Articoli con tag Di Pietro

Le ragioni di un’opposizione credibile

Per liberarci di Berlusconi e del berlusconismo parassitario presente nel paese, non serve allearsi – o seguire, che è più grave – Fini e la sua idea di “legalità”; non serve dar credito a quel fantomatico “terzo polo” che vorrebbe Casini e il pasdaran Rutelli che sembra la cura di tutti mali della politica italiana. No, non servono nessuno dei due antidoti sbandierati da coloro che, in questo momento, fanno pia opposizione a quel che resta del Pdl.

Da qui ai prossimi mesi serve una proposta vera e costruttiva per far riemergere il paese dal pantano d’illegalità e inciuciame che sta attraversando. Serve una proposta concreta sul lavoro e sul post-crisi. Serve un punto di riferimento reale in cui il paese si possa sentire vincente e avvincente. Serve, insomma, che il Partito Democratico ritorni ad essere la vera forza d’opposizione che giova all’Italia.

Serve un partito che guardi alle elezioni con coraggio e spavalderia, perché si possono vincere senza patemi e inezie; perché è l’unico modo di liberarci, finalmente senza se e senza ma, di un tiranno – sulla carta, ma non coi voti – che fa del paese il suo oggetto di scambio privilegiato col resto del mondo.

Serve un Pd che guardi con interesse alle alleanze, ma senza dimostrarsi accondiscendente con esse se queste non seguono il programma (futuro) della coalizione. Serve un partito che diventi finalmente responsabile e determinante nelle scelte – presenti e future – dell’Italia e degli italiani; che faccia della legalità – senza giustizialismi dipietristi – la sua battaglia civile contro la demonizzazione della Magistratura. Serve una carica responsabile per portare il paese fuori dalla deriva clientelare e dispotica degli ultimi sedici anni.

Serve un Pd che sia Democratico con la “D” maiuscola.

Mi fa paura sentire Bersani – o Letta, o Bindi, o Penati – dire che Fini è un buon interlocutore per la legalità; mi fa ancora più paura sentire che il Pd vuole allearsi con l’Udc e l’Api per battere “il berlusconismo galoppante”.

Forse ci siamo dimenticati che lo scorso anno Fini e i suoi seguaci non mossero un dito ne’ alzarono la voce a favore della legalità, quando le opposizioni presentarono la mozione di sfiducia contro Dell’Utri e Cosentino. D’accordo, allora era fuori luogo quella mozione, ne sono ben conscio. Ma i finiani legalitari non dissero assolutamente nulla contro quella proposta – pur sbagliata nei tempi e nei modi – del Pd e dell’Idv: votarono a favore del governo senza minimamente preoccuparsi se c’era un fondo di giustizia in quella proposta.

Ci siamo scordati che in Sicilia l’Udc – ma anche il finiano Granata – appoggia la presidenza Lombardo (indagati per affiliazione mafiosa), e gl’immensi intrallazzi locali gestiti da Miccichè, Dell’Utri e compagnia bella.

Ci dimentichiamo ancora più spesso che la legalità va combattuta prima di tutto all’interno, e solo dopo all’esterno. Ragion per cui, ben venga una coalizione di alternativa politica, un centrosinistra capace di mettere insieme in modo coerente parole e gesti, pratiche e progetti. Però non solo a chiacchiere nelle aule parlamentari. Ma tra la gente, gli iscritti, gli elettori, gli astensionisti e tutti gli sfiancati di sedici anni di malgoverno autarchico e personale di Silvio Berlusconi.

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Inserisci il nome mancante

Marco fa un bell’esercizio di stile sostituendo Pdl con Pd, Fini con Di Pietro e Vendola, Berlusconi con Bersani e Veltroni. Il risultato è assolutamente realistico nonché fantastico.

Il Partito Democratico è un partito costruito a immagine e somiglianza di Walter Veltroni: convention con acclamazioni, jingle che sembrano canzoncine di Jovanotti, una schiera di parlamentari che ben che vada portano un devoto rispetto al leader. E’ stata in parte così l’esperienza di DSMargherita. E’ così, con alcune esacerbazioni inacettabili, il Pd. C’è chi da anni chiede un partito diverso. Lo fa parlando di primarie, di giovani, di meritocrazia. Lo fa perché non condivide l’idea che i parlamentari vengano nominati da uno stretto giro di segreterie a loro volta nominate da un giro ancor più stretto nominato da nessuno. Questo è. E ne abbiamo parlato così tante volte, nel nostro piccolo, da risultare noiosi ai più. Ma lo abbiamo fatto con la precisa convinzione che questo partito si potesse cambiare, che per questo partito valesse la pena di spendere due gocce di credibilità personale e di metterci la faccia.

