Articoli con tag Foglio

Scaglia l’ultima pietra

Perché Scaglia è ancora in carcere? Se lo chiede Il Foglio in un editoriale che fa il punto della situazione dell’ex ad Fastweb dopo 68 giorni di carcere per reati amministrativi. Per i reati commessi da Scaglia – riciclaggio, falsa fatturazione, ed evasione fiscale dovuto al mancato pagamento dell’Iva - i precedenti ci dicono che gli inquisiti, dopo essere stati interrogati e accusati dei reati a loro ascritti, vengono rilasciati se le condizioni lo consentono: inquinamento delle prove e rischio di fuga in primo luogo. Scaglia, al momento dell’arresto, si trovava all’estero per lavoro, ma appena avvertito dell’ordine di custodia nei suoi confronti ritornò in Italia e si consegnò alla giustizia. Secondo il Foglio per Silvio Scaglia è stato usato un metro di misura senza precedenti.

L’accusa rivolta a Scaglia riguarda un reato associativo, un concetto che ha subìto negli anni un ampliamento talmente generico da consentire oggi il suo uso contro persone sulle quali non esistono prove che abbiano commesso direttamente reati. Scaglia ha fornito la sua versione dei fatti, che risalgono al periodo che va dal 2003 al 2007. A quel punto, se si fosse applicato correttamente l’articolo 274 del codice di procedura penale, Scaglia avrebbe dovuto essere scarcerato. Non può inquinare prove su atti compiuti (o meno) anni fa, non può reiterare il reato, perché non ne esistono le condizioni materiali, non può essere sospettato di voler fuggire, visto che è rientrato spontaneamente per chiarire la sua posizione.

Scaglia, si è detto in un primo tempo, non si è “ravveduto”, il che non può certo essere richiesto a un inquisito che si proclama innocente. Poi il Tribunale del riesame presieduto da Giuseppe D’Arma ha rigettato la richiesta di scarcerazione con l’argomento specioso dello stile di direzione di Scaglia, che secondo il giudice “aveva una visione aziendale assolutamente accentratrice, quasi al limite del dispotico”. E allora? Questa circostanza può tutt’al più essere impiegata per avvalorare l’accusa, in base al discutibile principio del “non poteva non sapere”, che può essere usato in un dibattimento, ma non costituisce motivo valido di detenzione preventiva.

L’ultima giustificazione addotta dalla procura appare particolarmente inquietante. Scaglia non ha “patteggiato” il suo rientro, quindi non ha diritto che di questo si tenga conto per la scarcerazione. Questo del patteggiamento obbligatorio è l’indizio di una volontà di onnipotenza della procura, che naturalmente non ha riscontro nella legge. Poi è calato il silenzio su Scaglia, che resta dimenticato in galera da presunto innocente, solo perché non accetta di “patteggiare”, cioè di rinunciare al suo inalienabile diritto alla difesa. In uno stato di diritto questo comportamento inquisitorio della magistratura, che utilizza la detenzione preventiva per estorcere confessioni e ammissioni, dovrebbe essere considerato per quel che è: una tortura. Sarebbe ora che le voci dei garantisti di ogni parte si facessero sentire, forti e chiare, in difesa di un principio oltre che di una persona.

Quindi se per la Procura il patteggiamento della pena - ovvero l’ammissione di colpevolezza – è sinonimo di buona volontà, se per il Tribunale del riesame Scaglia non può essere rilasciato perché dispotico e se per la Magistratura la detenzione preventiva deve essere usata per estorcere confessioni, allora sì: Scaglia deve rimanere in carcere.
Se invece la volontà di difendersi è un diritto di tutti, se guidare un’azienda dispoticamente è al massimo un problema personale e non penale, se la detenzione preventiva viene usata nei casi ove lo prescrive la legge, allora assolutamente no: Scaglia deve essere liberato come prescrive la legge.

Dunque perché Scaglia è ancora in carcere?

