Articoli con tag Casini

I comandamenti dei finiani

Secondo Italo Bocchino Berlusconi dovrebbe lasciare ad un governo tecnico formato da, ehm, «i partiti di Fini, Casini e Rutelli e i moderati del Pd»

“A questo punto la partita per Berlusconi diventa veramente difficile. Se va alle urne rischia tutto e rischia molto, se sta fermo minacciando reazioni che non può fare rischia il logoramento nazionale e internazionale. L’unica strada che ha è appellarsi al Parlamento come gli ha consigliato Casini per varare un nuovo governo con un profilo alto e riformatore e una maggioranza più ampia, costruendo una nuova coalizione che comprenda i partiti di Fini, Casini e Rutelli e i moderati del Pd ormai delusi. Sappiamo che per Berlusconi questa strada è quasi impossibile da intraprendere perché dovrebbe sostituire la logica della monarchia aziendale con quella della democrazia repubblicana, condividere scelte con logiche politiche e dar vita a un esecutivo fatto di ministri politici che darebbero un’altra fisionomia al governo che oggi è semplicemente un “governo del Presidente”. Sappiamo che questa ipotesi gli fa accapponare la pelle, ma è l’unica che ha per sopravvivere alla crisi implosiva che ha aperto da solo.”

E poi dicono che fu solo Mosè a ricevere i comandamenti…

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Best case scenario

Lo scenario migliore lo disegna alla perfezione Fabio Chiusi:

Se si dovesse arrivare alla crisi di governo gli scenari possibili sono essenzialmente due: nel primo la colpa ricade su Fini, nel secondo su Berlusconi. Quale dei due si verificherà dipende dalle contigenze, anche se è molto probabile si verifichi il primo dato lo strapotere mediatico del Cavaliere. Se la colpa della crisi dovesse finire sui finiani (ad esempio, attraverso un voto di fiducia non concesso sulle quattro questioni fondamentali che il PDL sta per porre sul tavolo) questi ultimi avrebbero tutto l’interesse a evitare le elezioni. Che, inevitabilmente, sotto i colpi martellanti della propaganda e della mistica del tradimento, finirebbero per perdere. Rischiando di sparire, e allo stesso tempo di consegnare il Paese per un’altra intera legislatura al duo Berlusconi-Bossi, che questa volta non avrebbe più alcuna dissidenza interna e potrebbe procedere a fare dell’Italia uno Stato principalmente presidenzialista e federalista, in cui il dissenso – che venga da magistratura o giornali – sarebbe sempre meno tollerato. Ma anche se in qualche modo si evitassero le elezioni, ad esempio attraverso un governo tecnico, la reazione dei berluscones e dei leghisti sarebbe terribile: mesi di campagne diffamatorie contro i dissidenti, attacchi violentissimi a tutte le principali Istituzioni nel nome della “Carta materiale” e della “sovranità popolare”, manifestazioni di piazza e padani coi fucili in mano, pronti alla secessione. O almeno, questa sarebbe l’idea di Italia trasmessa a reti unificate. Non certo uno scenario favorevole ai finiani. A meno che non riescano insieme all’opposizione a modificare radicalmente la legge elettorale, ma a tutt’oggi questa è fantapolitica (Bossi e Calderoli solo qualche giorno fa – dopo anni in cui ne hanno parlato come di una “porcata” – l’hanno definita “perfetta“).

Nel caso invece la colpa della crisi dovesse ricadere su Berlusconi (magari dimissionario dopo gli ennesimi tentennamenti interni alla coalizione), i finiani avrebbero forse qualche margine di speranza in più quanto all’esito elettorale. Ma anche qui, a prescindere dai sondaggi – che ondeggiano dall’1,5 a oltre il 10% e dunque non significano nulla – resta del tutto incomprensibile la collocazione del partito di Fini nello scacchiere politico: a destra di Berlusconi? Al centro con Casini e Rutelli? O ancora: in un nuovo Cln (l’idea era di Casini, non dimentichiamolo) con tutti quanti si oppongano a Berlusconi, compreso il PD – che ha già rivelato, per bocca di diverse alte sfere, di gradire? Le posizioni sui temi etici, la legalità, la libertà di espressione e di stampa – solo per dirne alcune – non aiutano. Un bene nell’ottica post-ideologica di un pensatoio come Farefuturo, ma forse un male di fronte a quella ben più semplicistica della massa dei votanti.

