Articoli con tag Google

Un futuro pieno di rischi per Internet

A parte gli addetti ai lavori, finora poche persone – soprattutto in Italia – hanno colto uno degli aspetti più importanti di Internet, ovvero la sua relazione con l’innovazione. Tutti sono testimoni – quando non beneficiari diretti – dello straordinario flusso di innovazioni prodotto grazie alla Rete in questi anni. Ma relativamente pochi hanno finora colto le ragioni di fondo che hanno reso possibile tale esuberanza.

Ragioni che non sono legate ad un’improvvisa maggior ingegnosità di informatici e imprenditori, ma piuttosto al fatto che per la prima volta gli innovatori avevano a disposizione una rete di telecomunicazione strutturalmente – potremmo dire: costituzionalmente – diversa dalle reti precedenti. La costituzione della Rete è caratterizzata, per esplicita volontà dei suoi inventori, da due aspetti essenziali: semplicità e apertura. Semplicità perché Internet, a differenza delle reti di telecomunicazione che l’hanno preceduta, è una rete «stupida», ovvero l’«intelligenza» – ciò che rende possibile i vari servizi online – è ai margini della rete stessa, nei nostri computer, non dentro la rete medesima, che si limita a smistare i bit il più velocemente possibile. Per introdurre un nuovo servizio, quindi, non è necessario aggiornare tutta l’infrastruttura di rete (come invece occorre fare nella telefonia), basta pubblicare un software.

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PD digitale, ovvero come buttare nel cesso una buona opportunità

Bersani non sembra avere il polso del mondo digitale. Dopo un paio di domande di rito (“Ci dice cos’è la banda larga?” chiede Floris. “È una gran cosa: una tecnologia delle comunicazioni che potrebbe darci uno sviluppo enorme”, risponde Bersani), il segretario si inerpica su un lunghissimo monologo sulle lenzuolate del governo Prodi, sul federalismo, sul nuovo ministro Aldo Brancher, sul governo, sull’opposizione. Ad un certo punto ha un sussulto: “Berlusconi – dice – pensa solo alla tv. Da questo punto di vista, è un po’ old”. La platea però non è convinta dal new Bersani: “Scusi, segretario – fa notare qualcuno – ma lei non doveva parlarci della politica digitale? In un’ora non ha ancora pronunciato la parola Internet”. Bersani tartaglia: “Guardi che la parola Internet la so dire anche io”. Tolto il dente e passa la paura.
A questo punto, il cronista chiede a Bersani di raccontare la sua esperienza sulla Rete e le tecnologie. “Sa navigare? Usa l’iPod, l’iPhone, ha una mail personale?”. Le risposte lasciano un po’ interdetti. “L’iPad non l’ho mai usato ma ammetto che è assolutamente interessante” (e fin qui è in buona compagnia). “Uso l’iPhone – aggiunge – ma solo a casa”. Il perché è presto detto: “Quando sei in giro è una distrazione” (in effetti girando con un telefonino, c’è il rischio che qualcuno telefoni; ma lo sa il segretario cos’è un iPhone?). “Ce l’ha una mail personale?”. “L’e-mailme le curano un po’, c’è qualcuno che mi aiuta perché si vive in una condizione di limitazione di tempo”.

E così il maggior partito di opposizione sembra avere della rete questa idea molto hardware, molto industriale, e la tratta in una politica di vertice e di potere. Non la vede, come dice il mitico De Rossi, come un modo per parlare ed essere. E nemmeno ci fa caso al problema che la “sua” politica è una politica extra-rete che non riesce a produrre idee native: quindi una battaglia contro il decreto Pisanu non ci sarà (ti citano i documenti, se glielo dici, ma non mettono su centinaia di banchetti per raccogliere le firme nelle feste). E non ci sarà una battaglia per avere i dati delle spese dello stato in rete, come accade in Gran Bretagna, e cioè pubblica trasparenza di ciò che il potere fa.
E’ scisso, il Pd: o parla negli angoli con i Boiardi del potere, o si avvolge nell’ideologia dell’inclusione di cui non viene data alcuna declinazione. Parla e fa parlare di innovazione, ma non va a cercarsela sul territorio, dove ci sono i ragazzi che la fanno.

