Articoli con tag Elezioni

La battaglia delle primarie

Dopo la proposta al Partito Democratico di far sempre le primarie nei collegi elettorali, da un paio di giorni L’Unità ha lanciato una raccolta firme all’appello del direttore. Quest’appello, come per ogni altro che riguarda qualsiasi cosa da cambiare nel Pd, ha ottenuto circa 3mila firme in poco meno di tre giorni, sicché è diventato fattore di evidente popolarità.

Oggi Simone Collini, sempre per L’Unità, intervista il segretario Bersani, il quale, col solito pragmatismo che lo contraddistingue, si rende subito disponibile anche a questa alternativa ponendo però alla base del suo principio il cambiamento dell’attuale legge elettorale:

«È la dimostrazione che c’è grande voglia di partecipazione». Reagisce così il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, che incontriamo in un albergo del centro di Torino quando sta per andare a Piazza Castello per il discorso d’apertura della Festa nazionale del Pd, alla notizia della straordinaria adesione dei lettori all’appello de l’Unità . L’idea delle primarie ovunque, come strumento per rimediare ai danni del “porcellum”, era stata prospettata da lui stesso in una serie di occasioni. «Ma questo entusiasmo – aggiunge – deve e può aiutarci a cambiare l’attuale legge elettorale». È questo il principale obiettivo del Partito democratico. «In questa fase – prosegue Bersani – non possiamo rassegnarci, non possiamo accontentarci di dare l’esempio. In gioco c’è il destino del paese, non è solo questione di quanto sia a posto il Pd. Il nostro è il partito della partecipazione, lo abbiamo dimostrato ogni qualvolta abbiamo fatto ricorso alle primarie per le scelte più importanti. Ora però dobbiamo concentrarci per cambiare la legge elettorale. Perché se anche il solo Berlusconi riesce a nominare i suoi parlamentari, non è che l’Italia starà meglio. Anzi«. Il ragionamento del il leader del Pd è che la «porcata» di Roberto Calderoli gioca una parte non secondaria nell’attuale opera di delegittimazione del Parlamento. Solo con deputati e senatori della maggioranza “nominati” dai vertici di partito o addirittura da “uno solo”, dice Bersani, Camera e Senato possono essere impunemente trasformati in “votifici” dove la discussione è bandita, il confronto democratico annullato e il dissenso messo a tacere con il continuo ricorso al voto di fiducia.

Bersani evidenzia che il “Porcellum” va cambiato a tutti i costi perché non è auspicabile che siano le segreterie dei partiti a decidere chi nominare a scapito della scelta elettorale, ma se per problemi tempistici ci si dovesse ricorrere ancora una volta, il segretario del Partito Democratico indica la strada che il suo partito seguirà per la scelta dei nuovi parlamentari:

Per questo la battaglia per cambiare la legge elettorale è considerata “prioritaria”. Il problema del che fare se il “porcellum” dovesse restare è però presente. Perché, viste le condizioni della maggioranza, la situazione politica potrebbe precipitare e, quindi, potrebbe mancare il tempo materiale per la riforma della legge. In questo caso, assicura il segretario, il Partito democratico farà le sue scelte «ricorrendo ai più ampi meccanismi di partecipazione». «I nostri parlamentari – conclude – non saranno nominati».

Dunque anche Bersani pare voglia seguire la proposta della De Gregorio, però lo stesso segretario ha ultimamente dichiarato di voler creare un Nuovo Ulivo in cui racchiudere tutte le forze d’opposizione. Pertanto, se l’accettazione di Bersani alle primarie nei collegi diventasse definitiva – cosa che escludo a priori – si verrebbe a creare un problema tutt’altro che semplice da risolvere.

