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Le cose non sono come sembrano

«Fin da ora ci impegniamo non solo a violare la legge con atti di disobbedienza civile. Quindi continueremo a fare il nostro mestiere. Racconteremo i fatti. E in base alla nostra capacità di selezionarli chiederemo di essere giudicati. Non dai tribunali costretti ad applicare le norme Bavaglio. Ma dai lettori

Questa citazione è dell’11 giugno 2010, ed è stata scritta sul Fatto Quotidiano da Peter Gomez contro la legge sulle intercettazioni approvata al Senato col voto di fiducia.

«In una democrazia liberale chi governa per volontà sovrana degli elettori è giudicato, quando è in carica e dirige gli affari di Stato, solo dai suoi pari, dagli eletti del popolo.»

Quest’altra, invece, è datata 29 gennaio 2003 e l’ha detta Silvio Berlusconi in una dichiarazione a reti unificate dopo che la Cassazione aveva deciso di lasciare i processi Imi-Sir e Sme a Milano.

Come vedete entrambi vogliono essere giudicati dal popolo e non dai tribunali, quindi, in apparenza, differenze tra Peter Gomez e Silvio Berlusconi non ce ne sono. Naturalmente ce ne sono e pure tante, ma non per il motivo che dice Gomez.

La prima parte della procedura di approvazione del ddl contro le intercettazioni è stata approvato al Senato con 164 voti a favore e 25 contrari. I parlamentari del Pd hanno invece abbandonato l’aula in segno di protesta: «Questa è la morte della libertà». A parer mio questa NON è la morte della libertà, NON è una legge bavaglio e NON blocca l’informazione. E’ decisamente una cattiva legge, una bruttissima legge che restringe di tantissimo il diritto di cronaca. Ma non è un bavaglio all’informazione. Chiariamo: vietare la pubblicazione delle intercettazioni è qualcosa di talmente ridicolo che sfiora il delirio. Ma questa legge non vieta di fare informazione, dà le regole. Sbagliate.

Ci sono due diverse questioni che si possono ribattere, ed ognuna ha concause completamente diverse tra loro. Io dico la mia.

La parte omicida del ddl è quella delle pesanti sanzioni agli editori e ai giornalisti che violano le procedure pubblicando gli atti processuali non consentiti. Su questo punto esistono due versioni combacianti: quella dei giornalisti e del loro diritto di cronaca sancito anche dalla Costituzione (non è esattamente così, ma la Carta lo rende plurimo), e quello degli editori i quali si vedranno piombare addosso multe salatissime – e anche denunce penali se recidivi –  in caso di inadempienza dei propri dipendenti. Il punto cruciale di tutto il dibattito sta qui, non sul blocco preventivo dei magistrati nel loro mestiere (anche) di intercettori, ma sulle multe ai giornali. Nessun editoriale si è soffermato nell’unico punto su cui dovremmo riflettere: sono i magistrati ad essere più penalizzati, non i giornali.

Gomez ha ragione a chiamare il popolo lettore per farsi difendere, ma se la sua sbrigativa descrizione del ragionevole dubbio si processa così, mi pare un tantino difficile associare il suo pensiero, e del Fatto, a quello del premier in altra circostanza. E poi, capiamoci, Peter Gomez parla per il sito del Fatto, non per il giornale, attenzione.

Qualche giorno fa, parlando con alcuni amici delle stesse cose che scrivo oggi, mi facevano presente che il sito e il giornale sono la stessa cosa. Sbagliato!
Non ci sarebbe differenza se avessimo giornali ed editori affidabili politicamente. Non voglio generalizzare, ma vi faccio un esempio che secondo me è lungimirante. Il ddl passa anche alla Camera – si parla di fine giugno o al massimo al rientro delle vacanze – e quindi diventa legge: da quel momento in poi nessun giornale può più pubblicare atti processuali alla data dell’entrata in vigore della legge – che non è retroattiva. Significa che gli atti con data antecedente possono ancora essere pubblicati senza divieti. Quindi tutti i processi alla data odierna continueranno ad essere legiferati secondo la vecchia legge, mentre i processi che partono dalla data del ddl dovranno sottostare alle restrizioni. Bene, dunque, che succederà?
Succederà che fino a quando i processi più vecchi andranno avanti, tutti i giornali ci si butteranno sopra a pesce, mentre dei nuovi processi si potranno solamente pubblicare i dettagli riassuntivi. La domanda mi viene naturale: i giornali attueranno la politica della persuasione obbedendo alla legge, oppure, come dice Gomez, protesteranno con la disobbedienza civile?

