Articoli con tag Congresso

Fase uno

La fase uno è iniziata proprio ieri sera sul tardi. Speriamo porti a qualcosa di buono…

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Al rush finale

Obama è salito a Capitol Hill e ha chiesto ai deputati democratici di «resistere» e affrontare quella che potrebbe rivelarsi una votazione difficile dal punto di vista politico: a novembre sono infatti previste le elezioni per il rinnovo del Congresso.

«So che siete sotto pressione. Questo è uno di quei momenti. È una di quelle volte in cui potete dire onestamente a voi stessi: “Maledizione, è proprio per questo che sono qui”. So che sarà un voto duro, ma sono fiducioso perchè sono convinto che sia la cosa giusta da fare. Se ognuno di voi crede che questa legge non sia un miglioramento dello status quo, in cui persone sono costrette a morire senza cure, o a vendere la propria casa perchè non hanno i soldi per pagare il medico. Se credete onestamente dal profondo del cuore che è così, allora votate no. Se invece credete che il sistema attuale non funziona, che le assicurazioni non fanno sempre gli interessi dei cittadini, allora vota questa riforma. Non ti chiedo di farlo per me, o per il partito democratico, ma per il popolo americano, per quelle persone che non ce la fanno e hanno bisogno d’aiuto».

Ci sono voluti nove mesi per far arrivare alla Camera la riforma sanitaria voluta da Obama, e oggi si voterà per approvarla o buttare nove lunghi mesi di lavoro nella pattumiera. Il discorso del Presidente ai democratici non è quello di un politico che vuole far approvare una sua legge, ma il commento di un uomo che crede profondamente in quello che dice. Non sarà un santo – nessun politico lo è, men che meno un presidente americano – ma è un uomo decisamente caparbio e che crede sinceramente in una buona sanità pubblica e non solo ad una sanità assicurativa riservata a ricchi e benestanti. Gli Stati Uniti sono al collasso economico e questa legge avrà una duplice valenza: dare agli indigenti un minimo di copertura sanitaria, e far risparmiare agli States qualcosa come 1000 miliardi di dollari nei prossimi vent’anni. Non è cosa da poco!

«Il presidente Roosevelt ha fatto passare la Social Security, Lyndon Johnson ha fatto approvare Medicare. Oggi Barack Obama farà approvare la riforma della sanità», ha detto John Larson presidente del gruppo democratico della Camera. I Democratici ci credono, e pare che i cinque voti di scarto che avevano fino a qualche giorno fa sono stati rimpolpati nel carniere presidenziale. Ma sono gli indecisi la carta vincente – o perdente – di Obama. La pressione fatta ai democratici riguarda la copertura sanitaria per l’interruzione di gravidanza offerta con fondi pubblici. In questo senso il Presidente Obama sta lavorando su un ipotesi di accordo esecutivo separato dall’approvazione della riforma, tanto che il deputato del Michigan Bart Stupak, dopo aver ricevuto il no dalla speaker della Camera Nancy Pelosi sull’ipotesi di un secondo voto a riguardo, si è detto soddisfatto e da voci interne sembra possibile un suo voto favorevole alla legge presidenziale.

La riforma sanitaria voluta da Obama è la più importante dal 1965, quando Lyndon Johnson fece approvare Medicare per anziani e disabili. Questa riforma porterà l’assistenza sanitaria al 95 per cento degli americani, ossia a quei 32 milioni di statunitensi non coperti dalle assicurazioni, ma soprattutto fermerà la pratica di rifiuto perpetrata dalle assicurazioni a danno di chi è già malato. Oggi sapremo se i 940 miliardi di dollari che servono per coprire un decennio di riforma verranno stanziati sotto forma di approvazione, oppure l’America, ancora una volta, sarà sotto scacco delle lobby di Washington.

«So che questa legge non è perfetta. Non ci sono delle parti che ognuno di voi avrebbe voluto che ci fossero. Questo vale anche per me. Però è il più grande intervento legislativo per migliorare la vita degli americani. Per questo sono convinto che passerà. In fondo è per questo che sono entrato in politica, che mi sono sacrificato. È che credo nel mio paese e credo – ha concluso Obama – nella nostra democrazia».

