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A caccia del Web 2.0
Scritto da Jack in Media, Tecnologia il 11 agosto 2009
Parecchi di voi si ricorderanno come qualche mese fa un aereo sorvolò la Statua della Libertà a New York, facendo credere alla popolazione un altro attacco kamikaze. Quell’aereo era l’Air Force One scortato da due F-16, ed era stato inviato dal direttore del Military Office della Casa Bianca, Louis Caldera, a scopo pubblicitario per farlo fotografare. Nulla di strano fin qui, se solo non fosse che i social network – Twitter in testa – hanno dato ampissimo risalto alla storia denunciando l’accaduto, e che sono costate il posto a Caldera.
Dopo tre mesi, il Pentagono ha stilato un rapporto dove mette in luce “i rischi per la sicurezza nazionale dovuti all’esistenza dei siti di Social Networking”, ma come allo stesso modo stia monitorando il web 2.0 per avviare future forme di “contenimento”. Già nel 2006, l’aviazione USA aveva finanziato un progetto di controllo sui social network dal costo di 450mila dollari, con lo scopo di stabilire se la rete sociale fosse utile alla lotta al terrorismo e, soprattutto, se queste informazioni potevano essere credibili o meno. Un sistema informatico all’avanguardia elaborava le migliaia di conversazioni sparse per la rete, ed elaborava i dati sensibili dal “cazzeggio” internettiano, distinguendo facilmente gli uni dagli altri.
Nel frattempo i Marines hanno chiuso la rete intranet militare per l’accesso ad internet, onde evitare che i soldati diano informazioni “sensibili” agli avversari indirettamente e senza farlo apposta. Si nota, quindi, che per lo Stato americano il web 2.0 sia allo stesso tempo utile e pieno di risorse, ma minaccioso perché facilmente incontrollabile.
Ed esattamente per questo scopo che non è difficile comprendere il perché, dal 2007, sono operative due task force di Marines che operano nel controllo e nella diffusione di messaggi diffusi dalla stessa US Air Force, constatando come nell’arco di pochissimi minuti vengono pubblicate le immagini dell’aereo di New York – con tre tweet al minuto ma scemando col passare dei giorni – mentre sui blog la notizia è rimasta molto più a lungo tra le notizie più commentate.
Qualcuno afferma come sia stupefacente questa fuga di notizie verso l’esterno, trattandosi di notizie militari. Non è ne’ stupefacente, ne’ la classica talpa all’interno del Pentagono: si tratta semplicemente del Freedom of Information Act in cui anche i militari sono costretti, loro malgrado, ad informare l’opinione pubblica dei rapporti e dei progetti in corso.
Incombe l’era di internet, e anche le giacche blu devono sottostare a certe regole imposte dall’innovazione. Forse…
[Per Citynews]
[Image by jamesfletcher on Flickr]
Una querela lava l'altra
Grillo sul suo blog fa un annuncio che per certi versi è encomiabile:
“Io ho dei buoni avvocati e molte querele, preferirei non averle, ma fa parte del gioco. Quasi sempre le ho vinte. La maggior parte dei blogger non ha soldi, e neppure l’abitudine a essere querelata da un potente che può usare, talvolta anche a carico dello Stato, avvocati di grido. L’intera Rete è a rischio querela, tutta la verità che è presente in Rete è un attacco al Regime. Non si può querelare la Rete, ma la si può limitare, porre restrizioni idiote presenti in Cina e in Birmania, come hanno fatto e stanno facendo. Si può anche colpirne qualcuno per educarne cento. Per questo voglio creare un pool di avvocati della Rete a disposizione dei querelati.
Chiedo a tutti gli avvocati che mi leggono che vogliono difendere gratuitamente i blogger di inviarmi i loro riferimenti. Li inserirò in una lista sul blog. Per i casi più complessi metterò a disposizione i miei avvocati, che ormai vantano una certa esperienza. Nel blog sarà disponibile a settembre un’area di aiuto per i blogger querelati con i fatti da sapere per difendersi, gli studi legali cui rivolgersi e l’elenco delle cause in corso contro le pubblicazioni in rete. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.”
Ho solo una domanda da fare a Grillo: i suoi avvocati saranno anche loro gratuiti, o, come credo (sono il solito pessimista, ma con certa gente non fidarsi è il minimo) chiederanno il pizzo sotto forma di parcella?
