Articoli con tag Governo Berlusconi

Domani sciopero

Domani non troverete i giornali in edicola, i Tg saranno a mezzo servizio e i notiziari radiofonici probabilmente saranno in silenzio. Domani non verremo informati con i metodi tradizionali perché la federazione della stampa ha proclamato un giorno di sciopero contro la legge-bavaglio voluta dal governo Berlusconi. I giornalisti staranno domani zitti per protestare contro una legge che li vuole muti. Sembra un paradosso, in realtà non lo è. Cioè, è un paradosso ma non vorrebbe esserlo.

Oggi i giornali sono usciti con gli editoriali delle prime firme in prima pagina, e tutti hanno mostrato al lettore la loro motivazione su questo sciopero. Repubblica lo titola “Il senso del silenzio“:

Può sembrare una contraddizione davanti ad una legge che limita la libertà d’informazione, firmata da un Premier che invita i lettori a scioperare contro i quotidiani. In realtà è un gesto di responsabilità dei giornalisti italiani per denunciare il governo e richiamare l’attenzione di tutti i cittadini sulla gravità di una norma che colpisce insieme la tutela della legalità, il contrasto al crimine e la libera e trasparente circolazione delle notizie.
Non si tratta di uno sciopero corporativo, ma di una protesta a tutela dei cittadini, cui la legge nega il diritto di essere liberamente informati, cioè di conoscere e di sapere, e dunque di rendersi consapevoli e di giudicare a ragion veduta.

Sul Corriere l’articolo – Una libertà che è di tutti – è di Fiorenza Sarzanini:

Una giornata di silenzio che in realtà serve a parlare. Una giornata senza radio, televisioni, giornali e siti Internet per far sì che siano i cittadini a rivendicare il proprio diritto a essere informati. Perché la protesta indetta dalla Federazione nazionale della stampa non è la difesa corporativa dei giornalisti, ma il grido di allarme di chi si preoccupa per gli effetti che avrà la nuova legge sulle intercettazioni: limiti forti alla possibilità di diffondere notizie; di fare informazione. [...]
La scelta di imporre ai giornalisti di poter soltanto riassumere le carte processuali in realtà aumenta il pericolo che il contenuto di ogni documento possa essere riportato in termini lacunosi o strumentali. E priva persino gli indagati o gli arrestati della possibilità di utilizzare, per far valere le proprie ragioni, quanto affermato dal giudice o dalla pubblica accusa. Almeno fino al dibattimento. In quella sede la privacy evidentemente non si deve più tutelare, visto che anche le intercettazioni potranno comunque diventare pubbliche.

Sul Riformista il direttore Polito spiega invece perché domani il giornale sarà in edicola regolarmente:

Tra i tanti argomenti che si possono usare contro lo sciopero indetto per oggi dalla Fnsi contro la legge sulle intercettazioni, questo è ciò che mi ha convinto a non aderire. Perché una tale concezione del bene pubblico, che intende le intercettazioni come strumento di moralizzazione e di controllo prima ancora che come strumento di repressione dei reati, mi spaventa e mi angoscia. Io so benissimo che se questo corto circuito è avvvenuto in tanta parte del popolo della sinistra è perché il malaffare in Italia appare così dilagante e così impunito, e il berlusconismo cosi imbattibile, da giustificare ogni mezzo. Ma la libertà non si vende a pezzi, e ogni frammento di libertà che cediamo prima o poi ci verrà ritorto contro. [...] Poi ci sono tutte le altre ragioni che sconsigliano lo sciopero: mettersi per un giorno il bavaglio che si proclama di voler combattere, per protestare contro una legge che non sappiamo ancora se ci sarà e come sarà, non è proprio la forma di lotta più intelligente. Il Riformista dunque, la cui redazione a maggioranza ha deciso ieri di non aderire allo sciopero, domani sarà in edicola. Continueremo a scrivere del disegno di legge sulle intercettazioni ciò che pensiamo, e cioè che è una legge mal fatta e che tradisce in troppi punti l’intenzione di limitare le inchieste sulla corruzione dei politici. Ma continueremo anche a difendere il principio liberale che non consente di sacrificare nemmeno a un interesse collettivo le libertà fondamentali dell’individuo.