La Camera oggi voterà separatamente sulla versione della riforma approvata dal Senato – che, se passerà, diverrebbe legge una volta firmata da Obama – e su un secondo pacchetto di modifiche, sponsorizzato dai democratici alla Camera.

[Update] Leggo adesso lo schedule della Camera per oggi (aggiungete 5 ore per avere l’ora italiana):

2 p.m.: The House will debate for one hour the rules of debate for the reconciliation bill and the Senate bill.

3 p.m.: The House will vote to end debate and vote on the rules of the debate.

3:15 p.m.: The House will debate the reconciliation package for two hours.

5:15 p.m.: The House will vote on the reconciliation package.

5:30 p.m.: The House will debate for 15 minutes on a Republican substitute and then vote on the substitute.

6 p.m.: The House will vote on the final reconciliation package.

6:15 p.m.: If the reconciliation bill passes, the House will immediately vote on the Senate bill, without debate.

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O la va’ o la spacca

Il presidente Barack Obama ha rimandato per la seconda volta il suo viaggio nel sud-est asiatico perché tra sabato e domenica si voterà al Senato la riforma sanitaria voluta da questa amministrazione.
Al momento ad Obama mancano cinque voti per farla passare, e questo secondo posticipo della visita ufficiale in Asia può anche voler dire che il presidente americano è certo che i voti mancanti li troverà entro la data della votazione.

Nel frattempo, l’ufficio congressuale per il budget, ha stimato che la riforma sanitaria – se venisse approvata – avrebbe un impatto al risparmio sul bilancio americano di cento miliardi di dollari nei primi dieci anni, e di oltre mille miliardi nel decennio successivo.

Stando ai conti la riforma avrebbe un motivo in più per essere approvata, ma i repubblicani – e parte dei democratici – stanno facendo ostruzionismo ad oltranza perché da sempre le lobby delle assicurazioni hanno un enorme peso politico a Washington, quindi parecchi senatori e deputati dipendono proprio dai loro finanziamenti. Da qui l’ostruzionismo che rende parecchio difficile la vita al Congresso dei sostenitori della sanità a partecipazione pubblica che vorrebbe Obama.

Lo sapremo al massimo tra 48 ore se anche l’America avrà una riforma sanitaria in stile europea, oppure rimarrà ancorata ai regimi capitalistici vecchio stile.

[Via In-Forma Web]

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Il coraggio che non manca


[Idv by Felice Belisario]

Sabato scorso c’è stato il primo congresso dell’Italia dei Valori dopo dodici anni di attività politica a tutti i livelli, e anche se la lungaggine ha portato inevitabilmente ad una normale attribuzione patriarcale del comando dipietrista, il congresso ha sancito unanimemente come il capo indiscusso designato dai delegati fosse Antonio Di Pietro. Ancora una volta, ovviamente.

L’inizio 2010 per l’Idv non è stato così splendido come lo scorso anno, ma dato che siamo ancora all’inizio possiamo benissimo aspettarci un cambio di rotta in meglio per il movimento di Di Pietro. Con ciò non si può non affermare che la strategia politica è stata deficitaria sotto molti aspetti, non ultimo quello di non appoggiare Vendola in Puglia e decidere di farlo invece in Campania con De Luca. La linea politica del partito di Di Pietro è sempre stata quella di respingere chiunque sia sottoposto a processi – anche senza condanne – e quindi di ritenere la legalità il valore aggiunto della loro forza politica, tanto che li ha fatti prosperare nei consensi in questi ultimi anni. I dati vengono rinvigoriti dalle candidature di personalità eccellenti come De Magistris, eletto a furor di popolo alle ultime europee battendo in consensi persino Silvio Berlusconi nella rivitalizzata Campania ripulita dall’immondizia. E proprio De Magistris è stato l’ago della bilancia al congresso proprio perché si pensava che facesse da contrappeso allo strapotere dipietrista, ma così non è stato, e probabilmente è anche merito dell’ex magistrato di Catanzaro che non si è arrivati ad una specie di golpe all’interno dell’Idv.