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La terza forza fa paura

Nella cruciale fase politica odierna, che ci permetterà di capire se la prossima opposizione sarà come finora è stata (fatiscente, o quasi) oppure sarà più combattiva e spregiudicata, alcuni esponenti del Governo si chiedono – e ci chiedono – se sia giusto o meno fare dei test di dialetto per i professori del sud che vanno a lavorare al nord. La Lega, come al solito, non prova nemmeno a controllare se questa proposta è costituzionale, loro – forti del 10 per cento alle recenti amministrative – vogliono terroni nordisti. Se non si possono avere perché naturalmente impossibile, allora che sia fatto un test per verificare se sono abbastanza “gnöc*” da continuare imperterriti per la loro strada, oppure, se sono i soliti “béc”, che se ne tornino a fare i “magücc” con i loro “quadrei”. Fine della storia.

Tornando ad argomenti più interessanti (almeno per me), abbiamo visto come la candidatura di Marino alla segreteria del Partito Democratico inizia a far paura anche a chi sta dalla parte opposta. Settimana scorsa due quotidiani importanti come Il Foglio e Repubblica hanno dato – nei due sensi opposti – ampio spazio alle manovre politiche del Senatore chirurgo. Vi ricorderete come il Foglio abbia pubblicato la lettera dell’UPMC che accusava Marino di gonfiare i conti spesa dell’università americana e della sede palermitana dell’ISMET. Qualche giorno dopo lo stesso Marino sul suo sito, e tramite un’intervista a Repubblica, spiegava come sono andate effettivamente le cose: “Le discrepanze fui io stesso a segnalarle ma in ballo a Palermo c’era ben altro. Un accordo molto redditizio con la Regione, al cui vertice era nel frattempo arrivato Cuffaro. Con una gestione dell’Istituto che da un certo punto in poi non potevo più condividere. E lo dissi chiaramente.” Quindi il problema non erano le spese gonfiate, ma che la Regione Sicilia, tramite il suo presidente Cuffaro, stava mettendo le mani sul centro trapianti palermitano con i soliti inciuci politici, mafiosi e clientelari. La storia dei conti spese doppiati tra Pittsburgh e Palermo, è stata solo una delle tante motivazioni forvianti con cui il Senatore si è dovuto scontrare, ma, dato il suo valore morale, non è cascato nel giogo politico-economico dei due enti. Anzi, Marino ha dato l’incarico all’avvocato Vittorio Angiolini di querelare l’università americana per le false accuse messe in giro in questi giorni. Per rispondere alle accuse del Foglio, e dell’impotenza di Ferrara nel condannare alacremente un candidato solo perché incorruttibile, vi lascio alle parole di Luca scritte ieri che spiegano benissimo il concetto.

Da quando il Senatore è candidato alla convenzione del Pd a ottobre, sembra che il “personaggio Marino” non interessi più a Repubblica. La contraddizione è che ne scrivono parecchio per la vicenda ISMET, ma non dicono una parola sulla mozione del candidato alla segreteria del Pd. Non si capisce la scelta fatta da Rep. perché fino a qualche giorno fa (prima della mozione) ne parlavano come l’unico capace di portare al vero rinnovamento del Partito Democratico, l’unico con cui si poteva sperare in un partito migliore, ed enfatizzando al massimo la famosa “terza via” più volte richiesta da Rep e dai sostenitori. E invece in questi giorni Repubblica non ha pubblicato uno straccio di trafiletto – nemmeno in ultima pagina – che parlasse della mozione presentata da Marino il 23 scorso.

Mettiamo per assurdo che la carta ha dei precisi spazi da rispettare – e che questo importante “spazio” sia irrecuperabile ogni giorno – non si può dire la stessa cosa per la versione online del giornale di Ezio Mauro: in nessuna pagina, dal 24 ad oggi, si parla della mozione presentata da Marino alla Camera del lavoro di Milano settimana scorsa. Dimenticanza oppure è vero che Franceschni si è messo d’accordo con i vertici di Via Solferino per appoggiare la sua candidatura?

A tal proposito, gli amici di scelgomarino.info hanno aperto un gruppo su Facebook (il testo lo trovate anche qui) e hanno fatto cinque domande a Ezio Mauro e Vittorio Zucconi sul perché Rep. si ostina a non pubblicare la mozione Marino. Fateci un salto se potete.

* Dal bergamasco:
gnöc=testardo;
béc=caproni;
magücc=muratori;
quadrei=mattoni.

