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Stato di diritto… degli altri
“E’ indecente che pluriomicidi, condannati con sentenza passata in giudicato, collaborino, seppur in terza fila, alla campagna elettorale del candidato del centrosinistra del Lazio Emma Bonino.”
Quelle che avete appena letto sono le parole del segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto, dopo aver appreso che Francesca Mambro e Giusva Fioravanti sosterranno la Bonino in Lazio.
Che i due ex terroristi di destra abbiano commesso delitti efferati è un fatto che nessuno può smentire, ma è anche un fatto che abbiano già scontato la loro pena e collaborino con molto profitto da anni con l’associazione Nessuno tocchi Caino. Ciò non toglie che la memoria va tenuta viva onde evitare sbavature morali di chi, con la presunzione del giustizialismo a tutti i costi, si renda partecipe di congetture che nulla hanno a che fare con l’ordinamento giuridico – e morale – del nostro paese. Diliberto non è nuovo ad esternazioni del genere, ma se ogni volta qualcuno tira fuori panzane del genere solo per attirare i media scordandosi che il carcere serve a riabilitare le persone, e non solo a punirle per i loro crimini, a quel punto il Diritto italiano basato sulla libertà di ogni individuo dopo aver scontato la pena viene a mancare. Vogliamo essere garantisti di uno Stato di Diritto oppure di un giustizialismo – o di un perbenismo come dicono alcuni – fine alla visibilità mediatica?
Mambro e Fioravanti sono persone libere, e come tali hanno tutti i diritti di comportarsi come meglio credono. E dal mio punto di vista anche sostenendo la campagna elettorale di Emma Bonino.
Update: anche Marco Campione sostanzialmente ha la mia stessa opinione.
Hasta la muerte
“Sono nata a Roma.
Infanzia in provincia di Bergamo dove ho visto nascere il fenomeno della Lega Nord negli anni 80.
Poi di nuovo Anzio, ho frequentato il Liceo Classico ex Mancinelli.
Mi sono laureata in ingegneria meccanica alla Sapienza di Roma, con una tesi sulla diminuzione dell’inquinamento di una turbina che produce energia elettrica. Mentre ero all’università ho creato un sito internet gratuito per studenti fuorisede (affittistudenti.it). Subito dopo la laurea, ho lavorato qualche mese ad Aprilia in una piccola cooperativa di carpenteria pesante.Oggi, ho 34 anni e lavoro alla Fiat come responsabile commerciale. Per Fiat ho girato l’Italia e conosciuto la realtà difficile del Nord-Est, il risveglio della città di Torino ed infine il tessuto imprenditoriale di Toscana e Lazio. Da quando ho 15 anni combatto per una scuola pubblica di qualità e affinché l’università italiana sia un luogo di formazione che porti sia all’eccellenza della ricerca che al mondo del lavoro.
Sono orgogliosamente impegnata, insieme a molti altri, nelle battaglie del movimento omosessuale e transessuale per il riconoscimento del diritto al matrimonio civile per le coppie dello stesso sesso e affinché i temi dell’omosessualità e della transessualità vengano affrontati con laicità e senza pregiudizi.
Ho partecipato alla fondazione del Partito Democratico e ritengo che avremo un Paese migliore se avremo un Partito Democratico migliore.”
Se abitassi nel Lazio voterei per Cristiana Alicata senza nessunissimo dubbio, e se voi laziali volete cambiare le cose fareste meglio a darle fiducia perché merita davvero la vostra fiducia.
Hasta la muerte. Siempre!
Frase della settimana
Scritto da Jack in Belle storie il 11 febbraio 2010
“Quando vedo le belle donne perdo il filo. Gli italiani sono tutti così, o preferite quegli altri, Marrazzo per esempio?“
Il coraggio che non manca

[Idv by Felice Belisario]
Sabato scorso c’è stato il primo congresso dell’Italia dei Valori dopo dodici anni di attività politica a tutti i livelli, e anche se la lungaggine ha portato inevitabilmente ad una normale attribuzione patriarcale del comando dipietrista, il congresso ha sancito unanimemente come il capo indiscusso designato dai delegati fosse Antonio Di Pietro. Ancora una volta, ovviamente.
L’inizio 2010 per l’Idv non è stato così splendido come lo scorso anno, ma dato che siamo ancora all’inizio possiamo benissimo aspettarci un cambio di rotta in meglio per il movimento di Di Pietro. Con ciò non si può non affermare che la strategia politica è stata deficitaria sotto molti aspetti, non ultimo quello di non appoggiare Vendola in Puglia e decidere di farlo invece in Campania con De Luca. La linea politica del partito di Di Pietro è sempre stata quella di respingere chiunque sia sottoposto a processi – anche senza condanne – e quindi di ritenere la legalità il valore aggiunto della loro forza politica, tanto che li ha fatti prosperare nei consensi in questi ultimi anni. I dati vengono rinvigoriti dalle candidature di personalità eccellenti come De Magistris, eletto a furor di popolo alle ultime europee battendo in consensi persino Silvio Berlusconi nella rivitalizzata Campania ripulita dall’immondizia. E proprio De Magistris è stato l’ago della bilancia al congresso proprio perché si pensava che facesse da contrappeso allo strapotere dipietrista, ma così non è stato, e probabilmente è anche merito dell’ex magistrato di Catanzaro che non si è arrivati ad una specie di golpe all’interno dell’Idv.