Bersani invece, come ha fatto notare uno spettatore non troppo anonimo, è riuscito a parlare per un’ora di banda larga senza parlare di Internet (e il mio buon Floris, che è uomo di mondo, educato non lo incalzava). Ho condiviso quasi ogni parola, ma era palesemente un discorso di altri tempi. Il mio punto di vista è semplice. Ottima l’iniziativa di ieri ma, visto che siete all’opposizione e sulla banda larga non potete fare una cippa fritta, perché non concentrarvi nel potenziare l’utilizzo di Internet a livello di propaganda e di Partito? (sì sì, va bene, diciamo pure “come ha fatto Obama” per capirci al volo).
Nel 2008 il Partito Democratico ha lanciato, all’interno del frame della campagna elettorale, i “Forum PD”. E cioè… dei forum per discutere tra elettori e con il Partito. Bella idea! Non un granché la piattaforma, ma non importa. Nessuna strategia di placing del prodotto sul Web. Sarebbe bastato un social media pippa consultant qualsiasi di noi, e invece niente. In ogni caso le elezioni, mi dicono dalla regia, sono andate male. E i Forum sono stati lasciati morire. Un anno dopo, preparando la campagna per le Europee, il PD ha deciso, guarda caso, di rilanciare i forum.

E’ intervenuto anche il segretario Bersani, che e’ riuscito a parlare per oltre un’ora senza mai nominare Internet, il che – in un incontro sul web – e’ davvero notevole. Ha parlato di piccole imprese, Alitalia, Fiat, elettricita’, giacenze di magazzino e così’ via, ma sul Web manco una parola.[...] Allo stesso convegno, in mattinata, il democratico americano Alec Ross aveva spiegato che l’invenzione della stampa aveva portato all’illuminismo, e quella di Internet non si sa ancora bene cosa ci porterà ma il cambiamento culturale non sarà di minore portata rispetto a quello creato da Gutenberg. Per Bersani, invece, e’ al massimo una cosa buona per le piccole imprese e per la distrazione a casa, la sera.
A fine convegno ho spedito un sms all’amico funzionario del Pd che mi aveva invitato, chiedendogli se per caso avevano anche un segretario per questo secolo. Non mi ha ancora risposto.

Questo è il “PD digitale” del segretario più disgitalizzato d’Italia.

(questo post è “Uncategorized” poiché non riuscivo a decidermi se metterlo sotto “Solidarietà” per Bersani, sotto “Tecnologia” che manca da quelle parti oppure sotto “Cronaca” del segretario dal fax più veloce del west)

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Google consiglia!

Stavo cercando (anche) in internet un modo veloce per liberarmi dei calabroni ed ho trovato una cosa interessante. Ecco i consigli di Google per le ricerche (cliccare per ingrandire e visionare correttamente).

Noterete come sia, diciamo, popolare una certa cosa. Che sia una vendetta per essere stato chiamato Gogol? MAH!

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Google se ne va, più o meno

Google lascia la Cina, ultime notizie dal paese dell’estremo oriente. L’annuncio ufficiale Lunedì.

Azienda paladina della libertà digitale? Finalmente un’azienda grossa che pretende che nei paesi che serve ci siano i diritti fondamentali?

Macché, Google se ne va perché ha capito che non è aria. Vuoi per questioni legate ai diritti del cittadino, vuoi perché il mercato non può sfruttare Google al pieno delle sue potenzialità, ha un concorrente: Baidu, il motore del regime.

Il motore di ricerca ha una fetta, nel mercato cinese, superiore a BigG col risultato che Google non domina il settore delle ricerche sul web, dove nel resto del mondo regna incontrastato.

Non è un caso, infatti, che chiuda solo il servizio di ricerca sul web mentre rimarrebbe attivo il reparto ricerca e sviluppo, pubblicità e servizi col pubblico senza contare Google answer e ricerca di file musicali.

Altro che chiusura……

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La regola del cinque

Il Corriere e Repubblica di oggi pubblicano la notizia della sconfitta di Google a favore dei media generalisti. Sul Corsera si citano le parole di John Mueller del gruppo news a Zurigo: «Abbiamo deciso di permettere agli editori di limitare il numero di accessi gratuiti a cinque accessi per utente web al giorno. Noi siamo contenti di aiutare i media a fare in modo che i loro contenuti siano accessibili a un ampio gruppo di lettori grazie ai motori di ricerca. Allo stesso tempo siamo anche consci del fatto che creare contenuti di qualità non è facile e spesso è caro».

Repubblica col santone americano Aquaro aggiunge delle perle al già informatissimo concorrente: “Solo cinque articoli gratis al giorno. Google cede al pressing degli editori”. E continua: “gli scrocconi del web dovranno fermarsi dopo cinque articoli, addio alle notizie gratis [...] Google sostiene che il suo servizio “regala” ai giornali 100mila click al minuto. Gli editori rispondono che quei click non portano ricchezza. La “regola del cinque” adesso riapre i giochi.”

Vediamola allora questa decantata “regola del cinque”. Diciamo subito che non esiste, o meglio, esiste ma non nella maniera descritta dai due quotidiani milanesi. Il servizio si chiama “first click free program” in realtà, è attivo dal lontano ottobre del 2008 e quelli di Google lo spiegano così:

Google’s “first click free” program allows Google News or Google search user to find and read articles, even if they are behind a subscription paywall. The reader’s first click to the content is free, but when a user clicks on additional links on the site, the publisher can show a payment or registration request. Readers, however, have found they can read an unlimited number of subscription-only articles as long as they continue using Google. The changes, which Google announced in a blog post, will now let publishers limit users to no more than five pages per day without registering or subscribing.