Ci chiamavano dissidenti, qualcuno ci guardava con sospetto, qualcun altro con favore. In ogni caso ci guardavano. Non siamo mai stati tanti e non abbiamo mai avuto le luci della ribalta, anche perché in DS e Margherita prima e nel Pd poi ci siamo sempre stati con convinzione e alle conferenze stampa abbiamo preferito la militanza e il dissenso costruttivo.

Poi sono arrivati Di Pietro e Vendola e hanno annientato ogni reale possibilità di migliorare il Pd.Vendola Di Pietro semplicemente non sopportano la leadership di Pier Luigi Bersani. In SELIdV la gestione del potere è molto peggiore e antidemocratica di quanto avviene oggi nel Pd. E di quella gestione Di Pietro Vendola sono i leader e ispiratori indiscussi. [...]

Oggi Vendola Di Pietro diventano i paladini di tutti quelli che vorrebbero un Pd migliore. Lo fanno, come sempre, a modo loro, per un tornaconto personalissimo. L’ultima possibilità di cambiare questo partito l’hanno uccisa luoro mettendo il cappello sopra ad ogni iniziativa riformatrice, con il solo intendo di indebolire la leadership di Bersani e di affermarne un’altra, la loro. Così facendo hanno assimilato ogni voce distonica rispetto al mainstream dei veltrones e dei dalemones e costretto tutti a scegliere semplicemente tra uno di loro e Bersani.

Noi, che non vorremo sostituire un principe ad un monarca ma mantenere le condizioni per un partito che continui a scegliersi democraticamente la sua classe dirigente, stiamo sempre qui a chiedere le primarie. Che, sia detto al Pigi sottovoce, rimangono l’unico strumento per far capire avendolianidipietristi quanta parte di consenso abbiano nel centrosinistra nazionale.

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Immensi casini

Fatemi capire: se noi le chiamiamo “alleanze allargate” vanno bene, se invece loro le chiamano “larghe intese” non sono buone e anzi bisogna tornare al voto?

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Ahi ahi ahi Di Pietro

I pm di Perugia stanno indagando su dei presunti favoreggiamenti tra Anemone e Di Pietro, tanto che in questi giorni sarebbe comparso una specie di memoriale dettato ai magistrati perugini dall’architetto Angelo Zampolini – il tizio delegato a compiere operazioni immobiliari per le società di Anemone -, il quale afferma che Angelo Balducci fece avere all’ex pm di Mani pulite due appartamenti romani di proprietà dell’istituto religioso Propaganda Fide. Mi soffermo solo sul primo appartamento, in via della Vite 3, perché è qui che si sviluppa l’ultima arrampicata sugli specchi di Di Pietro e Travaglio.

Se è vero che le bugie hanno le gambe corte, quelle che dicono in sincronia Antonio Di Pietro e Marco Travaglio hanno decisamente le ginocchia vicino ai piedi.

Dice Travaglio:

Mi appoggio a quello che ha scritto il fatto quotidiano: quello di Via della Vite è un appartamento dove ha sede una casa editrice che si chiama Editrice Mediterranea che di fatto costruisce giornali in service. Cioè un’azienda, un ente, un partito vuole farsi un giornale? Chiede a questo service di farglielo.
Qualche anno fa l’Italia dei valori voleva farsi un giornale, un giornale di partito (che durò poco per fortuna, i giornali di partito sarebbe meglio se non esistessero e comunque, diciamo, il giornale dell’Italia dei Valori durò poco), si rivolsero a questa Editrice Mediterranea che ha sede in Via della Vite, questa cominciò a lavorare per fare questo giornale che dunque ebbe sede nella sede dell’Editrice Mediterranea in Via della Vite. Dopodichè quando il contratto fu rescisso un paio di anni dopo in quella sede di Via della Vite continuò ad avere la sede l’Editrice Mediterranea e non il giornale dell’Italia dei Valori. Che cosa c’entra Di Pietro in tutto questo? Niente. L’appartamento è del Clero, questo editore paga l’affitto. Pare che paghi un affitto normale. In ogni caso l’affitto che paga lui non c’entra niente con Di Pietro.