Altra sinistra, altro partito. Il candidato alla regione Campania per il Pd è Enzo De Luca, attuale sindaco di Salerno pluri-indagato per falso in bilancio e truffa aggravata, candidato anche lui a suffragio universale dopo aver annullato le primarie in regione. Dato che mi reputo una persona coerente e quello che dico da tempo è assolutamente razionale, De Luca è innocente fin quando non verrà dimostrata la sua colpevolezza, ma lo reputo altamente impresentabile proprio per i due reati che lo vedono accusato. Del resto le alternative non erano tanto elevate da garantire un candidato presentabile: si era parlato tempo fa del bersaniano Agazio Loiero e ultimamente del bassoliniano Andrea Cozzolino, entrambi indagati poi discolpati da ogni accusa ai processi. Per cui, se i candidati si devono scegliere in base alle correnti di cui fanno parte, la scelta di De Luca è senz’altro la più logica.
Durante il congresso Di Pietro ha chiamato De Luca per far decidere ai delegati se e come appoggiarlo alle elezioni campane, anche perché l’Idv ha ufficializzato a livello nazionale la coalizione col Partito Democratico, e quindi non poteva desistere dal primo vero inghippo stagionale. La presentazione a Salerno del candidato Pd ha suscitato diverse prese di posizione all’interno del gruppo dirigente, e anche l’indiscusso Di Pietro si è dovuto piegare al volere politico più che personale (“L’alternativa è consegnare la regione ai casalesi”). Ma mentre la platea lo accoglieva con una standing ovation, alcune anime pure della dirigenza avevano già dato il niet alla sua candidatura. Tra questi c’era Luigi De Magistris, ed è in questa fase che si è sfiorato il golpe mai creduto.
Certo, dire golpe è pesante e mai detto ufficialmente, ma se si leggono i giornali delle ultime settimane, si capisce come l’aria all’interno del partito di Di Pietro non sia la più respirabile. Però si nota da parte di De Magistris la voglia di fare politica senza dar retta alle urla di piazza: anche se in rotta con la linea del partito, l’eurodeputato non si è dissociato ufficialmente dall’appoggiare De Luca, ma ha fatto capire che non lo voterà. Ed è in questa fase che un giornale c’ha ricamato su un bel po’.
La parsimoniosa abitudine di alcuni politici nostrani nel lasciare la carica di deputati europei per tornare in patria anche solamente come consiglieri regionali, li ha resi naturalmente incoerenti e inaffidabili. Però, se il discorso è valido per i deputati del centrodestra e del Pd, lo stesso dovrebbe essere nei confronti di chi, nell’Idv, è stato eletto a suffragio universale pochi mesi fa.
Il Fatto, tra domenica e lunedì, ha scritto ben quattro articoli sul congresso dipietrista e tutti e quattro gli articoli con un unico comune denominatore: la mancanza di coraggio di De Magistris e l’errore di Di Pietro nel candidare De Luca.
Paolo Zanca, all’indomani del congresso, annuncia felice che la “Madonna pellegrina è andata a giudizio” e che Di Pietro si è dovuto arrendere all’applausometro dei suoi delegati.
Peter Gomez scrive “dell’acclamazione barzelletta“, reputando De Magistris responsabile della candidatura di De Luca “a causa dei suoi tatticismi e della sua mancanza di coraggio” aggiungendo che “c’è modo e modo per appoggiare una candidatura del genere”, senza spiegarne però quali siano questi altri modi.
Dalle accuse demagistriane non poteva certo dissociarsi Marco Travaglio, il quale, ‘pensandoci prima‘, sostiene la sconfitta di Di Pietro e accusa l’europarlamentare di mancanza di coraggio ”temendo gli attacchi per una “fuga da Bruxelles” pochi mesi dopo l’elezione si è reso indisponibile”. ‘Ecco, forse un po’ di autocritica non dispiacerebbe nemmeno per Travaglio.
A questo punto Luca Telese fa un breve riassunto della storia dell’Idv, ma anche lui, da vero discepolo freudiano, accusa apertamente l’Idv di essere “un partito bambino, che sprizza energia e ingenuità da tutti i pori”. L’ingenuità sarebbe sempre quella di appoggiare De Luca perché indagato, naturalmente.
Sostanzialmente mi trovo d’accordo con gli articoli di Zanca e Telese – l’Idv ha sbagliato finora a rendersi l’unico partito moralista della politica italiana, ma appare evidente che se non si accettano compromessi, anche fastidiosi e a volte duri da digerire, la politica ti inghiotte senza speranze – trovo invece retorici e contraddittori i due di Travaglio e Gomez. I due ex dell’Espresso invocano da una vita che chi viene eletto in Europa non può, e non deve, dimettersi per interessi superiori in patria perché in questo modo si tradiscono gli elettori, quindi non capisco (e sì che lo capisco!) come mai, di colpo, le regole tanto invocate per gli altri non devono essere prese in considerazione da De Magistris, aggiungendo tra l’altro di essere privo di coraggio.