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Marino e i giornali: un odio-amore nato da poco

Ieri Marino a Milano ha presentato la sua candidatura a segretario del Pd con un discorso a 360 gradi. Oggi i giornali si dividono esattamente in tre tronconi: chi lo sostiene e approva la sua candidatura senza nascondersi, chi nemmeno rende conto ai propri lettori che esiste una terza scelta oltre a Franceschini e Bersani, e chi, invece, lo critica perché la scelta di un candidato laico e a favore di un testamento biologico “diverso” da quello attuale non è permissibile, facendo di tutto – ma proprio tutto – per ostacolarlo.

L’Unità è il giornale che approva e sostiene da sempre una “terza via” per il Partito Democratico. Il giornale del direttore Di Gregorio ha appoggiato da sempre i Piombini, ha dato ampio risalto all’assemblea del Lingotto tenutasi qualche mese fa a Torino, facendo vedere in streaming tutta la giornata torinese senza crearsi quel problema che solitamente si fanno le grandi testate quando devono dare spazio ad eventi che non possono controllare direttamente. Tant’è che ieri un bell’articolo di Mariagrazia Gerina ha spiegato, in sintesi largamente esaustiva, lo scopo di Marino per la sua corsa a segretario. “Apertura. Coraggio. Merito. Protezione. Libertà.” Sono queste le parole chiave chieste da Marino e spiegate alla platea milanese. Platea che, a sua volta, ha ricambiato la sensazione di apertura con lunghi applausi ai quattro intervenuti alla presentazione: Ignazio Marino, Pippo Civati, il sindaco di Genova Marta Vincenzi e l’ex veltroniana Rosa Villecco Calipari che ha parlato lungamente di come andrebbe risolto il problema del meridione e cosa dovrà sfidare Marino per battere l’esegesi del sud.
“Adagiarsi nel senso della superiorità a che ci serve quando le nostre difficoltà ad essere diversi ci si stagliano davanti in Campania e in altre regioni? Secondo me Ignazio sul Mezzogiorno deve sfidare gli altri candidati, che dedicano al massimo dieci righe all’argomento. Il punto è: il ruolo che il Pd vuole avere nella società del Sud. La differenza tra chi è pragmatico per scegliere le elezioni e chi vorrà dare al Pd una funzione di esempio etico per cambiare la società.” Le sue parole d’ordine sono: “autoimpresa” e “patto” contro la criminalità, “cura del territorio” e “bancarotta del paese” se si venisse a formare il Partito del Sud. La differenza tra questa candidatura e le altre è nella squadra: trovatemi un candidato che dia un così grande risalto al suo staff, e poi possiamo iniziare a parlare di cambiamento all’interno del partito.

Repubblica è uno strano giornale: prima si butta anima e corpo alla ricerca del candidato perfetto da mettere nella corrida alimentando quella tanto sperata “terza via”, sostenendo che la candidatura dei due “senatori” Bersani e Franceschini sia ormai da cambiare. Ieri – ma neanche oggi ha fatto miracoli – non ha pubblicato niente sul discorso di presentazione di Marino: nulla, nemmeno un trafiletto di fianco che facesse riferimento alle cose dette dal chirurgo ieri a Milano. Si dice in giro (solo congetture e sentito dire, per il momento) che Morando e Fassino hanno fatto forti pressioni sui tre capoccia di Rep – Scalfari, Ezio Mauro e De Benedetti – per convincerli che Franceschini sarebbe il candidato migliore, e questi, probabilmente, sono i risultati. Del resto se L’Unità appoggia Marino perché Repubblica non potrebbe appoggiare Franceschini? Forse perché Rep sta calando nelle vendite mentre L’Unità sta aumentando, e quindi bisogna montare il cavallo (nitrito) vincente? Dico forse eh!

Secondo voi da chi parte la critica?

