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Domani sciopero

Domani non troverete i giornali in edicola, i Tg saranno a mezzo servizio e i notiziari radiofonici probabilmente saranno in silenzio. Domani non verremo informati con i metodi tradizionali perché la federazione della stampa ha proclamato un giorno di sciopero contro la legge-bavaglio voluta dal governo Berlusconi. I giornalisti staranno domani zitti per protestare contro una legge che li vuole muti. Sembra un paradosso, in realtà non lo è. Cioè, è un paradosso ma non vorrebbe esserlo.

Oggi i giornali sono usciti con gli editoriali delle prime firme in prima pagina, e tutti hanno mostrato al lettore la loro motivazione su questo sciopero. Repubblica lo titola “Il senso del silenzio“:

Può sembrare una contraddizione davanti ad una legge che limita la libertà d’informazione, firmata da un Premier che invita i lettori a scioperare contro i quotidiani. In realtà è un gesto di responsabilità dei giornalisti italiani per denunciare il governo e richiamare l’attenzione di tutti i cittadini sulla gravità di una norma che colpisce insieme la tutela della legalità, il contrasto al crimine e la libera e trasparente circolazione delle notizie.
Non si tratta di uno sciopero corporativo, ma di una protesta a tutela dei cittadini, cui la legge nega il diritto di essere liberamente informati, cioè di conoscere e di sapere, e dunque di rendersi consapevoli e di giudicare a ragion veduta.

Sul Corriere l’articolo – Una libertà che è di tutti – è di Fiorenza Sarzanini:

Una giornata di silenzio che in realtà serve a parlare. Una giornata senza radio, televisioni, giornali e siti Internet per far sì che siano i cittadini a rivendicare il proprio diritto a essere informati. Perché la protesta indetta dalla Federazione nazionale della stampa non è la difesa corporativa dei giornalisti, ma il grido di allarme di chi si preoccupa per gli effetti che avrà la nuova legge sulle intercettazioni: limiti forti alla possibilità di diffondere notizie; di fare informazione. [...]
La scelta di imporre ai giornalisti di poter soltanto riassumere le carte processuali in realtà aumenta il pericolo che il contenuto di ogni documento possa essere riportato in termini lacunosi o strumentali. E priva persino gli indagati o gli arrestati della possibilità di utilizzare, per far valere le proprie ragioni, quanto affermato dal giudice o dalla pubblica accusa. Almeno fino al dibattimento. In quella sede la privacy evidentemente non si deve più tutelare, visto che anche le intercettazioni potranno comunque diventare pubbliche.

Sul Riformista il direttore Polito spiega invece perché domani il giornale sarà in edicola regolarmente:

Tra i tanti argomenti che si possono usare contro lo sciopero indetto per oggi dalla Fnsi contro la legge sulle intercettazioni, questo è ciò che mi ha convinto a non aderire. Perché una tale concezione del bene pubblico, che intende le intercettazioni come strumento di moralizzazione e di controllo prima ancora che come strumento di repressione dei reati, mi spaventa e mi angoscia. Io so benissimo che se questo corto circuito è avvvenuto in tanta parte del popolo della sinistra è perché il malaffare in Italia appare così dilagante e così impunito, e il berlusconismo cosi imbattibile, da giustificare ogni mezzo. Ma la libertà non si vende a pezzi, e ogni frammento di libertà che cediamo prima o poi ci verrà ritorto contro. [...] Poi ci sono tutte le altre ragioni che sconsigliano lo sciopero: mettersi per un giorno il bavaglio che si proclama di voler combattere, per protestare contro una legge che non sappiamo ancora se ci sarà e come sarà, non è proprio la forma di lotta più intelligente. Il Riformista dunque, la cui redazione a maggioranza ha deciso ieri di non aderire allo sciopero, domani sarà in edicola. Continueremo a scrivere del disegno di legge sulle intercettazioni ciò che pensiamo, e cioè che è una legge mal fatta e che tradisce in troppi punti l’intenzione di limitare le inchieste sulla corruzione dei politici. Ma continueremo anche a difendere il principio liberale che non consente di sacrificare nemmeno a un interesse collettivo le libertà fondamentali dell’individuo.

Nemmeno Il Foglio è favorevole allo sciopero, quindi anche il quotidiano di Ferrara domani sarà in edicola:

Non possiamo scioperare uniti e compatti contro la nostra linea editoriale, contro le nostre idee. Non che tutti la pensino allo stesso modo, qui al Foglio, e c’è chi perfino progetta di smettere di pensare la politica e la vita civile italiane (esercizio inutile). C’è anche chi sciopera. Ma all’ingrosso circola una sensazione ben riassunta nell’appello per la privacy come diritto primario di libertà da noi pubblicato nei giorni scorsi. [...] Come abbiamo dimostrato con la nostra mini-inchiesta sulla stampa estera, dalla quale emerse che nell’esercizio dello sputtanamento e nel parafrasare la cronaca criminale fino all’ossessione del più lubrico e inutile dei dettagli, fino al doppiaggio dei nastri nei talk show, alla fiction, al fotoromanzo, noi siamo soli. A scanso di equivoci, saremo in edicola.