Dopo averci pensato un bel po’ sono arrivato alla conclusione che il web diventerà fondamentale.

Vedremo spuntare un’immensità di nuovi siti web i cui intestatari saranno stranieri e la sede legale del giornale – perché è di questo che sto parlando – è all’estero. Indovinate chi saranno i veri proprietari?
Dato che la legge non vieta la diffusione di intercettazioni se pubblicate all’estero, molti giornali italiani utilizzeranno la tecnica del sito straniero per linkare in Italia le intercettazione pubblicate all’estero in barba alla “legge-bavaglio” appena approvata.

Pensateci: i magistrati fanno ore e ore di sciopero e la stampa se li fila solo se l’articolo parla del bavaglio all’informazione; nessun giornale ha pubblicizzato la possibilità di riprendere un’intercettazione se quest’ultima è stata prima pubblicata all’estero; nessun giornale sostiene che nel paese manca una vera libertà d’informazione, ma tutti solidali nel dire che manca la pluralità dell’informazione.

Flavia Perina è la direttrice del Secolo e l’altro giorno, spiegando ai suoi lettori ed elettori perché è stata approvato il ddl, ha così scritto:

Provo a ricordare che qualcosa lo abbiamo cambiato: dai “gravi indizi di colpevolezza” si è passati ai semplici “indizi di reato”; dal divieto assoluto di pubblicazione di atti si è arrivati al diritto, sempre e comunque, alla cronaca per riassunto degli atti; dalla retroattività alla non-retroattività della legge; dai 75 giorni e basta ai 75 giorni prorogabili. Potevamo far meglio? Forse. Abbiamo dovuto inghiottire il rospo? Certo, era nel conto come sempre quando si fa politica anzichè populismo. La terza opzione era non far nulla e limitarci a far parlare gli intellettuali sui nostri siti, evitando di esporci in Parlamento. L’abbiamo scartata.

La legge, a parte le sanzioni agli editori, è completamente diversa da quella approvata alla Commissione Giustizia della Camera in cui si parlava per la prima vera volta – quella sì – di legge-bavaglio. Lo ribadisco, questa è una pessima legge, ma è migliore delle nostre più attese previsioni della vigilia.

Parliamone, ovunque, perché è importante: a sinistra i pensatori capaci e intelligenti esistono, che vengano fuori perché è questo il momento giusto.

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Dalemiani dentro

Continua la soap dalemiani dentro con nuovi e grotteschi elementi letti oggi. Ieri Gilioli scriveva che il reggente del Partito Democratico usa Left Wing per dire ciò che non può e Cundari – delfino di D’Alema dai tempi di Red – è favorevole alla legge contro le intercettazioni, e dunque – secondo Gilioli – il commento di Left Wing è automaticamente il pensiero di D’Alema. Cundari a sua volta risponde a Gilioli che il suo pensiero e quello di D’Alema non sempre collimano, e quindi i post usciti dalla sua tastiera sono assolutamente personali. Gilioli, commentando il mio post, diceva che non è lui a dire che su Left Wing sono favorevoli ma «lo dice Cundari, secondo il quale bisognava proteggere la privacy dei due imprenditori che ridevano per il terremoto». Pertinente, ma io non ho scritto questo.

Il giornalista dell’Espresso è scusabile perché probabilmente non avrà letto bene il mio post: non ho scritto che Cundari è contrario al ddl intercettazioni, ho semplicemente ripreso il succo del suo post e cioè che Left Wing è favorevole in quanto dalemiano. Chiunque leggesse il post di Gilioli arriverebbe alla mia stessa conclusione, tanto che anche Pietro commentando ha detto la stessa identica cosa:

«Caro Alessandro, non ribaltare i ragionamenti altrui, è troppo facile. Come ho scritto qui “avresti potuto benissimo criticare le scelte “editoriali” di Left Wing nel merito, senza bisogno di gridare “lo dice perchè è dalemiano, lo dice perchè è dalemiano!”».

