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Par condicio

In effetti se Sofri ha scritto per l’Huffington Post, come minimo Frattini deve scrivere un editoriale per il New York Times. Come? è già successo? Ma non ci credo nemmeno se…

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Il plagio newyorkese secondo noi

Ieri Francesco dava risalto, sui metodi di tortura statunitensi, ad un editoriale di Maureen Dowd – nota columnist del New York Times – rea di aver plagiato un articolo di John Marshall su Talking Points Memo e di come Michael Calderone se ne sia prontamente accorto. La stessa Dowd l’indomani ha mandato una mail all’Huffington Post scusandosi per l’accaduto, raccontando che il testo copiato sarebbe frutto di una più ampia discussione fatta con un amico che le descriveva – parola per parola – ciò che aveva letto su TPM: da qui nasce l’inghippo e che lo stesso NYT ha rettificato sulle pagine dell’indomani. Quindi niente plagio? Non direi.

Oggi Matteo Bordone si butta decisamente a pesce (squalo!) sullo stesso accaduto, raccontando prima il suo – giusto, secondo me – modo di vedere la “faccenda Dowd-Marshall” - più probabile che Dowd e l’amico non stessero parlando, ma chiacchierando in chat. Tutto si spiegherebbe meglio, così (lui copia e incolla da TPM e lei fa lo stesso, a cascata) – e dopo si occupa della stessa storia per come l’ha scritta il Corriere della sera.

  • Il plagio – un semplice taglia e incolla dal blog progressista The Huffington Post - è stato scoperto dal quotidiano online Politico, costringendo la Dowd ad inviare una email di scusa ad Arianna Huffington.

Urca. Definire l’Huffington Post “un blog progressista” è come definire Ratzinger “un prete”. E fin qui va anche bene. Ma resta il fatto che il testo copiato non viene da lì!

  • Nel chiedere scusa la Down ha assicurato di «non conoscere il blogger Josh Marshall» da cui ha copiato alla lettera questo lungo passaggio, ma di avere «ottenuto la frase da un mio amico».

Ma non avevamo detto che aveva copiato da Arianna Huffington, la blogger progressista? Chi cazzo sarebbe adesso questo Josh Marshall? Boh. Poi “non avevo letto il suo blog questa settimana” diventa “non so chi sia”. Dowd diventa Down (ma sul giornale di carta secondo me questi refusi li correggono). E l’uso del verbo “ottenere” fa pensare a uno spacciatore di frasi, all’angolo, in un vicolo buio del Queens, accanto a un tombino che svapora.

  • Mentre allora licenziò sia il truffaldino Blair sia il suo direttore e protettore Howell Raines, questa volta l’autorevole quotidiano si è limitato ad osservare che «in una precedente versione della sua rubrica Dowd ha dimenticato di attribuire un paragrafo al blog di Marshall».

Che è un po’ come dire: «Mentre allora Giovanni Leone si dimise da Presidente della Repubblica, in seguito alla pressante campagna condotta da alcuni organi dalla stampa nazionale, quest’anno Giorgio Napolitano ha curato i suoi calli usando un’antiquata ma sempre efficace lametta Credo.»

Insomma: nemmeno noi – anzi, soprattutto noi (riferito a LORO) – possiamo lamentarci dei giornalisti che abbiamo in casa eh!

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La tempesta perfetta

La maggior parte di utenti che usano assiduamente il web e si aggiornano sulle notizie leggendo i giornali o i blog, fanno un uso importante degli aggregatori. Per coloro invece che con solerzia e fedeltà leggono ancora il loro giornale preferito andando direttamente sul sito, vorrei dare una piccola dritta: “un aggregatore di feed, detto anche lettore di feed o semplicemente aggregatore, è un software o una applicazione Web che raccoglie contenuti web come titoli di notiziari, blog, podcast, e vlog in un unico spazio per una consultazione facilitata. Gli aggregatori riducono il tempo e gli sforzi necessari per seguire regolarmente aggiornamenti di un sito web e permettono di creare uno spazio di informazione unico, in pratica un “notiziario personale.” Per aggiugere un sito web al lettore di feed, si deve importare il file “xml” del sito in questione, direttamente sulla pagina “importa” dell’aggregatore. Fatto questo, regolarmente si ricevono i nuovi contenuti pubblicati da quel sito internet. La sola differenza tra l’uso originale delle notizie e del lettore di feed sta esclusivamente nella grafica delle due piattaforme: completa e dinamica quella del sito, minimalista e statica quella dell’aggregatore. Per il resto i contenuti si leggono e si vedono allo stesso modo.