Insomma, in questo momento i finiani sono il vero e proprio ago della bilancia. Chiarire al più presto le loro intenzioni, in modo inequivoco e semplice abbastanza perché il potenziale elettorato capisca, non può che giovare al futuro del Paese. Che in questo momento non ci sta semplicemente capendo più niente, preso com’è tra i fuochi degli scandali infiniti e del battibecco sterile – quando invece vorrebbe solo reimparare a sperare che il futuro sia meglio del passato. Siamo giunti al punto in cui si deve abbandonare il bipolarismo oppure no? E’ ora di modificare l’assetto fondamentale dei poteri dello Stato o va bene così com’è? O più semplicemente: si può fare davvero politica mantenendo questo sistema, oppure lo dobbiamo riformare radicalmente? La risposta a queste domande passa oggi anche attraverso la strategia di Gianfranco Fini. Ma se dovesse sbagliare le sue mosse, si tornerebbe al plebiscito su Berlusconi. Lo scenario che preferisce, e che ci ha portato fino a questo (indesiderabile) punto.

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Caccia grossa

Berlusconi non trema per lo scontro con i finiani, ma ha molta paura di cosa potrebbe portare una vittoria “ai punti” con l’ex amico e cofondatore.

Oggi il peggior nemico del premier si chiama Bossi, e non per un suo eventuale tradimento al leader del Pdl – finora il suo miglior alleato – ma per i numeri che la Lega potrebbe riportare da elezioni anticipate tanto richieste da Berlusconi come arma di distruzione finale. Non a caso la Lega sembra aver superato il Pdl al nord come voti, ed infatti la campagna acquisti del premier verso i finiani “moderati” propende verso una strategia di alleanze più propria alla politica berlusconiana che leghista.

Del resto Berlusconi tende la mano a Casini, notoriamente malvisto da Bossi, ma non nasconde nemmeno una mano tesa verso Rutelli e l’Api proprio per fronteggiare l’escalation finiana se quest’ultimi dovessero fondare – come pare possibile – un partito da contrapporre al Pdl. Ma perché allora la Lega sarebbe il nemico da non sottovalutare?

Perché Berlusconi avrebbe promesso a Roberto Maroni – parlando col Senatùr – di diventare il vicepremier unico e, in caso di salita al Colle, la leadership del Governo. Per la Lega sarebbe un vero trionfo, ma se Berlusconi dovesse disattendere la parola data, Bossi non ci penserebbe due volte a mandarlo a quel paese come fece anni fa.

Si era parlato anche di un governo di transizione con Tremonti premier, ma Bossi, a cena col superministro per il suo compleanno, ha chiaramente fatto capire che “Tremonti non accetterebbe mai”, perché sarebbe solamente un “governo tecnico cocomero, verde fuori e rosso dentro”. Il verde è padano, ma rosso? Dunque anche Bossi ha paura di un eventuale governo di “unità nazionale” (parola in voga a Casini non per nulla) e propende invece per nuove elezioni forte del consenso popolare di cui disporrebbe.

Del resto Berlusconi teme per le sue leggi ad personam, e il solo motivo di governo tecnico lo fa sudare copiosamente. In ballo c’è il legittimo impedimento di cui la Consulta si pronuncerà a dicembre per la costituzionalità; il Lodo Alfano costituzionale è ormai una priorità di questo Governo, e se dovesse saltare anche questo salterebbe l’ultimo (l’unico?) appiglio che ha il cavaliere per sottrarsi ai suoi molteplici impegni con la giustizia.