Altra sinistra, altro partito. Il candidato alla regione Campania per il Pd è Enzo De Luca, attuale sindaco di Salerno pluri-indagato per falso in bilancio e truffa aggravata, candidato anche lui a suffragio universale dopo aver annullato le primarie in regione. Dato che mi reputo una persona coerente e quello che dico da tempo è assolutamente razionale, De Luca è innocente fin quando non verrà dimostrata la sua colpevolezza, ma lo reputo altamente impresentabile proprio per i due reati che lo vedono accusato. Del resto le alternative non erano tanto elevate da garantire un candidato presentabile: si era parlato tempo fa del bersaniano Agazio Loiero e ultimamente del bassoliniano Andrea Cozzolino, entrambi indagati poi discolpati da ogni accusa ai processi. Per cui, se i candidati si devono scegliere in base alle correnti di cui fanno parte, la scelta di De Luca è senz’altro la più logica.

Durante il congresso Di Pietro ha chiamato De Luca per far decidere ai delegati se e come appoggiarlo alle elezioni campane, anche perché l’Idv ha ufficializzato a livello nazionale la coalizione col Partito Democratico, e quindi non poteva desistere dal primo vero inghippo stagionale. La presentazione a Salerno del candidato Pd ha suscitato diverse prese di posizione all’interno del gruppo dirigente, e anche l’indiscusso Di Pietro si è dovuto piegare al volere politico più che personale (“L’alternativa è consegnare la regione ai casalesi”). Ma mentre la platea lo accoglieva con una standing ovation, alcune anime pure della dirigenza avevano già dato il niet alla sua candidatura. Tra questi c’era Luigi De Magistris, ed è in questa fase che si è sfiorato il golpe mai creduto.
Certo, dire golpe è pesante e mai detto ufficialmente, ma se si leggono i giornali delle ultime settimane, si capisce come l’aria all’interno del partito di Di Pietro non sia la più respirabile. Però si nota da parte di De Magistris la voglia di fare politica senza dar retta alle urla di piazza: anche se in rotta con la linea del partito, l’eurodeputato non si è dissociato ufficialmente dall’appoggiare De Luca, ma ha fatto capire che non lo voterà. Ed è in questa fase che un giornale c’ha ricamato su un bel po’.

La parsimoniosa abitudine di alcuni politici nostrani nel lasciare la carica di deputati europei per tornare in patria anche solamente come consiglieri regionali, li ha resi naturalmente incoerenti e inaffidabili. Però, se il discorso è valido per i deputati del centrodestra e del Pd, lo stesso dovrebbe essere nei confronti di chi, nell’Idv, è stato eletto a suffragio universale pochi mesi fa.

Il Fatto, tra domenica e lunedì, ha scritto ben quattro articoli sul congresso dipietrista e tutti e quattro gli articoli con un unico comune denominatore: la mancanza di coraggio di De Magistris e l’errore di Di Pietro nel candidare De Luca.
Paolo Zanca, all’indomani del congresso, annuncia felice che la “Madonna pellegrina è andata a giudizio” e che Di Pietro si è dovuto arrendere all’applausometro dei suoi delegati.
Peter Gomez scrive “dell’acclamazione barzelletta“, reputando De Magistris responsabile della candidatura di De Luca “a causa dei suoi tatticismi e della sua mancanza di coraggio” aggiungendo che “c’è modo e modo per appoggiare una candidatura del genere”, senza spiegarne però quali siano questi altri modi.
Dalle accuse demagistriane non poteva certo dissociarsi Marco Travaglio, il quale, ‘pensandoci prima‘, sostiene la sconfitta di Di Pietro e accusa l’europarlamentare di mancanza di coraggio ”temendo gli attacchi per una “fuga da Bruxelles” pochi mesi dopo l’elezione si è reso indisponibile”. ‘Ecco, forse un po’ di autocritica non dispiacerebbe nemmeno per Travaglio.
A questo punto Luca Telese fa un breve riassunto della storia dell’Idv, ma anche lui, da vero discepolo freudiano, accusa apertamente l’Idv di essere “un partito bambino, che sprizza energia e ingenuità da tutti i pori”. L’ingenuità sarebbe sempre quella di appoggiare De Luca perché indagato, naturalmente.