E’ importante considerare che le forze in campo non dipendono dal Pd, ma hanno una loro forza e consistenza politica. In sostanza, il Pd non può pretendere di fare le primarie da solo senza considerare i nuovi alleati, quindi dovrebbe farle di coalizione. Ma le primarie di coalizione esistono già nello statuto del Pd – lo si è visto in Puglia con Vendola di SeL e Boccia del Pd -, mentre queste in realtà dovrebbero portare l’elettore a decidere chi eleggere da una lista di candidati proposta da ogni singolo partito.

Ciò comporta che ogni partito scelga un proprio candidato autonomamente, e poi lo inserisca nella lista per le primarie. A questo punto però, le scelte degli alleati dipendono dalle segreterie e quindi si creerebbe un pastrocchio tipo mini porcellum, quindi in pratica le cose cambierebbero solo per i candidati del Pd. Se comunque si decidesse verso questa proposta, potremmo persino trovarci a rinfocolare il vecchio Mattarellum per colpa delle forze inique in campo: non credo proprio che il Pd si metterà sullo stesso piano delle altre forze politiche pur essendo il partito più grosso. Quindi la scelta verrà fatta col maggioritario, e il modello preferito potrebbe essere la vecchia legge elettorale.

Se si optasse per questa proposta non sarebbe il Porcellum, ma si ci avvicina tanto.

Tags: , , , , , , , ,

Vincono solo quelli che pensano di poter vincere

In terza pagine sull’Unità tutti i giorni c’è una piccola rubrica chiamata “Duemiladieci battute”. Di solito la cura Francesca Fornario e spesso è molto interessante perché parla di attualità politica sotto forma di satira intelligente.

L’articolo di oggi – “Dottore, non mi sento tanto bene” – non è particolarmente interessante nel suo contesto, ma chiude con una frase che secondo me chiarisce come il centrosinistra attualmente abbia paura di andare al voto, complice una posizione ufficiale in cui si dice che il Pd “non è pronto”.

Dottore, non mi sento tanto bene. Non riesco più a fare battute». «Da quando riscontra il problema?». «Da ieri sera. È come se mi fossi strozzata, però al contrario. Sento le battute in pancia ma non escono, mi si fermano in gola». «Deve aver assunto qualche sostanza che le ha fatto male. Di questi tempi gli alimenti sono così avariati che uno dell’Udc ha chiamato i Nas: gli hanno venduto della cocaina che diventava». «No, è che ieri sera ho fatto un gioco. Eravamo a casa mia con una ventina di amici. Alcuni sono compagni di pagine sull’Unità: Claudia Fusani, Igiaba Scego, Andrea Satta. Altri sono compagni di viaggio: satirici, militanti e candidati dei partiti d’opposizione: Pd, Idv, Sel, Movimento Cinque Stelle». «Ed eravate tutti insieme?! Alla stessa festa?». «Per quello era una festa. Solo che a un certo punto Alessandro Gilioli, quello del mitico blog Piovono Rane, ha avuto un’idea. Ha detto: Scriviamo su un foglietto il nome di chi sarà il presidente del Consiglio il 2 giugno 2011». «Normale. Berlusconi è alla frutta, ci si domanda chigli succederà». «Il problema è che ha vinto Berlusconi». «Ma era una previsione, non un auspicio: un matrimonio su due finisce con un divorzio, ma la gente continua a sposarsi nella speranza che funzioni».«Già, ma se chiedi a quelli che si sposano quando hanno intenzione di divorziare ti rispondono mai, e allora perché se chiedi a chi si candida contro Berlusconi chi sarà premier tra dieci mesi ti risponde Berlusconi? Perché pensiamo che Berlusconi sia imbattibile anche adesso che il centrodestra si è spaccato in due? È assurdo, Berlusconi è stato battuto due volte! E da Prodi, mica da Obama». «Vede, è come la claustrofobia. Ha presente quelli che non prendono l’ascensore perché credono che manchi l’aria? Ecco: il problema è che noi siamo rimasti chiusi in ascensore per vent’anni». «Accidenti, spero che passi. E non per tornare a fare battute, ma perché ho fatto sport agonistico per una vita e una cosa l’ho imparata: vincono solo quelli che pensano di poter vincere».

