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Evoluzioni storiche contrapposte. Gli amici di Dio
Con chi e con cosa ci dobbiamo confrontare ogni giorno? Sempre meno con un vicino che abbia la nostra stessa storia.
Il flusso migratorio di questi anni ci ha coinvolto direttamente con altre civiltà, sia del bacino del mediterraneo che oltre. Una distanza storica è ormai stata infranta, rovesciando sul vecchio occidente un’ondata di culture diverse con cui ogni giorno tentare una convivenza che spesso appare forzata quando non invasiva.
E, fra le tante, quella di maggior impatto non è un’etnia definita ma la variegata cultura islamica.
È quindi proprio dalla nostra storia che possiamo iniziare a confrontare le diverse realtà. Il primo paragone è immediato: tanto più conosciamo la nostra storia e le nostre trasformazioni, tanto meno conosciamo la storia degli altri popoli che con noi ora convivono.
Noi – Italia e Europa – abbiamo impiegato duemila anni per costruire uno stato laico che – in qualche modo – regolasse la socialità senza aver bisogno di Dio. E abbiamo ancora parecchia strada da fare prima che questo Dio osservi ligio le regole della polis.
Nei primi mille anni ci siamo trasformati – emancipandoci da un cospicuo manipolo di dei – in un cristianesimo monoteistico che aveva per premier il Papa. Figura autorevole ed autoritaria che, nel IV secolo d. C., subì il primo collasso e la prima profonda scissione cristiana, la Chiesa Ortodossa. La stessa scissione che divise l’oriente e l’occidente fra Bisanzio e Roma. E ancor oggi gli ortodossi non vedono nel Papa alcuna guida spirituale, rimanendo pur sempre cristiani.
Gli anni bui del medioevo videro una Chiesa tirannica, coinvolta in varie scalate di potere che misero in contrapposizione i re e il papato: Scomuniche, inquisizione, roghi, flagellavano le nostre terre, sostenuti dai regnanti in cerca di espansione.
I popoli d’Europa si son formati così. Nei periodi di espansione alleati e difensori del papato o, in alternanza, sottomessi all’invasore. Ci fu un periodo, poco dopo l’anno mille, in cui, di papi, ce ne furono tre in carica, contemporanea. E tutti e tre ben agguerriti.
Con i confinanti islamici però non c’erano accordi. Il tentativo espansionista islamico, da Carlo Magno in poi, fu sempre un conflitto aperto fino al culmine massimo di odio reciproco che nel 1571, con la battaglia di Lepanto, ridisegnò nuovi confini invalicabili.
Questo non significò però l’assenza di scambi commerciali o la negazione della reciproca possibilità di attraversare i territori ma ciascuno era l’indiscusso padrone all’interno dei propri confini. E comunque, in occidente, piccole oasi religiose anche islamiche venivano tollerate.
Sempre nel XVI secolo ci fu un’altra importante scissione cristiana, nata dallo scandalo sulle indulgenze e si formò la terza branca fra le maggiori del Cristianesimo, la Chiesa protestante. Tutte, attraverso il potere spirituale continuavano a perseguire il potere politico.
Questi modi diversi d’intendere la fede si spartirono l’Europa ma, nel contempo, anche gli Stati iniziarono il loro percorso laico. E fu proprio Napoleone a dare alla chiesa cattolica e al timor di Dio il primo schiaffo morale dei tempi moderni, incoronandosi da solo a Roma, in San Pietro.
Questo – a grandi linee – è il nostro libro aperto, dove gli errori di una Chiesa e di una religione troppo conservatrice sono ben in evidenza. E questo noi non lo percepiamo come ateismo.
Ovvero, possiamo tranquillamente credere nel Dio cristiano, consapevoli però degli errori degli uomini di Dio.
Questo ha fatto sì che lentamente ci avviassimo nella laicità sociale, dove il credo diventa qualcosa di squisitamente personale e separato dalle regole sociali della polis.
Nel frattempo, con inizio nei primi secoli ma con una sorta di evoluzione laica, si diffuse anche la santificazione delle persone che, in vita, avevano perseguito nobili cause. Così i Santi si unirono al Dio, ripopolando quell’olimpo troppo vuoto.
Non siamo tornati politeisti perché continuiamo a riconoscere un unico Dio ma a questi Santi – essendo stati umani come noi – attribuiamo in ambo i sensi un tramite.