[Via Mante]
Imprese titaniche
Finora ho sempre scherzato su Paolo “Wolly” Valenti e sui suoi pensieri da leghista, lo stimo tantissimo come sviluppatore e anche – per certi versi – come persona, ma forse non si è ancora reso conto cosa comporti sobbarcarsi in un’impresa titanica, e credo persa in partenza, quale il decreto Alfano sulla rettifica degli articoli anche sul web.
Gilioli ha ragione a movimentare la rete e fare uno sciopero – che non condivido nelle modalità, ma questo è un altro discorso – contro questo ennesimo ddl ammazza informazione, ma a ragion veduta le motivazioni che lo spingono a rispondere a Paolo non sono campate in aria, anzi…
Gradi di separazione nei social network
Scritto da Jack in Politica, Tecnologia il 14 maggio 2009
Una volta c’era Irc, poi sono nati i vari forum, le chat, l’Msn e il VoIP. Oggi vanno in voga i social network: ma alla fine si tratta di forme più o meno diverse di intrattenimento e aggregazione tra utenti.
Abbiamo avuto modo di conoscere ed imparare ad usare Twitter, Facebook e Friendfeed, Meemi, MySpace e LinkedIn, Netlog, Ning e Badoo, e la lista potrebbe continuare all’infinito. All’orizzonte adesso si è affacciato un nuovo, ennesimo, social network che vorrebbe aggregare gli utenti della rete: forzasilvio.it.
Progettato dalla Speakage di Marco Camisani Calzolari, il nuovo social network è tutto incentrato sulla figura del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. All’interno per il momento non si trovano pagine sostenute dagli utenti, però alcune pagine sono state adattate a questionari (Focus Group), gli obiettivi del network (Messaggi ), la segnalazione degli eventi agli amministratori del network (Eventi) e la pagina “Invita” dove si può condividere con gli amici l’iscrizione al network ForzaSilvio.it.
Appare chiaro che una forma di socializzazione politicizzata come questa non può passare inosservata al popolo della rete. Vediamola assieme.
La prima comparsa è datata 8 maggio direttamente dal blog dell’Onorevole Antonio Palmieri – responsabile internet del governo e del PdL e promotore ufficiale del network – che ne annuncia la messa online, mentre MCC pubblica un post che ufficializza il parto commerciale: “Speakage realizza il network ufficiale dei sostenitori del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi“. Non passa molto tempo che Maxime lo cita sul suo Tumblr (Su internet con papi) e su Friendfeed ci pensa la solita Dania a ravvivare i commenti: “MCC è il nostro unico grado di separazione da Silvio Berlusconi“.
Roberto fa notare “che la foto è fatta in modo da garantire che Papi sia + alto degli altri“, mentre Gianluca Neri ripete “basta coi fotomontaggi! Che ci fa in questa foto Marco Camisani Calzolari assieme a due comunisti?“, Dania – una che non la manda a dire certamente – prendendo spunto dalle ultime vicende del premier chiede a MCC alcune informazioni sul social network: “ma nel SN di papi ci sono le funzioni Mi piace – Sono stato frainteso – Blocca il comunista?“. A questo punto gli sfottò per il nuovo giocattolo firmato dal cavaliere raggiungono il culmine: “Berlusconi non sembra contento della lentezza di YouPorn, eh.” dice Paul, the wine guy, ma la risposta di Maurizio Goetz – “la differenza tra un dilettante ed un professionista, è che il professionista lavora per qualunque committente che paga” – non si fa attendere, come non si fa attendere la contro-risposta di Paul : “Bravo. Hai ragione. Infatti Mangano ha detto, ehi, io sono il miglior stalliere della piazza. Lavoro anche per Berlusconi, io!”
Stavolta i blog ne parlano poco, tra questi si distingue Dario Salvelli che si pone una domanda molto rilevante: “Non ho idea cosa facciano lì sopra gli utenti oltre a scambiarsi le foto più recenti di Noemi ma Internet è bella anche perché varia. E divertente.” Risklover è ottimista: “Non so bene a cosa serva, ma sono felice di vedere che, dopo un periodo in cui si paventava semplicemente l’idea di mettere un cappio alla Rete, oscurando ciò non si conformava al pensiero del potere centrale, ora i partiti e in special modo il partito di Berlusconi cerca di sfruttare le potenzialità della Rete“, mentre Cristiana ci rassicura benché “il sito nasca dall’esigenza di coordinare i volontari del PdL per tutto il periodo della campagna elettorale, i responsabili del network Forzasilvio.it assicurano che questo progetto continuerà a vivere anche dopo le elezioni e accompagnerà costantemente il cammino del Popolo della Libertà“.