Nemmeno Il Foglio è favorevole allo sciopero, quindi anche il quotidiano di Ferrara domani sarà in edicola:

Non possiamo scioperare uniti e compatti contro la nostra linea editoriale, contro le nostre idee. Non che tutti la pensino allo stesso modo, qui al Foglio, e c’è chi perfino progetta di smettere di pensare la politica e la vita civile italiane (esercizio inutile). C’è anche chi sciopera. Ma all’ingrosso circola una sensazione ben riassunta nell’appello per la privacy come diritto primario di libertà da noi pubblicato nei giorni scorsi. [...] Come abbiamo dimostrato con la nostra mini-inchiesta sulla stampa estera, dalla quale emerse che nell’esercizio dello sputtanamento e nel parafrasare la cronaca criminale fino all’ossessione del più lubrico e inutile dei dettagli, fino al doppiaggio dei nastri nei talk show, alla fiction, al fotoromanzo, noi siamo soli. A scanso di equivoci, saremo in edicola.

Tutti hanno i loro modi di aderire o non aderire allo sciopero di domani, 9 luglio, contro la legge sulle intercettazioni. Ma la proposta migliore, secondo me, l’hanno fatta la direzione e il cdr della Stampa ieri in un comunicato congiunto:

Per questo la Direzione e il Comitato di redazione della Stampa si rivolgono, ancora una volta, a Fieg e Fnsi perché per il giorno 9 luglio ci sia invece un’azione congiunta volta a pubblicare sui quotidiani gli appelli che da vent’anni fanno i Presidenti della Repubblica, i rappresentanti degli editori e dei giornalisti in favore della libertà di stampa, del pluralismo nel mondo dell’emittenza e della carta stampata. Sarebbe più utile spiegare e rispiegare i rischi che comporta l’introduzione di ulteriori restrizioni penalizzanti per i cittadini. Per quanto riguarda il giornalista, il primo compito è quello di pubblicare le notizie, e tale deve restare. Anche in uno speciale 9 luglio per la convergenza di intenti e contenuti tra Fieg e Fnsi.

Oggi il direttore Mario Calabresi è amareggiato per lo sciopero del quale anche il suo giornale parteciperà, ma molti punti sono per me condivisibili:

Così abbiamo deciso di aderire a questo sciopero, ma non posso nascondere che lo abbiamo fatto a malincuore, dopo aver proposto e indicato per settimane possibili strade alternative secondo noi più efficaci e valide. Strade che abbiamo sperimentato sulle pagine di questo giornale spiegando con chiarezza ai lettori come la legge in discussione in Parlamento diminuirebbe la loro possibilità di essere informati e di poter giudicare consapevolmente. [...] Nonostante la nostra contrarietà allo sciopero, abbiamo aderito per senso di responsabilità: per non aprire fronti polemici e per non creare fratture tra giornali e giornalisti in un momento così delicato, ma ci teniamo a sottolineare che pensare di ricorrere allo sciopero in modo rituale e quasi obbligato è qualcosa che non ci trova d’accordo. [...] Sabato torneremo in edicola, convinti di dover continuare a fare il nostro dovere, che non è quello di portare avanti battaglie ideologiche ma di raccontare ai nostri lettori tutto ciò che merita di essere conosciuto.

Monteforte su L’Unità dice invece che non c’era più tempo per avviare nuove forme di protesta…

Vi è stato il tentativo di cercare d’intesa con gli editori altre forme di protesta, ma non è stato possibile realizzarle per tempo. Per la Fnsi lo sciopero resta lo strumento di lotta unificante e più efficace della categoria, segno della sua «autonomia» in un’azione di «resistenza civile» che ha come obiettivo non un semplice aggiustamento della legge, ma lo stralcio dell’informazione dal ddl sulle intercettazioni. Le sue proposte a tutela della privacy le ha già messe sul tavolo.