Tutti hanno i loro modi di aderire o non aderire allo sciopero di domani, 9 luglio, contro la legge sulle intercettazioni. Ma la proposta migliore, secondo me, l’hanno fatta la direzione e il cdr della Stampa ieri in un comunicato congiunto:

Per questo la Direzione e il Comitato di redazione della Stampa si rivolgono, ancora una volta, a Fieg e Fnsi perché per il giorno 9 luglio ci sia invece un’azione congiunta volta a pubblicare sui quotidiani gli appelli che da vent’anni fanno i Presidenti della Repubblica, i rappresentanti degli editori e dei giornalisti in favore della libertà di stampa, del pluralismo nel mondo dell’emittenza e della carta stampata. Sarebbe più utile spiegare e rispiegare i rischi che comporta l’introduzione di ulteriori restrizioni penalizzanti per i cittadini. Per quanto riguarda il giornalista, il primo compito è quello di pubblicare le notizie, e tale deve restare. Anche in uno speciale 9 luglio per la convergenza di intenti e contenuti tra Fieg e Fnsi.

Oggi il direttore Mario Calabresi è amareggiato per lo sciopero del quale anche il suo giornale parteciperà, ma molti punti sono per me condivisibili:

Così abbiamo deciso di aderire a questo sciopero, ma non posso nascondere che lo abbiamo fatto a malincuore, dopo aver proposto e indicato per settimane possibili strade alternative secondo noi più efficaci e valide. Strade che abbiamo sperimentato sulle pagine di questo giornale spiegando con chiarezza ai lettori come la legge in discussione in Parlamento diminuirebbe la loro possibilità di essere informati e di poter giudicare consapevolmente. [...] Nonostante la nostra contrarietà allo sciopero, abbiamo aderito per senso di responsabilità: per non aprire fronti polemici e per non creare fratture tra giornali e giornalisti in un momento così delicato, ma ci teniamo a sottolineare che pensare di ricorrere allo sciopero in modo rituale e quasi obbligato è qualcosa che non ci trova d’accordo. [...] Sabato torneremo in edicola, convinti di dover continuare a fare il nostro dovere, che non è quello di portare avanti battaglie ideologiche ma di raccontare ai nostri lettori tutto ciò che merita di essere conosciuto.

Monteforte su L’Unità dice invece che non c’era più tempo per avviare nuove forme di protesta…

Vi è stato il tentativo di cercare d’intesa con gli editori altre forme di protesta, ma non è stato possibile realizzarle per tempo. Per la Fnsi lo sciopero resta lo strumento di lotta unificante e più efficace della categoria, segno della sua «autonomia» in un’azione di «resistenza civile» che ha come obiettivo non un semplice aggiustamento della legge, ma lo stralcio dell’informazione dal ddl sulle intercettazioni. Le sue proposte a tutela della privacy le ha già messe sul tavolo.

Quel che penso su questa legge ormai è noto, vorrei chiudere invece con una proposta di Arianna Ciccone di Valigiablu, una delle webtv organizzatrici di LiberaRete del primo luglio:

Allora a nome della Valigia Blu vi chiediamo per venerdì 9 luglio anziché scioperare, di pensare a una forma di protesta più forte e originale: regalate ai vostri lettori i vostri giornali! O fateli pagare la metà! Ve lo immaginate? In edicola quel giorno chi normalmente legge un giornale potrebbe decidere di leggerne 4, 5, invece di avere una giornata senza informazione avremmo una giornata di superinformazione!

Era più sensata questa proposta che lo sciopero di domani.

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Follia

Ieri si dava del “pollo” ai democratici perché la riforma sanitaria era viziata da norme procedurali e quindi andava rivotata. Tutto perché, sempre ieri, Repubblica titolava “Rinviata per irregolarità procedurale“. Rileggendo l’articolo però si notano due cose: la prima che i giornali italiani non si informano affatto prima di formulare assurde tesi sul rinvio o sulla votazione di leggi importantissime come quella appena varata dal governo americano; la seconda è che bastava farsi un giro nei maggiori quotidiani americani per rendersi conto di cosa effettivamente andava rivotato.

La riforma voluta da Obama, votata e firmata domenica sera, è legge. E le leggi, in particolar modo quelle americane, non possono essere rivotate e, se proprio si vuole, possono essere abrogate con le votazioni di Camera e Senato e successivamente firmate dal Presidente. Il Presidente firma l’abrogazione della legge, cioè un altra legge, non l’annullamento alla prima. Non funziona così!

Se Repubblica – ma anche il CorrierePanorama – si fossero fatti un giro tra i maggiori giornali americani (i minori lo sanno pure eh), avrebbero capito senza tanti fraintendimenti che la legge ritornata al Senato e poi alla Camera è una regola minore all’interno della riforma. La Reconciliation bill, la norma tornata al Congresso per essere ratificata nuovamente, è un piccolo codicillo migliorativo che viene votato dal Senato quando la Camera manda indietro una legge per modificarla ulteriormente. Nella fattispecie la reconciliation non c’entra assolutamente nulla con la riforma sanitaria di Obama, ma come capita anche in Italia era stata inserita in un pacchetto di leggi molto più ampi, esattamente come quella approvata domenica scorsa.