Insomma, il nuovo network del presidente Berlusconi non sarà certamente un progetto per tutti, ma ha già un suo fascino che in rete colpisce nel segno. Che stia per diventare un progetto virale?
[Per Citynews]
Intergruppo Parlamentare 2.0
Scritto da Jack in Politica, Tecnologia il 28 aprile 2009
A volte non bastano le parole per parlare bene di internet, quindi alcuni parlamentari si sono fatti in quattro ed hanno creato il blog dell’Intergruppo Parlamentare 2.0. La parte promotrice è varia: si va da Paola Concia, Sandro Gozi, Federica Mogherini, Alessia Mosca, Vinicio Peluffo, Vincenzo Vita per il Pd, da Roberto Cassinelli, Nicola Formichella e Beatrice Lorenzin per il PdL, dal leghista Massimiliano Fedriga al radicale Matteo Mecacci all’Idv Pierfelice Zazzera. Probabilmente altri se ne aggiungeranno man mano che l’iniziativa prenderà piede anche in Parlamento, ma la cosa positiva è che il progetto è rigorosamente bipartizan, quindi nessun partito (sulla carta) dovrebbe prendere il sopravvento rispetto all’altro.
L’idea di per se’ non è malvagia, e la Mogherini sul video che ne annuncia il progetto ne sa qualcosa (“Il nostro è un punto di collegamento tra il virtuale (la rete) e il reale“), però se davvero vogliono aprire un dialogo con l’utente che usa quotidianamente la rete come principale sistema d’informazione e di collaborazione, dovrebbero porre le basi perché certe leggi – gli emendamenti D’Alia e Carlucci solo per citarne alcuni – andrebbero scongiurate sul nascere, non quando arrivano alle Camere dopo che se ne è parlato a lungo – e male – per mesi. Ecco, sarebbe bello se il gruppo facesse da tramite tra chi la rete non la conosce facendone un uso sbagliato – come legiferare contro senza capire le sue regole – e chi invece internet lo usa tutti i giorni e ne conosce bene le sue dinamiche.
Un buon punto di partenza potrebbe essere che tutte le leggi per internet proposte da ora in poi, passassero – anche – al vaglio del gruppo interministeriale, facendo in modo di creare un progetto comune, possibilmente facendo leva sul supporto del cittadino/utente, dove la legge che si andrà a far eleggere in Parlamento non sia la solita becera violenza al cittadino per bloccare la libertà d’espressione in rete, ma qualcosa che serva a migliorare il rapporto tra il cittadino non utente, e chi, invece, sa benissimo cosa vuol dire “fare Rete”.
Le fondamenta ci sono, resta solo da capire se sono fatte di fango o di cemento armato.
Vivere e morire in rete
Scritto da Jack in Media, Tecnologia il 25 marzo 2009
La parola d’ordine di questi ultimi giorni è una sola: i blog sono morti? Certo, la cosa ormai è ciclica: ogni tot periodo si parla della vera o presunta morte dei blog, non tanto come forma di scrittura correlata da link e rimandi a questo o a quell articolo di giornale – o blog, naturalmente -, ma come forma analitica di pensiero che fu, e che forse non c’è più o tende a scomparire.
Partiamo con degli spunti analitici. Un paio di mesi fa, Akille pubblicò sul suo blog una riflessione su FriendFeed che, per quel che vale, tendo a condividere. Akille non tenta di sminuire il potere mediatico che sta acquisendo FF in questi ultimi tempi, ma al contrario cerca di rendere giustizia ai blog, e, perché no, anche all’uso “corretto” di FriendFeed. Non lo stiamo scoprendo adesso che i blogger e gli utenti dei blog si stiano spostando verso piattaforme più o meno veloci, più o meno nuove e più o meno in tempo reale. Una di queste è sicuramente FF. Io, ad esempio, non mi ero mai posto il problema di veicolare i miei contenuti su più piattaforme che siano, nella sostanza, diverse dal blog. Appare naturale, agli addetti ai lavori, inserire qualsiasi cosa sul blog o sul Tumblr: “Però è ormai un fatto che certe cose per cui uno usava il blog, o un certo tipo di blog ora funzionano meglio altrove“. Vero! “Questo potrebbe portare ad un cambiamento reale. Tipo contenuti seri di qua e cazzeggio di là, post professionali o approfonditi di qua e organizzazione cene e birre di là, blog sempre più a tema e pagine di FF a “rutto libero”“. Si potrebbe fare? Probabilmente sì perché è il senso della piattaforma di microblogging.