Sostanzialmente mi trovo d’accordo con gli articoli di Zanca e Telese – l’Idv ha sbagliato finora a rendersi l’unico partito moralista della politica italiana, ma appare evidente che se non si accettano compromessi, anche fastidiosi e a volte duri da digerire, la politica ti inghiotte senza speranze – trovo invece retorici e contraddittori i due di Travaglio e Gomez. I due ex dell’Espresso invocano da una vita che chi viene eletto in Europa non può, e non deve, dimettersi per interessi superiori in patria perché in questo modo si tradiscono gli elettori, quindi non capisco (e sì che lo capisco!) come mai, di colpo, le regole tanto invocate per gli altri non devono essere  prese in considerazione da De Magistris, aggiungendo tra l’altro di essere privo di coraggio.

Se c’è qualcuno privo di coraggio, eventualmente sono proprio le due prime firme del Fatto e non l’europarlamentare campano. Anche perché, e qui subentra la natura strettamente politica, chi perde l’elezione a presidente regionale non viene nemmeno eletto consigliere, per cui De Magistris avrebbe perso l’Europa e la Campania. Sarebbe stata altamente improbabile una sconfitta per l’ex PM, ma quando si parla di elezioni – soprattutto in Campania con tutto ciò che comporta il territorio – mettere le mani avanti non è mai un danno ma casomai un passo avanti. Ma fallo capire al Fatto.

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Un altra occasione persa

E’ finito da qualche ora il congresso del Pd con le sintesi delle mozioni dei tre candidati. Le mie riflessioni personali, che non inserisco dove ho fatto il liveblogging, sono semplici e alquanto scontate: tutti vogliono un partito unito e che si radichi nel territorio, ma nessuno dei tre sa come fare o come iniziare; non esiste una linea di principio condivisa da tutti ma ne esistono tante simili tra loro che, quasi a voler dimostrare la lontananza d’intenti tra i candidati, si dividono le tesi di largo consumo; Bersani, Franceschini e Marino si dimostrano i tre candidati meno peggio che si potevano trovare, nessuno ha chiarito definitivamente quale sarà e come sarà il Partito Democratico del futuro, nessuno ha detto esplicitamente cosa cambierà e chi farà fuori per svolgere al meglio il proprio lavoro, nessuno ha chiarito i dubbi sul tipo di opposizione che si farà a Berlusconi tranne di farla sempre con forza ma senza esprimere nettamente i propri principi sul fronte delle riforme, se non in generale.

Detto questo, se i delegati presenti saranno quelli che voteranno il segretario (appare chiaro che le primarie non eleggeranno il segretario perché non si arriverà a portare ad uno dei tre il 50 per cento più uno dei voti utili ad eleggerlo direttamente), quei delegati, anzi quelli che saranno eletti dei presenti a breve nell’assemblea nazionale, se contasse oggi l’applausometro in base agli argomenti portati dai candidati, oggi vincerebbe a mani basse Franceschini. Il segretario uscente ha fatto il miglior discorso per enfasi e autoconvincimento: perché se esiste qualcosa di meglio del comizio elettorale, è senza dubbio la convinzione del candidato di parlare con assoluta credibilità. Ed è stato Dario Franceschini il più credibile dei tre presenti.

La scaletta degli interventi era data dai risultati elettorali nei circoli, quindi Bersani Franceschini e Marino. Se Bersani ha fatto il solito discorso politico e condiviso da tutti i politologi, lo stesso non si può dire per Marino. Il senatore all’inizio sembrava spaventato dalla platea (“è il mio primo congresso”) e quindi c’è voluto un pezzo per sciogliersi, ma dopo si è lasciato andare sui punti cardini della sua mozione ed è riuscito ogni tanto a scaldare i cuori dei delegati. Se poi pensiamo che il suo discorso è stato più applaudito di quello di Bersani, rapportandolo alle percentuali dei voti, si potrebbe tranquillamente dedurre che oggi il segretario sarebbe senza dubbio Franceschini con Marino vice e Bersani relegato a terzo incomodo.

E’ stato un congresso inutile. Inutile non per via delle prossime primarie, l’uno non esclude l’altro, ma perché si poteva fare un vero congresso con dibattiti e confronti tra i candidati e i sostenitori delle tre mozioni. Nulla di tutto questo è stato fatto: il congresso è stato solo la passerella per i candidati di mostrare le mozioni, è diventato solo l’occasione per eleggere l’assemblea nazionale che dovrà dar vita al nuovo statuto ed eleggere il segretario nel caso molto concreto che nessuno arrivi al fatidico 51 per cento. E’ stata quindi un’occasione persa: si poteva fare di più, si doveva fare meglio di oggi.

