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Il coraggio che non manca


[Idv by Felice Belisario]

Sabato scorso c’è stato il primo congresso dell’Italia dei Valori dopo dodici anni di attività politica a tutti i livelli, e anche se la lungaggine ha portato inevitabilmente ad una normale attribuzione patriarcale del comando dipietrista, il congresso ha sancito unanimemente come il capo indiscusso designato dai delegati fosse Antonio Di Pietro. Ancora una volta, ovviamente.

L’inizio 2010 per l’Idv non è stato così splendido come lo scorso anno, ma dato che siamo ancora all’inizio possiamo benissimo aspettarci un cambio di rotta in meglio per il movimento di Di Pietro. Con ciò non si può non affermare che la strategia politica è stata deficitaria sotto molti aspetti, non ultimo quello di non appoggiare Vendola in Puglia e decidere di farlo invece in Campania con De Luca. La linea politica del partito di Di Pietro è sempre stata quella di respingere chiunque sia sottoposto a processi – anche senza condanne – e quindi di ritenere la legalità il valore aggiunto della loro forza politica, tanto che li ha fatti prosperare nei consensi in questi ultimi anni. I dati vengono rinvigoriti dalle candidature di personalità eccellenti come De Magistris, eletto a furor di popolo alle ultime europee battendo in consensi persino Silvio Berlusconi nella rivitalizzata Campania ripulita dall’immondizia. E proprio De Magistris è stato l’ago della bilancia al congresso proprio perché si pensava che facesse da contrappeso allo strapotere dipietrista, ma così non è stato, e probabilmente è anche merito dell’ex magistrato di Catanzaro che non si è arrivati ad una specie di golpe all’interno dell’Idv.

Altra sinistra, altro partito. Il candidato alla regione Campania per il Pd è Enzo De Luca, attuale sindaco di Salerno pluri-indagato per falso in bilancio e truffa aggravata, candidato anche lui a suffragio universale dopo aver annullato le primarie in regione. Dato che mi reputo una persona coerente e quello che dico da tempo è assolutamente razionale, De Luca è innocente fin quando non verrà dimostrata la sua colpevolezza, ma lo reputo altamente impresentabile proprio per i due reati che lo vedono accusato. Del resto le alternative non erano tanto elevate da garantire un candidato presentabile: si era parlato tempo fa del bersaniano Agazio Loiero e ultimamente del bassoliniano Andrea Cozzolino, entrambi indagati poi discolpati da ogni accusa ai processi. Per cui, se i candidati si devono scegliere in base alle correnti di cui fanno parte, la scelta di De Luca è senz’altro la più logica.

Durante il congresso Di Pietro ha chiamato De Luca per far decidere ai delegati se e come appoggiarlo alle elezioni campane, anche perché l’Idv ha ufficializzato a livello nazionale la coalizione col Partito Democratico, e quindi non poteva desistere dal primo vero inghippo stagionale. La presentazione a Salerno del candidato Pd ha suscitato diverse prese di posizione all’interno del gruppo dirigente, e anche l’indiscusso Di Pietro si è dovuto piegare al volere politico più che personale (“L’alternativa è consegnare la regione ai casalesi”). Ma mentre la platea lo accoglieva con una standing ovation, alcune anime pure della dirigenza avevano già dato il niet alla sua candidatura. Tra questi c’era Luigi De Magistris, ed è in questa fase che si è sfiorato il golpe mai creduto.
Certo, dire golpe è pesante e mai detto ufficialmente, ma se si leggono i giornali delle ultime settimane, si capisce come l’aria all’interno del partito di Di Pietro non sia la più respirabile. Però si nota da parte di De Magistris la voglia di fare politica senza dar retta alle urla di piazza: anche se in rotta con la linea del partito, l’eurodeputato non si è dissociato ufficialmente dall’appoggiare De Luca, ma ha fatto capire che non lo voterà. Ed è in questa fase che un giornale c’ha ricamato su un bel po’.

La parsimoniosa abitudine di alcuni politici nostrani nel lasciare la carica di deputati europei per tornare in patria anche solamente come consiglieri regionali, li ha resi naturalmente incoerenti e inaffidabili. Però, se il discorso è valido per i deputati del centrodestra e del Pd, lo stesso dovrebbe essere nei confronti di chi, nell’Idv, è stato eletto a suffragio universale pochi mesi fa.