Si potrebbe fare proprio per la natura stessa di FF: contenuti rapidi, veloci, poco ricercabili dai terzi e una masnada di commenti da amici degli amici degli amici. Tutto fuorché un contenuto “serio”: non c’è sufficiente spazio e manca la voglia per un commento articolato. È un limite? No, al contrario è un vincolo ricercato dalla maggioranza degli utenti. Quindi è questa la fine del blog? Ci arriveremo a questa domanda.
Il punto focale dei contenuti sembra si stia spostando verso FF. Anni fa – non molti in realtà, ma in rete le cose procedono ad una velocità tale che le settimane sembrano anni e gli anni sembrano secoli -, si discuteva esclusivamente tramite i blog. Poi sono nati i Tumblr, i sistemi di microblogging, i social network e, ultimo ma non ultimo, gli aggregatori di feed. Google Reader, Delicious, Technorati, Digg, Segnalo, OkNotizia, tanto per fare alcuni esempi, sono solamente alcuni dei centinaia di aggregatori online che oggi spadroneggiano nel vasto mondo di Internet. La loro pecularietà è che raggruppano, in un unica piattaforma on e offline, TUTTI i discorsi che decidiamo di leggere – e quindi di portarci dietro praticamente ovunque – quando e come vogliamo. Si tratterebbe, se vogliamo, di una piattaforma di microblogging vera e propria: l’unico handicap è che aprono i contenuti nella pagina originale. Per cui, dando per scontato che siamo sempre noi a decidere cosa leggere e cosa eventualmente commentare, l’aggregatore di feed ci da la possibilità di scoprire anche mondi nuovi sconosciuti pochi attimi prima: un post che riporta il link di un altro blog che non conoscevamo è pur sempre una nuova interessante scoperta. Chiaramente potremmo anche scoprirlo leggendo il post all’origine (il blog), ma quanti di voi ancora non usano gli aggregatori?
E ritorniamo alla domanda di partenza: il blog è morto o è ancora vivo? Parere espresso da fonti attendibilissime, ci dicono che il blog è vivo e vegeto: “[...] ambienti come Tumblr, Twitter e FriendFeed permettono di “sfogare” le proprie necessità di comunicazione veloce, togliendo materiale al blog, che rimane a disposizione per contenuti e riflessioni più articolate o personali, che per argomento, lunghezza, valore attribuito o necessità di archiviazione non vogliamo/possiamo disperdere nel mare dei social network.“. Naturalmente i blog si evolvono come tutte le altre cose.
Akille in un altro post fa una considerazione tra il serio e faceto: “in questo senso la logica direbbe che potrebbe essere un grande aiuto avere un blog specializzato. Infatti i blog specializzati (e non professionali) sono stati i primi a morire. Gente competentissima di cinema, musica, libri e altro ha tenuto per lungo tempo blog meravigliosi. Poi giustamente si è rotta le scatole.” Quindi la ricetta giusta sarebbe di diversificare i contenuti per non renderli statici e stancanti con l’andar del tempo. Può essere un idea!
Poi c’è chi i blog li odia in modo viscerale. Fare il giornalista è frustrante: sempre sotto pressione dal capo-redattore o dall’incombenza della pubblicazione, o perché le notizie non sono sempre facili da gestire e manca quel pizzico di “appeal” che le rendono leggibile fin dal titolo. A volte però si cade nella retorica e nella distorsione dei fatti. Una che dovrebbe saperne qualcosa è Alessandra Farkas del Corriere. Qualche giorno fa scrisse un articolo su Obama e della sua “scarsa considerazione” verso i bog: “«Li leggo molto raramente perché sono semplicistici e fuorvianti» ha dichiarato Barack Obama in un’intervista concessa al New York Times a bordo dell’Air Force One.”