Oggi mi sono andato a rileggere un paio di commenti nei blog dei due rivali e devo proprio dire che quando i giornalisti si ci mettono non ce n’è per nessuno. Su Quadernino, il blog di Cundari, il commento di Fiordisale è commovente:

“Nel caso fossi tu il signor Left Wing vorrei capire perchè ti vergogni di firmarti. Anzi, lascia stare, di motivi per vergognarti, in effetti ce ne sarebbero diversi. [...] fammi un favore personale, magari quando sei in pubblico, cerca di evitare di dire che sei uno di sinistra, perchè non ho nessuna intenzione di vergognarmi pure per te.”

Ecco, vorrei chiedere due cose a Fiordisale (che si firma gl). Per la prima ha già risposto Cundari poco dopo, mentre la seconda invece è se anche quel 53 per cento di elettori che hanno votato Bersani alle primarie si debbano vergognare di considerarsi “uno di sinistra“: sai com è, ho votato Marino io.
Non mi dilungo con gli altri commenti invitandovi a leggerveli da soli – anche su Piovono rane naturalmente – ma l’ultima perla devo citarla perché arriva da Gilioli (poi dicono che gli inciuci li fa solo D’Alema…):

Francesco, ti propongo un accordo: io ritiro ogni riferimento all’ipotesi che tu rappresenti il pensiero di D’Alema – e se vuoi me ne scuso pure pubblicamente – e tu ammetti di aver scritto una sciocchezza sesquipedale sulla legge bavaglio…

La sdegnata risposta di Cundari non si fa attendere troppo:

Vedi, senza animosità, il problema è questo: tu sembri proprio non riuscire a concepire che io possa essere semplicemente convinto di quello che scrivo. Peggio: per te o è una sporca manovra politica, oppure è semplicemente una “sesquipedale sciocchezza”. Ma come si fa a discutere in questo modo? Prima ancora del merito, è questo “metodo” che proprio non mi piace, e ti vorrei domandare se il tenore dei commenti che hai suscitato sul tuo blog non ti abbia fatto venire nemmeno un dubbio, in proposito. Non è una questione di galateo. E’ una questione di sostanza. Quanto al resto, io dico che in un paese civile il diritto di ciascuno a non vedere le proprie private telefonate pubblicate sui giornali, nel momento in cui non c’è di mezzo alcun reato, va difeso sempre, anzi, tanto più quando il contenuto di quelle telefonate è rivoltante, perché sono contrario ai linciaggi e alla caccia alle streghe. Oltre che per tanti altri motivi su cui non ti annoio, perché l’ho fatta già troppo lunga.

Il ragionamento di Gilioli sul ddl intercettazioni è assolutamente sensato e condivisibile, però Cundari ragiona sul metodo di procedimento e quindi anch’esso condivisibile. Quello che credo io invece è che le intercettazioni debbano essere regolamentate, però il diritto di cronaca in uno stato di diritto è sacrosanto, per cui se qualcosa va sistemata non è sicuramente l’inchiesta giornalistica ma l’indisponibilità di tutti nel dire e scrivere di fatti non rilevanti all’inchiesta. Però il governo non sta andando in questa direzione ma nel mettere il bavaglio all’informazione. E allora ben vengano i duri attacchi di Gilioli al decreto e la difesa di Cundari alla privacy di tutti (se non ci fosse la Santanchè, forse…).

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Bavaglio

In Commissione Giustizia del Senato è stato approvato il decreto sulle intercettazioni. La norma punisce chi pubblica intercettazioni di vario genere, sia video che audio, con una pena amministrativa fino a 464mila euro per gli editori, e fino a quattro anni di detenzione per i giornalisti che disubbidiscono alla legge. Se passasse anche in Commissione Giustizia della Camera, la legge permetterebbe a Scajola di continuare a fare il ministro, agli sciacalli de L’Aquila di avere buona parte degli appalti in Abruzzo, ai poliziotti del G8 di Genova di continuare a menare – ed uccidere – i manifestanti nelle manifestazioni pubbliche e a Fassino di avere una banca.