In realtà il Pd pensa di poter vincere. Ma non adesso…

Pierluigi Bersani: «Accorciare le distanze tra le forze di opposizione per un governo di transizione, chiunque lo guidi».
Enrico Letta: «Alleanza più vasta possibile per battere B. alle Camere, governo di transizione, niente primarie, al momento il nostro candidato è Pierluigi Bersani».
Massimo D’Alema: «Sarebbe saggio formare un governo di transizione che si occupi di legge elettorale, economia e questione morale, no a Vendola candidato del centrosinistra».
Luciano Violante: «Coalizione alle Camere dal Pd ai finiani».
Walter Veltroni: «Il Pd sia la locomotiva di uno schieramento di alternativa per riscoprire la propria vocazione maggioritaria».
Giuseppe Fioroni: «Bisogna trovare un novello Prodi per parlare alla pancia del paese cattolica e moderata».
Sergio Chiamparino: «Serve un nuovo Lingotto».
Marco Follini: «Il Pd dovrebbe allearsi in Parlamento con il terzo polo, unirsi all’asse nato tra Fini, Casini e Rutelli».

Tags: , , , ,

La comoda candidatura di Sergio Chiamparino

In una lunga intervista al Corriere, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino dice cose tanto deboli quanto astratte nel loro contenuto politico e comunicativo. Dato che è già la seconda intervista che rilascia questa settimana (la prima sull’Unità martedì scorso), il sindaco che vorrebbe creare il Pd del nord si è autocandidato alle primarie per le eventuali elezioni di medio termine.

Se nell’intervista a L’Unità Chiamparino aveva dato l’immagine dell’astenuto nei giochi della politica delle poltrone – «A me il tema del leader appassiona poco», anche se poi diceva tutt’altro: «Se e quando ci saranno le primarie vedremo. Queste cose si decidono quando è il momento, non se ne parla prima» – si diceva aperto ad un improbabile governo di transizione anche se le possibilità di riuscita sono «molto labili» perché «non c’è il clima»; alla domanda se riteneva digeribile per gli elettori di centrosinistra un governo Tremonti, Chiamparino spiegava bene le sue considerazioni:

«Non è un problema di digeribilità. Ma qualsiasi ipotesi deve muovere da una chiarezza di messaggio politico da parte nostra. Mi spiego: un governo di transizione può essere un punto di arrivo, ma partendo da una nostra battaglia che metta in crisi il governo. Il Pd deve fare esplodere le contraddizioni dentro la maggioranza, che finora sono emerse solo perché Fini ha rotto. I temi sono chiari: federalismo ed economia. È qui che bisogna incalzare. Solo così si può essere forti per andare alle urne o anche per fare un governo di transizione. Nel 1995 si arrivò al governo Dini solo perché la Lega si era staccata da Berlusconi».

Stavolta però la Lega non si è staccata da Berlusconi, ma anzi si è compattata dietro il leader del centrodestra invocando le urne solo da poco.

Sul Corriere Chiamparino cambia strategia proponendosi come vera alternativa a Bersani, ma con mille contraddizioni che, secondo me, chiariscono la linea di demarcazione tra la politica dei palazzi e quella della gente.

Alla domanda se si faranno le primarie, il sindaco di Torino è subdolo:

«Non vedo come si possa immaginare di tenere insieme una coalizione vasta senza confronto sulla leadership. Tanto che Bersani ha dichiarato, anche se in modo indiretto, che le primarie si faranno.»

Se subdolo è pesante, non saprei come considerare uno che prima dice che ci vuole il confronto sulla leadership – con primarie riferite da Bersani come “indirette”, per quello che vuole significare – e dopo smentisce se stesso ribadendo che

«Il problema del Pd non è la leadership e lo dimostra il fatto che in tre anni abbiamo avuto tre elezioni, tre leader e tre sconfitte.»