Solitamente col virgolettato si indica una frase citata testualmente da chi l’ha detta. La Farkas ha avuto la triste idea di virgolettare una frase mai espressa dal Presidente americano, anzi, la frase è stata detta in un contesto assai differente da quello citato dalla giornalista del Corriere. La frase detta da Obama è stata “I rarely read blogs.“. Raramente leggo i blog. La stessa Farkas cita l’intervista concessa al New York Times da Obama sull’Air Force One, ma non continua col resto dell’intervista: “I read most of the big national papers. I don’t watch much television, I confess. I rarely read blogs. (No reality shows with your girls) No. They watch them, but I don’t join them. I watch basketball. That’s what I watch.” Quindi il Presidente legge molto i giornali, non legge spesso i blog, non guarda la Tv e soprattutto non i Reality, ma guarda e gioca a basket. Dove sta la frase «Li leggo molto raramente perché sono semplicistici e fuorvianti»? E la risposta della Rete? Immediata: la Rete (italiana) prima se la prende col Presidente nero per le parole espresse, il giorno dopo fa “dietrologia blog” leggendo la trascrizione sul NYT, e parte con la critica immediata alla Farkas “giornalista”. In pochissimo tempo è stato riabilitato un Presidente che ha vinto le elezioni anche per merito della Rete. E parliamo di blog. Ancora una volta.
Quindi la risposta alla domanda che mi sono posto all’inizio è una sola: il blog come forma di scrittura personale, unica e universale non esiste più, ma esistono altre forme che coesistono alla grande con i blog. FriendFeed probabilmente è quello che agisce da condivisore principe per alcune tematiche per così dire “frivole”. Ma non solo. I social network, con Facebook in testa, favoriscono la condivisione delle idee e dei contenuti in maniera virale ed esponenziale. Gli aggregatori fanno l’uno e l’altro: favoriscono la divulgazione della conoscenza verso altri mondi (basti pensare alla condivisione dei nostri feed tramite i blog o i social network), a volte anche sconosciuti, e allo stesso tempo racchiudono in un’unica piattaforma le nostri migliori letture. Ma i blog, quelli che aprivano le menti agli inizi del netizen, sono ancora gli strumenti più validi per divulgare i contenuti, strutturare meglio le idee, veicolare il pensiero verso tutto il mondo della rete. Uno strumento del genere non morirà mai: forse, certamente, cambierà nome e piattaforma, ma lo strumento per indicizzare le nostre libere forme di pensiero vivrà per sempre.
[Per Citynews]
Spesso fuorviante e semplicistica
Di che pasta siamo fatti
Scritto da Jack in Media, Politica, Tecnologia il 14 marzo 2009
L’emendamento D’Alia sul pacchetto sicurezza appena varato dal Governo e la nuova proposta anti pedofilia della Carlucci, che sta facendo urlare alla solita legge anti pirateria, stanno facendo parlare non soltanto la blogosfera italiana, ma anche quella straniera. È di ieri un articolo del nostro Luca Sofri sull’Huffington Post, dove chiarisce – anche agli americani – quello che noi già sappiamo: “Italian politicians simply don’t know what they’re talking about and what they’re doing (and sadly, it’s not just about the web): they look for publicity on people’s ignorant fears and are obedient to economic interests smarter than them. They think they are the only ones in the world worried about what happens on the web, and don’t ask anybody what the hell people are thinking in the other countries. The MP who signed the law said in an interview that if Facebook or YouTube should not respect these rules, “they don’t deserve the State’s respect”, and they should be “closed”. They’re not bad people: they’re worse.”
È assolutamente giusta l’analisi di Luca. È lampante che i nostri politici non sanno nemmeno come funziona la rete e quindi, da perfetti ignoranti, non si rendono conto di quello che dicono e di quello che fanno. Si credono gli unici preoccupati perché non sanno con chi parlare dei problemi inerenti alla rete. Non si rendono conto, o forse non vogliono rendersene conto, che basterebbe alzare il telefono e chiamare quelle centinaia di esperti che potrebbero schiarirgli le idee sul funzionamento di internet. Ma sono come i cavalli: hanno il paraocchi perché – credono – che secondo loro vivono in due mondi completamente diversi e, per certi versi, anche opposti. Ma non è vero. Anche il senatore D’Alia in un’intervista ha chiarito questo concetto: se il web (riferendosi a Facebook e YouTube) non rispetta queste norme, non merita il rispetto dello Stato e quindi andranno chiusi. La chiusura di Luca è sintomatica dei loro problemi: Non sono persone cattive: sono peggio.