Ed è prassi ammanicarsene qualcuno per comunicare con più facilità con la Sacra Famiglia, soprattutto in caso di bisogno.
Questo preambolo – più o meno centrato – lo conosciamo tutti. E tutti abbiamo maturato che il signor Dio non è l’esattore privilegiato delle nostre tasse come non è il finanziatore degli autobus. E neppure il giudice supremo fra bene e male nei rapporti sociali.
Ma, se tanto conosciamo di noi, quanto conosciamo di Islam? Quasi niente.
Dei loro dissidi interni veniamo a conoscenza solo durante i conflitti bellici. Ed è ancora difficile intravedere fra le varie fazioni una qualsiasi fiammella di emancipazione laica, tanto da far pensare che il motivo sia una forte repressione proprio verso questa evoluzione.
In questo contesto, negli ultimi decenni di questo presente, sono state tante le rivendicazioni islamiche anche in Italia, facendo apparire un attaccamento morboso alla fede e quindi in controtendenza alla laicità dello Stato perché – nell’attuale evoluzione liberale e di libera imprenditoria ormai rivolta al globale – come può uno stato dismettere il suo bagaglio evolutivo per rivestirsi di usi e costumi di un credo che non gli appartiene?
Soprattutto dopo aver impiegato secoli per scrollarsi di dosso quello “natale”.
E quando persino gli istituti scolastici privati, di stampo religioso, non possono subordinare l’iscrizione alla professione di fede, pur se ancora sussiste in Italia una sorta di ingerenza politica vaticana.
Sembra invece che i Musulmani chiedano allo Stato ciò che lo Stato non può più dare. Proprio come lo Stato non può vietare una scuola privata musulmana ma questa dovrebbe sottostare alle sue regole civiche e comunque non ristretta ai soli credenti nonché, se parificata, rispettosa dei programmi scolastici statali.
Perché la laicità dello Stato si riflette anche in questo.
Tornando alle strutture dell’Islam, per noi è in effetti difficile riconoscere un moderato da un fervente e a che interpretazione del Corano questi si rifaccia, senza contare che ancora siamo alle prese con le nostre isole di integralismo cattolico.
Ma anche – e soprattutto – ci resta difficile comprendere quanto i Credenti islamici siano disposti ad accettare la laicità dello Stato come entità superiore al loro credo, proprio come facciamo noi di fronte alla Chiesa cattolica, non esimendoci appunto da varie proteste sull’ingerenza di quest’ultima nelle questioni etico sociali, presunta o meno sia.
Questo nostro percorso di laicizzazione visto – nei secoli bui addietro – esattamente quel che accade oggi in medioriente. Ovvero ha visto la Chiesa punire l’ingerenza dei re o dello stato, proprio come, non molti anni fa, ha fatto Khomeini in Iran, sottomettendo lo stato al ripristino del culto. Così come, nel dopo Saddam, due fazioni diverse della stessa fede ancora battagliano in Iraq.
Per non parlare dell’Afghanistan, cronaca anche troppo attuale.
Non appare quindi che questa cultura stia procedendo sullo stesso binario e nella stessa direzione della nostra laicità, contribuendo così a una reciproca emarginazione.
Cretini e debitori
I nomi Herman van Rompuy e Catherine Ashton da adesso saranno sulla bocca di tutti: sono, rispettivamente, il nuovo Presidente dell’Unione Europea e il nuovo Alto rappresentante per la politica estera dell’UE. Prima della nomina erano (quasi) due perfetti sconosciuti.
Il belga Van Rompuy la carica più significativa che ha ricoperto finora è stata quella di Primo Ministro nel suo Paese per meno di un anno, mentre Lady Ashton – Baronessa Ashton di Upholland - è naturalmente inglese ed è stata Commissario europeo per il commercio dall’ottobre dell’anno scorso, ed era l’unica candidata alla carica di Mr. Pesc a non aver mai ricoperto l’incarico di Ministro degli Esteri nel suo Paese.
Per cui abbiamo un Presidente dell’Unione che non ha l’esperienza per governare perché non lo ha mai fatto – anche se non ne avrà bisogno -, e un Ministro degli Esteri che non ha mai lavorato con l’estero. Cioè un cretino e un debitore.