Se c’è qualcuno privo di coraggio, eventualmente sono proprio le due prime firme del Fatto e non l’europarlamentare campano. Anche perché, e qui subentra la natura strettamente politica, chi perde l’elezione a presidente regionale non viene nemmeno eletto consigliere, per cui De Magistris avrebbe perso l’Europa e la Campania. Sarebbe stata altamente improbabile una sconfitta per l’ex PM, ma quando si parla di elezioni – soprattutto in Campania con tutto ciò che comporta il territorio – mettere le mani avanti non è mai un danno ma casomai un passo avanti. Ma fallo capire al Fatto.
Web infusion
Nella mailing group di scelgomarino, si discute su chi potrebbe essere il candidato da opporre alla Polverini per le regionali in Lazio. In molti fanno il nome di Emma Bonino, con una preghiera: Ignazio ascolta la nostra voce!
Anche a me la candidatura della Bonino farebbe molto piacere, una cosa però mi lascia sconcertato: ma Marino quale voce ha in capitolo per decidere una possibile scelta sul candidato per la regione Lazio? Molto probabilmente sarà parte importante del nuovo direttivo che subentrerà il 7 novembre, ma da qui a mettere una buona parola – se non addirittura una conferma definitiva – alla candidata regionale, credo ne passi e pure parecchio.
D’altra parte, sempre gli stessi, hanno già candidato Marino ad una delle cariche istituzionali di primo piano (una per tutte: candidato premier) che verranno a nascere da qui a qualche anno, e quindi serve – adesso, non dopo - una web invasion ancora più invasiva di quella appena finita.
Prima il centrodestra voleva a tutti i costi le elezioni anticipate in regione, però basta che parla il capo tutti si mettono sull’attenti: niente elezioni anticipate nel Lazio.
Ps: ma qualcuno l’ha avvertita la Emma Bonino che l’abbiamo candidata in Lazio?
Perché voto Marino alle primarie del PD
Andando in giro e parlando con amici e colleghi, la domanda che spesso mi viene posta è: “tu perché sostieni Marino?” La risposta è quasi sempre la stessa: ho più fiducia in Marino che negli altri due candidati. In realtà vorrei dir loro di leggersi tutta la mozione congressuale per capire le differenze tra il Senatore genovese da Franceschini e Bersani. Naturalmente non tutti hanno la voglia di leggersi un malloppone di 26 pagine, specialmente se non si tiene per Marino o più generalmente per il PD, quindi oggi ho messo da parte gli appunti sparsi sulla scrivania per le varie proposte per i membri del gruppo pro-Marino di Pordenone, ed ho deciso di scrivere una piccola sintesi – la chiamerò la Marino in pillole – sulla mozione del Senatore e di spiegarvi i motivi per cui scelgo Ignazio Marino e non gli altri candidati.
“Vogliamo un partito che sia partito e democratico. L’Italia ha bisogno di tornare ad avere a cuore la propria Democrazia. Ci presentiamo così: italiani e democratici.”
Partito. Democratici. Italiani. Sono queste tre parole che aprono e chiudono la presentazione della mozione del Senatore Ignazio Marino alla segreteria nazionale del Partito Democratico. Ma non basta: dobbiamo tornare ad avere a cuore la democrazia nel nostro Paese. È importante riuscirci perché il nostro Paese sta attraversando un fortissimo indebolimento democratico, ed è questo indebolimento la causa dei molti problemi nella politica italiana.
Il Partito Democratico ha bisogno di libertà.
Che non ci siano correnti al suo interno, che sia aperto trasparente e credibile, che sia il partito di tutti, che sia il partito delle promesse mantenute, che sia responsabile di quello che propone e riformista soprattutto di se stesso, che sia aperto al centrosinistra ma chiaro col proprio profilo.
Un partito che sia ambizioso e progettista, che abbia un forte impatto maggioritario ma sia chiuso alle convenienze elettorali, convinto che si possa aprire un lungo ciclo riformista e riesca a restituire dignità alla politica.
Un partito che sia riconoscibile per la sua credibilità e che sia orientato verso il futuro, che si dia delle regole chiare e comprensibili e faccia in modo che vengano rispettate.
Un partito che che denunci apertamente le ingiustizie e i soprusi, che rispetti le minoranze aprendosi al dialogo senza pregiudizi e sia responsabilmente inclusivo. Un partito che non sia discriminante verso le donne dando le stesse identiche possibilità tra i sessi. Un partito che sia laico.
Un partito che abbia a cuore i diritti di tutti. Un partito che sia Partito e Democratico.
La mozione è divisa in cinque punti salienti:
- Apertura. Dobbiamo aprire l’Italia al futuro, alla modernità e alla crescita. Eliminare i monopoli, le corporazioni e le oligarchie renderebbero il nostro paese più competitivo. Riuscire ad avere un sistema aperto e trasparente ci farebbe crescere economicamente e socialmente. Modernizzando le reti, i trasporti e i mercati apriremo all’innovazione e al futuro. Rendere la pubblica amministrazione una controparte amica semplificherebbe moltissimo la vita dei cittadini e delle imprese. Superare il Digital Divide significa anche avere un’informazione più libera e pluralista. Diamo le stesse possibilità di crescita a tutti i ceti sociali ed economici, diamo la possibilità alle donne di poter distribuire i diversi carichi nella vita pubblica, familiare e lavorativa senza incidere negativamente nella loro dignità.