Ma se pensavate che il peggio era un articolo di un italiano negli Usa, vi siete fatti male i conti. Se Sofri è uno dei più conosciuti blogger di casa nostra, uno dei più grandi sostenitori della libera circolazione dei contenuti è Cory Doctorow. Scrittore, giornalista e blogger, Doctorow è uno dei coeditori di Boing Boing, uno dei blog più letti al mondo. Doctorow settimana scorsa era in Italia per partecipare al “Meet the Media Guru“, conferenza milanese sui nuovi media e con i nuovi media. Durante la sua due giorni milanese, Cory ha conosciuto parecchi blogger del nostro Paese e si è fatto un’idea di come funzionano le cose da noi. Appena tornato negli States, Doctorow ha scritto un articolo su Boing Boing sulla nostra situazione tecnologica riguardo la “cultura” politica della rete.
Italian bloggers call for support from around the world to fight blogger-licensing in Italy, è il titolo del post di Doctorow a favore dell’iniziativa “Free blogger” di Beppe Grillo. Doctorow scrive che il Governo italiano negli ultimi cinque mesi ha accelerato la pratica per regolarizzare internet e metterla “in sicurezza”. Questo – secondo Doctorow – è stato fatto perché la rete è l’ultimo dei media fuori controllo. Difatti sette dei maggiori mainstream nazionali sono controllati dal Primo Ministro (o dal Governo, che è lo stesso): le tre reti Rai, le tre reti Mediaset e tutti i giornali sono sovvenzionati dallo Stato, anche se Cory indica come “finanziati” dallo Stato, termine che ai Governi italiani fa poco piacere sentire.
Doctorow fa anche un analisi più approfondita delle ultime vicende nei vari anni e dei vari governi avvicendati in Italia: prima Levi (di sinistra) e poi Cassinelli (di destra), poi D’Alia (al centro) ora Carlucci (di destra) stanno cercando di imbavagliare il web.
Levi aveva iniziato cercando di far registrare i blog presenti nella blogosfera italiana, quando ha visto il putiferio che aveva creato la sua proposta, l’aveva immediatamente ritirata. Ma a questo punto arriva Cassinelli con la caramella: la legge sulla regolamentazione dei blog si fa assieme. In questi mesi è poi arrivata la proposta-bomba di D’Alia con la chiusura dei siti web se non si seguono le direttive dell’emendamento, e infine la Carlucci ha fatto scrivere dal presidente di Univideo una proposta di legge contro la pirateria informatica, camuffandola da legge anti-pedofilia. Direi che abbiamo fatto il pieno. Cory Doctorow finisce il suo post facendo propagando per Grillo e chiede l’iscrizione al FreeBlogger. Non è il più bel finale della storia, ma ci può anche stare… per uno che non vive in Italia.
Alcune cose vorrei dirle anch’io. Ricky Levi, l’autore del primo emendamento che chiedeva la registrazione al ROC di tutti i blog presenti in Italia, ha ritirato la sua proposta appena capito che era sconsiderata. L’anno successivo, rieletto di nuovo ha fatto parte dell’esecutivo di Prodi, ed ha riproposto una legge, molto simile alla prima, dove apportava parecchie modifiche e qualche retro marcia. Nel frattempo però, il deputato PdL Cassinelli ne aveva scritta un’altra che, chiedendo sostanzialmente le stesse cose, ha modificato tecnicamente la procedura di stesura della stessa. Cassinelli ha creato una rete di wiki, sia come commenti al suo blog che con l’apertura di un wiki vero e proprio sul sito per le politiche dell’Innovazione (ne ho parlato qui) che consentono agli utenti di dire la loro su come andrebbe scritta una legge più seria per regolamentare l’editoria no profit in rete. Che è quella della stragrande maggioranza dei blog italiani. Questa è pur sempre una legge che tende a registrare i blog più conosciuti e che fanno business, ma c’è un’immensa differerenza tra la sua e quella di Levi.
Il discorso per D’Alia e la Carlucci è molto più delicato. Se da una parte si vorrebbe eliminare i contenuti dannosi e pericolosi dalla rete, dall’altro non si può, MAI, fare una legge che per colpire uno colpisce tutti. Non è giusto, non è democratico, non è legale. Siamo – non si sa per quanto ancora – una Stato di diritto che tiene alla gente, questo vuol anche dire creare un’armonia e una fiducia tra chi governa e chi elegge il proprio candidato che farà gli interessi del cittadino. Legiferare solo per gli interessi personali del singolo, di qualcuno più forte e più potente – politico o imprenditore non ha nessuna importanza – non ci fa appartenere alla classe degli Stati avanzati. Ci degrada al terzo mondo. Quello virtuale però, perché in quello reale in qualche modo ci siamo già.
