Ieri sui TG campeggiava la storia di un omicida che, a dire dei giornalisti e del padre, è stato rimesso in libertà dopo due anni a fronte di una condanna di trenta per l’omicidio della figlia.
Alfano, ministro della giustizia invia gli ispettori. Chi è, insomma, questo giudice tanto decerebrato da concedere la libertà a fronte di una condanna?
La vicenda mi puzzava un po’. Perché in Italia, indulto o meno, 30 anni non possono diventare due. Inoltre, non avevo senso la motivazione del giudice stesso che parlava di “inesistente pericolo di fuga”. Ecco che oggi il Corriere pubblica per intero la notizia.
Si scopre che nulla di quanto detto corrisponde a verità:
1. Non vi è alcuna condanna definitiva per l’omicidio della ragazza. È stato condannato solo in primo grado. Normale, quindi, che un omicida possa stare in libertà (se non sussistono motivazioni come il pericolo di fuga o l’alterazione delle prove) fino a sentenza definitiva
2. Questa persona è stata liberata perché è scaduta la decorrenza dei termini per la carcerazione preventiva! perché ha finito di scontare la pena per estorsione, ridotta da 4 anni ad 1 per via dell’indulto.
3. Non finisce qui. Perché questa persona era sottoposta a carcerazione preventiva? Non per l’omicidio, ma per un altro procedimento ovvero con l’accusa di spaccio di droga ed estorsione. Capi di accusa ben diversi dall’omicidio.
4. Ora è ritornato in carcere, perché cessata la carcerazione preventiva per i reati di cui sopra, è scattata quella per il reato di omicidio i giudici hanno dovuto accontentare il popolo. Col cavolo che si ragiona così in merito alla giustizia. I processi sommari si facevano alle streghe, nel medioevo.
Qualche TG ha riportato i punti da me esposti? No, ovviamente. Solo chi ha dato un’occhiata sulla pagina web del corriere e comprato il giornale potrà sapere come stanno veramente le cose. Il resto degli italiani, invece, continuerà a credere alle fandonie delle reti di Mr B.
UPDATE
Un articolo di Travaglio parla in maniera più completa e corretta dell’intera vicenda. Tanto per dirne una, centra anche l’indulto sul fatto che è fuori.






Internet, che meraviglia!
giu 3
Pubblicato da Jack in Tecnologia | Disattiva commenti
Capita che viene pubblicato un articolo su un sito o un post su un blog, e a sua volta viene ripreso dagli aggregatori online e fatto girare per la rete disperdendone il pensiero originale. Capita che lo stesso articolo venga commentato malamente su uno di questi aggregatori, e l’autore, per la dispersività, non abbia un’immediata possibilità di ribattere alle tesi del commento. Capita invece che il commento offensivo viene fatto al post originale e l’autore non lo pubblichi perché ritiene diffamatorio nei suoi confronti o di altre persone. Se invece il commento viene pubblicato automaticamente perché il sistema è stato predisposto per tale motivo, allora i guai sono dietro l’angolo.
Il proprietario di un blog è l’unico a decidere quando un commento può essere pubblicato e quando invece può arrecare un danno a terzi: questo – secondo me – è il senso di responsabilità verso i propri lettori. Ma qualcuno lo chiama censura.
Però, se si leggono i disclaimers del blog (visibili nella stragrande maggioranza), spesso si capiscono le motivazioni reali di tale comportamento e la primissima impressione lascia spazio alla vera causale dell’oscuramento.
Se avete un paio d’ore da perdere e fate una semplice ricerca su Google, noterete quanti post hanno dei commenti offensivi, diffamatori e ingiuriosi verso l’autore. Se allargate la ricerca noterete che il commento è andato ben oltre l’area di appartenenza del blog in origine approdando ai vari aggregatori, ai social network più conosciuti e ai circuiti di micro-blogging sparsi per l’universo Internet.
Capita che i dati personali di una persona facciano il giro della rete e che il suo nome venga associato a crimini di varia natura. I motivi possono essere tanti: potrebbe essere perché un commento non è stato pubblicato su un blog, potrebbe essere che le persone arroganti siano tali anche quando la situazione degenera in diffamazione, potrebbe essere un sociopatico che cerca la lite a tutti i costi. O semplicemente potrebbe trattarsi di un Troll. Ma il male è stato fatto e bisogna comunque correre ai ripari.
Se il commento iniziale fosse rimasto all’interno del blog sarebbe stato circoscritto in un unico spazio e la cosa si sarebbe potuta fermare – o sistemare, nella maggior parte dei casi – tra persone civili. Ma quando il commento viene portato al di fuori della spazio naturale in cui dovrebbe stare, a quel punto la vicenda acquisisce un impronta pubblica e va immediatamente bloccata.
Sarebbe il caso di denunciare l’accaduto alle autorità, scrivere agli amministratori del sito dove scovate i commenti offensivi chiedendone la cancellazione, commentare a sua volta in modo pacato, e sperare che la cancellazione avvenga nel più breve tempo possibile. Mettetevi l’animo in pace perché spessissimo non avverrà in tempi rapidi: i blogger tendono a far parlare liberamente i loro commentatori. Si chiama “libertà d’espressione”. Naturalmente è giusto sia così, ma è giusto anche il contrario. A volte.
Cosa fareste voi in questo caso? Come vi comportereste se vi diffamano pubblicamente? Andreste comunque avanti col vostro lavoro sul web o mollereste tutto per ritornare alla vostra vita di sempre? Avrete un’idea diversa di internet o la pensereste esattamente allo stesso modo? Cos’è più importante, la vostra privacy o la vostra libertà di espressione? Denuncereste le offese alle autorità o fareste tutto da soli? Se non denunciate l’accaduto alle autorità, cosa pensate di poter fare per ottenere un valido risultato? Ed infine: vale la pena scrivere liberamente in rete, o pensate che il mondo virtuale sia peggio della realtà?
Domande che aspettano tante risposte.
[Per Citynews]
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