In rete è nata una petizione contro il bavaglio all’informazione, e per quel che vale io l’ho firmata.

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Il direttore del TG1 Minzolini contro la manifestazione di ieri

Il direttore del TG1 Augusto Minzolini, in un editoriale nel Tg delle 20,00 del 3 ottobre, critica e ritiene incomprensibile la manifestazione a favore della libertà di stampa e d’informazione tenutasi a Roma e in tutta Italia. Vediamone i punti salienti.

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Lo dico senza spirito polemico: la manifestazione di oggi per la libertà di stampa per me è incomprensibile. Manifestare è sempre legittimo e salutare per la democrazia, ma in un Paese dove negli ultimi tre mesi sono finiti nel tritacarne mediatico Berlusconi, l’avvocato Agnelli, l’ingegner De Benedetti, l’ex direttore di Avvenire, il direttore di Repubblica e tanti altri, denunciare che la libertà di stampa è in pericolo è un assurdo. È in atto uno scontro di poteri nell’informazione e la manifestazione di oggi fotografa una realtà: una manifestazione convocata contro la decisione del premier di presentare due querele, a Repubblica e all’Unità. In realtà negli ultimi 10 anni sono 430 le querele dei politici, per il 68% di esponenti di sinistra. E’ possibile che la libertà di stampa venga messa in pericolo solo da due querele di Berlusconi?
La manifestazione di oggi è un episodio di questo scontro perché fotografa una disparità. E’ stata convocata contro la decisione del premier di querelare due giornali, Repubblica e Unità. Si confessano due sole querele ma non quelle che colpiscono gli altri giornali, magari di diverso orientamento.

Vediamo poi quello che succede all’estero. Nel 2004, Tony Blair dopo un lungo braccio di ferro che arrivò quasi in tribunale e costrinse alle dimissioni i vertici della Bbc, che lo accusavano di aver falsificato i dossier sulla guerra in Iraq. Non si può pensare che i giornali abbiano sempre ragione. La difesa corporativa non fa bene all’autorevolezza dei media; specie in Italia, dove si ha una strana concezione del pluralismo dell’informazione. Ci sono giornali che si considerano depositari della verità e che giudicano gli altri che la pensano in modo diverso come nemici o servi: chi ha questa concezione, manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico.

Il direttore Minzolini sbaglia pur sapendo di sbagliare. La vicenda del 2004 in realtà non arrivò mai in tribunale e Tony Blair non querelò mai la Bbc. La commissione d’inchiesta indipendente di Lord Hutton fu creata per investigare sulla morte di un consulente del governo, David Kelly, che nel 2002 aveva scritto un rapporto sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Dopo il servizio della Bbc in cui Kelly veniva individuato come la fonte in grado di sostenere che il rapporto era stato manipolato per agevolare l’intervento britannico in Iraq, Kelly si suicidò. In seguito all’inchiesta, che individuò l’errore della Bbc sulle accuse di manipolazione e scagionò il premier, il presidente e il direttore generale della rete pubblica si dimisero, ammettendo l’errore. Ma non c’era stata alcuna querela da parte del premier o di membri del governo.

I media non possono avere sempre ragione, ma è assolutamente indispensabile dare l’opportunità alla stampa di informare il cittadino sui fatti che accadono nel Paese. Come è indispensabile capire che non è giusto dire cose poco documentate o piene di mezze verità. Perché se la stampa è libera, lo è anche la verità. E Minzolini non è, e non lo è stato nemmeno ieri, un maestro di obiettività.

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Io sono un farabutto

Il commento di Ignazio sul voto in 587 circoli

La manifestazione a favore della libertà di stampa e d’informazion che doveva tenersi oggi 19 settembre, è stata rinviata al 3 ottobre. Chi partecipa e chi non potrà esserci a Roma, può esporre la locandina sopra per annunciare la propria solidarietà alla protesta. Perché in fin dei conti, con questo governo e con questo Presidente del Consiglio, SIAMO TUTTI FARABUTTI!