Quel che penso su questa legge ormai è noto, vorrei chiudere invece con una proposta di Arianna Ciccone di Valigiablu, una delle webtv organizzatrici di LiberaRete del primo luglio:

Allora a nome della Valigia Blu vi chiediamo per venerdì 9 luglio anziché scioperare, di pensare a una forma di protesta più forte e originale: regalate ai vostri lettori i vostri giornali! O fateli pagare la metà! Ve lo immaginate? In edicola quel giorno chi normalmente legge un giornale potrebbe decidere di leggerne 4, 5, invece di avere una giornata senza informazione avremmo una giornata di superinformazione!

Era più sensata questa proposta che lo sciopero di domani.

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Il nucleare è possibile

«Il referendum del 1987 non impedisce al Parlamento di reintrodurre il nucleare in Italia. La legge 352 del 1970, che regolamenta lo strumento del referendum, non prevede un limite temporale definito, trascorso il quale il Parlamento può rientrodurre le norme abrogate dal corpo elettorale. È evidente che riproporre il nucleare uno o due anni dopo il referendum sarebbe stato improprio, c’era un impedimento politico. Dopo 22 anni, invece, il responso referendario si può considerare ormai storicizzato, e il Parlamento è perfettamente legittimato a riprendere in mano la questione, per via del mutato contesto economico e tecnologico».

«Il referendum non crea una paralisi definitiva del potere parlamentare su una singola materia. Altrimenti avrebbe la forza di una norma costituzionale, ma così non è. Il referendum ha la forza di una legge ordinaria e, come tale, può essere superato da un successivo intervento delle Camere».

«Per correttezza costituzionale, il governo avrebbe prima dovuto attendere che l’iter parlamentare si compisse e che fossero approvate nuove norme che consentano di utilizzare
il nucleare. E tuttavia non vi è alcun impedimento formale. Il governo è pienamente legittimato a stipulare accordi internazionali, e se ne assume la responsabilità di fronte al Parlamento».

«È pacifico che sia così. Per ribaltare il responso di un referendum occorre che le Camere approvino nuove norme su quella materia».

Il Professor Enzo Cheli, ordinario di diritto Costituzionale all’Università di Firenze, intervistato da L’Unità

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La legge del Far West

Dopo gli innumerevoli stupri da parte di clandestini sta per tornare la legge del Far West, la legge del “fai da te”, la legge delle ronde. Questo fenomeno è dato da svariati motivi:

1) Innanzitutto una giustizia che praticamente non esiste, fatta solo di sconti, di lunghezze burocratiche, di non certezza.

2) La clandestinità che aumenta senza sosta, il fatto di non sentirsi sicuri nemmeno dentro le nostre case.

3) Le vane promesse elettorali, che puntualmente si tramutano in miglioramenti talmente microscopici da non essere nemmeno contati; l’unica cosa da fare è solamente riformare totalmente, radicalmente, definitivamente la giustizia in senso plurigarantista (garantista per la vittima, non certo per il carnefice). L’opposizione non ci stà? Non importa, vedo che Berlusconi quando si mette in testa una cosa (vedi caso Englaro) sfida tutto e tutti in tempi brevissimi. Spero sia altrettanto celere e deciso nell’affrontare seriamente questo tema, altrimenti rischia di perdere solo la fiducia di chi l’ha votato.

4) Una opposizione inesistente che non “punzecchia” in governo sulle promesse elettorali ma è ancora avvolta in una nube di finto buonismo.

5) Le assurde accuse di xenofobia del governo romeno che non hanno una decisa risposta del governo italiano.