Ancora. La reconciliation chiedeva che le rette per i college non avessero nulla a che fare con il bilancio, quindi andavano riconsiderate. Il college. Le rette. Non è sanità.
In conclusione: uno spruzzetto di righe avrebbe bloccato, sempre secondo i nostri giornali, una legge enorme  di non so quante pagine per una retta del college che non rientra nel bilancio statale. Avete capito che si sta parlando di follie vero!?

Come volevasi dimostrare il Senato e la Camera l’hanno prima stralciata, e poi rivotata con una maggioranza ancora superiore di quella di domenica, quindi i repubblicani hanno preso un altro schiaffo peggiore di quello preso nel weekend scorso. Che dire: contenti loro!

Mi piacerebbe però che anche i nostri giornali ammettessero l’errore invece che far finta di nulla e dare solo la notizia. Ma pure questa è follia. E che ci volete fare…

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Frase della settimana

“Se un oggetto è gratuito non vale niente, diceva mio padre. In rete – gratis – ci si informa. Sul giornale – a pagamento – si conosce e si approfondisce”.

Carlo De Benedetti

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Odio!

Berlusconi ferito

Leggendo i giornali di oggi il minimo comune denominatore è uno solo: Berlusconi è stato aggredito dal clima di odio nel Paese.

Il Giornale apre per tre quarti con una foto di Berlusconi insanguinato, e il titolo è “Violenza costituzionale“. Nel sottotitolo della prima si legge “L’assalitore è un pazzo, ma i mandanti morali sono noti. E anche certi politici del centrodestra… Di Pietro è contento: «è lui che istiga». Bossi: «È un atto terroristico»”. All’interno l’articolo di Sallusti ha il primo passaggio molto interessante: “Berlusconi il dittatore, il fascista, il tiranno, il monarca assoluto da abbattere a qualsiasi costo. Parole di Antonio Di Pietro, e non soltanto sue. Il fronte dell’odio anti Cavaliere ha incassato il primo risultato.
Il Tempo invece la foto la propone per metà, ma titola “Siamo arrivati a questo” e prosegue nel sottotitolo con ”Il clima di odio verso Berlusconi produce effetti devastanti”. L’articolo della Rondinelli ha dei passaggi a dir poco surreali: “Berlusconi si volta verso la folla per rassicurarla, fa un cenno della mano per dire «sto bene». Si guarda intorno per qualche istante mentre i suoi uomini lo guidano verso la macchina. La gente è incredula per quanto è appena successo. Qualcuno scoppia anche a piangere urlando «presidente resisti».
Il Resto del Carlino invece è più pacato titolando la foto di mezza pagina “Il tempo dell’odio“, ma il commento di Franco Cangini – È quasi peggio di un attentato – è perfetto per l’occasione:Per compiere un attentato basta una cellula terroristica, o il gesto solitario di un fanatico. Ma l’aggressione subita ieri da Berlusconi a Milano è  la conseguenza della campagna di odio che minaccia la pace civile degli italiani. Tra le invettive di Di Pietro contro questo governo fascista, il comitato di liberazione nazionale da Berlusconi auspicato dal mite Casini, le mille piazze mobilitate da Bersani, e il ricorso alla critica delle armi non è che un passo.
L’editoriale di PG Battista sul Corsera, Un clima avvelenato, ha anch’esso un passaggio molto cruento: “Il linguaggio improntato all’odio può sfociare in gesti non privi di retroterra“. Il Ministro Matteoli sul Messaggero dice che «L’antiberlusconismo viscerale che ha caratterizzato l’azione di qualche avversario politico di Berlusconi poi porta a gesti inconsulti e di violenza. Il clima di odio che vive il Paese carica la mano a qualche sciagurato che fa quei gesti». Giampaolo Pansa in un’intervista al Corriere risponde «Mi aspetto che adesso si usino le bombe, i proiettili per togliere di mezzo i politici che non ci piacciono più. Oggi hanno aggredito Berlusconi. Domani può accadere a Fini, Bersani, allo stesso Di Pietro. Speriamo di no, ovviamente…». Ovviamente…

Questa breve carrellata solo per farvi notare che il clima d’odio che vive il Paese è stato strumentalizzato dalle testate giornalistiche e dai suoi scribi. Analizzando meglio questo clima del terrore, la cosa che salta all’occhio è che solo i giornali o i giornalisti di destra – compresi naturalmente i loro politici – pensano al nostro Paese come ad uno stato sotto assedio. È assolutamente vero che alcuni politici di sinistra hanno fatto dichiarazioni allarmanti (“istiga alla violenza” Di Pietro, e “non faccia la vittima” la Bindi), ma è altrettanto vero, anzi forse di più, che proprio i giornali vicini a Berlusconi e i giornalisti che si rispecchiano meglio nella politica berlusconiana, sono stati i primi a parlare di odio verso il premier quando è stato esattamente il contrario per quasi due anni.

