibili: Brasile con Lula, Usa con Obama, Giappone con Hatoyama, Gran Bretagna con Brown. Noi ti chiediamo di garantire che le sedi nazionali e locali del Pd, gli organi di stampa, le sedi di riflessione esterna consentano un confronto aperto e pragmatico. Riterremmo innaturale e incomprensibile ogni chiusura preventiva su un tema che riguarda scelte strategiche di politica energetica, innovazione tecnologica e sviluppo industriale così critiche e con impatto di così lungo termine per il nostro Paese.

In questo fino luglio afoso e infuocato di minacce da una parte all’altra del Governo, aldilà dei processi extra-parlamentari mediatici e giudiziari, c’è ancora qualcuno che riesce a parlare di politica senza tirare in ballo la Magistratura. E’ il caso del professor Umberto Veronesi, oncologo di fama mondiale e Senatore della Repubblica, e ancora una volta il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani. L’aspro dibattito è nato per la proposta della Ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo che vorrebbe affidare la presidenza dell’Agenzia per la Sicurezza del nucleare al luminare 85enne. Ieri in un’intervista a Repubblica, Bersani auspicava un ripensamento da parte dell’oncologo perché, teme, ci sia “il rischio è di fornire alibi a un piano velleitario e inconcludente”. In realtà il professor Veronesi sta valutando attentamente la proposta, ma conoscendo la sua propensione verso il nucleare, è molto probabile un suo assenso alla presidenza dell’agenzia governativa. Bersani dice di aver parlato con Veronesi e spiegato perché la proposta del Governo non è affidabile; per tutta risposta Veronesi scrive una lettera al Corsera spiegando in cinque punti perché, a determinate condizioni, potrebbe accettare la proposta della Prestigiacomo:

Caro direttore,

Il dibattito che si è sviluppato intorno all’ ipotesi di una mia nomina a Presidente dell’ Agenzia per la Sicurezza del nucleare appare confuso su 5 punti fondamentali, che tengo molto a chiarire.

Primo, la scelta non è ancora fatta: non ho accettato la proposta di nomina a Presidente, ma la sto attentamente valutando. La decisione che ho preso è che, nel caso in cui accettassi, sicuramente mi dimetterei dal Senato. Lo farei non per motivi partitici, ma perché non potrei conciliare attività scientifica, agenzia e lavori in Senato. Dunque al momento continuo la mia attività senatoriale, all’interno della Commissione Istruzione, Ricerca e Cultura, dove si lavora bene intellettualmente e umanamente.
Secondo, ho posto precise condizioni al mio sì: il piano deve essere tecnologicamente avanzato, economicamente sostenibile e professionalmente gestito da figure di alto profilo scientifico e non selezionate in base a logiche di partito. Inoltre il mio ruolo deve garantire ampi margini di libertà di decisione e di azione, e deve essere compatibile con la mia attività clinica, medica e scientifica, che non ho alcuna intenzione di abbandonare.
Terzo, le mie competenze in qualità di Presidente sarebbero di coordinamento degli esperti in materia di nucleare (prevalentemente fisici), con una responsabilità diretta circa la sicurezza per la salute della popolazione. Chi teme la mia mancanza di sapere ed esperienza tecnica sul nucleare va rassicurato: mi occuperò di rischio per la salute e prevenzione, come faccio da sempre, con impegno. Va detto comunque che ho sempre coltivato l’interesse per la fisica (anzi direi che sono un appassionato); non a caso ho ricevuto la Laurea Honoris Causa in Fisica dall’ Università di Milano.
Quarto, la motivazione del mio profondo interesse per la proposta è che ritengo che la scelta del nucleare sia un Bene per il Paese, che amo e che vorrei vedere sviluppare in linea con gli standard mondiali più avanzati. La mia posizione ha origini scientifiche «storiche» e non è cambiata nel tempo. Gli Stati Uniti e, proprio ai nostri confini, la Francia e la Svizzera (modello di qualità di vita per noi italiani) hanno da anni investito nel nucleare e continuano a sviluppare strategicamente la loro scelta. Come fonte di energia, il nucleare è al momento la meno tossica per l’ uomo: il rischio collegato al suo utilizzo è quello di incidente alle centrali di produzione, ed oggi nel mondo è calcolato vicino allo zero. E’ dunque l’alternativa più valida al petrolio, che è altamente inquinante ed è causa di conflitti sanguinosi, oltre che di episodi disastrosi per l’ambiente e la salute, come abbiamo vissuto di recente con la vicenda americana della Bp.
Quinto ed ultimo punto, la mia eventuale decisione a favore della nomina non cambia il mio pensiero, la mia filosofia e il mio impegno sociale. Sono legato (in alcuni casi anche iniziatore) ai movimenti che sostengono i diritti dei più deboli e dei più poveri, che lottano contro l’ ingiustizia sociale, che si impegnano contro gli squilibri economici, l’ indigenza e la fame nel mondo, che promuovono la pace e il rispetto dei diritti umani, che agiscono a favore della questione femminile. Questi sono i temi che applicano i valori della Sinistra, a cui ho aderito per tutta la vita, dalla lontana Resistenza, all’ incarico come Ministro in un Governo di sinistra, fino al mio recente impegno in Parlamento. Valori che non rinnego e continuerò a trasformare in atti concreti. Per questo, su caloroso invito di Walter Veltroni, nel 2008 ho accettato di candidarmi al Senato e per questo, sono convinto, sono stato eletto a Milano: portare in Parlamento i miei 50 anni di battaglie per la salute, la scienza e la libertà di pensiero e di ricerca. Come ho dichiarato apertamente, non sono mai stato iscritto ad un partito e non mi sono iscritto al Pd. Il mio contributo alla vita dei cittadini e al Paese sono convinto sia, in questo momento, accettare un ruolo di tutela della salute nell’ambito di una scelta nucleare (che strategicamente condivido) comunque già presa dall’attuale Governo.