Il Fatto, tra domenica e lunedì, ha scritto ben quattro articoli sul congresso dipietrista e tutti e quattro gli articoli con un unico comune denominatore: la mancanza di coraggio di De Magistris e l’errore di Di Pietro nel candidare De Luca.
Paolo Zanca, all’indomani del congresso, annuncia felice che la “Madonna pellegrina è andata a giudizio” e che Di Pietro si è dovuto arrendere all’applausometro dei suoi delegati.
Peter Gomez scrive “dell’acclamazione barzelletta“, reputando De Magistris responsabile della candidatura di De Luca “a causa dei suoi tatticismi e della sua mancanza di coraggio” aggiungendo che “c’è modo e modo per appoggiare una candidatura del genere”, senza spiegarne però quali siano questi altri modi.
Dalle accuse demagistriane non poteva certo dissociarsi Marco Travaglio, il quale, ‘pensandoci prima‘, sostiene la sconfitta di Di Pietro e accusa l’europarlamentare di mancanza di coraggio ”temendo gli attacchi per una “fuga da Bruxelles” pochi mesi dopo l’elezione si è reso indisponibile”. ‘Ecco, forse un po’ di autocritica non dispiacerebbe nemmeno per Travaglio.
A questo punto Luca Telese fa un breve riassunto della storia dell’Idv, ma anche lui, da vero discepolo freudiano, accusa apertamente l’Idv di essere “un partito bambino, che sprizza energia e ingenuità da tutti i pori”. L’ingenuità sarebbe sempre quella di appoggiare De Luca perché indagato, naturalmente.

Sostanzialmente mi trovo d’accordo con gli articoli di Zanca e Telese – l’Idv ha sbagliato finora a rendersi l’unico partito moralista della politica italiana, ma appare evidente che se non si accettano compromessi, anche fastidiosi e a volte duri da digerire, la politica ti inghiotte senza speranze – trovo invece retorici e contraddittori i due di Travaglio e Gomez. I due ex dell’Espresso invocano da una vita che chi viene eletto in Europa non può, e non deve, dimettersi per interessi superiori in patria perché in questo modo si tradiscono gli elettori, quindi non capisco (e sì che lo capisco!) come mai, di colpo, le regole tanto invocate per gli altri non devono essere  prese in considerazione da De Magistris, aggiungendo tra l’altro di essere privo di coraggio.

Se c’è qualcuno privo di coraggio, eventualmente sono proprio le due prime firme del Fatto e non l’europarlamentare campano. Anche perché, e qui subentra la natura strettamente politica, chi perde l’elezione a presidente regionale non viene nemmeno eletto consigliere, per cui De Magistris avrebbe perso l’Europa e la Campania. Sarebbe stata altamente improbabile una sconfitta per l’ex PM, ma quando si parla di elezioni – soprattutto in Campania con tutto ciò che comporta il territorio – mettere le mani avanti non è mai un danno ma casomai un passo avanti. Ma fallo capire al Fatto.

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Un altra occasione persa

E’ finito da qualche ora il congresso del Pd con le sintesi delle mozioni dei tre candidati. Le mie riflessioni personali, che non inserisco dove ho fatto il liveblogging, sono semplici e alquanto scontate: tutti vogliono un partito unito e che si radichi nel territorio, ma nessuno dei tre sa come fare o come iniziare; non esiste una linea di principio condivisa da tutti ma ne esistono tante simili tra loro che, quasi a voler dimostrare la lontananza d’intenti tra i candidati, si dividono le tesi di largo consumo; Bersani, Franceschini e Marino si dimostrano i tre candidati meno peggio che si potevano trovare, nessuno ha chiarito definitivamente quale sarà e come sarà il Partito Democratico del futuro, nessuno ha detto esplicitamente cosa cambierà e chi farà fuori per svolgere al meglio il proprio lavoro, nessuno ha chiarito i dubbi sul tipo di opposizione che si farà a Berlusconi tranne di farla sempre con forza ma senza esprimere nettamente i propri principi sul fronte delle riforme, se non in generale.