Questi faccendieri scribacchini, ricordando le parole di Di Pietro e della Bindi, avrebbero fatto bene anche a ricordarsi che il presidente del Consiglio sono due anni che attacca tutte le massime cariche della Repubblica: il Presidente Napolitano perché non mantiene le promesse, la Corte Costituzionale perché ha rigettato il lodo Alfano, la Magistratura perché indaga nei suoi confronti e i giudici perché politicizzati. Ora, quando la prima carica dell’esecutivo sputtana (mi adeguo ai loro termini) la Carta Costituzionale la quale ha giurato di obbedire, quando offende gli organi della Consulta chiamandoli giudici di sinistra, quando ripetutamente afferma che il Presidente della Repubblica non è il garante della Costituzione ma solo un ex comunista (che sarà mai!), quando pubblicamente dice che i giudici sono strumentalizzati dalla sinistra e quando afferma ripetutamente che la legge non  uguale per tutti, io, da spettatore, forse, un pensierino su chi ha creato questo clima di odio me lo farei. Guardando non solo a sinistra, ma soprattutto a destra magari.

Mi ha fatto sorridere l’inizio dell’articolo della Rondinelli sul Tempo: “Berlusconi si volta verso la folla per rassicurarla, fa un cenno della mano per dire «sto bene»”. Ecco, io vorrei sapere dove ha visto queste immagini la Rondinelli, perché in nessun filmato si vede Berlusconi che esce dalla macchina per rassicurare la folla, si vede solamente un Berlusconi che esce dalla macchina per farsi riprendere tutto insanguinato dalle telecamere. Sarà che la partigianeria di qualche giornalista è disarmante, sarà perché fino a ieri questo clima d’odio veniva solo scritto senza essere percepito dalla gente, almeno io non lo percepivo, sarà probabilmente che il Governo era in rotta viste le continue prese di posizioni dei suoi luogotenenti. Saranno state decine di situazioni diverse che hanno portato ad un clima di paura e di odio adesso, non prima dell’attentato a Berlusconi.

Un pensiero che mi frulla da stamattina. Da settimane i giornali di destra parlano di antiberlusconismo per via del No-B Day e del Mille piazze del Pd, che, per inciso, sono state tra le manifestazioni più pacifiche mai registrate nel nostro Paese; da mesi i politici di destra dicono di avere un libretto con i nomi dei programmi e dei conduttori anti-Berlusconi; da mesi si va avanti in Parlamento solo con decreti legge e con la fiducia; gli scontri tra Berlusconi e Fini in questo ultimo periodo si sono acuiti ulteriormente; anche i giornali esteri parlano male di Berlusconi e dei suoi problemi con la giustizia; Spatuzza che accusa Berlusconi di essere mafioso; l’altro giorno Berlusconi in un vertice europeo ha attaccato la Magistratura e la Costituzione senza nessun motivo plausibile. E infine ieri, durante il comizio a Milano, Berlusconi ha detto che i consensi al suo Governo sono al 55 per cento, e se non ricordo male – e posso anche sbagliarmi  - qualche mese fa erano ben oltre il 60 per cento, quindi nettamente in calo. A questo punto la domanda che mi pongo è la seguente: e se per esempio Berlusconi non fosse la vittima ma il colpevole?

[Update: pare che le parole della Bindi siano state: "Sia ben chiaro, questa intervista deve aprirsi con la solidarietà a Berlusconi e con la condanna del gesto. Resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima. Questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta però sono spiegabili". Quindi il significato prende una piega completamente diversa se letta in tutto il contesto, e non è la sola non faccia la vittima che prende ma la frase nella sua interezza che è a mio parere condivisibile.]

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I tagli all'editoria

Prima si dice che il finanziamento agli editori è un obbrobrio, dopo ci si lamenta perché li tolgono.

Naturalmente c’è sempre la voce fuori dal coro. Oggi su AnteFatto Stefano Feltri scrive: “Per una parte della maggioranza, e per Silvio Berlusconi nello specifico, c’è il piacevole effetto collaterale di mettere in difficoltà (o di far chiudere) testate sgradite o poco amate come Il Secolo d’Italia, che appoggia Gianfranco Fini, Avvenire, il Manifesto, ecc. [...] Ci sono almeno tre soluzioni, di cui però nessuno osa parlare apertamente. La prima è cancellare i finanziamenti pubblici all’editoria (nel 2008, quelli relativi al 2007 erano oltre 200 milioni di euro). La seconda decidere che si finanziano i giornali in quanto espressione delle idee dei partiti, quindi tanto vale dare i soldi direttamente a loro, ai partiti. Terza ipotesi: quei soldi si spendono per “aiuti” automatici, come quelli già in essere, tipo un’Iva più bassa rispetto ad altri prodotti e parziali rimborsi degli abbonamenti postali, così si incentiva il settore. Poi tutti competono nel libero mercato, ma con costi più bassi. E vinca il migliore. Ma la politica preferisce tenere il suo potere discrezionale e assicurarsi che qualche centinaia di giornalisti stia sempre con il fiato sospeso, sapendo che il proprio posto di lavoro e lo stipendio sono a rischio.”

Dunque, tutti i giornali naturalmente sono contrari al taglio all’editoria – e in un certo senso hanno ragione. Pensare però di andare avanti con questa prassi non porta da nessuna parte: noi come Stato siamo praticamente obbligati a dare soldi all’editoria solo perché sono troppi, molti di partito e tutti devono campare; i giornali, con la scusa del finanziamento pubblico, ci marciano sopra e non creano quel tipo di giornalismo plurale e competitivo che in Italia abbiamo bisogno. Del resto però non si può nemmeno pensare che l’economia finora rappresentata dai finanziamenti agli editori, sia perenne e continui ad essere l’unica fonte di sostentamento per l’editoria nel nostro Paese.