Secondo il giornale di Ferrara, nel 2002 Marino ricevette una lettera dall’UPMC (University of Pittsburgh Medical Center) dove si attestava che le dimissioni del chirurgo italiano dal centro americano e dal centro palermitano erano state accettate. Il Foglio, pubblicando la lettera, mette in relazione alcune spese extra fatte da Marino – fatture doppie a Pittsburgh e Palermo – che il centro universitario americano ritiene gli vengano restituite tramite il blocco di alcuni pagamenti da versare nel conto di Marino: “[...] l’UPMC ha scoperto che Lei ha presentato la richiesta di rimborso di determinate spese sia all’UPMC di Pittsburgh sia alla sua filiale italiana. Di conseguenza è stata intrapresa una completa verifica sulle sue richieste di rimborso spese e sui nostri esborsi nei Suoi confronti. Tale verifica è attualmente in corso. Alla data di oggi, riteniamo di aver scoperto una serie di richieste di rimborso spese deliberatamente e intenzionalmente doppia all’UPMC e alla filiale italiana. Fra le altre irregolarità, abbiamo scoperto dozzine di originali duplicati di ricevute con note scritte da Lei a mano. Sebbene le ricevute siano per gli stessi enti, i nomi degli ospiti scritti a mano sulle ricevute presentate a Pittsburgh non sono gli stessi di quelli presentati all’UPMC Italia. Avendo sinora completato soltanto una revisione parziale dell’ultimo anno fiscale, l’UPMC ha scoperto circa 8 mila dollari in richieste doppie di rimborsi spese. Tutte le richieste di rimborso spese doppie, a parte le più recenti, sono state pagate sia dall’UPMC sia dalla filiale. Come restituzione dei rimborsi spese doppi da Lei ricevuti accetta di rinunciare a qualsiasi pagamento erogato dall’UPMC o dall’UPMC Italia ai quali avrebbe altrimenti diritto, compresi (a titolo esemplificativo ma non esaustivo) lo stipendio per il mese di settembre 2002 e il pagamento per qualsiasi giorno di vacanza, permesso o malattia accumulato. Accetta inoltre di rinunciare a ogni diritto contrattuale per il trattamento di fine rapporto che potrebbe ottenere in seguito alle Sue dimissioni [...]”

Quindi il candidato Marino, chirurgo di fama mondiale e insignito di vari premi accademici, alla fine sarebbe un volgare truffatore? Per quanto poi, 8 mila dollari? Qualche dubbio viene di sicuro, anche se, va detto, conoscendo Marino come persona trasparente e ligia alle regole, questa lettera l’avrebbe resa non dico pubblica, ma ne avrebbe sicuramente parlato anche solo per discolparsi dell’accusa. Invece di smentite non ce ne sono state in questi anni. Fino all’attacco del Foglio.

“Ieri ho presentato il mio programma per il congresso del PD con un discorso apprezzato in sala e da chi guardava e commentava sul web.
Purtroppo alcuni giornali hanno preferito occuparsi di polemiche create ad arte.
Il Foglio di oggi pubblica una lettera di 7 anni fa dell’UPMC, il centro medico dell’Università di Pittsburgh (USA) per cui ho lavorato per anni e che, insieme alla Regione Siciliana, è stato tra i promotori del centro mediterraneo per i trapianti (ISMETT) di Palermo. All’ISMETT sono stato amministratore delegato e direttore dell’attività clinica dal 1997 al 2002. La lettera, secondo il Foglio, contesta alcune irregolarità amministrative, in particolare su rimborsi-spese per circa 5 mila euro, erroneamente presentati.

Chiariamo subito un primo aspetto: quella lettera è una normale corrispondenza di fine collaborazione di lavoro. In un contesto come quello statunitense, dove valgono i principi di merito e responsabilità, è normale che i privilegi che si accompagnano ad un incarico cessino al termine dell’incarico stesso, e che questo avvenga anche attraverso comunicazioni formali. Tra l’altro a quella lettera ne è seguita una seconda, firmata dal mio avvocato, che rettifica in maniera sostanziale il contenuto della prima.

Quanto alla vicenda dei doppi rimborsi quello che il Foglio non dice è che fui io stesso ad accorgermi di alcune imprecisioni e a comunicarle all’amministrazione. Niente da nascondere. Nessuna polemica.
L’occasione mi permette però di chiarire perché nel settembre del 2002 decisi di accettare la direzione del centro trapianti della “Thomas Jefferson University” di Philadelphia. La questione è semplice: ad un certo punto del mio lavoro a Palermo, quando il centro si avviava a festeggiare i primi cento trapianti eseguiti, dal 2001 iniziarono forti interferenze nella gestione amministrativa. Oppressive e continue richieste di favoritismi rendevano via via più difficile, e poi impossibile, la conduzione del Centro secondo criteri di trasparenza e merito.