Detto questo, se i delegati presenti saranno quelli che voteranno il segretario (appare chiaro che le primarie non eleggeranno il segretario perché non si arriverà a portare ad uno dei tre il 50 per cento più uno dei voti utili ad eleggerlo direttamente), quei delegati, anzi quelli che saranno eletti dei presenti a breve nell’assemblea nazionale, se contasse oggi l’applausometro in base agli argomenti portati dai candidati, oggi vincerebbe a mani basse Franceschini. Il segretario uscente ha fatto il miglior discorso per enfasi e autoconvincimento: perché se esiste qualcosa di meglio del comizio elettorale, è senza dubbio la convinzione del candidato di parlare con assoluta credibilità. Ed è stato Dario Franceschini il più credibile dei tre presenti.

La scaletta degli interventi era data dai risultati elettorali nei circoli, quindi Bersani Franceschini e Marino. Se Bersani ha fatto il solito discorso politico e condiviso da tutti i politologi, lo stesso non si può dire per Marino. Il senatore all’inizio sembrava spaventato dalla platea (“è il mio primo congresso”) e quindi c’è voluto un pezzo per sciogliersi, ma dopo si è lasciato andare sui punti cardini della sua mozione ed è riuscito ogni tanto a scaldare i cuori dei delegati. Se poi pensiamo che il suo discorso è stato più applaudito di quello di Bersani, rapportandolo alle percentuali dei voti, si potrebbe tranquillamente dedurre che oggi il segretario sarebbe senza dubbio Franceschini con Marino vice e Bersani relegato a terzo incomodo.

E’ stato un congresso inutile. Inutile non per via delle prossime primarie, l’uno non esclude l’altro, ma perché si poteva fare un vero congresso con dibattiti e confronti tra i candidati e i sostenitori delle tre mozioni. Nulla di tutto questo è stato fatto: il congresso è stato solo la passerella per i candidati di mostrare le mozioni, è diventato solo l’occasione per eleggere l’assemblea nazionale che dovrà dar vita al nuovo statuto ed eleggere il segretario nel caso molto concreto che nessuno arrivi al fatidico 51 per cento. E’ stata quindi un’occasione persa: si poteva fare di più, si doveva fare meglio di oggi.

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Domani congresso!

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Domani alle 10.00 faremo un liveblogging del Congresso del PD sul sito regionale FVG.ScelgoMarino.info, chi volesse partecipare al dibattito con commenti e argomenti interessanti (ma anche no), può guardarsi la diretta video su www.youdem.tv, www.imille.org, www.unita.it, o su www.redtv.it e poi commentare sul nostro sito. Vi aspetto? Dai che ci sarà da divertirsi :D

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Sensazioni

Andando a presentare la mozione Marino in alcuni congressi, ho avuto la senzazione di partito pauroso. Paura che questo congresso porti ad ulteriore divisioni, paura delle primarie come elemento di confronto con gli elettori. E nello stesso tempo ho visto un Partito che si muoveva secono ordini di scuderia. Il Partito dei capi corrente era ben visibile ed è ancora molto forte. Il dibattito completamente assente, con i congressi trasformati in puro seggio elettorale. Ma è questo che Bersani o Franceschini vogliono che sia il PD?

Claudio ha avuto le mie stesse sensazioni

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In mancanza di argomentazioni

Del resto pensare di essere democratici e aperti ai cittadini, e poi negare ai simpatizzanti e ai nostri elettori la possibilità di potersi scegliere il segretario che li guiderà per i prossimi anni, mi sembra non sia ne’ democratico ne’ aperto.

L’ho detto perché mi si accusa di essere contro la tradizione… sì,  sempre la stessa storia…

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Congenita inagibilità democratica dei congressi del PD

In Calabria più che in Campania e in Sicilia, il congresso del PD è stato preceduto da un tesseramento anomalo, sospetto, ingiustificato, per numero e nomi di tesserati rapportato ai residenti nella regione e ai voti ottenuti alle ultime due tornate elettorali. Un tesseramento che ha visto Presidenti, Vicepresidenti, Assessori, Onorevoli, Senatori, Consiglieri, portaborse, rastrellare tessere e comprare pacchetti azionari di un partito che si trovava alla guida del governo regionale che in Europa è ancora Obiettivo1.