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Domani congresso!

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Domani alle 10.00 faremo un liveblogging del Congresso del PD sul sito regionale FVG.ScelgoMarino.info, chi volesse partecipare al dibattito con commenti e argomenti interessanti (ma anche no), può guardarsi la diretta video su www.youdem.tv, www.imille.org, www.unita.it, o su www.redtv.it e poi commentare sul nostro sito. Vi aspetto? Dai che ci sarà da divertirsi :D

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Sensazioni

Andando a presentare la mozione Marino in alcuni congressi, ho avuto la senzazione di partito pauroso. Paura che questo congresso porti ad ulteriore divisioni, paura delle primarie come elemento di confronto con gli elettori. E nello stesso tempo ho visto un Partito che si muoveva secono ordini di scuderia. Il Partito dei capi corrente era ben visibile ed è ancora molto forte. Il dibattito completamente assente, con i congressi trasformati in puro seggio elettorale. Ma è questo che Bersani o Franceschini vogliono che sia il PD?

Claudio ha avuto le mie stesse sensazioni

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In mancanza di argomentazioni

Del resto pensare di essere democratici e aperti ai cittadini, e poi negare ai simpatizzanti e ai nostri elettori la possibilità di potersi scegliere il segretario che li guiderà per i prossimi anni, mi sembra non sia ne’ democratico ne’ aperto.

L’ho detto perché mi si accusa di essere contro la tradizione… sì,  sempre la stessa storia…

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Congenita inagibilità democratica dei congressi del PD

In Calabria più che in Campania e in Sicilia, il congresso del PD è stato preceduto da un tesseramento anomalo, sospetto, ingiustificato, per numero e nomi di tesserati rapportato ai residenti nella regione e ai voti ottenuti alle ultime due tornate elettorali. Un tesseramento che ha visto Presidenti, Vicepresidenti, Assessori, Onorevoli, Senatori, Consiglieri, portaborse, rastrellare tessere e comprare pacchetti azionari di un partito che si trovava alla guida del governo regionale che in Europa è ancora Obiettivo1.

Al tesseramento dei “designati volontari” è seguito l’accomodamento di uomini e donne fidate, e titolari di pacchetti azionari, all’interno degli organi di governo e sottogoverno regionale, con il compito di controllare, gestire, sfamare e far crescere il “pascolo del consenso”. Altro che proposta politica alternativa a quella del centrodestra.

Poi si è arrivati a ridosso del congresso dei circoli con feste di piazza sponsorizzate, pagate e svolte sotto l’egida del simbolo del partito democratico nelle quali, fatta salva qualche nobile eccezione, non c’è stato nessun confronto congressuale. La mozione Bersani e quella Franceschini, l’una contro l’altra, si sono dilaniate, insultate, massacrate, spendendo il nome e i soldi di un partito democratico e, accecate da tanta congiura e assetate dal monopolio di visibilità, si sono rese complici di una conventio ad excludendum della Mozione Marino.

Oggi il congresso è in pieno svolgimento e ogni giorno registriamo la costante,

reiterata e fisiologica, quasi connaturata al partito democratico di questi uomini e donne,

violazione delle regole congressuali che è diretta a certificare soltanto la stabilità delle quote di sottoscrizione azionaria di bersaniani e franceschiniani.

E in linea con ciò è accaduto, per esempio, che in molti piccoli circoli (nella provincia di Catanzaro a Cenadi, Centrache, Cicala, Davoli e Olivati), hanno votato quasi sempre tutti gli iscritti e tutti si sono espressi a favore di Bersani! Nessuna traccia di vitalità democratica! Sarà anche possibile ma è più che legittimo il sospetto che si sia trattato solo della verifica della distinta degli iscritti e non di un vero congresso! Così com’è accaduto che Catanzaro Centro su un’anagrafe di 379 iscritti, così come fornitaci dalla Direzione regionale del Partito e aggiornata al 21 luglio 2009, hanno votato ben 682 persone di cui 474 alla Mozione Bersani. Ci hanno fornito un’anagrafe parziale o a Catanzaro centro ha votato in favore di Bersani molta più gente di quanto ne risulta iscritta al partito? Ovunque si è votato senza cabina elettorale e senza alcuna garanzia di tutela della segretezza del voto (si è votato tutti insieme, in corridori e stanze o addirittura all’aperto, su schede consegnate anche a chi non ha dato prova di esser iscritto al partito e troppo spesso identificato solo per conoscenza personale). Ma è accaduto anche che uomini di partito e amministratori pubblici non si sono limitati a dare indicazioni su chi e come votare, ma taluni hanno compilato le schede anche al posto degli iscritti! Erano degli analfabeti o, come al solito, il controllo del voto nella nostra regione è appannaggio della mafia ma anche della politica, e anche di quella parte politica che sponsorizza una legge elettorale sulle primarie regionali?