- Coraggio. Dobbiamo avere il coraggio di combattere, e vincere, le sfide del nostro tempo. Un Paese in grado di cambiare in base al cambiamento della società, è un Paese destinato a vincere le battaglie che il futuro ci riserva. Un Paese che riconosca la laicità dello Stato ma che allo stesso modo riconosca la cultura cristiana della sua gente e rispetti in egual misura i credenti e i non credenti. Un paese che offra la possibilità di scelta nel determinare i trattamenti sanitari alla propria cittadinanza. Un Paese in cui vige il principio di autodeterminarsi, in modo che ogni cittadino sia in grado di soddisfare il proprio progetto di vita. Un Paese eticamente attrezzato per attuare delle politiche sostenibili per l’ambiente. Un paese in grado di risolvere il problema edilizio con regole di salvaguardia per gli affitti e il social housing.
- Merito. Vogliamo un’Italia che metta al primo posto il merito e la responsabilità dei propri cittadini, dando loro la possibilità di esprimersi al meglio. Vogliamo un’Italia che valorizzi la ricerca e produca innovazione. Per farlo abbiamo bisogno di Università organizzate e moderne, valutate e finanziate in modo da competere con i migliori atenei del mondo. Vogliamo un’Italia dove la classe dirigente sia selezionata in base alla capacità, una classe dirigente che venga valutata e premiata in base alla responsabilità che si assume. Vogliamo un’Italia dove i giovani vengano valorizzati e incentivati con la concessione di mezzi per supportare il loro lavoro. Vogliamo un’Italia senza la paura di veder partire i propri talenti, ma pronta ad attrarne altrettanti dall’estero.
- Protezione. Vogliamo essere una società coesa e forte. Una società dove prevale la legalità e il rispetto delle regole. Una società che garantisca la sicurezza ai cittadini: la sicurezza personale, la sicurezza sul posto di lavoro, la sicurezza sulle strade e nelle città, la sicurezza di una protezione civile in grado di anticipare gli eventi, non soltanto di gestirne le conseguenze. Una società dove la Giustizia funzioni con rapidità, efficienza ed uguaglianza per tutti i cittadini. Una società dove la pena per i condannati sia certa ed applicata, ma sia sempre rispettata la dignità dei detenuti. Una società capace di battere la criminalità, la corruzione e l’evasione fiscale, una società in grado di vincere la battaglia contro l’inquinamento e i rifiuti, e che salvaguardi il territorio e le sue bellezze artistiche e naturali. Una società in grado di prendersi cura della comunità perché si prende cura di tutti i cittadini.
- Libertà. Vogliamo un Paese che sia Democratico e partecipativo. Vogliamo un Paese dove le istituzioni siano credibili: una politica con strumenti efficaci se si è al governo, e uno strumento di controllo efficace per chi sta all’opposizione, ed entrambe siano sottoposte al vaglio continuo dell’elettorato. Vogliamo un Paese dove i partiti non siano i padroni delle istituzioni e dove al cittadino siano dati validi strumenti per esprimere la propria opinione. Vogliamo un Paese dove l’informazione sia libera e pluralista, e risponda solo all’opinione pubblica e mai al potere. Vogliamo un Paese dove i parlamentari vengano scelti dalla cittadinanza e non dalle oligarchie, dove il potere sia conteso ed espresso chiaramente con trasparenza e lucidità pronto ad essere valutato dall’opinione pubblica.
La mozione non finisce ovviamente così anche se è già parecchio esplicativa e chiarisce benissimo i punti salienti del Marino-pensiero. Tenterò di spiegarla a modo mio e di non essere ripetitivo facendomi capire nel miglior modo possibile.
Il Partito Democratico che vorremmo è un partito non-partito, cioè qualcosa di molto simile alla cognizione che si ha della Rete. Provate ad immaginare Internet senza la cooperazione, la partecipazione e la collaborazione degli utenti: sembra una stanza vuota senza porte ne’ finestre. È così oggi che vedo il Partito Democratico: una stanza senza finestre.
Prima di scegliere Marino come candidato mi sono posto mille domande: aprendo il partito alle basi, cosa comporterebbe in termini di cambiamenti? creando un partito che possa essere partecipativo, riusciremmo ad essere credibili? cercando di promuovere la validità del voto all’interno della dirigenza, che ne sarà della vecchia nomenclatura? come reagirebbero ad un probabile cambio generazionale? se ci saranno problemi all’interno del partito – e ce ne saranno, garantito – come si comporterà la segreteria con chi non accetta il voto maggioritario? nel caso di “personaggi noti” si useranno due pesi e due misure? saremmo credibili davanti all’opinione pubblica? riusciremmo a sconfiggere il centrodestra? perché non Franceschini se consideri che la Serracchiani sta con lui? e perché non Bersani, visto che lo reputo uno dei migliori ministri che l’Italia abbia mai avuto? e via di questo passo.
