Parecchi di voi si ricorderanno come qualche mese fa un aereo sorvolò la Statua della Libertà a New York, facendo credere alla popolazione un altro attacco kamikaze. Quell’aereo era l’Air Force One scortato da due F-16, ed era stato inviato dal direttore del Military Office della Casa Bianca, Louis Caldera, a scopo pubblicitario per farlo fotografare. Nulla di strano fin qui, se solo non fosse che i social network – Twitter in testa – hanno dato ampissimo risalto alla storia denunciando l’accaduto, e che sono costate il posto a Caldera.
Dopo tre mesi, il Pentagono ha stilato un rapporto dove mette in luce “i rischi per la sicurezza nazionale dovuti all’esistenza dei siti di Social Networking”, ma come allo stesso modo stia monitorando il web 2.0 per avviare future forme di “contenimento”. Già nel 2006, l’aviazione USA aveva finanziato un progetto di controllo sui social network dal costo di 450mila dollari, con lo scopo di stabilire se la rete sociale fosse utile alla lotta al terrorismo e, soprattutto, se queste informazioni potevano essere credibili o meno. Un sistema informatico all’avanguardia elaborava le migliaia di conversazioni sparse per la rete, ed elaborava i dati sensibili dal “cazzeggio” internettiano, distinguendo facilmente gli uni dagli altri.
Nel frattempo i Marines hanno chiuso la rete intranet militare per l’accesso ad internet, onde evitare che i soldati diano informazioni “sensibili” agli avversari indirettamente e senza farlo apposta. Si nota, quindi, che per lo Stato americano il web 2.0 sia allo stesso tempo utile e pieno di risorse, ma minaccioso perché facilmente incontrollabile.
Ed esattamente per questo scopo che non è difficile comprendere il perché, dal 2007, sono operative due task force di Marines che operano nel controllo e nella diffusione di messaggi diffusi dalla stessa US Air Force, constatando come nell’arco di pochissimi minuti vengono pubblicate le immagini dell’aereo di New York – con tre tweet al minuto ma scemando col passare dei giorni – mentre sui blog la notizia è rimasta molto più a lungo tra le notizie più commentate.
Qualcuno afferma come sia stupefacente questa fuga di notizie verso l’esterno, trattandosi di notizie militari. Non è ne’ stupefacente, ne’ la classica talpa all’interno del Pentagono: si tratta semplicemente del Freedom of Information Act in cui anche i militari sono costretti, loro malgrado, ad informare l’opinione pubblica dei rapporti e dei progetti in corso.
Incombe l’era di internet, e anche le giacche blu devono sottostare a certe regole imposte dall’innovazione. Forse…
[Per Citynews]
[Image by jamesfletcher on Flickr]







Internet, che meraviglia!
giu 3
Pubblicato da Jack in Tecnologia | Disattiva commenti
Capita che viene pubblicato un articolo su un sito o un post su un blog, e a sua volta viene ripreso dagli aggregatori online e fatto girare per la rete disperdendone il pensiero originale. Capita che lo stesso articolo venga commentato malamente su uno di questi aggregatori, e l’autore, per la dispersività, non abbia un’immediata possibilità di ribattere alle tesi del commento. Capita invece che il commento offensivo viene fatto al post originale e l’autore non lo pubblichi perché ritiene diffamatorio nei suoi confronti o di altre persone. Se invece il commento viene pubblicato automaticamente perché il sistema è stato predisposto per tale motivo, allora i guai sono dietro l’angolo.
Il proprietario di un blog è l’unico a decidere quando un commento può essere pubblicato e quando invece può arrecare un danno a terzi: questo – secondo me – è il senso di responsabilità verso i propri lettori. Ma qualcuno lo chiama censura.
Però, se si leggono i disclaimers del blog (visibili nella stragrande maggioranza), spesso si capiscono le motivazioni reali di tale comportamento e la primissima impressione lascia spazio alla vera causale dell’oscuramento.
Se avete un paio d’ore da perdere e fate una semplice ricerca su Google, noterete quanti post hanno dei commenti offensivi, diffamatori e ingiuriosi verso l’autore. Se allargate la ricerca noterete che il commento è andato ben oltre l’area di appartenenza del blog in origine approdando ai vari aggregatori, ai social network più conosciuti e ai circuiti di micro-blogging sparsi per l’universo Internet.
Capita che i dati personali di una persona facciano il giro della rete e che il suo nome venga associato a crimini di varia natura. I motivi possono essere tanti: potrebbe essere perché un commento non è stato pubblicato su un blog, potrebbe essere che le persone arroganti siano tali anche quando la situazione degenera in diffamazione, potrebbe essere un sociopatico che cerca la lite a tutti i costi. O semplicemente potrebbe trattarsi di un Troll. Ma il male è stato fatto e bisogna comunque correre ai ripari.
Se il commento iniziale fosse rimasto all’interno del blog sarebbe stato circoscritto in un unico spazio e la cosa si sarebbe potuta fermare – o sistemare, nella maggior parte dei casi – tra persone civili. Ma quando il commento viene portato al di fuori della spazio naturale in cui dovrebbe stare, a quel punto la vicenda acquisisce un impronta pubblica e va immediatamente bloccata.
Sarebbe il caso di denunciare l’accaduto alle autorità, scrivere agli amministratori del sito dove scovate i commenti offensivi chiedendone la cancellazione, commentare a sua volta in modo pacato, e sperare che la cancellazione avvenga nel più breve tempo possibile. Mettetevi l’animo in pace perché spessissimo non avverrà in tempi rapidi: i blogger tendono a far parlare liberamente i loro commentatori. Si chiama “libertà d’espressione”. Naturalmente è giusto sia così, ma è giusto anche il contrario. A volte.
Cosa fareste voi in questo caso? Come vi comportereste se vi diffamano pubblicamente? Andreste comunque avanti col vostro lavoro sul web o mollereste tutto per ritornare alla vostra vita di sempre? Avrete un’idea diversa di internet o la pensereste esattamente allo stesso modo? Cos’è più importante, la vostra privacy o la vostra libertà di espressione? Denuncereste le offese alle autorità o fareste tutto da soli? Se non denunciate l’accaduto alle autorità, cosa pensate di poter fare per ottenere un valido risultato? Ed infine: vale la pena scrivere liberamente in rete, o pensate che il mondo virtuale sia peggio della realtà?
Domande che aspettano tante risposte.
[Per Citynews]
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