Qualcuno forse ricorderà che ho dovuto rispondere personalmente in tribunale per l’esclusione dall’appalto per la costruzione dell’ospedale di una società risultata priva della necessaria documentazione antimafia. Ma ho continuato a lavorare, tra difficoltà crescenti e mantenendo la mia ferma volontà di fare il massimo per garantire all’Italia, e alla Sicilia, un centro di trapianti d’eccellenza.

Alla fine, dopo aver constatato che non vi erano più le condizioni per continuare, sono tornato a fare il mio lavoro di chirurgo negli Stati Uniti. Le ragioni di quella scelta sono le stesse che mi hanno portato oggi a candidarmi a guidare il Pd: non adeguarsi mai, ma portare in Italia regole, merito, responsabilità, trasparenza.”

Naturalmente c’è chi è d’accordo con le parole del senatore Marino e chi, invece, crede sia solo una frittata girata a proprio favore. Io non voglio entrare nel merito perché vorrei capire ancora meglio lo sviluppo degli eventi. Di una cosa però devo dare ragione a Riccardo De Maria: “Quanto lettere su questo tono dovrebbero essere spedite in giro per l’Italia…”

Ecco: facciamolo.

[Fonte: gruppo discussione iMille]

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Neanche fossero il New York Times

Le cose preziose costano. In genere occorre pagarle. Trenta centesimi in più. Grazie. Per come vi trattiamo (senza retoriche stucchevoli) non sembra, ma vi vogliamo bene. E non solo perché concorrete per un terzo ai nostri banalissimi redditi.

Il quotidiano diretto da Ferrara da lunedì prossimo subirà un aumento di 30 centesimi e vedrà la dipartita dell’edizione domenicale.
Carbone per il Foglio.


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La discesa in campo

“Vedrete, alla fine dirà di sì”
Oggi è difficile trovare qualcuno che nel Pd sia pronto ad ammettere – pubblicamente – che D’Alema sta preparando la sua prossima discesa in campo. Ma dall’altra parte è complicato non riconoscere come il pallino del gioco sia finito tutto nelle mani di Max.

Claudio Cerasa sul Foglio


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Le verità sospette

Oggi sono andato al mare, e come ogni italiano “serio” che si rispetti, ho comprato anche i giornali: il Corriere e il Messaggero veneto. Avviso subito che sono riuscito a leggere solo una decina di pagine del Corriere, il Messaggero invece zero assoluto (lo leggo dopo cena ;) ). Scusatemi, ma non ho avuto tempo, sono andato apposta al mare per rilassarmi…
Comunque, per quello che son riuscito a leggere sul Corriere (Berlusca che riduce la spesa pubblica, intercettazioni solo per mafia e terrorismo, i prodiani chiedono di separare le carriere dei magistrati, le commemorazioni della strage di Bologna e altre sciocchezzuole più o meno rilevanti) ho trovato un paio di articoli davvero interessanti che ci sono anche sul sito: Il seno della Verità e Denunce record. Il primo articolo è tragicomico, il secondo è solo tragico.

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The soldier he is a patriot

Vi ricordate i fatti di Abu Ghraib? nel 2006 hanno tenuto banco sui media mondiali. In Italia – allora – si scriveva che fosse stata proprio la stampa a scoprire gli abusi dei militari americani sui prigionieri all’interno del carcere iracheno, soprattutto Repubblica e il sociologo Luigi Manconi sulle pagine del Foglio. La realtà è che era stato un soldato in attività a denunciare il caso ai suoi superiori e che il primo ed esaustivo rapporto del Pentagono è stato fatto un annetto prima dello scoop giornalistico. Ieri Barack Obama ha messo definitivamente fine alla diatriba:

“The young soldier who first spoke about the prisoner abuse at Abu Ghraib – he is a patriot”.

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Cambiare, se si vuole!

Il Consiglio superiore della magistratura ha assolto Clementina Forleo. Qui i dettagli (tra i dettagli significativi, segnalo l’occhiello dell’articolo: “Ora auguri a De Magistris”). Dunque si torna a parlare di intercettazioni e si torna a parlare della vicenda Unipol-Bnl, che risale all’estate del 2005.

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