Negli States i giornali non vengono finanziati dallo Stato e quando non riescono a sopravvivere con le proprie forze chiudono. Forse è un bene che in Italia siano andati avanti per anni i finanziamenti pubblici, forse è meglio tagliarli così, di colpo, così chi riesce a sopravvivere dimostrerà di dare un servizio di qualità e non solo di quantità. Ma forse è vero pure il contrario. Il Fatto non prende contributi pubblici… farà da apripista?

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Trentatré alani trentini…

I trentini sono persone abbastanza socievoli e simpatiche. Gli alani trentini invece…

[Via Gigi Cogo da FF]

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Obama aiuta i giornali e dice basta ai blogger

Sono preoccupato che la direzione delle news sia la blogosfera: opinioni senza controllo sui fatti, senza collocare le storie in un contesto, con persone che urlano una contro l’altra, prive di comprensione reciproca

Che titolone della Stampa di oggi. Peccato che il titolo non dica tutta la verità.

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Finché la barca va…

Questa stagione, ultima puntata, un grande Santoro: Ghedini e Castelli in studio, la Innocenzi lancia la palla a Santoro che inizia un discorso sulla libertà dell’informazione in Italia, trascinando il deputato e avvocato del premier verso un tunnel che lo porterà ad una conclusione scontata e terrificante sullo stato dell’informazione italiana. Un grande assaggio di “mestiere”.

Immagine anteprima YouTube

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Non è un paese per liberi

Libertà non è un termine astratto per arricchire il vocabolario di alcune testate piuttosto che alcune tv, libertà è il modo di pensare con la propria testa, di parlare come la propria ideologia impone, di credere in “proprio” piuttosto che col pensiero degli altri. Libertà è anche un modo di scrivere assolutamente incondizionato, un modo per comunicare la propria opinione senza prescindere da quella degli altri, un modo di comportarsi lealmente senza interferire con la vita altrui. Libertà è anche il modo di essere noi stessi senza farci condizionare – finché possibile – dalle esperienze della gente quando non si avvicinano alle nostre, è il nostro modo di fare, di esprimerci e di credere negli altri e per gli altri. Libertà vuol dire molte cose, ma principalmente significa non imporre il nostro pensiero agli altri. Fortunatamente nella maggior parte degli Stati la libertà è intrinseca per legge, in altri lo è ma non si nota poi tanto, e in qualcun altro questa facoltà viene limitata da molti fattori che ne determinano la scarsa consistenza del pensiero.

Freedom House è un’organizzazione indipendente americana che da trent’anni si occupa di libertà di stampa nel mondo, ogni anno recensisce le abitudini di alcuni paesi e ne fa un report sulla libertà di stampa nel pianeta. Nel suo ultimo rapporto, Freedom House analizza 195 Paesi raggruppandoli in tre distinte categorie: “Free”, “Partly Free”, e “Not Free” – libero, parzialmente libero e non libero. Organizzato per continenti, lo studio classifica gli Stati in una speciale lista che varia per zona, popolazione e paese. L’Europa resta al primo posto come continente più libero tra quelli analizzati (è l’Europa occidentale a fare da traino), mentre l’Africa risulta quella più esposta ai capricci dei governanti locali. Passando ai singoli Stati, l’Europa come detto rimane in cima alla lista, ma ha al suo interno dei distingui che fanno riflettere: in nessun caso la libertà di stampa viene violata, ma in parecchi casi la libertà è solamente parziale. Se in Nord-Africa, in Medio Oriente e in alcuni paesi dell’ex blocco sovietico la libertà di stampa è ridotta – spesso anche preclusa – per l’intimidazione di chi governa, negli altri paesi la stampa è pressapoco libera di scrivere in piena autonomia. Su 195 paesi analizzati, 70 sono risultati liberi (il 36%), 61 sono stati dichiarati parzialmente liberi (il 31%) e i restanti 64 paesi sono risultati non liberi (il 33%). Rispetto allo scorso anno i cambiamenti sono stati lievi (due in meno dei cosiddetti liberi, e due in più per quelli parziali), e nella sostanza quindi i risultati sono abbastanza scoraggianti.

Veniamo alla classifica per Stati.

Nel Sud-est asiatico si sono riscontrati lievi miglioramenti per Maldive, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka, la situazione è rimasta pressoché stazionaria in Cambogia, Hong Kong, Taiwan e Cina dove l’oppressione di Pechino si è fatta particolarmente sentire specie nelle regioni limitrofe, mentre l’Afghanistan è quello messo peggio.

L’Europa centro-orientale ha subito i più gravi condizionamenti da parte delle autorità locali: con i tanti giornalisti uccisi in Bulgaria, Bosnia e Croazia, gli ex paesi sovietici – assieme alla Russia – sono gli stati con la più alta concentrazione illiberale dell’intero continente.

Il Medio Oriente e l’Africa occidentale risultano al terzo posto in questa classifica. Se per il Medio Oriente è un fatto assai normale considerando i recenti fatti di Gaza, e se per l’Iraq e l’Iran il problema è di regime, per i paesi africani invece (Libia, Tunisia, Egitto, Siria etc.) è diventato un problema usuale avere a che fare con la stampa controllata. Stazionari.