Sempre in tema
Oggi è così, lasciatemi perdere. Europa ha la presunzione del Fatto Quotidiano: è assolutamente certa che il No-B Day lo stia organizzando Di Pietro. Quanti Travagli crescono…
Ottime notizie
Scritto da lufo88 in Media, Notizie, Tecnologia il 9 novembre 2009
Non ci speravo proprio più, ma dei parlamentari europei hanno pensato che piegarsi ai voleri delle major non era proprio bello.
Ed ecco che il 138 ritorna, sotto altra forma, ma con più contenuti a difesa del cittadino.
L'importante è rispettare i diritti (delle major)
Scritto da lufo88 in Articoli, Notizie, Politica, Tecnologia il 25 ottobre 2009
In questi giorni in Europa si stanno facendo grandi cose, ma per le major della musica e più in generale dell’intrattenimento.
In questi giorni sono accaduti due fatti molto gravi la cancellazione dell’emendamento 138 e l’approvazione definitiva di Hadopi 2.
Andiamo con ordine e parliamo dell’emendamento 138. Questo emendamento riguardava il pacchetto Telecom, in via di approvazione al parlamento europeo. Il pacchetto Telecom è un importante insieme di norme col fine di uniformare le varie normative UE in materia di telecomunicazioni.
Tra le tante norme ne fu introdotta una molto importante per i diritti civili, l’emendamento 138 appunto, che stabiliva una cosa ovvia: la connessione ad internet è un diritto del cittadino. Non faceva nulla di incredibile questa norma, sanciva semplicemente un dato di fatto, ovvero che Internet era un mezzo di comunicazione fondamentale, come la posta o il telefono.
Eppure ci sono state fortissime pressioni affinché non venisse approvato dal parlamento europeo, oppure venisse approvato, ma con una forma decisamente meno rigida e più flessibile. Perché? Perché in Francia si stava discutendo della legge Hadopi. Questa norma liberticida prevedeva essenzialmente la creazione di un’agenzia amministrativa, Hadopi, che si occupava di tutelare i detentori del copyright (le aziende) da coloro che scaricavano illegalmente dalla rete. Questa tutela avveniva con la legge dei “tre avvertimenti”, ovvero: alla prima violazione di copyright l’utente, titolare dell’abbonamento, riceveva un ammonimento, la seconda volta una lettera scritta, alla terza avveniva la disconnessione forzata da internet, con l’obbligo di pagare il provider fino alla fine del contratto e una forte multa.
Ecco, quindi, perché ci sono forti pressioni. L’emendamento 138 bloccava di fatto questa norma, perché stabiliva come una connessione ad Internet fosse un diritto e non era possibile toglierla per violazioni di copyright.
L’emendamento fu approvato per ben DUE volte in parlamento europeo, con maggioranza schiacciante e per ben due volte fu rigettato dal Consiglio d’Europa, nonostante anche la Commissione Europea fosse d’accordo con l’operato del parlamento ed aveva resistito anche alla pressione diretta de presidente Sarkozy.
Previsto inizialmente per una terza votazione, l’emendamento è stato eliminato. Eliminato in una maniera incredibile: cancellato da una commissione perché non di competenza dell’europarlamento!
Se ne sono accorti dopo due votazioni, verrebbe da dire “meglio tardi che mai” se non fosse per il fatto che essendo una norma che sancisce un diritto è di competenza eccome dell’europarlamento (la carta dei diritti europea è stata fatta solo con gli organi comunitari). Non sono il solo a pensare che il rapporto legale che stabiliva questa non competenza, è stata solo una scusante.
Un vero atto sovversivo, perché aggira l’europarlamento, inoltre getta molte ombre sull’effettivo potere degli organi comunitari, in quanto il consiglio d’Europa (composto dai ministri dei singoli paesi) pare avere sempre l’ultima parola.
Non è un caso quindi pochi giorno dopo in Francia venisse approvata Hadopi 2, ovvero una nuova versione del testo originale. Testo originale che fu silurato dalla corte costituzionale francese perché aveva ravvisato un elemento incostituzionale grande come una casa, ossia che la sanzione veniva comminata da un organo amministrativo (come se fosse la polizia a stabilire la condanna per una persona che commette un reato penale).