Dice Di Pietro:

Con riferimento al primo appartamento – quello che Zampolini indica come una sede di IDV in via della Vite – posso tranquillamente assicurare che fino a stamattina nemmeno sapevo dell’esistenza di un tale immobile. Anzi, fino a stamattina nemmeno sapevo dove si trovasse via della Vite, figurarsi se potevo avervi aperto una sede del partito.
Ho subito svolto accertamenti ed ho – ora – appurato che tale appartamento in realtà era stato preso in affitto dalla società Editrice Mediterranea Srl, con sede appunto in via della Vite n.3 Roma, il cui legale rappresentante è tale Antonio Lavitola. Trattasi di una società editrice che svolgeva (e forse svolge anche tuttora) l’attività di realizzazione, gestione e distribuzione di testate giornalistiche per conto proprio e di terzi.

Poi si scopre che i fatti sono leggermente diversi:

Si chiama Italia dei Valori, proprio come il partito, ed è ancora oggi il quotidiano ufficiale del dipietrismo (pronto perciò, come tutti gli organi di partito, a ricevere le generose provvidenze previste dalla legge). Fondato nei mesi caldi del feeling tra l’ex simbolo di mani pulite e il giornalista di provata fede craxiana (fu tra i primi ad accorrere sui lidi d’Hammamet), il quotidiano nasceva sull’onda dell’esperienza editoriale di De Gregorio, alla testa tutt’oggi di corazzate come Italiani nel Mondo reti televisive srl, con la bellezza di oltre 3 milioni di euro nel capitale sociale, e di Italiani nel Mondo Channel (2 milioni e passa). Dalla gerenza del quotidiano dipietrista De Gregorio (che ricopriva all’inizio la carica di direttore editoriale) è formalmente uscito. Resta però nel ruolo di amministratore unico della Editrice Mediterranea srl, il giovane esponente di una famiglia da sempre fedelissima al Verbo degregoriano.
Si tratta di Antonio Lavitola, cugino stretto di quel Walter Lavitola che col corpulento senatore-giornalista partenopeo aveva riesumato l’Avanti!, ottenendo, grazie all’ex gloriosa testata socialista, contributi pubblici che ancora nel 2005 ammontavano a ben 2 milioni e mezzo di euro (solo una domanda: ma l’Avanti! chi l’ha visto?). Quarant’anni, originario di Aversa, in terra natia Antonio Lavitola detiene saldamente il timone di numerosi business dai nomi altisonanti: si va dalla srl Caesar a La Sfinge, fino alla ambiziosa General Building (di cui risulta amministratore unico) che, potendo contare sul canonico capitale di appena 10 mila euro, ambisce addirittura a «realizzare porti, aeroporti, ponti, dighe, acquedotti, oleodotti, metanodotti e reti ferroviarie».

Può darsi, come dice Travaglio, che la Editrice Mediterranea sia una società che produce giornali in service; può darsi che la sede della società, citata da Zampolini come appartenente all’Idv, sia effettivamente del clero e l’appartamento è stato solo affittato alla Editrice Mediterranea. Vorrei però capire come fa Di Pietro a non sapere dove viene (veniva?) redatto il giornale ufficiale del suo partito, e, soprattutto, come fa a non sapere dove lavorava sua figlia Anna in quegli anni. Travaglio potrebbe non sapere tutti i dettagli, ma Di Pietro è “persona informata dei fatti”…

[h/t Marcello Saponaro]

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Cosa fatta capo ha

Napolitano ha firmato la dubbia legge sul legittimo impedimento. Di Pietro il dubbio lo chiederà ai cittadini con un referendum. Aspetto la Consulta per la costituzionalità del ddl, perché se aspetto Tonino…

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Un buon inizio

Forse hanno ragione Bersani Di Pietro e tutta la sinistra (ri)unita sabato per protestare contro Berlusconi, ma in questo modo si arriva solo ad un ritorno dell’Unione senza convincere troppo sulle vere esigenze degli italiani, e questo non è nemmeno il male minore.