Ora, io capisco che Chiamparino voglia instaurare un dialogo con l’informazione per cercare consensi tra gli elettori, ma dichiarare prima che il problema sta nella dirigenza e immediatamente dopo ritrattare tutto per paura del coming out, io lo trovo alquanto indisponente per chi voglia candidarsi a leader. Non mi è nemmeno piaciuta la sottoscrizione per cui le colpe di tre anni di sconfitte non siano imputabili alla strategia politica della segreteria di turno, ma, giocoforza, ad un mancato cambiamento strutturale nelle stesse. E’ vero che il Pd è un partito vecchio, ma allo stesso tempo i “nuovi” – e Chiamparino, per volontà sua e dei suoi sostenitori, lo è – non hanno fatto il passo avanti necessario per cambiare di quel poco le cose portandosi al cospetto degli elettori dicendo “hey, noi siamo quelli che cambieranno le cose”, ma stilettando la passata e l’attuale dirigenza con le solite accuse di un rinnovamento sempre promesso ma mai attuato.

Le ultime tre risposte, a mio parere, svelano la vera natura di Chiamparino candidato:

Tremonti? «Io non demonizzo nessuna soluzione, ma non metterei il carro davanti ai buoi. Casini? «È una delle varianti». Di Pietro? «Il Pd deve essere la lepre e non il cacciatore che la insegue».

A parte il Pd che dovrà fare la preda, e questa mi è nuova, tutto il resto è in simbiosi con la segreteria Bersani. Altro che rinnovamento, altro che nuovo Lingotto…

Civati, Scalfarotto, Serracchiani, Renzi, Rossi ecc. ecc. sono già pronti per il grande salto verso la leadership del Partito Democratico, e se il partito non è dalla loro parte, lo sono gli elettori. Il consenso si trova tra la gente, ed è esattamente quello che fanno da molti anni i personaggi che ho citato. E’ ora che se ne accorgano a Sant’Andrea delle Fratte.

Tags: , , , , , , , , , ,

Vendola fa fuori Bersani

IPR Marketing ha fatto un sondaggio su chi, secondo l’elettorato di centrosinistra, tra Nichi Vendola e Pierluigi Bersani potrebbe battere Berlusconi alle prossime politiche.

Dando per scontato che il valore di questi sondaggi è praticamente zero, è molto utile però capire come in questo momento si muove l’elettorato di centrosinistra e su chi, tra i due maggiori contendenti alla sfida del 2013, possa competere con maggiori favori alla carica di premier. Il sondaggio – fatto su un campione di 600 persone residenti in Italia, disaggregati per sesso, età ed area di residenza – propone una serie di domande di routine che vanno dall’affidabilità all’onestà, dall’autorevolezza alla concretezza. Sostanzialmente Ipr fa due serie di domande: la prima sul profilo personale dei candidati e del loro modo di fare politica; la seconda invece va più nello specifico chiedendo a chi dei due andrà il voto sia per una possibile tornata di primarie che su scala nazionale per le prossime elezioni.

Sul profilo personale Bersani prende due terzi delle preferenze risultando più onesto, sincero, preparato, moderato, affidabile, determinato e concreto del suo avversario. Però anche sulla fiducia il segretario del Pd ha 14 punti di margine sul leader di SeL. Un’attenta analisi però ci dice un’altra cosa.
Pierluigi Bersani vince la somma di “Molto+Abbastanza” con 77 voti a 63. Ma tra “Molto” e “Abbastanza” i dati sono considerevolmente distanti: nel segretario del Pd 58 persone hanno ABBASTANZA fiducia contro i 32 di Vendola; al contrario 32 persone su cento credono MOLTO in Vendola contro le 19 a favore di Bersani. Altre distanze sono nei dati negativi: sommando le percentuali di chi ha poca fiducia e di chi non ne ha nessuna, Bersani quasi doppia Vendola attestandosi al 22% contro il 13% del suo avversario. Praticamente chi crede poco nei due candidati, se dovesse fare una scelta questa cadrebbe su Vendola.