La risposta che mi sono dato alla fine è semplicemente “Marino è quello giusto“. È quello giusto perché crede in un Pd diverso da quello finora visto, diverso perché vuole aprire il partito alla comunità, e diverso perché gli uomini son diversi, migliori… forse.
La libertà di voto, secondo me, è la scelta migliore in tutte le civiltà democratiche. Il voto per esprimere una mozione o per esprimere una maggioranza di idee e convinzioni, già di per sé è l’ideale per garantire un pluralismo e un efficienza di governo veramente democratico. La coesione di una gruppo politico passa necessariamente dalla coerenza intellettuale e ideologica: ed è questo che Marino ha in mente. Un partito che sia partecipativo significa mettere il cittadino nelle condizioni di scegliere cosa va meglio per il suo presente e per il suo futuro. Una politica del merito rende responsabili i cittadini, se poi si contrappone a persone che hanno voglia di far bene perché nella loro vita professionale hanno fatto benissimo, allora la politica del merito sarà la sola strada percorribile per superare la crisi che ci attanaglia.
Rendere la giustizia migliore, efficace e veloce, significa meno sprechi e dare più valore al lavoro della Magistratura. Credere che la certezza della pena è possibile, non solo ci fa sentire più tranquilli – e quindi migliorare la nostra sensazione di sicurezza – ci fa sentire anche più sicuri nelle potenzialità delle forze dell’ordine. Aumentare la vigilanza sul posto di lavoro, porta ad una sicurezza normalizzata e con molti meno incidenti dalle tragiche conseguenze.
Avere degli organi d’informazione liberi e pluralisti, significa avere un’informazione più vera e meno istituzionalizzata. Vivere in un Paese laico significa dare le stesse libertà di scelta e di culto a tutti i cittadini, e non, come dicono in tanti, essere contro la Chiesa: la fede è libera per Costituzione, ma lo Stato deve agire autonomamente dalla religione, con le sue leggi e le sue regole. Credere che un partito aperto sia possibile, non solo ci fa sentire parte di un immenso progetto chiamato “Comunità“, ma ci dà la possibilità di rendere più partecipe il cittadino alla vita politica con l’ovvia possibilità di ridare dignità alla politica italiana.
Abbattere il divario digitale è una scelta obbligata se vogliamo innovarci e rinnovarci. Internet è oggi il miglior sistema per la fluidità dei contenuti e della libertà di opinione, chiuderlo ad una larga parte della popolazione significa non renderli partecipi della vita pubblica. Aprire il sistema pubblicitario comporta una maggiore concorrenza, se attuato in tutti i campi comporta meno rischi e più competitività. Incentivare i giovani con sistemi che valorizzino le idee, tende a responsabilizzarli e farli crescere professionalmente. Innovazione significa soprattutto credere nei giovani pensando al futuro. Rinnovamento significa contendere la politica dei molti a scapito dei pochi oligarchi. Valorizzare la ricerca scientifica significa guardare al presente coscientemente, e al futuro positivamente. Fare una buona legge per l’istruzione significa dare un futuro ai nostri figli.
Questa è la Marino in pillole, spero sia stata abbastanza chiara come sintesi e spiegazione. Per chi invece ha la curiosità di leggersi tutta la mozione (e mi fa piacere che vi abbia incuriosito), la trova qui oppure sul sito di Scelgo Marino a questo indirizzo.
Per concludere, io ci provo, sono convinto di aver fatto la scelta giusta e mi sto attivando per promuovere il Senatore Marino anche al di fuori della cerchia di amici e parenti. Voi siete i miei lettori ed ho una stima particolare nei vostri confronti, non voglio convincervi che Marino è l’unica scelta possibile o il miglior candidato possibile, ognuno di voi ha un cervello che funziona ed in grado di capire autonomamente le differenze. Io voglio solamente mettervi davanti ad una scelta che riguarda anche il vostro futuro. Se il futuro possiamo gestirlo assieme, perché non prendere al volo questa possibilità?
Io voto Ignazio Marino alle Primarie del Partito Democratico del 25 ottobre, valutate voi se fare una scelta uguale alla mia o rimanere con le stesse facce per i prossimi anni. Sta a voi la scelta, io la mia l’ho già fatta.
Da qualche parte il PD stravince!
Dopo oltre mezzo secolo di governo conservatore, il Partito Democratico giapponese - nato appena undici anni fa – stravince le elezioni nipponiche con oltre il 60 per cento dei consensi. Con 300 seggi su 480, il partito guidato da Yukio Hatoyama dovrà adesso portare il paese del Sol Levante fuori dalla gravissima crisi economica che sta attraversando.
Con molte probabilità il Minshuto (il partito democratico nipponico) farà un alleanza con i socialdemocratici, i comunisti e il Partito del Popolo per governare senza patemi per i prossimi anni. Il partito Jiminto, i liberaldemocratici guidati dal premier uscente Taro Aso (a sua volta leader del Kiminto), si ritrova con una sconfitta a dir poco storica: infatti anche nei primi anni novanta, quando i liberal giapponesi non erano a capo del governo, erano comunque il primo partito. Stavolta invece il popolo giapponese non gli ha perdonato l’alta percentuale di disoccupazione (5.7%) e gli scarsi risultati per fronteggiarla.