Fatta questa doverosa parentesi in apertura, passiamo all’argomento del giorno: oggi parliamo di giornali, di Internet e di copyright.

Succede soprattutto quando i giornali sono in piena crisi di vendite, che qualcuno – solitamente l’editore, l’amministratore delegato o il consiglio d’amministrazione delle testate giornalistiche, mentre capita di rado che lo faccia il direttore o il columnist di punta – si metta a incitare l’opinione pubblica dicendo che questo o quel prodotto operante in rete (sempre lei!) viola o sprezza il sacrosanto diritto degli editori di avvalersi del copyright. Per carità, è assolutamente lecito accampare diritti su un opera dell’umano ingegno, ma certe volte l’esasperazione di questa forma di risarcimento coercitivo va oltre ogni logico limite. È successo proprio questa settimana.

Siamo abituati a pensare a Rupert Murdoch come un ottantenne pacioso e pacione che, diventato miliardario con l’editoria, si accontenti ormai di far soldi rivendendo i suoi palinsesti giornalistici e televisivi a questo o a quel gruppo editoriale. Ebbene, ancora una volta il buon Rupert ci ha smentiti in pieno. Settimana scorsa ha rilasciato un’intervista tutta fuoco a Forbes dove poneva una catastrofica domanda: “dobbiamo consentire a Google di rubare tutti i nostri diritti d’autore?” La risposta perentoria data dallo stesso magnate è stata una sola: “No grazie.” Questo è stato detto circa dieci giorni fa, da quel giorno è stato un continuo susseguirsi di interviste, post sui blog, articoli sui giornali ed esperti che ne parlavano in tutte le salse in Tv o sui giornali. Ma perché tutto questo accanimento contro Google? e che c’entrano i giornali col più noto motore di ricerca del mondo? e come fa Google a rubare i diritti d’autore della carta stampata e dei network televisivi se opera in rete?

Vorrei proporvi un esempio: vedete una partita di calcio dove gioca una squadra di serie A e una di serie D – Inter-Biellese per far due nomi -, chi vi sta più simpatica, l’Inter schiacciasassi o la Biellese vittima predestinata? Stessa storia tra Google e l’editoria mondiale: Google è lo schiacciasassi che tutto può perché ha i soldi per comprarlo, l’editoria mondiale è la vittima predestinata perché è palesemente in crisi dall’avvento di Internet. Quindi sembrerebbe normale prendersela col Golia del web per rivendicare diritti a volte impropri.
Murdoch è un vecchio marpione degli affari, e sa benissimo che ogni parola che dice verrà a sua volta strumentalizzata a dovere dai suoi giornali e di chi, in quel momento, ritiene lesa la propria posizione di “diritto all’informazione”. Detto fatto: i giornali e le Tv ne hanno parlato per oltre una settimana. L’accusa di Murdoch al Re del Web è per il raccoglitore Google News: il servizio di aggregazione delle notizie del motore di Mountain View. Di sbagliato, secondo il Murdoch-pensiero, è che Google generi introiti con la pubblicità inserita a fronte delle news riprodotte senza dividerli con gli editori. I nodi tornano al pettine: aggregatori+diritti d’autore=soldi.

L’indomani gli editori americani si sono dati appuntamento per discutere come meglio bloccare Google News, ma soprattutto come bloccare gli advertising sulle pagine di Mountain View. E stavolta non traspare la sola esigenza di bloccare Google, ma limitare tutti gli aggregatori online, compresi Yahoo, AOL, Ask e Microsoft. I re della ricerca online hanno tutti i loro aggregatori di fonti giornalistiche nei loro siti, e tutti operano allo stesso modo: pagano una royalty alle testate giornalistiche per riportare un’anteprima dei loro articoli rimandandoli nelle pagine originali per la lettura completa del pezzo. Parrebbe quindi che i diritti d’autore vengano già compensati a priori.