Tuttavia, è parere di molti che i punti non idonei ai principi di democrazia siano molti di più, cominciando proprio dall’agenzia amministrativa appena istituita. Hadopi, infatti, investigherà su uno specifico reato, una cosa senza precedenti nei paesi europei (in Italia ci sono corpi che si occupano di particolari settori, ma non di un reato specifico). Reato che danneggia una piccola parte della popolazione.
Oltre a questo, da quello che si capisce, purtroppo non riesco a trovare una fonte attendibile, la sanzione, a differenza di Hadopi 1, sarà comminata dall’autorità giudiziaria sarà inflitta senza un equo processo, cioè il colpevole saprà di dover subire la disconnessione (e la multa) solo DOPO aver saputo di aver commesso l’illecito, buttando alle ortiche l’istituto dell’equo processo. Poco conta che possa far ricorso successivamente, intanto è già colpevole (contrariamente al principio di innocenza fino a prova contraria).
Infine, chi indagherà potrà controllare che cosa viene scambiato dai singoli utenti senza bisogno di alcun mandato.
Entrambi sono atti molto gravi e lesivi dei diritti del cittadino perché da una parte non si stabilisce un fatto accertato e dall’altra si pongono al di sopra i diritti di pochi (le major) rispetto ai diritti dei comuni cittadini. Comuni cittadini che non hanno fatto nulla (basti pensare al caso di una famiglia dove solo uno dei membri scarica illegalmente) e che si vedono colpiti da un provvedimento totalmente sproporzionato.
Quello che mi irrita di più è che queste notizie non circolano sui media tradizionali, riducendo l’attenzione dei cittadini europei e lasciando mano libera a coloro che vogliono fare “i loro comodi”.
Al momento, l’unica speranza è che l’emendamento 138 venga riproposto ancora una volta, ma pare difficile se non impossibile.
Szì bwana!
“Non posso accettare che quando circoliamo nelle nostre città ci sembra di essere, e mi è capitato nel centro di Milano, in una città africana e non in una città europea per il numero di stranieri che ci sono“.
E tu da che parte stai in Europa
Repubblica come ad ogni tornata elettorale fa il suo “Politometro”: il sistema meno reale per capire l’orientamento politico personale tramite delle semplici domande e delle possibili risposte.
Continuo ad essere scettico su questo tipo di sondaggi, soprattutto dopo averlo fatto
La crisi è finita, andate in pace
Berlusconi è in Russia a far visita ai suoi due amiconi Putin e Medvedev e anche lì, come in Italia, non perde tanto tempo nel dire che la colpa è sempre dei media per tutto quello che succede. Qualche giorno fa la moglie lo ha aveva cazziato pubblicamente perché si prende troppe libertà con le “signore”: lui rispose che la colpa è dei giornali. Sono mesi che dice che la crisi non esiste perché “psicologica”, oggi ribatte che la crisi c’è stata ma che ce la siamo lasciata alle spalle e che «tutto è tornato come prima, anzi meglio di prima», ma precisa – ancora una volta – che la colpa di questa disastrosa congiuntura economica è come al solito dei media e dell’opposizione.
Non importa se il Fondo monetario internazionale ha calcolato che il nostro paese nel 2009 stanzierà solo lo 0.2 per cento del Pil a favore della crescita economica, non importa se saremo il paese europeo che stanzierà meno per controbattere la crisi (siamo al penultimo posto dopo la Grecia con lo 0.1%), come non importa se gli altri paesi stanno facendo molto più di noi – la Francia con lo 0.7 per cento, Olanda e Belgio con lo 0.8 per cento, il Portogallo con l’1 per cento, Uk 1.4, Austria 1.5, Germania 1.6, Finlandia 1.7 e Norvegia 1.8 per cento: certo non possiamo essere come la Spagna che mette sul piatto il 2.3 per cento del proprio prodotto interno lordo o addirittura come i suoi amici russi col 4.1 per cento del proprio Pil, per il premier conta solo che «il Governo ha fatto ciò che doveva essere fatto». E di grazia, cosa avrebbe fatto il Governo? La social card e il bonus famiglia per caso? Bene: la carta sociale è stata distribuita solo alla metà degli aventi diritto e il bonus famiglia ha avuto un avanzo – ovvero soldi rimasti in cassa – di oltre 300 milioni di euro per il complicato iter burocratico a cui si doveva sottoporre chi la richiedeva. Sarebbero questi i fatti secondo il Berlusconi-pensiero.