L’Africa sub-sahariana è la regione che ha avuto i maggiori miglioramenti. Il Botswana, il Ciad, il Congo, il Lesotho, la Mauritania, il Sud Africa e la Tanzania sono tutto sommato parzialmente liberi, paesi come Sierra Leone, Angola e Liberia hanno fatto enormi passi avanti dando maggiori garanzie ai giornalisti, mentre in Senegal e Madagascar ultimamente sono stati rinchiusi dei giornalisti locali che andavano contro il regime al potere.

Al primo posto come dicevamo c’è l’Europa. Non c’è poi così tanto da rallegrarsi in realtà perché l’Italia, al pari della Grecia, è scivolata nella fascia di “parzialmente liberi”.

Secondo il rapporto di Freedom House, l’Italia è calata perché la libertà di parola è stata limitata dai giudici e dalle molte denunce per diffamazione, inoltre, l’aumento delle intimidazioni da parte della criminalità organizzata e dai gruppi di estrema destra, ha riportato in auge le preoccupazioni dei media sulla libertà di stampa. La ricercatrice di FH Karin Karlekar, ha riscontrato tre criteri per cui la libertà nel nostro paese è in calo: il contesto legale nel quale nuove leggi e regolamenti riducono o influiscono l’operatività dei media; il contesto politico nel quale il controllo sui media aumenta portando spesso alla censura e alla mancanza di indipendenza; il contesto economico in cui si basa la trasparenza delle operazioni, le risorse pubblicitarie distribuite solo ad una parte dei media e non a tutti, e la corruzione all’interno della politica che porta ad una conseguente corruzione ideologica dei giornalisti. Pur definendo l’Italia un paese sostanzialmente libero, la Karlekar ha dichiarato che il ritorno di Berlusconi a capo del governo «ha risvegliato i timori sulle concentrazioni di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida».

La base principale che indica se un paese è libero è quella delle garanzie costituzionali. Tra le mancanze imputate al nostro governo, sempre secondo il report di FH, c’è quella espressa con la legge Alfano contro le intercettazioni. Anche secondo FH – al pari delle italiane FNSI, Fieg, Ordine dei giornalisti e Unione Cronisti -, la legge Alfano è incostituzionale perché andrebbe a cancellare gli articoli 20 e 101 della nostra carta dei diritti, e quindi andrebbe a toccare la libertà di espressione sancita dalla nostra Costituzione. La seconda indagine che ha portato FH a ribassare il nostro range, è il modo con cui il governo esercita un controllo sui media: esiste un “autocensura” – ufficiale o clandestina – che determina un controllo sui media al punto da diventare “violenza di stato”. Questo dato è richiamato da molte dichiarazioni del premier in vicende che vedevano lui, o il suo governo, in crisi: la conferenza stampa in cui Berlusconi “rimprovera” un cronista Rai dicendo «Cosa scrive lei? Non sa che a casa mia si stanno facendo le nomine per Viale Mazzini?», oppure durante la protesta studentesca di ottobre quando disse «Portate i miei saluti ai vostri direttori da parte mia e del Ministro Gelmini» (parole che anche la federazione della stampa ha reputato minacciose) oppure l’allontanamento del vignettista Vauro dalla trasmissione Annozero. Sono tutte prese di posizione del capo del governo che cerca, nella sostanza, di invadere il campo dei media che – almeno in teoria – è libero da ideologie politiche di parte. Considerando però che i media non possono mai essere obiettivi, il premier ha solamente spostato l’ago della bilancia verso la sua parte con l’unico mezzo di cui può disporre: l’intimidazione e la censura coercitiva.

Un altra critica mossa da Freedom House verso il governo Berlusconi è sul conflitto d’interessi. “Fino a che punto i media sono controllati o posseduti dal governo e questo influenza la loro diversità di vedute? La proprietà è trasparente? La proprietà è altamente concentrata e questo influenza la diversità di contenuti?” Queste sono alcune delle principali domande che si sono posti in FH per la nostra retrocessione a paese “Parzialmente libero“. FH condivide in pieno le critiche alla Legge Gasparri sulle telecomunicazioni, e  per la Legge Frattini sul conflitto d’interesse. Per quanto riguarda la legge sul sistema radio-televisivo, i ricercatori americani hanno chiarito che lede il principio di concorrenza perché favorisce il sistema televisivo condizionandone le entrate pubblicitarie a scapito della carta stampata e di altri mezzi di comunicazione; aumenta il rischio di posizione dominante di Mediaset nei confronti degli altri network televisivi. Andando nello specifico, si nota come la vertenza europea di Europa7 – che pur avendo le frequenze ancora aspetta il ritiro di Rete4 – sia finita in un nulla di fatto viste le continue leggi e decreti di Berlusconi per ritardarne l’esecuzione; di come sia diventato il proprietario di tutti i mezzi di comunicazione televisivi avendo da una parte Mediaset, e dall’altra controllando – da parte del governo – la principale concorrente, oltre che televisione pubblica; di come in un modo o nell’altro riserba ai concorrenti sempre meno spazio (La7 probabilmente verrà ceduta da Telecom, e Sky imbavagliata dal Ddt di Mediaset Premium) e quando qualcuno si oppone fa stranamente una brutta fine: quando il governo aumentò l’iva a Sky portandola dal 10 a 20 per cento, alcuni giornali scrissero: “Lo squalo contro il caimano“. Allora era dicembre e il regalo natalizio del premier non si fece attendere: «Che vergogna, i direttori di “Stampa” e “Corriere” cambino mestiere». Oggi, esattamente quattro mesi dopo, la Stampa è diretta da Calabresi e il Corriere da De Bortoli. È normale secondo voi?