Anche l‘amministrazione Obama ha fatto i complimenti al nuovo Primo Ministro Hatoyama tramite il portavoce Robert Gibbs, il quale ha definito “storico” il voto in “una delle più grandi democrazie del mondo. Confidiamo che la forte alleanza Usa-Giappone e la partnership tra i due Paesi continui ad essere fiorente con la prossima leadership di Tokyo. Il presidente Barack Obama attende di lavorare con il nuovo primo ministro giapponese su una vasta gamma di questioni globali, regionali e bilaterali“.
Si attendono i complimenti italiani appena il premier ritorna dalle vacanze celebrazioni libiche. Se ha tempo…
[Via Repubblica]
Pordenone con Marino
Sto ascoltando Achtung Baby degli U2 al Pc mentre cerco di riordinare tutto il casino che c’è sulla mia scrivania. Nel frattempo ripenso, molto serenamente, alla riunione di ieri sera col gruppo Marino di Pordenone.
Devo sinceramente dire che mi ero fatto tutt’altra idea sulle persone e sulle cose che si sarebbero dette in questo primo incontro col candidato segretario regionale, e probabilmente per questo motivo avevo programmato di scriverne live su queste pagine – o su Facebook - proprio per dare spazio, oltre le quattro mura della Casa del Popolo, alle varie sincronie personali e politiche e sulla pianificazione dei prossimi due mesi prima delle varie convenzioni provinciali e regionali.
Mi aspettavo flotte di “giovani” all’incontro di ieri con Cristina Carloni, candidata regionale alla segreteria per la mozione Marino, invece – togliendo me – l’età media era di circa 50 anni. Nulla contro i cinquantenni per carità, ma dove sono finiti tutti gli “younger” che in rete sostengono ad alta voce la mozione della terza via nel Pd?
Di ieri sera la cosa che mi ha colpito principalmente è stato la militanza dei presenti: chi dal ‘74, chi dall’83, chi si è fatto la tessera appena Marino ha sciolto le riserve… Tutti comunque con un passato “comunista” alle spalle. E quasi tutti medici o dipendenti nella Sanità. È vero che la sanità è un business, soprattutto nel nostro Paese, credo però che la statura professionale di Marino abbia intaccato principalmente i suoi colleghi, e dopo – probabilmente ma non necessariamente – tutti gli altri ceti sociali e professionali. Anche Maria Cristina Carloni è un medico. Ma è anche consigliere comunale a Ronchi dei Legionari, è stata consigliere regionale dal 2006 al 2008, è presidente dell’Associazione Donne Medico della Provincia di Gorizia e membro del Consiglio Direttivo dell’Ordine dei Medici della Provincia di Gorizia. Quindi non è una qualunque: ha una lunga gavetta alle spalle – sia politica che professionale – ed è una persona che crede fermamente nella parità tra uomo e donna (un paese democratico non può prescindere dall’altra metà della popolazione).
Mancavano i giovani però. Io ho 39 anni, sono iscritto al Pd da giugno e non ho fatto la tessera perché c’era Marino, ma perché avvertivo da un momento all’altro un cambiamento: era tangibile, si sentiva nell’aria e si prospettava un volto nuovo al Congresso. Il volto nuovo è stato come sappiamo Ignazio Marino. Gli altri avevano, come appena detto, una lunga militanza dal Pds in poi. C’era Claudio con un passato nel direttivo di Fontanafredda, Fabio con la sua idea di partito-associazione, Ruben che coordinava il tutto, Eugenio del direttivo del mio circolo con idee contrastanti, Clementina di Casarsa assieme al marito iscritta da luglio solo per Marino, Ambra con la sua militanza (in)diretta da una ventina d’anni ma iscritta solo per eleggere Marino. E un paio di altre persone che non ho avuto modo di approfondire la conoscenza. Tutti con la voglia di far qualcosa in Friuli.
Ieri sera si è parlato di organizzazione, di futuro in regione e delle mozioni dei tre candidati Carloni, Serracchiani e Martines. Si è tanto parlato di cambiamento e del “Pd che vorrei” (cit.), si è parlato degli altri candidati e di quel che potremmo fare noi della mozione Marino nel remotissimo caso di una sconfitta. La Serracchiani sarà la probabile vincente di queste primarie, ma la Serracchiani non è il brutto anatroccolo della situazione, è solo uno dei tre candidati ma con un handicapp non indifferente. Tutti i presenti l’abbiamo votata a Strasburgo quasi esclusivamente per il discorso all’assemblea dei circoli di marzo, tutti però abbiamo votato la voglia di cambiamento che proponeva Debora. Dove è finita oggi questa voglia? Nelle maglie di Franceschini… credo.
“Vengo dalla città che ha dato ospitalità ad Eluana Englaro [...] Cosa ci facciamo noi assieme a Di Pietro? [...] Credo che l’aria di cambiamento sia stata più sentita dalle basi che dalla direzione“.