L’Italia, dati del 2008, conta un tasso di disoccupazione pari al 6.7 per cento, e si prospetta un biennio 2009-2010 dove galopperà meglio di Varenne e Ribot messi assieme, perché secondo gli economisti arriveremo al 10.7 per cento a fine 2010. Sono solo congetture naturalmente, ma siamo sulla buona strada. Il Governo è però contento di come siamo messi nel Paese, l’unico neo, come detto, è la stampa d’opposizione che parla troppo degli effetti negativi della crisi. Per il premier non contano nemmeno le parole della Marcegaglia – l’attuale crisi è «profonda, inedita e senza paragoni, la peggiore depressione dal ‘29 ad oggi» -, una che fa il vecchio mestiere del premier, ma del resto anche il presidente di Confindustria è sulla stessa linea di pensiero di Berlusconi, salvo metterla in calcio d’angolo all’ultimo momento: «il peggio è alle spalle, ma la strada per uscire dalla crisi sarà lunga, complicata e dolorosa». Se Berlusconi campa d’ottimismo, Franceschini invece si fa lo stuzzichino: «Ieri la crisi era un problema psicologico, oggi il peggio è passato [...] Non si mangia ottimismo a cena». Nemmeno a colazione se per questo…
A pagina dieci dell’Unità di oggi Furio Colombo si domanda del “prossimo giorno della memoria”. Due soli appunti: nell’occhiello Colombo dice «Tra vent’anni si ricorderà della caccia ai migranti. Gli studenti delle scuole sapranno di Bossi, Maroni, Cota e dei complici della maggioranza». La colpa grave del Governo è il nuovo pacchetto sicurezza appena varato: un “delitto”, secondo Colombo. A me non è mai stato tanto simpatico Furio Colombo, e che ancora lo fanno scrivere per il giornale fondato da Gramsci non attenua questa sua fobia per il demone oscurantista, anzi espone con più rancore, ai lettori inconsapevoli, questa sua paura del maligno. Ma a parte questo, nemmeno lui si può considerare il paladino degli immigrati, perché se avesse qualche idea migliore – o anche solamente diversa – potrebbe parlarne con i vertici del partito e scriverne assieme, firmandolo di suo pugno ovviamente, un emendamento che faccia in modo di non respingere più in mare questi disgraziati,e che non faccia compiere all’Italia questo ennesimo delitto sconsacrato da tutti, dalla Chiesa come dalla sinistra, e far cessare definitivamente questo eccidio di carne umana. Che ci provi però.
Perché il signor Furio Colombo è un Senatore nelle liste del Pd per sua scelta, per cui, se il partito decide una linea politica, e Colombo si trova in disaccordo, farebbe bene a parlarne con i suoi colleghi di partito, onorevoli, deputati e amici del Partito Democratico, perché scrivere «a causa di inspiegabili errori commessi dal Pd in Parlamento votando a favore del trattato militare con la Libia, che costa la vita a migliaia di migranti [...] È un trattato firmato e sottoscritto da Berlusconi e approvato da tutto il Parlamento, con l’inspiegabile approvazione del Pd, che ha offerto un grande aiuto alla Lega» lo fa sembrare un Mantini qualunque attaccando il partito che lo ha fatto eleggere solo per coltivare sue personali ambizioni che, alla lunga, portano solo allo sfaldamento mentale… sempre se non sia già tardi.
Colombo dica la verità, chi è il suo nemico Berlusconi o chi la pensa diversamente da lei? E voi che state leggendo, la pensate come Colombo o come Berlusconi con la crisi già passata?
Ne sei sicuro?
Gli altri paesi vogliono prendere visione del piano casa. Sicuro, cavaliere, che vogliano riprendere l’idea o, invece, controllarla visti i nostri numerosi precedenti di ecomostri?