6) Il fatto che in Tunisia due strupratori siano stati condannati all’ergastolo mentre qui da noi all’ergastolo non ci va quasi più nemmeno chi uccide…

E la lista potrebbe essere ancora più lunga… tutto ciò provoca la delegittimazione dello stato da parte dei cittadini, e un percorso verso la giustizia fai da te. Urgono al più presto seri provvedimenti da parte del governo per porre rimedio ad una sicurezza sempre più traballante.

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ANCORA?????????????

Sabato ennesimo stupro a Roma, ennesima violenza contro minori. Mi chiedo se il governo Berlusconi voglia intervenire duramente e in modo radicale sulla giustizia in modo che cose simili diano seguito a certezza della pena oppure dobbiamo arrivare ad avere il Far West nelle nostre città per avere risposte dal governo?

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Tassi di crescita

Tasso di crescita annuo del PIL  in Italia dal 1981 ad oggi:

Media Governi non-Berlusconi: +1,97%

Media Governi Berlusconi (incluse previsioni fino al 2010): +0,48%

(Fonte: Fondo Monetario Internazionale e UE.  Anni Berlusconiani considerati: 1994, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2008, 2009, 2010)

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Facciamo fuori la bestia

Sono passate solo alcune settimane dalle proteste della scuola e già il Governo ne provoca delle altre. Ieri Tremonti, nella sua immensa opera di tagli attuati in tutti i Governi di cui ha fatto parte – quelli di Berlusconi in sostanza -, ha deciso di dimezzare anche i finanziamenti alle scuole cattoliche: ben 130 milioni sarebbero stati eliminati dal bilancio per le “scuole paritarie” per fare dell’altro. Cosa? Non si sa! Ma non è questo il punto.

È bastato alzare la voce in Vaticano, che subito, nel giro di un paio d’ore, quei soldi “tagliati” venivano rigirati alle scuole cattoliche sotto forma di “emendamento” che stabilisce un finanziamento di 120 milioni di euro per il 2009. «Possono stare tranquilli, possono dormire su quattro cuscini. C’è un emendamento del relatore che ripristina il livello originario dei fondi per le scuole paritarie» dice il sottosegretario Vegas: quindi le scuole cattoliche sono “paritarie”, mentre la scuola pubblica va a catafascio crollando sotto le sue stesse macerie. Ma non c’è problema giusto? Mica è “paritaria”!

Soddisfatto Monsignor Stenco – direttore dell’Ufficio nazionale della Cei -, mentre il Pontefice alza il prezzo e chiede nuove misure “a favore dei genitori per aiutarli nel loro diritto inalienabile di educare i figli secondo le proprie convinzioni etiche e religiose”. Nessuno in questo caso si è sognato di ribadire al Santo Padre che è davvero un nostro diritto inalienabile educare i figli secondo le nostre convinzioni etiche e religiose, e a dire questa sacra verità non è Lui, ma la nostra Costituzione. Quella italiana, non quella Vaticana. E se proprio vogliamo dirla tutta, nelle scuole la religione viene insegnata da docenti scelti dai Vescovi, non dal Ministero come succede per tutte le altre materie.

Nel 1964 l’allora Governo Moro venne messo alla gogna, e quasi costretto alle dimissioni, solo perché aveva richiesto un misero contributo per le scuole materne private. Scuole materne, per i bambini dell’asilo. Allora comandava la Dc cristiana e il Vaticano aveva  l’ultima parola per le questioni religiose: non ufficialmente, ma fa lo stesso. Del resto erano a due passi.
Invece nell’ultimo Governo D’Alema, Ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, si approvò una legge dove le scuole pubbliche e quelle private diventavano finanziabili: un finanziamento non a tutte le scuole private ma a quelle che verranno riconosciute come “paritarie”. Oggi come allora è molto difficile stabilire quali rientrano in questo criterio e quali scuole invece stanno fuori dai finanziamenti.

Finanziamenti. Questa è una parola magica per tutti i Governi succeduti dal ’48 ad oggi. L’Art. 33 della Costituzione dice chiaramente: “ Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato“. Senza oneri per lo Stato, lo ribadiamo anche noi. Esattamente ciò che si sta facendo in Italia da quando è nata la Repubblica.