Quindi non rimangono che elezioni anticipate appena riprendono i lavori parlamentari – si parla di novembre appunto per supportare un eventuale voto al Lodo Alfano prima della pronuncia definitiva della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento – col rischio, fuorché assurdo, che la Lega rubi 70 seggi al nord tra Camera e Senato al partito del premier. Ed è per questo motivo che Berlusconi ha i sudori freddi e i suoi peones stanno facendo tabula rasa nelle liste elettorali del centro e del sud per partecipare alla prossima legislatura.

Di contro si inizia pure ad intravedere un cambio di tendenza. Molti deputati meridionali stanno facendo l’occhiolino all’Udc (che nel frattempo è diventato il Partito della Nazione, tanto per ribadire ancora una volta che in Italia cambiano al massimo i nomi ai partiti, ma non le persone) e a Futuro e Libertà di Fini con la speranza, tutt’altro che nascosta, che da gruppo parlamentare diventi un partito a tutti gli effetti. Sacre sono state le affermazioni di questi giorni di due finiani doc come Briguglio e Bocchino i quali, in molte interviste, hanno assicurato che a breve nascerà il nuovo partito. Gianfranco Fini, nel frattempo, sta muto forse occupato dalla campagna stampa del capo tramite Il Giornale e Libero.

L’unica soluzione possibile sarebbe un risanamento della frattura tra i due fondatori del Pdl Berlusconi e Fini, ma a quanto pare nemmeno Gianni Letta è riuscito a far disotterrare l’ascia di guerra nei venti minuti a colloquio con Fini ai funerali di Cossiga.

La querelle estiva continua, mentre le opposizioni non riescono a fornire una valida alternativa da sbattere sul tavolo del Parlamento.

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Le ragioni di un’opposizione credibile

Per liberarci di Berlusconi e del berlusconismo parassitario presente nel paese, non serve allearsi – o seguire, che è più grave – Fini e la sua idea di “legalità”; non serve dar credito a quel fantomatico “terzo polo” che vorrebbe Casini e il pasdaran Rutelli che sembra la cura di tutti mali della politica italiana. No, non servono nessuno dei due antidoti sbandierati da coloro che, in questo momento, fanno pia opposizione a quel che resta del Pdl.

Da qui ai prossimi mesi serve una proposta vera e costruttiva per far riemergere il paese dal pantano d’illegalità e inciuciame che sta attraversando. Serve una proposta concreta sul lavoro e sul post-crisi. Serve un punto di riferimento reale in cui il paese si possa sentire vincente e avvincente. Serve, insomma, che il Partito Democratico ritorni ad essere la vera forza d’opposizione che giova all’Italia.

Serve un partito che guardi alle elezioni con coraggio e spavalderia, perché si possono vincere senza patemi e inezie; perché è l’unico modo di liberarci, finalmente senza se e senza ma, di un tiranno – sulla carta, ma non coi voti – che fa del paese il suo oggetto di scambio privilegiato col resto del mondo.

Serve un Pd che guardi con interesse alle alleanze, ma senza dimostrarsi accondiscendente con esse se queste non seguono il programma (futuro) della coalizione. Serve un partito che diventi finalmente responsabile e determinante nelle scelte – presenti e future – dell’Italia e degli italiani; che faccia della legalità – senza giustizialismi dipietristi – la sua battaglia civile contro la demonizzazione della Magistratura. Serve una carica responsabile per portare il paese fuori dalla deriva clientelare e dispotica degli ultimi sedici anni.

Serve un Pd che sia Democratico con la “D” maiuscola.

Mi fa paura sentire Bersani – o Letta, o Bindi, o Penati – dire che Fini è un buon interlocutore per la legalità; mi fa ancora più paura sentire che il Pd vuole allearsi con l’Udc e l’Api per battere “il berlusconismo galoppante”.

Forse ci siamo dimenticati che lo scorso anno Fini e i suoi seguaci non mossero un dito ne’ alzarono la voce a favore della legalità, quando le opposizioni presentarono la mozione di sfiducia contro Dell’Utri e Cosentino. D’accordo, allora era fuori luogo quella mozione, ne sono ben conscio. Ma i finiani legalitari non dissero assolutamente nulla contro quella proposta – pur sbagliata nei tempi e nei modi – del Pd e dell’Idv: votarono a favore del governo senza minimamente preoccuparsi se c’era un fondo di giustizia in quella proposta.