P.S. Non metto neanche Berlusconi tra i tag tanto ormai ogni post che faccio ne parlo ^^
Il sindacato dei cittadini
Ieri sera sono andato a sentire cosa aveva da dire Renata Polverini a PordenonePensa. A dire la verità sono rimasto un po deluso dal dibattito di ieri sera. La Polverini, prima donna italiana ad essere eletta segretario di una organizzazione sindacale oltre che il più giovane segretario della storia, ha parlato molto di se’ e molto meno dei problemi reali che affliggono il Paese. Come dicevo mi aspettavo molto di più, non che ci sia stato qualcosa da ridire ai suoi commenti, tutt’altro, ma francamente mi aspettavo un attacco più diretto alle incapacità dei Governi (ho detto Governi, non Governo) di rispettare gli accordi presi e intraprendere la strada dell’innovazione a volte, anche, perché no, rischiando in prima persona – come lo facciamo noi lavoratori tutti i santi giorni – passando sopra una legge non funzionale, oltre che inaccettabile da tutte le sigle sindacali, creando che ne so’ un progetto comune buono per tutti. Il mio primo pensiero va alla scuola, alla recente trattativa per Alitalia, sulla detassazione degli straordinari e dei premi a tutti e non solo ai lavoratori meno abbienti, alla Social Card che bisogna essere poveri in canna per poterla avere, ai soldi alle banche anziché alla gente che ne ha bisogno, e potrei continuare all’infinito.
Messa in mezzo da un moderatore ad hoc, la Polverini ha prima parlato di se stessa con aneddoti e figure del passato, poi ha iniziato il suo discorso su come vorrebbe il sindacato italiano: per le donne e per le famiglie.
L’UGL oggi è probabilmente la quarta forza sindacale italiana (loro dicono la terza, ma non esistono statistiche in merito), dalla loro hanno il fatto di nascere “di destra” per spostarsi negli anni verso un’opposizione più accentrata e popolare. Una delle più importanti battaglie vinte recentemente è quella alla Pirelli-Bicocca nell’aprile dello scorso anno, dove i lavoratori – avendo all’interno l’RSU della CGIL – hanno chiesto e ottenuto dalla UGL di lottare assieme a loro per rivendicare i loro diritti. Tutto quello che la Cgil non ha saputo fare in tanti anni di sindacato interno, l’Ugl è riuscita in poco tempo: oggi gli iscritti della Bicocca alla Ugl sono circa il 45% con poco meno della metà degli RSU sotto la sua ala. Un dato di portata storica viste le percentuali a livello nazionale. Un dato importante da tenere conto è anche l’intromissione dei media per questo cambiamento di rotta: «Vi spieghiamo perché non rinneghiamo nulla, ma la realtà con la quale ci siamo spesso confrontati ha deluso gran parte delle nostre aspettative: abbiamo trovato di frequente un distacco netto tra sindacato e lavoratori, simile a quello che c’è oggi tra politica e cittadino, molto pensiero politico, grandi aree di superficialità e improvvisazione, autoreferenzialità e difficoltà a capire i veloci cambiamenti del mondo del lavoro in questi ultimi anni». Questo è un passaggio importante della lettera che i lavoratori hanno mandato al Manifesto dopo le loro dure prese di posizione espresse per il passaggio da un movimento sindacale di sinistra a quello della destra sociale. Di tutto questo ne ha parlato la Polverini ieri sera. Ma di concreto per l’immediato futuro? Poco più di nulla.
Crisi economica. L’Ugl è dell’idea che i vari Stati si devono fondere davvero nella Comunità Europea: si legge che la UE, tramite la Banca Centrale, si sta battendo per arginare la crisi. Poi si legge che la Germania fa questo, la Francia quest’altro, la Spagna agisce in questo modo. Quindi non è più una battaglia dell’Unione Europea, ma dei singoli Stati che ne fanno parte. Questa non è Comunità, ma aggregazione di Stati indipendenti.
La Polverini ha assolutamente ragione: non si può parlare di Unità quando gli Stati membri sono i primi a dare disposizioni indipendenti.
Tasse. La Polverini asserisce che una buona politica fiscale parte dagli incentivi alle famiglie e dalla rivalutazione delle donne. Non basta offrire servizi fittizi, ma serve creare una vera e propria politica per il cittadino: aumentare o perfezionare, nei casi in cui esistono, la facilità negli spostamenti casa-lavoro. L’esempio è quello di Roma: una donna che lavora deve 1) portare i bambini a scuola spesso in due scuole molto distanti tra loro; 2) farsi parecchi chilometri in macchina per arrivare sul posto di lavoro; 3) avere pochissimo tempo per arrivare in mensa o passare una pausa pranzo decente senza per forza sobbarcarsi tempo e fatica perché i tempi sono ristretti e la strada da fare diventa esagerata. Quindi offrire al cittadino più servizi che lo rendano felice di fare, cominciando con gli autobus per portare il cittadino a lavoro e finendo con i servizi per le famiglie tramite dei babysitter, infermieri per gli anziani e via dicendo.