Il male peggiore è andare al governo senza uno straccio di idea o di proposta seria che ci permetta di governare senza la paura di legiferare, come succede in questa legislatura, a forza di voto fiducia in Parlamento e al Senato. Il male peggiore è fare in modo di stare al potere per due anni – se non di meno – e riuscire, con grande imperizia politica, a far riamare Berlusconi al popolo italiano. Perché se è vero come è vero che B. è in netto calo di consensi (39% negli ultimi sondaggi, mai così in basso da molti anni), è altrettanto vero che basta un niente per farlo ritornare quel santo che crede di essere. E non è questo che ci meritiamo.

Se ci meritiamo un centrosinistra che governa, deve essere un centrosinistra che sia in grado di governare con idee e proposte sul lavoro e sulla scuola, abbassando le tasse se si può ma senza falsi isterismi destrorsi dicendo “abbassiamo le tasse” quando è impossibile in determinate condizioni, parlando alla gente con convinzione e quel poco di verità che ci aspettiamo. La gente non è mona, non ha assolutamente senso dire una cosa per poi farne un altra. La gente vuole politici che una volta tanto siano sinceri, anche se la verità non è quella che vorremmo sentire, ma che sia detta chiaramente e senza troppi giri di parole. Perché poi andrà a finire come scrive Frontpage:  ”Alternativa a che cosa? e in nome di chi, con quali obiettivi, con quale programma? L’idea che tutto ciò che sta all’opposizione sia di per sé potenzialmente coalizzabile, solo che lo si voglia, è antica quanto la sinistra e le sue sconfitte. Può riscaldare i cuori e accompagnarci più sereni a casa, dopo una giornata tra vecchi compagni, ma non conduce da nessuna parte. Per la buona ragione che al di fuori del teatrino autoreferenziale del centrosinistra italiano ci sono gli italiani, i quali vanno pazientemente convinti, uno per uno, non che Berlusconi sia un criminale, ma che il centrosinistra dispone di soluzioni migliori per la scuola, il lavoro, le tasse: per i problemi della gente, e anche per i loro sogni, le loro paure, le loro speranze.

Iniziamo da qui, dopo possiamo anche battercela ad armi pari con la destra.

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Vietati in tv, liberi sul web

La par condicio televisiva viene filtrata sul web. Mentana Condicio (vietati in tv, liberi sul web) è un talk show condotto da Enrico Mentana, in onda su Corriere tv, dove ogni giorno si dibatte di politica ed elezioni con i personaggi di punta di tutti i partiti. Ieri c’era Enrico Letta del Pd a confronto con La Russa del Pdl, mentre oggi Mentana intervistava Di Pietro sulle sue affermazioni di impeachment al presidente Napolitano e sulla democrazia mancante nel nostro Paese. Chissà se la prossima puntata ci sarà Giorgio Napolitano a spiegare le sue motivazioni per la firma al ddl salva liste…

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Frase della settimana

“Ero d’accordo con Di Pietro che prima, durante o subito dopo il Congresso mi sarei iscritto all’Idv ricoprendo un ruolo che si confacesse al mio profilo politico e che sarebbe avvenuto attraverso un evento pubblico significativo. Ad oggi non è accaduto.”

Luigi De Magistris vuole la botte piena e la moglie ubriaca

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Il coraggio che non manca


[Idv by Felice Belisario]

Sabato scorso c’è stato il primo congresso dell’Italia dei Valori dopo dodici anni di attività politica a tutti i livelli, e anche se la lungaggine ha portato inevitabilmente ad una normale attribuzione patriarcale del comando dipietrista, il congresso ha sancito unanimemente come il capo indiscusso designato dai delegati fosse Antonio Di Pietro. Ancora una volta, ovviamente.

L’inizio 2010 per l’Idv non è stato così splendido come lo scorso anno, ma dato che siamo ancora all’inizio possiamo benissimo aspettarci un cambio di rotta in meglio per il movimento di Di Pietro. Con ciò non si può non affermare che la strategia politica è stata deficitaria sotto molti aspetti, non ultimo quello di non appoggiare Vendola in Puglia e decidere di farlo invece in Campania con De Luca. La linea politica del partito di Di Pietro è sempre stata quella di respingere chiunque sia sottoposto a processi – anche senza condanne – e quindi di ritenere la legalità il valore aggiunto della loro forza politica, tanto che li ha fatti prosperare nei consensi in questi ultimi anni. I dati vengono rinvigoriti dalle candidature di personalità eccellenti come De Magistris, eletto a furor di popolo alle ultime europee battendo in consensi persino Silvio Berlusconi nella rivitalizzata Campania ripulita dall’immondizia. E proprio De Magistris è stato l’ago della bilancia al congresso proprio perché si pensava che facesse da contrappeso allo strapotere dipietrista, ma così non è stato, e probabilmente è anche merito dell’ex magistrato di Catanzaro che non si è arrivati ad una specie di golpe all’interno dell’Idv.