Ci siamo scordati che in Sicilia l’Udc – ma anche il finiano Granata – appoggia la presidenza Lombardo (indagati per affiliazione mafiosa), e gl’immensi intrallazzi locali gestiti da Miccichè, Dell’Utri e compagnia bella.

Ci dimentichiamo ancora più spesso che la legalità va combattuta prima di tutto all’interno, e solo dopo all’esterno. Ragion per cui, ben venga una coalizione di alternativa politica, un centrosinistra capace di mettere insieme in modo coerente parole e gesti, pratiche e progetti. Però non solo a chiacchiere nelle aule parlamentari. Ma tra la gente, gli iscritti, gli elettori, gli astensionisti e tutti gli sfiancati di sedici anni di malgoverno autarchico e personale di Silvio Berlusconi.

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Il bavaglio è stato tolto, ma rimane una brutta legge

«Credo che sia innegabile il fatto che questo emendamento presentato dal governo vada incontro alle istanze che vengono dal mondo dell’informazione. E siccome si tratta di istanze che anche io ho condiviso questa opzione, per me, è estremamente positiva. La proposta di modifica va in una direzione che di fatto non è solo un passo, ma un balzo in avanti»

Giulia Buongiorno, presidente della Commissione Giustizia alla Camera che si sta occupando della legge sulle intercettazioni, è contenta per come si è approvata la legge in Commissione e dunque pronta per passare in Parlamento ed essere votata. Le correzioni fatte sul testo si sintetizzano così:

Nell’emendamento presentato dal governo si afferma il principio secondo il quale, nel corso delle indagini, l’obbligo del segreto per le intercettazioni ‘cade’ ogni qual volta ne sia stata valutata la rilevanza. In questo senso viene inserita la previsione secondo la quale la documentazione e gli atti relativi alle intercettazioni sono coperti da segreto fino al momento della cosiddetta ‘udienza-filtro’. In questo momento del processo, infatti, si selezionano le intercettazioni depositate dal Pm e si escludono quelle relative a fatti, circostanze o persone estranee alle indagini. Stabilito questo principio, il governo propone quindi di sopprimere tutta quella parte del testo nel quale si prevede il divieto di pubblicazione delle intercettazioni sino alla conclusione delle indagini. Ma si sopprime anche la norma che specificava il regime delle intercettazioni allegate all’ordinanza cautelare.
Le intercettazioni, comunque, secondo quanto si legge nel testo messo a punto dal governo, sono sempre coperte dal segreto fino a quando le parti non ne vengano a conoscenza. Nella proposta di modifica che porta la firma di Giacomo Caliendo, si disciplinano anche i casi in cui il giudice e il Pm, prima che ci sia ‘l’udienza-filtrò, utilizzino le intercettazioni per emettere, ad esempio, dei provvedimenti cautelari oppure per atti che riguardano la ricerca della prova (ad esempio, un’ordinanza di custodia cautelare oppure un decreto di perquisizione). In questi casi, saranno il Pm e il giudice a dover selezionare quali conversazioni dovranno essere trascritte, in quanto rilevanti, per adottare la misura cautelare o l’atto d’indagine.

Anche se Berlusconi non appare contento del cambiamento della legge attuale – “Con le modifiche di oggi la legge sulle intercettazioni lascerà pressappoco la situazione come è adesso, e cioé non lascerà gli italiani parlare liberamente al telefono e l’Italia non sarà un Paese davvero civile” – rimane comunque una brutta legge sulle intercettazioni (quindi dovrebbe andar bene anche per il premier) perché limita l’operato della Magistratura e delle forze dell’ordine. E’ innegabilmente migliore di quella approvata alla Camera in prima istanza e migliorata ulteriormente perfino rispetto all’ultimo cambiamento del mese scorso.