Al tesseramento dei “designati volontari” è seguito l’accomodamento di uomini e donne fidate, e titolari di pacchetti azionari, all’interno degli organi di governo e sottogoverno regionale, con il compito di controllare, gestire, sfamare e far crescere il “pascolo del consenso”. Altro che proposta politica alternativa a quella del centrodestra.

Poi si è arrivati a ridosso del congresso dei circoli con feste di piazza sponsorizzate, pagate e svolte sotto l’egida del simbolo del partito democratico nelle quali, fatta salva qualche nobile eccezione, non c’è stato nessun confronto congressuale. La mozione Bersani e quella Franceschini, l’una contro l’altra, si sono dilaniate, insultate, massacrate, spendendo il nome e i soldi di un partito democratico e, accecate da tanta congiura e assetate dal monopolio di visibilità, si sono rese complici di una conventio ad excludendum della Mozione Marino.

Oggi il congresso è in pieno svolgimento e ogni giorno registriamo la costante,

reiterata e fisiologica, quasi connaturata al partito democratico di questi uomini e donne,

violazione delle regole congressuali che è diretta a certificare soltanto la stabilità delle quote di sottoscrizione azionaria di bersaniani e franceschiniani.

E in linea con ciò è accaduto, per esempio, che in molti piccoli circoli (nella provincia di Catanzaro a Cenadi, Centrache, Cicala, Davoli e Olivati), hanno votato quasi sempre tutti gli iscritti e tutti si sono espressi a favore di Bersani! Nessuna traccia di vitalità democratica! Sarà anche possibile ma è più che legittimo il sospetto che si sia trattato solo della verifica della distinta degli iscritti e non di un vero congresso! Così com’è accaduto che Catanzaro Centro su un’anagrafe di 379 iscritti, così come fornitaci dalla Direzione regionale del Partito e aggiornata al 21 luglio 2009, hanno votato ben 682 persone di cui 474 alla Mozione Bersani. Ci hanno fornito un’anagrafe parziale o a Catanzaro centro ha votato in favore di Bersani molta più gente di quanto ne risulta iscritta al partito? Ovunque si è votato senza cabina elettorale e senza alcuna garanzia di tutela della segretezza del voto (si è votato tutti insieme, in corridori e stanze o addirittura all’aperto, su schede consegnate anche a chi non ha dato prova di esser iscritto al partito e troppo spesso identificato solo per conoscenza personale). Ma è accaduto anche che uomini di partito e amministratori pubblici non si sono limitati a dare indicazioni su chi e come votare, ma taluni hanno compilato le schede anche al posto degli iscritti! Erano degli analfabeti o, come al solito, il controllo del voto nella nostra regione è appannaggio della mafia ma anche della politica, e anche di quella parte politica che sponsorizza una legge elettorale sulle primarie regionali?

Questo è il quadro che abbiamo registrato ovunque siamo riusciti ad essere presenti. Tenuto conto che tutti i congressi sono stati convocati nello stesso giorno e nella stessa ora: quelli tenuti nella città di Catanzaro, ad esempio, sono stati fissati, salvo uno, lo stesso giorno e allo stesso orario di quelli fissati nei tre circoli di Lamezia Terme. Insomma neanche superman avrebbe potuto essere presente, anche se avesse voluto! Il risultato congressuale, a questo punto, è talmente scontato che il congresso delle tessere poteva essere evitato! Sarebbe bastato chiedere ai capi bastone della politica del PD calabrese quante tessere aveva in tasca e procedere a tavolino alla divisione dei voti e dei relativi delegati, con risparmio di tempo, energia, faccia e democrazia.

In Calabria, vale la pena sottolinearlo, l’unico risultato in linea con il dato nazionale, almeno per quanto riguarda la Mozione Marino, è quello che è uscito dal congresso dei circoli di Lamezia Terme. In tutti gli altri posti il congresso è solo una prova di forza tra i due antagonisti di sempre, e lo sconto è duro e senza esclusioni di colpi, nel senso che come in guerra ogni metodo è lecito.

E’ una overdose gattopardesca dove chi ha parlato la lingua ingenua della politica non ha avuto e non avrà diritto di cittadinanza e dove nessun richiamo alla trasparenze e all’agibilità democratica troverà accoglimento, perché è impossibile governare un sistema partorito dolosamente per non essere governabile!!