Per questo, se tutte le condizioni che ho indicato saranno rispettate, accetterò la nomina di Presidente dell’agenzia per la sicurezza del nucleare.

Umberto Veronesi

Dunque il professor Veronesi sta ancora valutando la proposta e mette al primo posto cinque punti fondamentali che dovranno essere accettati per consentirgli di svolgere al meglio il lavoro per cui è stato scelto.

Innanzitutto si dimetterebbe da senatore perché non riuscirebbe a portare avanti tutte e tre le alte cariche – Commissione senatoriale, presidenza dell’agenzia e, soprattutto, il suo amato lavoro di ricercatore oncologico -, ma le dimissioni da sole non bastano. Il professore chiede al Governo che il piano sia “tecnologicamente avanzato, economicamente sostenibile e professionalmente gestito da figure di alto profilo scientifico”, ma deve essere innanzitutto compatibile con la sua attività medica perché di abbandonarla non se ne parla nemmeno. Col terzo punto decide di occuparsi di prevenzione alla salute calcolando i rischi che lo studio del nucleare impone, però, dato che di fisica è un appassionato con tanto di honoris causa, il suo interesse resta principalmente scientifico. Veronesi ritiene che il nucleare sia un bene, e lo dice prendendo come esempio la Francia e la Svizzera – modello di qualità di vita: il nucleare è meno tossico, i rischi collegati al suo utilizzo sono pari a zero, è l’alternativa al petrolio molto inquinante e causa di conflitti umani e ambientali. L’ultimo punto in sostanza ribadisce ciò che ha appena detto, con l’aggiunta che questo governo tiene alla salute e vuole usufruire delle risorse nucleari per il futuro. Se queste condizioni verranno rispettate accetterà la presidenza dell’agenzia sul nucleare.

Il discorso del professore è molto vago su temi che probabilmente conosce ma non fino in fondo, anche se credo sia stato vago per non dilungarsi troppo. Però mi sarei aspettato da uno scienziato delle risposte molto più argomentate su alcuni punti, specialmente per la materia tutt’altro che semplice da comprendere per un pubblico non addentro a certe tematiche come lo è il nucleare. Nelle parole di Bersani, inoltre, si legge che il Pd non è contrario al nucleare in sè, ma lo è sull’ipotesi avanzata dal Governo e sulle modalità che essi lo vogliono portare in Italia. Ergo che in questa fase nessuno dei duellanti vuole abbassare la cresta perché ognuno ha le proprie ragioni e i propri dubbi.