Se ne deduce quindi che Google ha permesso nell’ultimo anno – tramite accordi con i proprietari – di far leggere gratuitamente gli articoli a pagamento evidenziati sulle sue pagine, ma cliccando sui link collegati all’articolo l’editore può a sua discrezione far pagare la nuova pagina che si vorrebbe leggere. La regola del cinque si riferisce al numero massimo giornaliero di articoli a pagamento usufruibili gratuitamente tramite la ricerca dal servizio di news o sul motore di ricerca. Questa la succosa novità secondo i due maggiori quotidiani italiani.

Tutto come sappiamo è partito dalla protesta di Rupert Murdoch, che con mille polemiche vorrebbe portare i suoi giornali – tra questi il Wall Street Journal – fuori dal circuito “free” di Google per farli leggere online a pagamento. L’attendibilità dei nostri primi due giornali è oltremodo messa in discussione dallo stesso WSJ, il quale ha pubblicato ieri la corretta versione (a pagamento, naturalmente) degli accordi tra Google e News Corp:

Google Inc.said Tuesday it will let publishers set a daily limit on the number of articles readers can view for free through the Internet giant’s search engine.

Quindi è falso che leggeremo gratis “solo” 5 articoli mentre gli altri saranno a pagamento, Google si è solo detta favorevole a lasciare agli editori la facoltà di impostare il numero di articoli a pagamento visibili gratuitamente sui suoi servizi.

Però è vero che noi siamo gli scrocconi del web, mentre il Corsera e Rep sono degli autorevolissimi giornali.

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Google lancia Chrome Os

Nel frattempo Google presenta il suo Chrome OS

[Via Repubblica]

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Tutto ha un senso

Di ieri la notizia che l’Antitrust, molto solerte come sempre, ha aperto un’istruttoria per accertare l’eventuale posizione dominante di Google Italia, su segnalazione della FIEG, ovvero la federazione degli editori. Secondo gli editori “Google News Italia, utilizzando parzialmente il prodotto dei singoli editori online, avrebbe un impatto negativo sulla capacità degli editori di attrarre utenti e investimenti pubblicitari sulle proprie homepage. In altre parole non gli va bene che esistano gli aggregatori di notizie (almeno se hanno più popolarità di loro), ma questa è una questione  di cui si sta parlando anche negli USA

La motivazione della segnalazione che mi ha colpito di più è che “non avrebbero inoltre la possibilità di scegliere se includere o meno le notizie pubblicate sui propri siti internet sul portale stesso: Google renderebbe infatti possibile a un editore di non apparire su Google News, ma ciò comporterebbe l’esclusione dei contenuti dell’editore dal motore di ricerca della stessa Google”. Insomma, vogliono che un’altra azienda privata (tale è Google) faccia il servizio come vogliono loro! Non vogliono le loro news su Google, ma i loro siti indicizzati sì!

Cari editori, mi sembra un po’ troppo comodo, o tutto o niente. Considerato che quello che fa Google non è reato (le notizie dei giornali possono essere riportate in una loro parte per il diritto di cronaca), non vedo come possano pretendere che Google non lo faccia.

UPDATE

Google Italia ha risposto alle accuse, precisando come sia possibile comparire sul motore di ricerca, ma non su Google news. Nella notizia del Corriere, inoltre, mancava un punto fondamentale: la FIEG contesta il fatto che l’algoritmo che sceglie le news sia segreto, così da non far capire come funziona. FORSE, e dico forse, Google lo fa apposta per fare in maniera che gli editori non facciano i furbi……

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I cambiamenti che verranno

Facebook ha comprato per 50 milioni di dollari quel gran bel social-coso che è FriendFeed. Siccome sono in fase pre-vacanze e non mi va di scrivere nulla – ma non per questo vi mollo, miei fidati  lettori -, prendo pari pari da Dario e lo rimando a voi.

friendfeed-facebook

Neanche il tempo di andare in vacanza che Facebook ha acquistato Friendfeed. Cosa cambia per ora? Non molto, almeno non da subito, il servizio continuerà a funzionare così come le API.
Molti correranno a lucchettare anche i profili di Friendfeed presi dal panico, altri invece lo useranno quale lo strumento di condivisione-discussione che è diventato.
A Facebook sono stati sempre bravissimi a prendere le novità dalla concorrenza e ad integrarle subito nel modo giusto: Facefeed non ha concorrenti e probabilmente non li avrà a medio termine, neanche lo stesso Twitter che da questo accordo esce leggermente ridimensionato e rischia molto se non rinnoverà presto il suo servizio.
La social search si apre in uno scenario concorrenziale che vede Google lottare proprio contro Facebook: Big G infatti sta appena rinnovando Google Search e si appresta a combattere con i contenuti indicizzati da Facebook che passa da quelli dei profili, dunque privati, alla community di Friendfeed decisamente più aperta verso l’esterno (sarebbe statisticamente interessante sapere quanti utenti hanno “lucchettato” il proprio account su Frienfeed). Inoltre, lo stesso Facebook ha recentemente migliorato la sua funzione di Search.