Altra sinistra, altro partito. Il candidato alla regione Campania per il Pd è Enzo De Luca, attuale sindaco di Salerno pluri-indagato per falso in bilancio e truffa aggravata, candidato anche lui a suffragio universale dopo aver annullato le primarie in regione. Dato che mi reputo una persona coerente e quello che dico da tempo è assolutamente razionale, De Luca è innocente fin quando non verrà dimostrata la sua colpevolezza, ma lo reputo altamente impresentabile proprio per i due reati che lo vedono accusato. Del resto le alternative non erano tanto elevate da garantire un candidato presentabile: si era parlato tempo fa del bersaniano Agazio Loiero e ultimamente del bassoliniano Andrea Cozzolino, entrambi indagati poi discolpati da ogni accusa ai processi. Per cui, se i candidati si devono scegliere in base alle correnti di cui fanno parte, la scelta di De Luca è senz’altro la più logica.

Durante il congresso Di Pietro ha chiamato De Luca per far decidere ai delegati se e come appoggiarlo alle elezioni campane, anche perché l’Idv ha ufficializzato a livello nazionale la coalizione col Partito Democratico, e quindi non poteva desistere dal primo vero inghippo stagionale. La presentazione a Salerno del candidato Pd ha suscitato diverse prese di posizione all’interno del gruppo dirigente, e anche l’indiscusso Di Pietro si è dovuto piegare al volere politico più che personale (“L’alternativa è consegnare la regione ai casalesi”). Ma mentre la platea lo accoglieva con una standing ovation, alcune anime pure della dirigenza avevano già dato il niet alla sua candidatura. Tra questi c’era Luigi De Magistris, ed è in questa fase che si è sfiorato il golpe mai creduto.
Certo, dire golpe è pesante e mai detto ufficialmente, ma se si leggono i giornali delle ultime settimane, si capisce come l’aria all’interno del partito di Di Pietro non sia la più respirabile. Però si nota da parte di De Magistris la voglia di fare politica senza dar retta alle urla di piazza: anche se in rotta con la linea del partito, l’eurodeputato non si è dissociato ufficialmente dall’appoggiare De Luca, ma ha fatto capire che non lo voterà. Ed è in questa fase che un giornale c’ha ricamato su un bel po’.

La parsimoniosa abitudine di alcuni politici nostrani nel lasciare la carica di deputati europei per tornare in patria anche solamente come consiglieri regionali, li ha resi naturalmente incoerenti e inaffidabili. Però, se il discorso è valido per i deputati del centrodestra e del Pd, lo stesso dovrebbe essere nei confronti di chi, nell’Idv, è stato eletto a suffragio universale pochi mesi fa.

Il Fatto, tra domenica e lunedì, ha scritto ben quattro articoli sul congresso dipietrista e tutti e quattro gli articoli con un unico comune denominatore: la mancanza di coraggio di De Magistris e l’errore di Di Pietro nel candidare De Luca.
Paolo Zanca, all’indomani del congresso, annuncia felice che la “Madonna pellegrina è andata a giudizio” e che Di Pietro si è dovuto arrendere all’applausometro dei suoi delegati.
Peter Gomez scrive “dell’acclamazione barzelletta“, reputando De Magistris responsabile della candidatura di De Luca “a causa dei suoi tatticismi e della sua mancanza di coraggio” aggiungendo che “c’è modo e modo per appoggiare una candidatura del genere”, senza spiegarne però quali siano questi altri modi.
Dalle accuse demagistriane non poteva certo dissociarsi Marco Travaglio, il quale, ‘pensandoci prima‘, sostiene la sconfitta di Di Pietro e accusa l’europarlamentare di mancanza di coraggio ”temendo gli attacchi per una “fuga da Bruxelles” pochi mesi dopo l’elezione si è reso indisponibile”. ‘Ecco, forse un po’ di autocritica non dispiacerebbe nemmeno per Travaglio.
A questo punto Luca Telese fa un breve riassunto della storia dell’Idv, ma anche lui, da vero discepolo freudiano, accusa apertamente l’Idv di essere “un partito bambino, che sprizza energia e ingenuità da tutti i pori”. L’ingenuità sarebbe sempre quella di appoggiare De Luca perché indagato, naturalmente.