Ciò comporta che il segretario Pd vince grazie a coloro che hanno “abbastanza” fiducia in lui (potrebbero essere i moderati, ad esempio), ma senza esagerare… Mentre Vendola è “molto” più amato di Bersani raccogliendo quasi il 50% in più delle preferenze dell’avversario (stesso discorso: i più estremisti?).

Confrontando invece i dati per singola appartenenza partitica, si capisce in che modo Bersani fa tabula rasa di Vendola. Bersani vince facilmente tra gli elettori del Partito Democratico (86 a 67) e tra gli indecisi (80 a 52), mentre la forbice si restringe un po’ tra gli elettori degli altri partiti di centrosinistra, 72 a 60. Ma il presidente della Puglia piglia quasi venti punti di vantaggio tra gli elettori dell’Idv: 76 a 58. Ed è questo il dato politicamente più importante di questo sondaggio: sapendo che Di Pietro si è sempre contraddistinto per l’opposizione ad oltranza a Nichi Vendola in questi anni - anche durante le primarie in Puglia e poi non condividendo la coalizione nata da quella vittoria -, i suoi elettori danno molta fiducia al leader di Sinistra e Libertà contrapponendosi al leader dell’Italia dei valori. Sembra quasi una rivolta contro di Di Pietro.

L’ultima infografica mostra quale dei due candidati voterebbero gli intervistati, sia su base nazionale che di primarie di coalizione, per la carica di leader nel centrosinistra. Anche qui le sorprese non mancano.
Trovo quasi esilarante, ma inverosimile, che Bersani verrebbe votato alle primarie solo dagli elettori indecisi di centrosinistra, mentre Vendola avrebbe il voto degli elettori del Pd (anche se per soli 4 punti), di Idv (56 a 44) e quello degli altri partiti minoritari (64 a 36). Stesso discorso, ma con distacchi più pronunciati, per chi si dovrebbe battere con Silvio Berlusconi alle politiche del 2013.
Tra gli elettori del Pd Vendola batte Bersani di 24 punti, 53 a 29; per gli elettori dell’Idv non c’è storia, Vendola verrebbe votato da 49 elettori e Bersani solo da 19; ancora una volta l’apoteosi arriva dagli elettori dei partiti di minoranza: 63 Vendola, 27 Bersani. Un distacco di 36 punti.
Come nel caso delle primarie, anche per gli elettori indecisi al governo è meglio Bersani che Vendola: per il leader del Pd votano cinquanta intervistati su cento, mentre per Vendola la percentuale si ferma al trenta.

La media comunque è a favore di Vendola per pochissimo, 51 a 49, e anche se questo sondaggio è inutile fa capire in che modo si muove l’elettorato di centrosinistra, come è stata percepita la candidatura alle primarie del governatore pugliese, e in che modo si sovrappone al presente dell’attuale opposizione.

I dati naturalmente non sono incoraggianti per il Partito Democratico, e immagino che nemmeno Bersani ne sia felice, però può essere un buon punto di partenza per il Pd e per tutto il centrosinistra di casa nostra. In fondo bisogna crederci e pensare che ogni tanto i sogni possono avverarsi. Non si sa mai…

Tags: , , , , , , ,

Immensi casini

Fatemi capire: se noi le chiamiamo “alleanze allargate” vanno bene, se invece loro le chiamano “larghe intese” non sono buone e anzi bisogna tornare al voto?