I deputati e i senatori calabresi sanno che ciò che ho scritto è la verità e sarebbe il caso che anche loro, soprattutto nella loro funzione di PARLAMENTARI della REPUBBLICA, facessero un passo avanti per denunciare quanto io sto denunciando, chiedendo:

1) l’intervento immediato di osservatori nazionali per la regolarità dei congressi di circolo,

2) la verifica dei risultati del dato congressuale di Catanzaro centro

3) la verifica di un’anagrafe degli iscritti abnorme

e invitando Franceschini e Bersani a fare immediatamente i conti con questo partito calabrese che non consentirà né a l’uno né a l’altro, di vincere nessuna battaglia politica sulla base della loro semplice proposta, ma solo attraverso il ricorso ai muscoli e a metodi che non appartengono alla democrazia e alla legalità che tutti invochiamo nelle nostre mozioni.

Nocera Torinese, 20 settembre 2009

Avv. Fernanda Gigliotti – candidata alla segreteria regionale del PD per la Mozione Marino

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La Serracchiani contro se stessa

Pertoldi ammette di essere un po’ preoccupato. «Il Pd – spiega meglio il parlamentare – deve avere l’ambizione di conquistare fasce di elettorato che comprendono uno spazio politico che noi non abbiamo ancora coltivato». Una piccola pausa, poi riprende: «La “fuga” di Rutelli, che pare ormai scontata, ritengo sia un segnale preoccupante di che cosa potrebbe succedere al Partito democratico se la deriva fosse spostata troppo a sinistra». Infine, l’invito diretto a Debora Serracchiani. «C’è la necessità, da qui in avanti, che la nostra candidata alla segreteria regionale esprima una linea politica più pregnante e che offra sponde sicure non soltanto ai militanti e ai tesserati, ma anche a quella gran parte di elettori che alle primarie possono consegnare il proprio consenso soltanto nella misura in cui il nostro progetto è chiaro, affidabile e condiviso».

Le prime avvisaglie dall’ala moderata, ex Margherita e Dc, della mozione Franceschini in Friuli guidata dalla Serracchiani. E da qui nasce la domanda di ieri: chi sarà il vero segretario?

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Per un PD motore del cambiamento

logo marinoSiamo il Partito Democratico.

Siamo un grande e moderno progetto di cambiamento e ricostruzione del centrosinistra italiano, della politica italiana, e dell’Italia.
Siamo un partito che nasce e cresce intorno a idee e valori condivisi, e che ha come primo obiettivo l’estensione di questa condivisione. Non modificando queste idee e questi valori, non contaminandoli con compromessi e contraddizioni: ma declinandoli in un progetto collettivo di progresso e di visione del presente e del futuro. E costruendo un consenso su questa visione. Siamo il Partito Democratico, non siamo due partiti che si sono alleati. Non siamo la convivenza di obiettivi e interessi diversi, da far convivere e di cui fare commercio politico. Non vogliamo che questo progetto sia ostaggio di meccanismi e fallimenti i cui risultati hanno portato il centrosinistra italiano ai peggiori risultati degli ultimi vent’anni.

Crediamo che contesti nuovi chiedano scelte nuove, crediamo nell’assunzione di responsabilità di chi viene sconfitto, e nell’assunzione di responsabilità di chi vuole superare le sconfitte.

Noi vogliamo superarle, vogliamo cambiare l’Italia in meglio, e governarla. Siamo, siete, siamo assieme l’alternativa alla spartizione tra vecchie correnti del più ambizioso progetto politico nella storia dell’Italia repubblicana. Sappiamo di essere in tanti, finora troppo trascurati e impotenti.

Non andremo al congresso di questo partito per scegliere se consegnarlo a un leader della Margherita o a un leader dei DS. Ci andremo per darlo al leader del Partito Democratico e alle persone del Partito Democratico.

L’Italia ha bisogno di un nuovo progetto politico per uscire dallo stallo in cui si trova, per ricominciare a correre e a sperare.
L’Ulivo e il Partito Democratico sono stati pensati proprio per costruire quel progetto.

Le elezioni europee hanno confermato che oggi un fronte progressista è l’unica via per costruire un progetto politico alternativo a destre sempre più conservatrici e populiste. Un progetto basato su diritti civili, giustizia sociale e pari opportunità.