Sostanzialmente mi trovo d’accordo con gli articoli di Zanca e Telese – l’Idv ha sbagliato finora a rendersi l’unico partito moralista della politica italiana, ma appare evidente che se non si accettano compromessi, anche fastidiosi e a volte duri da digerire, la politica ti inghiotte senza speranze – trovo invece retorici e contraddittori i due di Travaglio e Gomez. I due ex dell’Espresso invocano da una vita che chi viene eletto in Europa non può, e non deve, dimettersi per interessi superiori in patria perché in questo modo si tradiscono gli elettori, quindi non capisco (e sì che lo capisco!) come mai, di colpo, le regole tanto invocate per gli altri non devono essere  prese in considerazione da De Magistris, aggiungendo tra l’altro di essere privo di coraggio.

Se c’è qualcuno privo di coraggio, eventualmente sono proprio le due prime firme del Fatto e non l’europarlamentare campano. Anche perché, e qui subentra la natura strettamente politica, chi perde l’elezione a presidente regionale non viene nemmeno eletto consigliere, per cui De Magistris avrebbe perso l’Europa e la Campania. Sarebbe stata altamente improbabile una sconfitta per l’ex PM, ma quando si parla di elezioni – soprattutto in Campania con tutto ciò che comporta il territorio – mettere le mani avanti non è mai un danno ma casomai un passo avanti. Ma fallo capire al Fatto.

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Un’imitazione di Travaglio

Travaglio deve aver fatto scuola tra i giornalisti. Parlare di mafia, potere e mosse oscure e/o palesi gasa molto! Ti fa sentire un po’ da premio pulitzer.

Peccato che Travaglio nelle sue ipotesi qualche prova ce la metta e non inventi collegamenti basati sul nulla, oppure su bufale conclamate.

Il Corriere Della Sera, invece, decide sulla base di 4 foto che ritraggono Di Pietro assieme a Contrada in una mensa dei carabinieri che:
1) Di Pietro era d’accordo con gli americani per far cadere Craxi per via della storia di Sigonella (sulla quale di recente si è rivalutata la cosa, nessuno accennò alla concessione agli americani di una base siciliana per attacchi militari).
2) Di Pietro era in comunella con Contrada per favorire la mafia, in particolare Riina.
3) Hanno parlato nella cena di ciò che succedeva in quei giorni in Italia, dall’avviso di garanzia di Craxi a tante altre cose tra cui l’imminente arresto di Contrada (che avverrà 9 giorni dopo).

Insomma in un solo colpo accusano Di Pietro di aver complottato contro lo stato in due modi diversi con l’ausilio degli americani e con l’ausilio della mafia.

Per sostenere questo tirano per i capelli ogni piccola coincidenza (il giorno prima l’avviso di garanzia di Craxi, ed altro) dimenticandosi di far presente che Di Pietro (se era tanto amico di Contrada) poteva anche avvisarlo che stavano per arrestarlo. O no? Se, secondo il corriere, sapeva solo per aver collaborato le inchieste di mafia della perquisizione del covo di Riina, come poteva non sapere dell’arresto di Contrada?

Inoltre non sapevo che 4 foto potessero parlare! In pratica il corriere in base a delle immagini riesce addirittura a stabilire di cosa parlarono con certezza!

Prove, meno di zero. Ovviamente, loro tentano di fare il confronto con gli incontri che hanno avuto Dell’Utri ed altri mafiosi dimenticandosi, anche qui, che Dell’Utri intervenne ai matrimoni, incontrò mafiosi in Inghilterra, non in giro per il paese o una riunione di siciliani DOC. Inoltre Di Pietro era in una caserma di carabinieri, non di mafiosi!

Insomma, io non sto dicendo che Di Pietro è pulito per forza, dico solo che se queste sono prove è l’ennesimo tentativo di delegittimare la magistratura italiana facendo sembrare che valutano gli incontri di Di Pietro come cose innocenti e quelli dei parlamentari del PDL come incontri mafiosi. Non è così, perché credo ci sia differenza tra l’incontrare, in compagnia di altri, una persona che all’epoca era incensurato nonché funzionario dello stato e dei familiari di boss mafiosi.

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