Questo è il quadro che abbiamo registrato ovunque siamo riusciti ad essere presenti. Tenuto conto che tutti i congressi sono stati convocati nello stesso giorno e nella stessa ora: quelli tenuti nella città di Catanzaro, ad esempio, sono stati fissati, salvo uno, lo stesso giorno e allo stesso orario di quelli fissati nei tre circoli di Lamezia Terme. Insomma neanche superman avrebbe potuto essere presente, anche se avesse voluto! Il risultato congressuale, a questo punto, è talmente scontato che il congresso delle tessere poteva essere evitato! Sarebbe bastato chiedere ai capi bastone della politica del PD calabrese quante tessere aveva in tasca e procedere a tavolino alla divisione dei voti e dei relativi delegati, con risparmio di tempo, energia, faccia e democrazia.

In Calabria, vale la pena sottolinearlo, l’unico risultato in linea con il dato nazionale, almeno per quanto riguarda la Mozione Marino, è quello che è uscito dal congresso dei circoli di Lamezia Terme. In tutti gli altri posti il congresso è solo una prova di forza tra i due antagonisti di sempre, e lo sconto è duro e senza esclusioni di colpi, nel senso che come in guerra ogni metodo è lecito.

E’ una overdose gattopardesca dove chi ha parlato la lingua ingenua della politica non ha avuto e non avrà diritto di cittadinanza e dove nessun richiamo alla trasparenze e all’agibilità democratica troverà accoglimento, perché è impossibile governare un sistema partorito dolosamente per non essere governabile!!

I deputati e i senatori calabresi sanno che ciò che ho scritto è la verità e sarebbe il caso che anche loro, soprattutto nella loro funzione di PARLAMENTARI della REPUBBLICA, facessero un passo avanti per denunciare quanto io sto denunciando, chiedendo:

1) l’intervento immediato di osservatori nazionali per la regolarità dei congressi di circolo,

2) la verifica dei risultati del dato congressuale di Catanzaro centro

3) la verifica di un’anagrafe degli iscritti abnorme

e invitando Franceschini e Bersani a fare immediatamente i conti con questo partito calabrese che non consentirà né a l’uno né a l’altro, di vincere nessuna battaglia politica sulla base della loro semplice proposta, ma solo attraverso il ricorso ai muscoli e a metodi che non appartengono alla democrazia e alla legalità che tutti invochiamo nelle nostre mozioni.

Nocera Torinese, 20 settembre 2009

Avv. Fernanda Gigliotti – candidata alla segreteria regionale del PD per la Mozione Marino

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La Serracchiani contro se stessa

Pertoldi ammette di essere un po’ preoccupato. «Il Pd – spiega meglio il parlamentare – deve avere l’ambizione di conquistare fasce di elettorato che comprendono uno spazio politico che noi non abbiamo ancora coltivato». Una piccola pausa, poi riprende: «La “fuga” di Rutelli, che pare ormai scontata, ritengo sia un segnale preoccupante di che cosa potrebbe succedere al Partito democratico se la deriva fosse spostata troppo a sinistra». Infine, l’invito diretto a Debora Serracchiani. «C’è la necessità, da qui in avanti, che la nostra candidata alla segreteria regionale esprima una linea politica più pregnante e che offra sponde sicure non soltanto ai militanti e ai tesserati, ma anche a quella gran parte di elettori che alle primarie possono consegnare il proprio consenso soltanto nella misura in cui il nostro progetto è chiaro, affidabile e condiviso».

Le prime avvisaglie dall’ala moderata, ex Margherita e Dc, della mozione Franceschini in Friuli guidata dalla Serracchiani. E da qui nasce la domanda di ieri: chi sarà il vero segretario?

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