Due anni fa, al Lingotto, era stato promesso che avremmo portato a compimento un processo politico avviato nel 1996, che avremmo realizzato un nuovo centrosinistra. Ma a quelle parole non sono seguiti i fatti. La promessa non è stata mantenuta. Abbiamo perso due anni. Ora dobbiamo ripartire.

Dopo mesi vissuti pericolosamente, il PD si avvia a celebrare il suo primo congresso.
Dovrà essere un congresso vero, dovrà essere un confronto aperto, franco – senza nascondere il conflitto, se ci sarà – sulle idee. Senza dogmi, senza tabù, senza accordi tattici preventivi tra dirigenti.
Un confronto finalmente alla luce del sole, non dietro le quinte.
Un confronto tra proposte, non tra nomi, rivolto al paese.

Noi abbiamo creduto e crediamo ad un Partito nuovo, non ad un nuovo partito. Un partito dove non conti essere un ex qualcosa. Un partito dove si abolisca la pratica devastante di dividere le cariche pro quota tra correnti di partiti che non esistono più.
Noi abbiamo voluto, e vogliamo, un partito semplicemente democratico.

Non si tratta solo di discontinuità generazionale.
Si tratta di idee e linguaggio.
Si tratta di uscire da questo clima di ordinaria amministrazione che sta affossando il nostro paese.

Sono settimane, mesi, che ci appassioniamo alla ricerca di un nome, dimenticando che il PD è ad un bivio, che la gente ci guarda e non ci capisce più.

O il PD trova finalmente in mezzo alla gente le ragioni della sua esistenza o servirà solo a imbalsamare ceti dirigenti di partiti ormai disciolti. Diventerà l’ultima scialuppa di salvataggio per una dirigenza ormai sbiadita, anziché essere ciò che tanti di noi vogliono e sperano: l’inizio di un nuovo percorso, la costruzione di un nuovo progetto per l’Italia.

Noi, insieme, possiamo avviare questo nuovo percorso, costruire questo nuovo progetto.
Possiamo realizzare un partito radicato, organizzato, partecipato; un partito aperto senza essere plebiscitario, ridotto a comitato elettorale, solo leadership e gazebo.

Non crediamo, però, che l’unico modo di garantire concretezza organizzativa sia quello di affidare le scelte strategiche a gruppi dirigenti ereditati da DS e Margherita-Popolari, con qualche sapiente cooptazione.

Né crediamo che il problema sia di spostarci un po’ più al centro o un po’ più a sinistra.
Emerge nitidamente, da parte di alcuni, l’idea di un PD in sostanziale continuità con la tradizione della sinistra storica che si allei con un nuovo centro.

Si tratta di una opzione, legittima, che però non sembra incontrare affatto le attese che il PD ha sollevato e non ha ancora soddisfatto.

Il nostro PD deve essere un partito totalmente nuovo, capace di elaborare un proprio progetto, in linea con le punte più avanzate del fronte progressista mondiale e che non si laceri nella quotidiana ricerca di equilibri tattici, a scapito di una strategia credibile.

Noi vogliamo un riformismo radicale. All’Italia serve un vero new deal.

E vogliamo realizzarlo partendo da un dibattito precongressuale laico, aperto, non schematico.

Dobbiamo costruire un progetto che parta dalla centralità della persona, dai suoi diritti e doveri, che punti sulla forza delle persone, poiché è evidente che il cambiamento sta già avvenendo, senza aspettare la politica o le grandi riforme.

Il nostro progetto deve partire dalla responsabilità delle persone, riconoscendo che è sulle gambe delle persone e non attraverso le leggi che i cambiamenti veri viaggiano.

Un progetto aperto che parta da quello che la società italiana è diventata e indichi quello che la società potrebbe diventare.

L’Italia è una società complessa, che non può essere rinchiusa in programmi sistemici ma va immaginata come un racconto in evoluzione.

Una società che deve accrescere la sua apertura e la sua attrazione: apertura a nuovi modelli culturali, a investitori e tecnologie, a talenti e turisti.

Una società che ha un fortissimo bisogno di nuove storie di successo.

Dobbiamo rendere l’Italia più moderna, efficiente, ricca.