Ma l’editoria americana non è mai sazia di far liquidità. Durante una doppia intervista nel programma di Charlie Rose, Tom Curley e Arianna Huffington – Ceo di Associated Press il primo e fondatrice di Huffington Post la seconda – se le sono date di santa ragione. Curley ha detto che “l’esperienza internet” è “una bomba. Concorrenza illimitata, senza limiti di inventario, una brutta esperienza del cliente“. La Huffington ribatte con la sua tesi diametralmente opposta: “le abitudini dei consumatori sono cambiate radicalmente. La gente usa l’online per leggere le notizie che vuole, quando vuole, come vuole, e se lo vuole. E questo cambiamento durerà, a differenza dei giornali di carta.” Nel frattempo però l’AP ha inserito sui propri articoli un particolare aggeggino – chiamato tagging technology – che permetterà loro di rintracciare i contenuti riprodotti da terzi senza la loro autorizzazione scritta.

Ma la diatriba tra i colossi dell’editoria e il colosso del web non è finita. Jeff Jarvis – profondo conoscitore dei media sociali oltre che giornalista, scrittore e autore del blog Buzz Machine – in un articolo su HuffPost dichiara rivolgendosi a Murdoch: “Come osano linkarti senza pagarti? Se oggi Google non ti linkasse più, tu perderesti un terzo del traffico ai tuoi siti durante la notte. Se anche gli altri aggregatori, i blogger e tutti i link che partono da Facebook decidono di seguire il loro esempio, perderesti addirittura metà del traffico. Sulla maggior parte dei tuoi siti, solo il 20 per cento del pubblico in un giorno guarda la tua home page e la tua bella grafica; 4 lettori su 5 arrivano attraverso ricerche e link.

Gabe Rivera (fondatore di Techmeme, altro sito colpevole di aggregare notizie giornalistiche) dichiara a Cnet che “È illuminante constatare che sia il WSJ (di proprietà News Corp) che il New York Times (membro AP) sono a loro volta aggregatori di notizie. Entrambi i giornali citano tra i titoli siti esterni. Pertanto, i componenti di tali organizzazioni, già conoscono l’aggregazione e anche loro credono sia utile e giusta.

Il paradosso però sta dietro l’angolo. TechCrunch, noto blog sulle società e i prodotti del Web 2.0 fondato da Michael Arrington, scrive che AP ha ordinato ad una radio americana di rimuovere dal loro sito i video prodotti da Associated Press, presi però dal canale YouTube della stessa AP e pronti per essere embeddati. Il paradosso è che la radio è di proprietà della stessa Associated Press e che spesso le figuracce se le cercano senza nemmeno pensare a quel che fanno.

In Italia sono stati pochi i blog che hanno dato risalto alla cosa: la maggior parte ha pubblicato la notizia senza approfondirla più di tanto a parte qualche raro caso di giornalisti-blogger. In compenso i giornali hanno dato molto risalto alle ostentazioni di Murdoch. Ne indico una per tutte: Vittorio Sabadin, vicedirettore de La Stampa che apprezzo per gli ottimi libri, dice “Ci è voluto un po’ di tempo, ma alla fine gli editori americani hanno forse scoperto come è possibile uscire dalla crisi che ha colpito i giornali: basta smetterla di rifornire di armi il proprio nemico. E’ stato come sempre Ruperth Murdoch, il proprietario del «Times» e del «Wall Street Journal», a chiamare a raccolta i suoi colleghi in questa nuova, decisiva battaglia. Murdoch ha quasi ottant’anni, ma continua a vedere le cose con più chiarezza di chiunque altro. «La questione è molto semplice – ha detto -. Dobbiamo smetterla di permettere a Google di rubare i nostri copyright».
Stavolta non condivido per niente le cose dette da Sabadin, anche perché Google paga delle royalty agli editori per essere linkati sul suo sito, e credo che alla fine si tratterà solo di rinegoziare gli introiti pubblicitari per finire la farsa del rubare i diritti d’autore. Però con questo articolo si deducono due cose fondamentali secondo me: la prima è che il giornalista della vecchia scuola è più attaccato al giornale di carta che al suo mestiere di giornalista; la seconda è che esiste ancora qualcuno che pensa al male che fa internet ai giornali, senza pensare che la crisi non deriva dalla rete ma dalla loro mancata modernizzazione di mezzi e personale. E come personale non intendo le persone che lavorano alla stesura di un giornale, ma alla testa delle persone ancora incapaci di adattarsi alle innovazioni. E c’è differenza tra le due cose.