La cosa invece che mi preoccupa, e mi preoccupa molto per la verità, è che in tutto questo trambusto creato unicamente dal Pdl, il segretario del Pd Bersani non riesce ad entrarci manco di sgambescio: “Voglio capire cosa fa la maggioranza: fin qui il ddl intercettazioni era per noi totalmente inaccettabile, oggi hanno fatto un mezzo passo avanti ma Berlusconi ha detto subito che non va bene. Quando si metteranno d’accordo, ne parleremo. Noi siamo qui anche ad agosto, ma credo ci sia qualche problema a fare subito questo ddl”. Quando invece Casini, un altro che non c’entrava assolutamente nulla ne’ con la prima versione e nemmeno con questa nuova, tutto contento ne rivendica la vittoria: “Il testo del ddl intercettazioni è profondamente cambiato ed è migliorato, penso che sia un nostro successo”.

Il Pd sarà meglio che si dia una mossa a 360 gradi, perché continuando così non andrà da nessuna parte. Ma l’ho già detto non molto tempo fa e non voglio ancora angosciarvi con le mie critiche al “primo partito dell’opposizione”.

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Immensi casini

Fatemi capire: se noi le chiamiamo “alleanze allargate” vanno bene, se invece loro le chiamano “larghe intese” non sono buone e anzi bisogna tornare al voto?

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L’amico Gianfranco

Il Padrino Vito Corleone avverte il figlio Michael: Cercheranno di ucciderti proponendoti un vertice di pace. Stai attento, chi ti porterà il messaggio sarà il traditore.”

Il Cav. ha proposto a Casini di entrare nel governo con un ministero (quello dello Sviluppo economico). Il capo dell’Udc ha rifiutato, ma ha buttato lì una controproposta: “a ottobre, se vuoi, saliamo insieme al Quirinale con Bossi, apriamo una crisi ed entro nel governo”. In cambio di tre ministeri e di Francesco D’Onofrio (non Michele Vietti, così pare) alla vicepresidenza del Csm.

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Profondamente diverso

Il partito della Nazione non potrà essere il restailyng dell’Udc. Deve essere qualcosa di profondamente diverso. Il gesto di oggi di Cesa di azzerare gli incarichi è la dimostrazione che si vuole fare sul serio per interpretare un sentimento nazionale diffuso. C’è bisogno di ricostruire un sentimento nazionale“.

Dice Casini che azzerando gli incarichi si diventa profondamente diversi. Certo, dico io, ma di profondamente diverso c’è solo il nome del partito. E si sa, un nome vale l’altro.

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Frase della settimana

Un altro esponente del Pd che va con Casini, questo non migliorerà i rapporti tra quel partito e l’ Udc. «E perché? Il disegno di D’ Alema e Bersani è quello di creare uno schieramento di centrosinistra con l’ Udc, quindi io, in fondo, continuerò a lavorare per quel progetto»

Enzo Carra

Traduzione: “vado nell’Udc, poi si fa una bella alleanza col Pd, e tutto rimane esattamente come prima”

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Sotto le nuvole

Appesi
[L'Italia fra le nuvole by gicaps]

In un partito d’opposizione che nemmeno in tempo di crisi riesce a spostare consensi, c’è da chiedersi le ragioni per cui uno come Francesco Boccia sia candidabile in Puglia, mentre una signora della politica come Emma Bonino non viene accettata dal Pd laziale e nazionale. Anzi: si chiede ad un presidente di provincia di sondare il terreno per eventuali candidati, manco fossimo a settembre con tutto il tempo per trovarlo e fare le eventuali primarie.
Si piange per i consensi che Di Pietro starebbe portando a Berlusconi attaccandolo in quel modo, ma non si guarda in casa propria dove si procede alacremente per consegnare alla destra due regioni importanti come Lazio e Puglia, solo perché gli unici due candidati credibili non stanno simpatici a Casini. La stima per i dirigenti del Partito Democratico in questo momento è sotto i tacchi. Di Berlusconi.

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