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La libertà di stampa è morta a Kabul

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ha deciso, d’intesa con le altre organizzazioni aderenti (Cgil, Acli, Arci, Art. 21, e numerose associazioni sindacali, sociali e culturali), di rinviare ad altra data la manifestazione per la libertà di stampa programmata a Roma per sabato prossimo.

Con profondo rispetto verso i caduti, nell’espressione di un’autentica, permanente volontà di pace quale condizione indispensabile di una informazione libera e plurale capace di rappresentare degnamente i valori della convivenza civile. In un momento tragico come questo – scrive la Fnsi in una nota – ci stringiamo attoniti accanto ai nostri morti in Afghanistan. Sono morti dell’Italia che paga oggi un pesante tributo nella frontiera della sicurezza internazionale e della lotta al terrorismo. Il nostro rispettoso pensiero va subito ai soldati caduti, alle loro famiglie, alle forze armate che, in un Paese martoriato, rappresentano la nostra comunita’ in ossequio a risoluzioni dell’Onu, in una complicata ricerca di una via di uscita dell’Afghanistan dal terrore verso la democrazia. I giornalisti, che hanno pagato alti prezzi di sangue per il diritto- dovere di informare compiutamentei cittadini su dolorose vicende belliche e del terrorismo in ogni parte del mondo, rinnovando la solidarieta’ e il cordoglio nei confronti di tutti i caduti e delle loro famiglie, riconfermano l’impegno permanente per un’ informazione che dia sempre voce alle ansie, alle speranze, alle idee di tutti“.

Ma sono soltanto io a pensare che la manifestazione andava fatta lo stesso? Che attinenza hanno le due cose?

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Il bavaglio all'informazione

Milena Gabanelli azzoppata. Sotto pressione per il tentativo di mandare in onda il suo “Report” su Raitre senza rete di protezione legale da parte di viale Mazzini. Marco Travaglio in discussione. Ancora privo di contratto, a meno di essere trattato nel programma ? Anno zero” di Michele Santoro su Rai Due non da editorialista come gli anni precedenti ma da ospite all’interno di un contraddittorio. Questo, e non solo, lato Rai. Poi: Telecom, nella gara definita dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e dal vice ministro Paolo Romani per l’assegnazione dei due multiplex per i programmi in digitale terrestre, è stata messa sullo stesso piano dei colossi Rai e Mediaset che probabilmente vinceranno.

Secondo gli esperti ci sarebbero tutte le ragioni per fare ricorso. Ma finora la società guidata da Franco Bernabè, manager non proprio organico alla corte di Arcore e non saldissimo in sella, ha preferito evitare di farlo. La spada di Tarak, invece su La7. Ovvero l’aleggiare del tacito interesse di Tarak Ben Ammar, letto da molti come una sorta di diritto di prelazione da parte di un uomo potente piazzato nei cda della stessa Telecom e nella Mediobanca di Cesare Geronzi (un tempo era stato anche consigliere di Mediaset nonché testimone in difesa di Berlusconi nei processi di Mani Pulite) e allietato da un portafoglio di amicizie pesanti: dal Cavaliere a Massimo D’Alema fino a Rupert Murdoch. Segnali dell’inizio di una stagione che si annuncia a dir poco incandescente. Per non parlare di Sky sotto tiro da dicembre, tra rialzo dell’Iva deciso dal governo e il divorzio non consensuale dalla Rai, a causa del suo successo italiano tale da portare James Murdoch, il figlio dello Squalo, a presidiare il territorio con una presenza sempre più assidua. Scene di una stagione probabilmente da manuale, nel senso di un trattato più militaresco che storico. Tappe di un’avanzata mediatica che non sente neanche il dovere di camuffarsi. Un autunno da ricordare come la manifestazione della brama di un controllo sui gangli dell’informazione e della televisione sfacciata come mai prima d’ora. Dove le poche free zone rimaste di reti, telegiornali, emittenti, società di Tlc fanno fatica a sottrarsi all’influenza ambientale, persuasiva e economica dell’inquilino di Palazzo Chigi. Forse perché nel terzo governo Berlusconi, la comunicazione sta definitivamente prendendo il posto della politica. Ed è su questo tavolo, su questo sistema che si giocherà la grande partita del Cavaliere. Non sull’azione ma sulla rappresentazione.