[Per Citynews]
Ps: Ne avevo già parlato qui

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La diffusione dei contenuti viola il copyright?

Succede ogni tanto, ciclicamente, che qualcuno si metta ad urlare contro Internet: è normale, ne siamo tutti abituati e ormai non ci si fa caso più di tanto. Spesso i maggiori urlatori sono i produttori di contenuti giornalistici su carta. A dar voce a questa profonda delusione della cultura della rete non sono i direttori dei giornali o il columnist di punta, ma bensì l’editore, l’amministratore delegato, il consiglio d’amministrazione delle testate giornalistiche.

Giorni fa il più grosso editore della storia giornalistica moderna, quel Rupert Murdoch proprietario di News Corp e del Wall Street Journal, rilasciò una dichiarazione dove accusava Google di violare il copyright quando ripubblicava i contenuti dei giornali producendo utili con la pubblicità a lato delle notizie. Sempre un paio di giorni fa, alcuni editori americani si sono dati appuntamento per discutere come bloccare gli annunci pubblicitari sui contenuti protetti da copyright divulgati tramite gli aggregatori online (Google e Yahoo! su tutti). L’Associated Press ha deciso di inserire nei propri articoli un particolare script – chiamato tagging technology -, che permette di rintracciare i loro contenuti diffusi senza autorizzazione. Per ultimo, ma non meno importante, in un doppio incontro Charlie Rose intervista Tom Curley e Arianna Huffington rispettivamente Ceo di Associated Press, e fondatrice dell’Huffington Post. Nulla di inaspettato a dir la verità: Curley descrive “l’esperienza di Internet”, come “una bomba. Concorrenza illimitata, senza limiti di inventario, una brutta esperienza del cliente“. La Huffington esattamente l’opposto: le abitudini dei consumatori sono cambiate radicalmente. La gente usa l’online per leggere le notizie che vuole, quando vuole, come vuole, e se lo vuole. E questo cambiamento rimarrà [a differenza dei giornali di carta, Ndt]. Tutto come da copione alla fine.

Tutto l’ambaradan mediatico di questi giorni sull’improbabile violazione del copyright di Google, Yahoo, Microsoft (e sì, c’è anche Redmond in ballo) e di tutti gli aggregatori di contenuti online, serviranno – probabilmente – solo a veicolare i produttori cartacei verso una nuova forma di rinegoziazione dei proventi della pubblicità sui supporti online di terzi. È  inutile quanto controproducente blaterare di tacite violazioni, quando se oggi non ci fossero gli aggregatori la vita di un giornale online sarebbe pari a 30 in una scala da 1 a 100. È accertato che Google News fa utili anche sulla pubblicità inserita nelle pagine delle notizie, ma vogliamo mettere quanto produce in popolarità e visite ai siti che linka? Sotto questo aspetto la penso decisamente come Jeff Jarvis.

Chi si legge le pagine di un sito giornalistico partendo dall’homepage, è soprattutto il lettore affezionato che quotidianamente apre quella pagina e si accontenta solitamente di pochi giornali leggendoli tutti, dall’inizio alla fine. Ma quante sono le persone che adottano questo procedimento basandosi sull’informazione di pochi singoli giornali, quando hanno la possibilità di leggere più notizie – o la stessa ma da diversi punti di vista – pescando nel mare magnum di Internet? Gli aggregatori online ci offrono la possibilità di spulciare tra i vari articoli dei giornali e scegliere/leggere solo ciò che ci interessa di più. La differenza sostanziale con la versione cartacea è proprio questa: scegliere il giornale tra migliaia, leggere solo la notizia che recepiamo come interessante, leggere sempre la notizia aggiornata e non del giorno prima, ma soprattutto leggere il nostro quotidiano quando ne abbiamo voglia e non necessariamente la mattina al momento della colazione o durante le pause giornaliere. Se poi Google fa soldi con le notizie pubblicate da terzi, basta che gli editori e gli aggregatori di news si mettano d’accordo per aumentare i dividenti degli advertising, e si risolvono la maggior parte delle beghe. La crisi non è solo per la carta stampata, sarà meglio che lo recepiscono bene anche gli editori.