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Stato di dovere e informazione di sistema

Mi rendo sempre più conto che nel nostro Paese esiste un oscurantismo consapevole. In Italia si dice si scrive e molto spesso lo si crede pure, che viviamo in uno Stato di Diritto. Lo crediamo perché la Costituzione ci dice proprio questo, le leggi fatte finora ci indicano chiaramente che è così. Ma non è più vero! Era così fino a qualche decennio fa.

Quando nel ’94 Berlusconi vinse le elezioni e diventò per la prima volta Presidente del Consiglio, gettò le basi per una sua personalissima e privatissima Italia. Sappiamo tutti come finì quel Governo. Ma per il Cavaliere fu una manna dal cielo: non avrebbe mai capito come comportarsi in politica se quel suo primo governo fatto fuori per mano della Lega, non fosse caduto in quell’esatto contesto politico. Già nel successivo governo iniziò a “plasmare” il Paese: il primo esempio di leggi ad personam, le prime leggi a favore del conflitto d’interessi, le prime leggi per avere un ottimo ritorno al potere quanto prima, etc.

Oggi, con la larghissima maggioranza che si ritrova, ha definitivamente chiuso il discorso sullo “Stato di Diritto”. La Costituzione non è stata cambiata, leggi che che mutano diritti e doveri dei cittadini non ne sono state scritte, ma chissà come mai, l’aria che IO respiro, è quella di uno “Stato di Doveri” e non più l’ebrezza profumata di uno Stato di Diritto. Però i diritti e i doveri dei cittadini verso lo Stato e la comunità non sono cambiati, è cambiata la sensazione di averli. Non avere diritti ma solo doveri. Preciso meglio: avere pochi diritti e molti doveri.

Ieri sera su Annozero si parlava di giornalismo e libertà di stampa. Santoro ha detto una cosa che fino a quel momento non avrei mai creduto possibile: non è Berlusconi il problema, ma è il sistema che è cambiato adeguandosi alla politica del dovere. Naturalmente quest’anno si ci è messa anche un opposizione evanescente, quasi inesistente – a parte Di Pietro e paradossalmente la Lega -, e questo ha fatto in modo che gli obbiettivi di Berlusconi si concretizzassero nei primi mesi di governo, e non durante tutto l’arco della legislatura. La trasmissione di Santoro come detto era incentrata sul giornalismo, e la ricorrenza era evidentemente il centenario della nascita di Indro Montanelli. Ne è nato un dibattito abbastanza interessante proprio per il discorso che facevo prima.

Si discuteva che il giornalismo di 20 o 30 anni fa era più coraggioso di quello attuale, che nel nostro Paese i giornali sono al servizio del potere ma se il potere critica l’operato di un giornalista, oggi è molto più difficoltoso censurarlo. È tutto vero, ma bisogna fare dei distingui importanti.

Se trent’anni fa un cronista “coraggioso” aveva una notizia bomba su un politico di un certo peso, si poteva essere quasi certi che l’indomani il giornale usciva con la prima pagina esplosiva. Ma era facile anche il contrario. Se il politico in questione veniva a sapere di essere stato scoperto PRIMA della pubblicazione, è chiaro come il sole che faceva pressioni sull’editore, l’editore sul direttore, e si finiva con l’articolo censurato e spesso anche il giornalista aveva l’out-out. Chi avrebbe mai saputo della fine di un ottimo scoop e di un ottimo giornalista che faceva al meglio il suo mestiere?
Secondo distinguo. Tutti i giornali sono schierati politicamente. Fin quando i giornali verranno sovvenzionati con soldi pubblici, potremmo star certi che stampa e politica andranno sempre a braccetto e a coprirsi l’un l’altro.
Terzo distinguo. Oggi è più difficile censurare un giornalista. Oggi con Internet il cittadino ha molte più possibilità di tenersi informato e di sapere molte più cose rispetto a 20 o 30 anni fa. Ma la censura esiste ancora, anzi è molto più forte di  prima. Vi faccio alcuni esempi: ultimamente avete letto di qualche caso di corruzione politica, o di qualche caso di malasanità dove era interessato lo staff del Ministro della Sanità, o di qualche caso che si avvicina anche lontanamente a Mani Pulite? Naturalmente no. Ormai al massimo salta qualche Governatore dell’Italia centrale, qualche sottosegretario sconosciuto di un Ministro senza portafogli o giù di li. I giornali sono pieni di scandali da seconda serata televisiva, tipo le scappatelle del premier con qualche velina diventata Ministro, delle sue gaffe agli incontri internazionali, delle leggi ad personam che si è fatto appena insediato. Nient’altro: solo piccole cose rispetto a tutto quello che – probabilmente, sicuramente – è successo sotto banco.