Dobbiamo impegnarci in modo continuo per l’affermazione dei nuovi diritti civili, a cominciare da donne, famiglie e immigrati; ridare all’Italia un senso civico ormai scomparso; lottare nei fatti contro tutte le discriminazioni.

Vogliamo declinare nettamente, senza compromessi, il principio di laicità, consapevoli che le Chiese si rispettano proprio in una cornice di autonomia reciproca, pena l’affermarsi di opzioni strettamente confessionali.

Dobbiamo affrontare il tema della sicurezza e della integrazione, senza inseguire le paure alimentate da una destra rinunciataria, evitando proclami terzomondismi e mettendo in primo piano le legittime esigenze di sicurezza quotidiana di ogni cittadino.

Riformiamo le istituzioni, per arrivare ad un sistema di enti locali semplificato, meno costoso e più adeguato alle nuove esigenze di sviluppo territoriale.
Scelto cioè dai cittadini e dai territori anziché essere imposto dall’alto e tutelato in modo anacronistico dalla Costituzione. Enti la cui sopravvivenza dovrà unicamente dipendere dalla loro capacità di consegnare valore e servizi ai cittadini,

C’è un’indissolubile rapporto tra democrazia e mercato: è allora necessario che quest’ultimo sia sostenuto e aiutato in un quadro di regole che garantiscano efficienza e trasparenza, a tutela di tutti i cittadini, siano essi imprenditori, lavoratori o consumatori.

Vogliamo sottrarci alle ricette paternalistiche proprie di un certo corporativismo sindacale, investire sul riconoscimento dei diritti sociali di cittadinanza, non su quelli ereditati dalle contrapposizioni classiste del ‘900.

Vogliamo ricostruire la mobilità sociale, realizzare una società del merito diffuso con una vera parità nelle situazioni di partenza.

Né possiamo limitarci a denunciare l’insostenibile evasione fiscale, ma dobbiamo anche avere il coraggio di evidenziare l’intollerabilità e irrazionalità di un sistema fiscale aggressivo, barocco, pesante, soprattutto a fronte di una spesa pubblica inefficiente, orientata a sostenere sprechi più che a garantire uno stato sociale proprio di un sistema economico moderno.

Impegniamoci per una vera democrazia economica, un’equa distribuzione del reddito, un welfare totalmente rinnovato e adattato ad un ciclo di vita ormai cambiato, un salario minimo garantito, nuovi strumenti di formazione.

Elaboriamo una politica economica che scommetta sul futuro, sulla ricerca, sulla crescita delle imprese in un mondo sempre più competitivo.

Che affronti questioni come le pensioni, l’ambiente o il turismo pensando alle nuove generazioni, affrontando i nodi imposti dal cambiamento climatico, valorizzando il nostro patrimonio naturale e culturale.

Non possiamo neppure gridare al colpo di stato ogni volta che si discute di riforma del sistema giudiziario – il più condannato dalle istituzioni internazionali e comunitarie – ma vogliamo farci portatori di una proposta che responsabilizzi finalmente il giudice-funzionario dello stato e dia certezze al cittadino-utente del servizio giustizia.

Vogliamo infine un partito profondamente europeo, perché l‘Europa è la dimensione in cui inserire tutte le nostre azioni politiche. Un’Europa che superi divisioni partitiche ormai logore – tra socialisti, liberali, democristiani e conservatori, prodotto della storia del novecento – sviluppando un nuovo pensiero progressista, europeista e ambientalista; che respinga i tentativi di tornare al passato, alla storia più buia del nostro continente, alle piccole patrie; che costruisca uno spazio democratico vero, concreto e partecipato, e che sia veramente capace di affrontare le nuove sfide globali.

Molto altro ancora ci sarebbe da dire.
Il nostro racconto dell’Italia, incompleto e che necessita di molti altri contributi, si rivolge a quanti hanno creduto e credono nel PD: usciamo finalmente dal complesso dell’accerchiamento e apriamoci alla società, accogliendone la freschezza, il dinamismo, lo spirito critico.
Compiamo un atto di coraggio.

Sandro Gozi, responsabile relazioni politiche e comunicazione del comitato elettorale nazionale di Ignazio Marino per la segreteria del PD e coordinatore regionale della mozione marino per l’Emilia Romagna.