Update. Sabadin dice: “Ci è voluto un po’ di tempo, ma alla fine gli editori americani hanno forse scoperto come è possibile uscire dalla crisi che ha colpito i giornali: basta smetterla di rifornire di armi il proprio nemico. E’ stato come sempre Ruperth Murdoch, il proprietario del «Times» e del «Wall Street Journal», a chiamare a raccolta i suoi colleghi in questa nuova, decisiva battaglia. Murdoch ha quasi ottant’anni, ma continua a vedere le cose con più chiarezza di chiunque altro. «La questione è molto semplice – ha detto -. Dobbiamo smetterla di permettere a Google di rubare i nostri copyright».

Google News paga una royalty a tutti i giornali online per pubblicare i loro articoli. Quindi vietare a Google di ripubblicare le news, come deterrente mi sembra alquanto inutile. Al massimo, come dicevo nell’articolo, possono rinegoziare gli introiti derivati dalla pubblicità su Google, e non, come dice adesso anche il vicedirettore della Stampa, chiudere definitivamente i contenuti agli aggregatori. Anche perché siete proprio sicuri che bloccando Google aumentino le vendite su carta e vi risollevate dalla crisi? Io non credo.

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Di che pasta siamo fatti

L’emendamento D’Alia sul pacchetto sicurezza appena varato dal Governo e la nuova proposta anti pedofilia della Carlucci, che sta facendo urlare alla solita legge anti pirateria, stanno facendo parlare non soltanto la blogosfera italiana, ma anche quella straniera. È di ieri un articolo del nostro Luca Sofri sull’Huffington Post, dove chiarisce – anche agli americani – quello che noi già sappiamo: “Italian politicians simply don’t know what they’re talking about and what they’re doing (and sadly, it’s not just about the web): they look for publicity on people’s ignorant fears and are obedient to economic interests smarter than them. They think they are the only ones in the world worried about what happens on the web, and don’t ask anybody what the hell people are thinking in the other countries. The MP who signed the law said in an interview that if Facebook or YouTube should not respect these rules, “they don’t deserve the State’s respect”, and they should be “closed”. They’re not bad people: they’re worse.

È assolutamente giusta l’analisi di Luca. È lampante che i nostri politici non sanno nemmeno come funziona la rete e quindi, da perfetti ignoranti, non si rendono conto di quello che dicono e di quello che fanno. Si credono gli unici preoccupati perché non sanno con chi parlare dei problemi inerenti alla rete. Non si rendono conto, o forse non vogliono rendersene conto, che basterebbe alzare il telefono e chiamare quelle centinaia di esperti che potrebbero schiarirgli le idee sul funzionamento di internet. Ma sono come i cavalli: hanno il paraocchi perché – credono – che secondo loro vivono in due mondi completamente diversi e, per certi versi, anche opposti. Ma non è vero. Anche il senatore D’Alia in un’intervista ha chiarito questo concetto: se il web (riferendosi a Facebook e YouTube) non rispetta queste norme, non merita il rispetto dello Stato e quindi andranno chiusi. La chiusura di Luca è sintomatica dei loro problemi: Non sono persone cattive: sono peggio.