You’re an idiot and a liar!!
Scritto da Jack in Belle storie il 1 marzo 2009
jason!
you’re an idiot and a liar!! fact is!
you’ve opened one session then another and requested a page meant for a different session, you are so stupid you dont even know how you did it! you dont get a free flight, there is no dynamic data to render which is prob why you got 0.00. what self respecting developer uses a crappy CMS such as word press anyway AND puts they’re mobile ph number online, i suppose even a prank call is better than nothing on a lonely sat evening!!




Internet, che meraviglia!
Scritto da Jack in Tecnologia il 3 giugno 2009
Capita che viene pubblicato un articolo su un sito o un post su un blog, e a sua volta viene ripreso dagli aggregatori online e fatto girare per la rete disperdendone il pensiero originale. Capita che lo stesso articolo venga commentato malamente su uno di questi aggregatori, e l’autore, per la dispersività, non abbia un’immediata possibilità di ribattere alle tesi del commento. Capita invece che il commento offensivo viene fatto al post originale e l’autore non lo pubblichi perché ritiene diffamatorio nei suoi confronti o di altre persone. Se invece il commento viene pubblicato automaticamente perché il sistema è stato predisposto per tale motivo, allora i guai sono dietro l’angolo.
Il proprietario di un blog è l’unico a decidere quando un commento può essere pubblicato e quando invece può arrecare un danno a terzi: questo – secondo me – è il senso di responsabilità verso i propri lettori. Ma qualcuno lo chiama censura.
Però, se si leggono i disclaimers del blog (visibili nella stragrande maggioranza), spesso si capiscono le motivazioni reali di tale comportamento e la primissima impressione lascia spazio alla vera causale dell’oscuramento.
Se avete un paio d’ore da perdere e fate una semplice ricerca su Google, noterete quanti post hanno dei commenti offensivi, diffamatori e ingiuriosi verso l’autore. Se allargate la ricerca noterete che il commento è andato ben oltre l’area di appartenenza del blog in origine approdando ai vari aggregatori, ai social network più conosciuti e ai circuiti di micro-blogging sparsi per l’universo Internet.
Capita che i dati personali di una persona facciano il giro della rete e che il suo nome venga associato a crimini di varia natura. I motivi possono essere tanti: potrebbe essere perché un commento non è stato pubblicato su un blog, potrebbe essere che le persone arroganti siano tali anche quando la situazione degenera in diffamazione, potrebbe essere un sociopatico che cerca la lite a tutti i costi. O semplicemente potrebbe trattarsi di un Troll. Ma il male è stato fatto e bisogna comunque correre ai ripari.
Se il commento iniziale fosse rimasto all’interno del blog sarebbe stato circoscritto in un unico spazio e la cosa si sarebbe potuta fermare – o sistemare, nella maggior parte dei casi – tra persone civili. Ma quando il commento viene portato al di fuori della spazio naturale in cui dovrebbe stare, a quel punto la vicenda acquisisce un impronta pubblica e va immediatamente bloccata.
Sarebbe il caso di denunciare l’accaduto alle autorità, scrivere agli amministratori del sito dove scovate i commenti offensivi chiedendone la cancellazione, commentare a sua volta in modo pacato, e sperare che la cancellazione avvenga nel più breve tempo possibile. Mettetevi l’animo in pace perché spessissimo non avverrà in tempi rapidi: i blogger tendono a far parlare liberamente i loro commentatori. Si chiama “libertà d’espressione”. Naturalmente è giusto sia così, ma è giusto anche il contrario. A volte.
Cosa fareste voi in questo caso? Come vi comportereste se vi diffamano pubblicamente? Andreste comunque avanti col vostro lavoro sul web o mollereste tutto per ritornare alla vostra vita di sempre? Avrete un’idea diversa di internet o la pensereste esattamente allo stesso modo? Cos’è più importante, la vostra privacy o la vostra libertà di espressione? Denuncereste le offese alle autorità o fareste tutto da soli? Se non denunciate l’accaduto alle autorità, cosa pensate di poter fare per ottenere un valido risultato? Ed infine: vale la pena scrivere liberamente in rete, o pensate che il mondo virtuale sia peggio della realtà?
Domande che aspettano tante risposte.
[Per Citynews]
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