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C'è malizia nell'aria

«Inciucio», lo definisce spregiativamente il terzo incomodo, ovvero Ignazio Marino. Il senatore-chirurgo, infatti, si è andato convincendo che Franceschini e Bersani sigleranno un patto prima ancora dell’esito congressuale e che, probabilmente, al primo dei due spetterà il posto di capogruppo del Pd a Montecitorio nel caso in cui l’ex ministro del governo Prodi ottenga la vittoria. Aria di «inciucio» o di compromesso che dir si voglia, l’ha sentita anche Walter Veltroni, il quale, non a caso, si è defilato dalla battaglia congressuale: dicono che non sia bastato l’attacco di Franceschini a D’Alema («è uno scorpione») per togliergli il dubbio che nel partito, chiunque vincerà, non cambierà niente. Ed è stata letta in quest’ottica anche l’uscita dell’altro ieri di Fassino, il quale ha dato il via libera a Vasco Errani per il terzo mandato di governatore dell’Emilia. Errani, cioè, uno dei massimi sponsor di Bersani.

[Via Pordenone per Marino]

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Se i nomi li fanno gli altri…

Stamane volevo scrivere due righe sull’estenuante lotta alla lottizzazione di RaiTre e di come il Pd – nelle persone di Bersani e Franceschini – sta facendo di tutto per spostare le nomine, con tutti i disguidi per i giornalisti che ne conseguono, fin dopo il 25 ottobre, dopo il Congresso. Lo stavo facendo, appunto, ma ho letto un pezzo di Francesco che ne sintetizza i limiti di questa procedura e ne spiega le conseguenze:

Parlando di Pd e Rai, la cosa più banale da notare sarebbe che mentre sia Bersani che Franceschini sostengono a gran voce di voler mettere fine alla pratica della lottizzazione, le nomine di Raitre e del Tg3 sono bloccate (da loro) in attesa del congresso, così che chi vinca possa scegliere i suoi uomini e trattare da una posizione di forza. Ancora più banale è osservare come il comportamento di Bersani e Franceschini, che ultimamente sembrano avere molto a cuore la libertà di stampa e i condizionamenti dell’informazione, stia condizionando il lavoro dei giornalisti del Tg3 e quello dei quadri della rete: appesi al risultato di una competizione partitica che dovrebbero limitarsi a raccontare con obiettività e serenità.

C’è un’altra cosa, però. Sembra che il direttore generale della Rai, Mauro Masi, stia pensando di fare queste benedette nomine di Raitre senza aspettare ancora, dato che la legge non lo obbliga affatto a recepire i suggerimenti dell’opposizione. Sembra inoltre che Masi possa fare delle nomine difficili da rigettare tout court o bollare come inadeguate o vendute al padrone: Enrico Mentana al Tg3 e Giovanni Minoli a Raitre. Con tutti i loro difetti, due nomi di esperienza, autonomia e caratura due o tre volte superiori a quelli delle mezze figure attorno alle quali si sta accapigliando il Pd. Se Masi dovesse forzare la mano e fare le nomine, potete scommettere che il volume delle accuse aumenterebbe a dismisura – «Non abbiamo nulla contro i nomi, bensì contro il metodo!», non li vedete già? – col paradosso di rivendicare a gran voce il mancato utilizzo di un privilegio odioso del quale si dice di voler fare a meno, per promuovere giornalisti e dirigenti meno bravi ma magari più disciplinati. Un autogol nell’autogol. Insomma, rischiamo di assistere a un altro mirabolante caso Villari: non dite che non eravate stati avvisati.

Di tutta la vicenda, l’unico in disparte e con coerenza non parla delle nomine di Raitre, è il Senatore Marino: unico a mettere per iscritto sulla sua mozione di allontanarsi dalla lottizzazione Rai e l’unico, coerentemente, che non si mette in mezzo a beghe di partito e sulla ormai classica oligarchia del potere mediatico e, difatti, politico.

Le parole seguite dai fatti portano a fiducia e sostanza. Bersani e Franceschini non sentono da questo orecchio, mentre Marino ancora una volta si dimostra il più coerente dei tre. Sarà un caso, ma certi gesti servono a capire con che tipo di politica abbiamo a che fare tutti i giorni. Finora.

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