A fare da paciere tra i due litiganti arriva una terza lettera (aridaje!) al Corriere addirittura di Milena Gabanelli che critica ferocemente le questioni nucleari di Umberto Veronesi:

Caro direttore, premetto che non ho interesse per le preferenze politiche del Prof. Veronesi; è un oncologo di fama e mi aspetto che faccia tutto quello che può per curare il cancro. Da un paio d’anni è anche senatore, carica che ha accettato a patto che non gli porti via tempo per i suoi pazienti. Intento nobile verso i pazienti, meno verso i cittadini che, pagando un lauto stipendio ai senatori, si aspettano che dedichino le loro energie alla gestione politica del Paese. Ora è stato proposto il suo nome come Presidente dell’Agenzia per la Sicurezza del Nucleare, nomina che accetterebbe volentieri, di nuovo a condizione che non sottragga tempo ai suoi pazienti. Ovvero, bisognerebbe adattare le necessità di un’agenzia così delicata e fondamentale agli impegni del candidato presidente. Intanto venerdì scorso in Senato è stato approvato un decreto che gli consentirebbe, se volesse, di andare in deroga alla legge che vieta a chi ha incarichi politici di presiedere un’authority.

Riguardo invece alla sua competenza in materia, scrive: «Sono un appassionato di fisica, non a caso ho ricevuto la laurea honoris causa». Nuclearista convinto, cita la Francia come modello di qualità di vita per noi italiani. Partendo dal presupposto che l’agenzia non sia un bluff ma qualcosa di straordinariamente serio, non è affatto rassicurante l’idea che venga diretta (nei ritagli di tempo) per 7 anni, da un uomo che oggi ne ha 85, anche se è il più bravo oncologo del pianeta. Presiedere l’agenzia per il nucleare vuol dire affrontare problemi di carattere tecnico, elaborare i regolamenti insieme ai commissari, dare il parere sui progetti, verificare il rispetto delle regole e prescrizioni a cui sono sottomesse le installazioni. Un lavoro certamente a tempo pieno, meglio se subordinato a una competenza specifica, più che a una passione. Siccome il Prof. Veronesi cita il modello francese, saprà che la loro agenzia (ASN) è diretta da Jean Christophe Niel, 49 anni (laureato in fisica teorica che ha ricoperto incarichi di vertice nel controllo sul ciclo del combustibile e dei rifiuti, ed è stato per anni capo del dipartimento per la sicurezza dei materiali radioattivi). Il presidente è Andrè-Claude Lacoste, 69 anni, ingegnere, da 17 anni con incarichi direttivi nel settore sicurezza nucleare.

Il Prof. Veronesi ha poi espresso un’opinione sul fattore rischio («oggi calcolato quasi vicino allo zero»), che sembra non tener conto dei cosiddetti piccoli incidenti quotidiani, riportati da tutte le Agenzie, che si verificano proprio in Francia; per non parlare delle basse emissioni permanenti degli impianti, come dimostra lo studio del Prof. Hoffman ordinato dalla Cancelliera Merkel. Parlare invece di nucleare come «l’alternativa più valida al petrolio» è solo suggestivo, poiché il petrolio serve soprattutto a far muovere le macchine e solo in minima parte ad alimentare le centrali elettriche. Infatti in Francia, Paese più nuclearizzato d’Europa, il consumo procapite di petrolio è più alto rispetto a quello italiano. Succede di essere approssimativi quando ci si occupa di troppe cose.

Milena Gabanelli

La Gabanelli, solitamente restia ad intromettersi in questioni che non riguardano direttamente la sua persona, interviene molto duramente nei confronti del senatore e delle sue scelte, perché, secondo la conduttrice di Report, il problema non sono solo i tanti impegni contemporanei del professore, ma principalmente la sua ignoranza diretta in materia nucleare e l’età non propriamente adeguata per cimentarsi in un’operazione a così alto rischio. Ma la stroncatura arriva alla fine, entrando nel merito del rapporto Veronesi-Pd, con un’argomentazione più adeguata al leit-motiv, rispetto alla superficialità con cui lo scienziato aveva trattato il tema di rispetto ambientale, consumo petrolifero e fattori di rischio.

La Gabanelli non le manda certo a dire, nemmeno di fronte al miglior oncologo vivente. E forse è proprio la natura diversa dell’argomento che la giornalista lo vuole far passare come messaggio sbagliato. E probabilmente ha pure ragione.

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