La stampa italiana è diventata “informazione di sistema” ed è uniformata alla maggioranza che governa in quel momento. Non è uniformata a Berlusconi, ma proprio a tutti i governi eletti. Travaglio ieri sera, nel suo consueto monologo, tesseva le lodi di Montanelli accusando Berlusconi di aver violato la legge Mammì intervenendo ad una assemblea dei redattori de Il Giornale quando, proprio per quella legge, non poteva presenziarvi. Fondamentalmente tutto quello che dice Travaglio son cose vere, però, frequentando così spesso Grillo sta acquisendo il suo stesso modo di comunicare. Come il suo amico  tende a fare monologhi a prova di contraddittorio, e quando qualcuno si oppone, o risponde per le rime, cade in una specie di epilessia comunicativa. Ieri sera è stata la volta di Belpietro, direttore di Panorama ed ex direttore del Giornale di Berlusconi che fu di Montanelli. Belpietro ha ribattuto parola per parola tutte le argomentazioni di Travaglio, e lo ha fatto in un modo così convinto e convincente, che alla fine lo stesso Travaglio non riusciva a rispondere a getto, ma sembrava balbettare. Il problema è che il telespettatore disinteressato o disincantato della politica, vedendo il piccolo ma efficace battibecco tra i due, avrebbe potuto credere alle parole dello spavaldo Belpietro e non a quelle forse più realistiche di Travaglio.
A questo mi riferisco quando parlo di informazione di sistema: il potere è talmente dentro la stampa, che ormai qualsiasi cosa si possa dire contro chi governa ci sarà sempre il giornalista spavaldo e spaccone pronto a lottare con i denti pur di convincere la gente che l’unica verità è la loro. Il guaio – visti i recenti risultati elettorali – è che spesso ci riescono.

Si parlava inoltre che da quando il cavaliere è entrato in politica, i giornali si sentono sempre più minacciati dalla sua forza. Si son fatti i nomi di alcuni direttori di quotidiani silurati appena Berlusconi ne ha parlato male: De Bortoli del Corriere e Furio Colombo dell’Unità parecchi anni fa, Paolo Mieli sempre del Corriere e Giulio Anselmi della Stampa qualche mese fa. Tutti licenziati, ma qualcuno ripreso come De Bortoli, solo per aver scritto male del premier.
Se il licenziamento di Montanelli – il primo epurato della storia politica del cavaliere – si può anche comprendere visto che il Giornale è di proprietà della famiglia Berlusconi e quindi il conflitto tra i due era evidente, non si riesce ancora a capire come abbia fatto a cacciare gli altri quattro direttori, considerando non soltanto che i direttori licenziati non erano suoi dipendenti, ma soprattutto perché erano nel libro paga della concorrenza. Adesso mi chiedo: le parole di Santoro sulla “censura sistematica dell’informazione”, possono creare il panico nella nostra libertà?

Si è fatto anche l’esempio di come siano liberi i giornali anglosassoni. È vero che negli Usa e in GB i giornali sono più liberi, ma attenzione però: sono schierati anche loro. Secondo me, la differenza sostanziale tra la stampa nostrana e quella d’oltreoceano (ma anche quella di diversi paesi non anglofoni) è nell’appartenenza: gli anglosassoni hanno i “giornali di regime“, dove con il termine regime voglio dire che sono favorevoli ad un governo piuttosto che ad un altro (alle presidenziali americane il New York Times si è schierato con il democratico Obama mentre il Wall Street Journal con il repubblicano MacCain); in Italia invece, oltre che di regime sono anche “giornali del regime“, nel senso che il proprietario è esattamente chi governa il Paese. La differenza è una preposizione, ma è una preposizione che fa la differenza. Anzi la crea la differenza.

Non dico che in Italia vige un regime, se così fosse noi non potremmo nemmeno scriverlo, voglio solo ribadire le differenze di opinioni – chiamiamole così – tra giornali di diverso schieramento, specialmente quando sono di opposti schieramenti politici. Questa sottile differenza crea due principali problemi: il primo che l’opinione del giornale – e quindi del giornalista – è sempre di parte; la seconda è che proprio per questa mancanza di neutralità, in molti casi non può essere definibile “libertà di espressione” ciò che leggiamo sui giornali. Se a tutto questo aggiungiamo la possibilità intrinseca, ma ovviamente non dichiarata, che il Capo del Governo ha la possibilità di mettere in disparte il direttore “non amico”, a questo punto si può anche affermare che il nostro Paese è uno Stato di Dovere e non più uno stato di diritto. Noi tutti abbiamo il dovere di credere a ciò che dicono gli organi di stampa, ma non abbiamo più il diritto di chiedere perché certe informazioni ci vengono taciute. Chiaramente quando per caso le scopriamo.

La colpa naturalmente non è di Berlusconi, un uomo solo non potrebbe mai arrivare a tanto, la colpa è del sistema che oggi governa questo paese. Berlusconi ha solo disegnato il progetto, gli altri, tutti, senza distinguo, hanno pensato a come diffonderlo e farlo accettare dai cittadini. Come Matrix.

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