Tags: , , , , , , , , , , ,

Ricapitolando bis

Come da copione i conservatori hanno vinto senza problemi con 306 seggi contro i 258 dei laburisti e i 57 del flop liberal-democratico. Nel discorso di ieri pomeriggio Brown ha ribadito che continuerà a lavorare per il Paese, ma si è detto disponibile a formare un governo assieme a Clegg se Cameron non dovesse arrivare ad un accordo con i liberal: è un loro diritto-dovere farlo. In questo momento i Labour alleandosi con i Lib-Dem di Clegg arriverebbero a 315 seggi, quindi ben lontani dai 326 indispensabili per avere una maggioranza in grado di governare senza problemi. Inoltre, una maggioranza Brown non l’avrebbe nemmeno se si alleasse con qualunque dei partiti minori, quindi sarebbe comunque ben distante dal governo forte che avrebbero bisogno oggi gli inglesi. Ma non è questo fondamentalmente il punto. Il punto è che Cameron ha vinto, e pur senza maggioranza deve provare a governare.

Dopo il discorso di Brown è toccato al leader dei Tories andare davanti alle telecamere e parlare agli inglesi. Il suo discorso è stato corretto, onesto e preciso: ha sostanzialmente avvisato Clegg che un accordo con loro è sempre possibile ma solo a determinate condizioni. E cioè rispettare in toto il programma dei conservatori così com’è senza cambi o alterazioni di nessun genere; senza cambiare una virgola sulla politica europeista e sull’immigrazione, temi lontani dal programma dei Lib-Dem. Ha difeso il maggioritario secco ed ha abbozzato l’idea di formare una commissione apposita in grado di proporre alternative all’attuale sistema elettorale. Ha fatto intendere che andrà avanti anche con un governo di minoranza, e questo vuol dire che ogni volta dovrà andarsi a cercare i voti per far passare qualunque cosa. E’ dura in questo modo, però Cameron ha un arma in più: il Primo Ministro può decidere di indire elezioni anticipate in qualsiasi momento. Quindi se vede che la partita è persa in partenza gli rimarrà sempre la carta delle elezioni per cercare di ribaltare tutto alle urne.

C’è un problema però: al prossimo vertice dei Labour, Gordon Brown cederà il posto a David Milliband. Questo è uno svantaggio per i Tories perché Milliband – attuale Ministro degli Esteri – come capo dei Labour è un osso duro da battere e da manipolare. Insomma, non è Brown e Cameron ne è consapevole, quindi starà molto attento alle mosse da fare nei prossimi mesi/anni.

Il mio parere è sempre quello di qualche giorno fa: Conservatori e Liberal-Democratici alleati nel formare un governo di coalizione che duri il tempo necessario per rafforzare Cameron come Primo Ministro e i conservatori come prima forza del Paese. Dopo si vedrà.

Tags: , , , , , , ,

Ricapitolando

La lunga notte elettorale britannica si è conclusa in una specie di nulla di fatto; i conservatori hanno vinto come nelle previsioni ma non hanno sbancato, mentre i laburisti – perdendo poco meno del 7 per cento dei voti rispetto al 2005 – nonostante tutto riescono a tenere. Gli sconfitti, oltre ogni rosea previsione, sono stati i liberal-democratici guidati da Nick Clegg, i quali, aumentando i consensi dello 0.9%, si sono visti ridurre notevolmente le possibilità di un cambiamento nella politica britannica.

In 620 sezioni scrutinate su 650, i numeri dicono che i Tories guadagnano il 36.1% pari a 291 seggi con un incremento di 92 seggi sul 2005, i laburisti si attestano al 29.3% pari a 251 seggi con un decremento di 86 seggi, e i Lib-Dem delusi dei 51 seggi presi, pari al 22.8% con un regresso di ben 6 seggi rispetto alle scorse elezioni. Lo swing tra Labour e Conservative – ovvero il tasso di elettori passati dall’uno all’altro schieramento – si attesta attorno al 5% per il Tory.