“Nonostante il fatto che il Partito Democratico avesse già da tempo lanciato l’allarme sui tagli alle scuole paritarie e che l’esecutivo avesse sempre negato la fondatezza dei nostri rilievi, il governo ha finalmente gettato la maschera, ribadendo nella Finanziaria tagli che, a sentir loro, non esistevano. Poi, di fronte alle legittime proteste provenienti da più parti, inclusi i vescovi italiani, Palazzo Chigi ci ha ripensato e ha cercato di rimediare al danno. Sia chiaro, però, che l’annuncio del ripristino dei fondi per le paritarie rappresenta soltanto un segnale, ma che – come il governo sa benissimo – la cifra intera è ancora lontana dall’essere ripristinata e che mancano all’appello ancora molti dei milioni che il precedente governo aveva assegnato alle scuole paritarie. Il punto centrale della questione dovrebbe essere quello di garantire pari diritti agli studenti e alle famiglie. Invece il governo conferma di guardare all’istruzione nient’altro che come a un costo da contenere”.

Queste le parole del Ministro ombra Maria Pia Garavaglia. Anche Antonio Rusconi, capogruppo del Pd in Commissione Istruzione al Senato, ha espresso le stesse critiche della Garavaglia. Per non parlare poi di chi è in mezzo a piene mani:  don Macrì, presidente della Federazione che riunisce la scuole cattoliche, dice che l’ostacolo si trova “nell’articolo 33 della Costituzione che sancisce che le scuole private possono esistere senza oneri per lo Stato”. Quindi non resta che stralciare questo articoletto della nostra carta dei diritti… anzi, rifacciamola nuova e chiediamo pareri al Vaticano e al proprietario di Villa San Martino. La Costituzione: gran brutta bestia!


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Com'è umano lei!

Credevo che Alitalia fosse in apnea fin da prima di essere regalata a CAI. L’attuale Governo di centro-destra aveva convinto tutti che la compagnia di bandiera doveva restare di “bandiera” perché il miglior offerente era sempre stato italiano, la CAI, appunto. Sappiamo ormai tutto di come sia stata smembrata la compagnia di “bandiera” e cosa rimarrà a Colaninno. Come sappiamo benissimo cosa resterà nelle nostre mani di una compagnia di “bandiera” che nessuno voleva sovvenzionare, men che meno noi cittadini. Quindi mi inorridisce che Fantozzi non sia più il mitico ragionier Ugo, ma l’ultimo tragico commissario dello sciagurato Affaire Alitalia.

Disponghi di me come meglio vuole! Mi concedi l’onore di essere il suo umilissimo servo! Com’è umano lei!


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Il governo di Robin Hood

Quando mesi fa il Governo Berlusconi vinse le elezioni e promise meno carico fiscale per tutti, una tra le prime tasse che propose non fu a carico della gente comune, ma impose un’imposta sugli extra-profitti di banche, assicurazioni e società energetiche. Tremonti la chiamò “Robin Tax”: lo scopo era di togliere soldi alle aziende che accumulavano denaro tramite l’aumento spropositato delle materie prime – come ad esempio il petrolio – e ridarlo – sotto forma di aggiunte alla spesa pubblica per la sanità, assistenza e tutto il resto – a quella fascia di persone con redditi bassi che non arrivano a fine mese col solo stipendio. La gente comune pensò che fosse una buona cosa: come Robin Hood ruba ai ricchi per donare ai poveri, finalmente un Governo che fa qualcosa per la gente.
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La purezza della razza

Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza [...] ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. [...] Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità

Il manifesto della Razza

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In difesa della scuola pubblica

Oggi come 58 anni fa, l’Italia è in balia di “qualcuno”:

Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime… Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico”

Discorso di Piero Calamandrei in difesa della Scuola nazionale
[Via Luca]


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