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Un mondo cromato

A quanto pare Google non è mai sazia. Buon per loro!

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Internet, che meraviglia!

Internet è il mezzo più importante per fare informazione, creare conoscenza, aggregare gli utenti tra loro soprattutto quando le idee non sono propriamente uguali. Ma Internet è anche un mezzo per creare disinformazione o per aggiungere quel valore disgiunto che crea diffamazione, offese, vendetta e commenti tutt’altro che costruttivi. Internet sembra lo scatafascio della nostra società. A volte.
Capita che viene pubblicato un articolo su un sito o un post su un blog, e a sua volta viene ripreso dagli aggregatori online e fatto girare per la rete disperdendone il pensiero originale. Capita che lo stesso articolo venga commentato malamente su uno di questi aggregatori, e l’autore, per la dispersività, non abbia un’immediata possibilità di ribattere alle tesi del commento. Capita invece che il commento offensivo viene fatto al post originale e l’autore non lo pubblichi perché ritiene diffamatorio nei suoi confronti o di altre persone. Se invece il commento viene pubblicato automaticamente perché il sistema è stato predisposto per tale motivo, allora i guai sono dietro l’angolo.

Il proprietario di un blog è l’unico a decidere quando un commento può essere pubblicato e quando invece può arrecare un danno a terzi: questo – secondo me – è il senso di responsabilità verso i propri lettori. Ma qualcuno lo chiama censura.
Però, se si leggono i disclaimers del blog (visibili nella stragrande maggioranza), spesso si capiscono le motivazioni reali di tale comportamento e la primissima impressione lascia spazio alla vera causale dell’oscuramento.

Se avete un paio d’ore da perdere e fate una semplice ricerca su Google, noterete quanti post hanno dei commenti offensivi, diffamatori e ingiuriosi verso l’autore. Se allargate la ricerca noterete che il commento è andato ben oltre l’area di appartenenza del blog in origine approdando ai vari aggregatori, ai social network più conosciuti e ai circuiti di micro-blogging sparsi per l’universo Internet.

Capita che i dati personali di una persona facciano il giro della rete e che il suo nome venga associato a crimini di varia natura. I motivi possono essere tanti: potrebbe essere perché un commento non è stato pubblicato su un blog, potrebbe essere che le persone arroganti siano tali anche quando la situazione degenera in diffamazione, potrebbe essere un sociopatico che cerca la lite a tutti i costi. O semplicemente potrebbe trattarsi di un Troll. Ma il male è stato fatto e bisogna comunque correre ai ripari.

Se il commento iniziale fosse rimasto all’interno del blog sarebbe stato circoscritto in un unico spazio e la cosa si sarebbe potuta fermare – o sistemare, nella maggior parte dei casi – tra persone civili. Ma quando il commento viene portato al di fuori della spazio naturale in cui dovrebbe stare, a quel punto la vicenda acquisisce un impronta pubblica e va immediatamente bloccata.
Sarebbe il caso di denunciare l’accaduto alle autorità, scrivere agli amministratori del sito dove scovate i commenti offensivi chiedendone la cancellazione, commentare a sua volta in modo pacato, e sperare che la cancellazione avvenga nel più breve tempo possibile. Mettetevi l’animo in pace perché spessissimo non avverrà in tempi rapidi: i blogger tendono a far parlare liberamente i loro commentatori. Si chiama “libertà d’espressione”. Naturalmente è giusto sia così, ma è giusto anche il contrario. A volte.

Cosa fareste voi in questo caso? Come vi comportereste se vi diffamano pubblicamente? Andreste comunque avanti col vostro lavoro sul web o mollereste tutto per ritornare alla vostra vita di sempre? Avrete un’idea diversa di internet o la pensereste esattamente allo stesso modo? Cos’è più importante, la vostra privacy o la vostra libertà di espressione? Denuncereste le offese alle autorità o fareste tutto da soli? Se non denunciate l’accaduto alle autorità, cosa pensate di poter fare per ottenere un valido risultato? Ed infine: vale la pena scrivere liberamente in rete, o pensate che il mondo virtuale sia peggio della realtà?

Domande che aspettano tante risposte.

[Per Citynews]

Picture by tipsyfairy on DevianArt

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