Giusto ma in un certo senso discriminante: e se l’azienda è piccola e non fa numero per lo Stato?
Sindacati. Negli ultimi tempi si è vista una netta spaccatura tra le varie confederazioni sindacali: basta aspettare un anno o poco meno, e le cose ritornano come prima.
Cioè? Come prima in che senso.
Alitalia e America. La Polverini si vanta di aver detto in tempi non sospetti che l’alleanza con AirFrance proposta dal Governo Prodi non era così male, anche perché – e qui sono assolutamente d’accordo – l’obbligo del sindacato non è scegliere con chi allearsi, che spetta all’azienda, ma valutare le proposte fatte dal datore di lavoro: l’azionista di maggioranza decide con chi allearsi (in questo caso il Ministero delle Finanze e quindi il Governo) e il sindacato deve fare in modo che le proposte vengano rivalutate e perfezionate per dare maggior potere economico al lavoratore.
L’Ugl sarebbe stata l’unica confederazione a dare il suo parere positivo all’acquisizione di Alitalia da parte di Spinetta. Poi abbiamo visto com’è finita.
Il problema “America” è stato lungamente discusso non solo per quanto riguarda la crisi economica, ma anche – e spesso più del dovuto – per la loro politica di Welfare. In Italia tutto sommato esiste un Welfare mentre in America no, forse si inizierà a crearlo con l’arrivo di Obama alla Casa Bianca, ma è sempre un punto ancora da capire.
Qualcuno si è spinto oltre chiedendo fino a che punto la colpa della crisi mondiale sia americana. La Polverini ha risposto che la colpa parte dei mutui surprime, ma va molto oltre: se in Europa ci fosse stata una naturale propensione all’Unione (il discorso fatto prima), probabilmente – essendo più forti politicamente – l’Europa avrebbe reagito molto meglio dato che abbiamo un terzo del Pil mondiale. Pertanto, se l’Europa non fosse unita unicamente da una Banca Centrale che decreta solo il tasso di sconto, avremmo avuto molto più potere di decidere come e quando respingere la crisi attuale. Inoltre, partendo dal presupposto che la maggior potenza economica è comunque l’America, in questo momento possiamo solo arginare i danni (per merito dell’oculatezza retrograda delle nostre banche) e quindi possiamo aspettare che dagli Usa arrivino segnali positivi mettendoci in coda per prenderne le briciole.
Non so se sia giusto il suo punto di vista, dipende da molti fattori, ma credo assolutamente che l’Europa debba essere realmente unita anche se questo porterà ad un rapido e inevitabile calo dei Paesi più forti (vedi Francia e Germania) a favore dell’unità nazionale, ma del resto se vogliamo avere una Comunità Europea forte sia politicamente che economicamente, questa è l’unica strada da percorrere. E ribatto a chi lo dice che questa non è ne’ libertà ne’ indipendenza: è solo Comunità. E ancora non riusciamo a capirlo.
Finisco con un plauso ai giovani presenti: c’erano molti delegati dell’Ugl in sala, e vedevo che ammiravano la Polverini quasi in modo maniacale, ma direi che le cose lette sui giornali per quanto riguarda la sua popolarità tra i lavoratori più giovani corrisponde a verità (anche se equivocabile visto il poco rilevante numero di persone presenti). A me ha fatto una buona impressione, ripeto, mi aspettavo molto di più, ma probabilmente ero solo prevenuto, comunque è stato un ottimo modo per confrontarsi dal vivo con qualcuno degli esponenti sindacali del nostro Paese, quindi – per me – merita la piena sufficienza. Eppoi l’ho trovata molto umana, distante anni luce da come si vede in Tv e dalle interviste in giro. Davvero una buona impressione, anche se condivido solo in parte le sue argomentazioni.
La prossima occasione con PordenonePensa sarà per sabato 28 febbraio con Mauro Mazza direttore del Tg2. Si parlerà di giornalismo e di quarto potere, ponendo una domanda molto forte: “E se la casta fossero loro?”
Probabilmente andrò a sentirlo e ne farò un altro resoconto, quindi aspettatevi un altro monologo




È stato detto