Ma se pensavate che il peggio era un articolo di un italiano negli Usa, vi siete fatti male i conti. Se Sofri è uno dei più conosciuti blogger di casa nostra, uno dei più grandi sostenitori della libera circolazione dei contenuti è Cory Doctorow. Scrittore, giornalista e blogger, Doctorow è uno dei coeditori di Boing Boing, uno dei blog più letti al mondo. Doctorow settimana scorsa era in Italia per partecipare al “Meet the Media Guru“, conferenza milanese sui nuovi media e con i nuovi media. Durante la sua due giorni milanese, Cory ha conosciuto parecchi blogger del nostro Paese e si è fatto un’idea di come funzionano le cose da noi. Appena tornato negli States, Doctorow ha scritto un articolo su Boing Boing sulla nostra situazione tecnologica riguardo la “cultura” politica della rete.
Italian bloggers call for support from around the world to fight blogger-licensing in Italy, è il titolo del post di Doctorow a favore dell’iniziativa “Free blogger” di Beppe Grillo. Doctorow scrive che il Governo italiano negli ultimi cinque mesi ha accelerato la pratica per regolarizzare internet e metterla “in sicurezza”. Questo – secondo Doctorow – è stato fatto perché la rete è l’ultimo dei media fuori controllo. Difatti sette dei maggiori mainstream nazionali sono controllati dal Primo Ministro (o dal Governo, che è lo stesso): le tre reti Rai, le tre reti Mediaset e tutti i giornali sono sovvenzionati dallo Stato, anche se Cory indica come “finanziati” dallo Stato, termine che ai Governi italiani fa poco piacere sentire.

Doctorow fa anche un analisi più approfondita delle ultime vicende nei vari anni e dei vari governi avvicendati in Italia: prima Levi (di sinistra) e poi Cassinelli (di destra), poi D’Alia (al centro) ora Carlucci (di destra) stanno cercando di imbavagliare il web.

Levi aveva iniziato cercando di far registrare i blog presenti nella blogosfera italiana, quando ha visto il putiferio che aveva creato la sua proposta, l’aveva immediatamente ritirata. Ma a questo punto arriva Cassinelli con la caramella: la legge sulla regolamentazione dei blog si fa assieme. In questi mesi è poi arrivata la proposta-bomba di D’Alia con la chiusura dei siti web se non si seguono le direttive dell’emendamento, e infine la Carlucci ha fatto scrivere dal presidente di Univideo una proposta di legge contro la pirateria informatica, camuffandola da legge anti-pedofilia. Direi che abbiamo fatto il pieno. Cory Doctorow finisce il suo post facendo propagando per Grillo e chiede l’iscrizione al FreeBlogger. Non è il più bel finale della storia, ma ci può anche stare… per uno che non vive in Italia.

Alcune cose vorrei dirle anch’io. Ricky Levi, l’autore del primo emendamento che chiedeva la registrazione al ROC di tutti i blog presenti in Italia, ha ritirato la sua proposta appena capito che era sconsiderata. L’anno successivo, rieletto di nuovo ha fatto parte dell’esecutivo di Prodi, ed ha riproposto una legge, molto simile alla prima, dove apportava parecchie modifiche e qualche retro marcia. Nel frattempo però, il deputato PdL Cassinelli ne aveva scritta un’altra che, chiedendo sostanzialmente le stesse cose, ha modificato tecnicamente la procedura di stesura della stessa. Cassinelli ha creato una rete di wiki, sia come commenti al suo blog che con l’apertura di un wiki vero e proprio sul sito per le politiche dell’Innovazione (ne ho parlato qui) che consentono agli utenti di dire la loro su come andrebbe scritta una legge  più seria per regolamentare l’editoria no profit in rete. Che è quella della stragrande maggioranza dei blog italiani. Questa è pur sempre una legge che tende a registrare i blog più conosciuti e che fanno business, ma c’è un’immensa differerenza tra la sua e quella di Levi.

Il discorso per D’Alia e la Carlucci è molto più delicato. Se da una parte si vorrebbe eliminare i contenuti dannosi e pericolosi dalla rete, dall’altro non si può, MAI, fare una legge che per colpire uno colpisce tutti. Non è giusto, non è democratico, non è legale. Siamo – non si sa per quanto ancora – una Stato di diritto che tiene alla gente, questo vuol anche dire creare un’armonia e una fiducia tra chi governa e chi elegge il proprio candidato che farà gli interessi del cittadino. Legiferare solo per gli interessi personali del singolo, di qualcuno più forte e più potente – politico o imprenditore non ha nessuna importanza – non ci fa appartenere alla classe degli Stati avanzati. Ci degrada al terzo mondo. Quello virtuale però, perché in quello reale in qualche modo ci siamo già.

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