Party Predicted seats SEATS CHANGE VOTE %
Conservative 291 +92 36.1
Labour 251 -86 29.3
Liberal Democrat 51 -6 22.8

Numeri. Stando così i risultati, David Cameron potrebbe anche diventare Primo Ministro ma non avrebbe in nessun modo la certezza di governare il paese. In questo momento il Regno Unito si trova in un limbo chiamato “Hung Parliament”: ovvero un parlamento senza una maggioranza assoluta, quindi si dovrebbe andare a formare una coalizione per governare. Le soluzioni sono due in linea di massima. Da una parte Brown ritarda le dimissioni in quanto potrebbe ricevere dalla Regina l’incarico di formare un governo di coalizione con altri partiti - i Lib-Dem nel suo caso, cosa che già da stanotte lo stesso Brown si è affrettato a confermare; seconda possibilità, Cameron viene investito della carica di Primo Ministro ma non riuscirebbe a governare in quanto, anche alleandosi con i partiti minori e guadagnando i 29 seggi da loro messi in cantiere, non avrebbe comunque la maggioranza assoluta fermandosi a 320 contro i 326 necessari. Pertanto la previsione più logica sarebbe quella di una riconferma di Brown con l’appoggio dei liberal-democratici, e fare ion modo di governare fin quando la situazione lo consente.

Scenari. Un possibile scenario alternativo, ma fattibile, indica David Milliband – da tempo ritenuto il leader dei Labour – come certo candidato alle prossime elezioni. Elezioni che, se la maggioranza tra Lab e Lib dovesse risultare in bilico già dall’inizio del quinquennio, potrebbe portare ad un mandato biennale per Brown, e immediatamente dopo indire nuove elezioni con un Milliband vincente da buona parte dell’opinione pubblica, rispetto ad uno stordito Brown in declino.

Mancano ancora una trentina di sezioni da scrutinare, il distacco è ormai stabile e quindi i dati non cambieranno sostanzialmente. Ieri sera sul tardi si è saputo che alle 13 ora locale (le 14 in Italia) Brown si presenterà dalla Regina per vedere il da farsi, cosa che, presumibilmente, lo porterà nuovamente a Downing Street pur avendo perso malamente le elezioni. Dunque stasera, o al massimo domani, sapremo cosa succederà nel Regno Unito per i prossimi anni.
L’unico dato sicuro è che i mercati inglesi non hanno preso bene lo stato di incertezza derivato dalle elezioni, e come se non bastasse la mazzata di ieri in tutti i mercati mondiali. anche oggi tutte le borse dovranno vedersela con la mancata elezioni di un forte premier in terra britannica.

Aggiornamenti nei prossimi post.

Tags: , , ,

Sondaggi boom!

Clegg è in vantaggio e stasera c’è l’ultimo dibattito televisivo sull’economia. Qui il punto della situazione ad oggi, e stasera la diretta commentata su Friendfeed

[Via Costa]

Tags: , , , ,

Aspettando il risveglio di Brown

Due righe sulle elezioni inglesi e sui due dibattiti televisivi finora svolti tra Cameron, Brown e Clegg: “Il 29 ci sarà l’ultimo scontro televisivo sull’economia, e senza grosse novità il 6 maggio Cameron sarà il nuovo Primo Lord della Tesoreria e Primo Ministro del Regno Unito. Naturalmente saremo lieti di sbagliarci con Brown (molto) o con Clegg (poco)”. Sai com’è…

Tags: , , , , , ,

Trasversale egoista

Alla Lega è invece riuscito di mettere insieme il maggior partito trasversale di sempre, l’unico che possa ambire ad una compiuta maggioranza assoluta, se non all’egemonia totale: quello dell’egoismo. L’imprenditore egoista, il coltivatore diretto egoista, il precario egoista, il disoccupato egoista, il dipendente statale egoista, l’egoista settentrionale e quello meridionale, quello cattolico e quello ateo, l’egoista illuminato e snob così come quello rozzo ed ignorante: all’elettore leghista tradizionale, tutto secessione e celodurismo, si è affiancato uno sterminato popolo cui della Padania e del dio Po non importa nulla.

Daniele Sensi

Tags: ,