Con queste parole cinque mesi fa abbiamo avvertito l’aria diversa che stavamo respirando, ma poi tutto è cambiato: dalla candidatura alle europee fino a questa di segretario regionale. È stato detto che tra segreteria regionale e Europa non c’è conflitto: politicamente forse no, ma organizzativamente probabilmente c’è un abisso. Abbiamo ancora ricordi su cosa dovette fare Veltroni due anni fa per unire le varie correnti all’interno del Pd, oggi, quei ricordi, si rimaterializzano con la candidatura della Serracchiani. Trovo inutile la candidatura di Debora per decine di motivi, uno su tutti il testamento biologico. Debora è – era? – favorevole ad un testamento biologico simile a quello scritto da Marino ai tempi di Eluana, oggi con le correnti all’interno del gruppo di Franceschini, come può sperare la mediatica Debora di far accettare un diritto alla libera scelta alla Binetti, a Rutelli o a Fioroni? Chiaramente a livello regionale sarà diverso, ma ne siamo sicuri? Anche in Friuli i vari Binetti e Rutelli hanno il proprio seguito, e anche in consiglio regionale ci stanno i cattolici senza se e senza ma.
È stato anche detto che proprio la Carloni assieme al gruppo pro-Marino potrebbe fare da ago della bilancia sulle vicende più controverse. Dobbiamo però capire fino a che punto possiamo spostare il bilanciere senza cadere nel piatto della Serracchiani. Eppoi, dico la verità, la candidatura di Debora la trovo insensata e controproducente per il Partito Democratico in regione. In questo momento Debora è il volto nuovo del movimento, per cui si reclamizza lei per far aumentare i consensi, ma prima o poi finirà questa popolarità, quindi, secondo me, la candidatura di Debora ADESSO è forzata: dovevano pensare ad una possibile candidatura a presidente della regione, non a segretario di un partito. Questo – sempre secondo me – potrebbe comportare due possibili scenari: a) bruciare Debora per la troppa visibilità e responsabilità senza aver mai avuto modo di provarla sul campo (Bruxelles e segreteria assieme? La vedo dura); b) se la scelta è stata fatta proprio per un ottica a lungo termine, allora si poteva scegliere di non candidare Debora ma qualcuno vicino al lei, e far diventare la Serracchiani il mentore del candidato. Non si espone in prima persona, funge da consigliere con tutta la visibilità che ne conviene e resta una scelta di primissimo piano pensando alla presidenza della regione.
Una delle proposte fatte è stata quella di incentivare l’uso della rete. Finora esistono solo i gruppi su Facebook e qualche blog personale (ad esempio quello della Carloni, ma andrebbe ripreso in mano completamente), quindi l’incentivo internet viene a mancare immediatamente. Se, come è stato detto, prossimamente sarà attivato lo spazio Friuli Venezia Giulia su scelgomarino.info dopo quelli già attivi di Veneto, Toscana, Calabria, Puglia ed Emilia, probabilmente qualcosa in più si potrebbe ottenere. Un buon passo sarebbe quello di creare un sito o un blog limitatamente al territorio pordenonese e fino al termine delle primarie, ove inserire non solo i comunicati stampa del candidato regionale e nazionale, ma soprattutto dare spazio a chi legge di condividere con noi le sue tesi e intavolare dibattiti costruttivi su tutte le mozioni in campo, perché, come la vedo io, è giusto battersi per la causa in cui si crede, ma è molto più importante fare gruppo sotto lo stesso tetto. Mi trovo in perfetta simbiosi con i discorsi fatti spesso da Pippo Civati, perché il tetto è quello del Pd, e non serve a nulla dire che se non finisce come pensiamo siamo pronti a lasciare: una causa è giusta fin quando non ne nasce una più evoluta o più votata. Il Congresso, e le Primarie, servono a questo. Io non lascio perché il mio candidato viene sconfitto, ma continuo a battermi in quello che credo, e se il mio candidato verrà sconfitto o decidesse un giorno di cambiare strategia e non mi trova favorevole, a quel punto mi trovo un modo diverso per far valere le mie tesi. Non è giusto lasciare perché sconfitti, è già successo moltissime volte e dobbiamo cercare di non farle succedere più.
Ed è quello che speriamo di ottenere candidando Maria Cristina Carloni alla segreteria del Partito Democratico in Friuli Venezia Giulia. Se ci stai, batti un colpo. E se hai meno di 40 anni battine due, per favore.
Il rispetto delle regole
Beppe Grillo non si da’ per vinto. Dopo il tesseramento respinto per l’irregolare iscrizione ad Arzachene – località dove si trova in vacanza e non, come indica lo Statuto del Pd, luogo di residenza, di domicilio o vicino al posto di lavoro – il comico genovese dice che si recherà a Nervi, la città dove risiede, per richiedere la tanto agognata tessera del Partito Democratico.
Quello che Grillo non sa, o fa finta di non sapere, è che l’iscrizione nel luogo di residenza non implica automaticamente la candidatura a segretario del Pd, perché l’art. 9 comma 3 dello Statuto approvato lo scorso anno parla chiaramente dei requisiti che devono avere i candidati alle primarie: “Possono essere candidati e sottoscrivere le candidature a Segretario nazionale e componente dell’Assemblea nazionale solo gli iscritti in regola con i requisiti di iscrizione presenti nella relativa Anagrafe alla data nella quale viene deliberata la convocazione delle elezioni.” La data della convocazione per le elezioni è stata deliberata il 26 giugno come indica chiaramente il regolamento congressuale, quindi, anche se Grillo si iscrive regolarmente al Partito Democratico, per quest’anno può tranquillamente ritenersi escluso di concorrere alla carica di segretario. E’ il regolamento che parla, non i dirigenti: che sia chiaro per tutti.
In questi due giorni di letture sui giornali, si notano addirittura delle mere illazioni sulle reali motivazioni all’esclusione della candidatura di Grillo – si parla già di candidatura, si è quindi oltrepassata l’iscrizione: la mano di Di Pietro su tutta la vicenda, la sinistra che vuole scalare il Pd, l’elezione di Grillo con il conseguente scioglimento del Partito Democratico, o la corrente “grillina” che porterebbe lo stesso comico ad essere uno dei potenti all’interno del partito.
Naturalmente sono tutte sciocchezze. Innanzitutto perché non lo vedo un Di Pietro grande manovratore e Grillo come burattino pronto a prendere ordini dall’ex pm, poi la scalata della sinistra più estrema (Rifondazione e Sinistra e Libertà uniti sotto lo stesso programma?) è tutta fuffa: hanno perfino litigato quando erano nell’Ulivo e pensate che se ne stiano calmi e tranquilli a banchettare con Grillo? Su, siamo seri!
Un altra congettura che mi fa tanto ridere è l’elezione di Grillo segretario con pieni poteri, che immediatamente scioglie il Pd per far spazio a chissà quale forza politica dovrebbe prenderne il posto. Chissà chi è stato quel genio che ha tirato fuori questa “profezia”.
L’unica, forse, che potrebbe avere una minima realizzazione è la corrente “grillina” nel Pd. E’ appurato che l’egocentrismo di Grillo fa proseliti in tutto lo stivale, e i tanti creduloni che abboccano spesso alle sue parole sono parecchi, questo potrebbe portare, in caso di una sua discesa in campo vera e propria, ad una valanga di voti solo perché Grillo “è” nel Pd. Ciò partorirebbe anche l’ennesima corrente all’interno del partito per il solo motivo che il “compagno” Grillo ne è membro. Questa corrente potrebbe anche risultare veicolante ad una prossima campagna congressuale da qui in avanti, certo non oggi. Ma il fatto stesso che Grillo faccia parte del Pd – da non sottovalutare – porterebbe anche una valanga di voti sia alle primarie che in ambito amministrativo, cosa che le liste civiche del comico non son riuscite a fare. Da qui potrebbe partire la voglia politica di Beppe Grillo. Quest’ultima ipotesi non è nemmeno confermata da fatti oggettivi ma solo da supposizioni.
Tutto appare scontato, ma nel frattempo Grillo non si è ancora iscritto, ed ho la vaga impressione che non lo farà affatto. Questa lotta col Pd sembra tanto una delle lotte fatte dal comico nella sua vita: le firme depositate fuori tempo con il successivo annullamento della Consulta e i rimbrotti successivi al grido “Congiura!”, gli insulti ai Senatori durante l’udienza in Commissione Giustizia dove ha parlato di “mignottocrazia” dando adito al male comune delle donne parlamentari elette senza merito, al V-Day uno e due contro la Casta del premier e dei giornalisti, le sue battaglie più o meno vere sul Parlamento Pulito e sulle energie rinnovabili con bugie annesse e connesse… e decine di altre cause perse e vinte urlate sul suo blog. Ma il fatto stesso che da anni scrive contro il Pd dovrebbe far riflettere sulle vere intenzioni del comico Beppe Grillo. E che sia un comico non andrebbe nemmeno dimenticato.
A proposito di blog, Grillo ha tanti collaboratori che scrivono assieme a lui. Tra questi il più noto è Marco Travaglio: ex del Giornale ai tempi di Montanelli, ex collaboratore dell’Unità, ex (?) collaboratore dell’Espresso e collaboratore di Santoro su AnnoZero. Travaglio è salito agli albori della cronaca per i ripetuti attacchi a Berlusconi – e questo non sarebbe male -, peccato che la storia giornalistica di Travaglio sia anche costellata di tantissime denunce e querele per diffamazione. Molte anche vinte, ma alcune perse malamente. Il persecutore di Berlusconi ha ultimamente fondato assieme ad Antonio Padellaro, ex collega sull’Unità dove era direttore, un giornale che si chiama “Il Fatto Quotidiano”. Il giornale sarà nelle edicole a settembre, ma già da oggi ne esiste una versione online chiamata “Antefatto”. Se leggete qualche articolo su Antefatto riguardante il Pd, noterete immediatamente che ne parlano sempre e solamente con disprezzo. Questa mi sembra una nota stonata sulla candidatura, pardon, iscrizione di Grillo al Partito Democratico con serietà e attaccamento al partito. Cionondimeno la tessera per Grillo è già pronta, purché si iscriva a Nervi o vicino al posto di lavoro (Svizzera?). Questo perché le regole vanno SEMPRE rispettate, anche se ti chiami Beppe Grillo.
Certo che stona un po’ parlare di rispetto delle regole, e poi dire certe cose. Strano eh? ma non tanto



È stato detto