Questo è quello che ha scritto l’Espresso il 3 settembre scorso, ma non è solo la Tv pubblica a dover fare i conti con un premier mangia tutto: La7, la Tv privata della Telecom la quale si credeva fosse fondamentalmente libera è anch’essa nel mirino del presidente del Consiglio; i giornali sono per la maggior parte di destra (Il Giornale, Libero, Il Foglio di proprietà del gruppo Berlusconi, e poi il Corsera con larga partecipazione di Mediobanca – dove nel CdA siede Marina Berlusconi – La Stampa col neo direttore Calabrese ritenuto “vicino” alle idee del premier, il trio di QN da sempre vicino a Berlusconi…) mentre i pochi rimasti illesi dal dominio del cavaliere sono sempre sotto attacco, legalmente e illegalmente, perché scomodi.
A questa lista vanno aggiunte le banche, Mediobanca in testa, le quali sono quasi tutte in affari col gruppo Berlusconi e quindi non finanziano i progetti dei media concorrenti; le istituzioni sono in mano ai partiti – anzi “al” partito libero – quindi si fa tutto in casa.

Praticamente in Italia siamo arrivati al regime mediatico: dove la dittatura non può nulla perché sarebbe controproducente per la nostra economia, a quel punto arriva il presidente operaio che fa incetta dell’informazione mainstream. Però guai a dire che in Italia non c’è libertà d’informazione. Si rischia la denuncia!

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Sculacciate Minzolini

Documento approvato all’unanimità dall’assemblea nazionale dei Comitati di redazione delle testate Rai.

“Siamo tutti Tg1, siamo tutti, noi giornalisti della Rai, contro le scelte editoriali di chi occulta le notizie e rende agli italiani un pessimo servizio pubblico radiotelevisivo.

L’assemblea nazionale dei Comitati di Redazione chiede alla Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai di convocare il neo direttore del Tg1, Augusto Minzolini. Comprenda, Minzolini, qual è il compito del direttore di una testata del Servizio Pubblico, tenuta a raccontare e rappresentare – con tutti i punti di vista – i fatti che hanno rilevanza nella vita del Paese.

Un impegno che mai può venir meno. Mai può ci si può permettere di tacere notizie o impedire una loro corretta e completa lettura.
Lo stesso vale anche per il Tg2 – responsabile di analoghe omissioni – per ogni testata nazionale Rai, radiofonica o televisiva, e per tutte le redazioni regionali.
Vale per tutti i giornalisti del servizio pubblico, anche per quelli che – come probabilmente sta accadendo ad Augusto Minzolini – ancora non si sono resi conto del ruolo che ricoprono e dell’impegno che devono assumere di fronte a chi paga il canone.
Si legano i temi delle notizie omesse in questi giorni dal direttore del Tg1 a quelli del Ddl Alfano sulle intercettazioni che, dopo il voto di fiducia raccolto alla Camera, si appresta ad approdare in Senato.
L’Assemblea dei Cdr Rai da mandato all’Esecutivo Usigrai di attuare tutte le forme di mobilitazione necessarie”.

[Via Sir Drake]

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Gente fuori di testa

Giustamente Di Pietro non è contento del comportamento del direttore del TG1, e secondo lui è passabile di licenziamento.

La replica dell’esponente del PDL Daniele Capezzone è: “Il signor Di Pietro [...] trova il tempo per aggredire Augusto Minzolini. Si ha l’impressione che Di Pietro abbia nostalgia di quando era pm, e quasi viene il dubbio che, se potesse, chiederebbe l’arresto del direttore del Tg1. Questi signori dell’Idv e del Pd sono abituati alle intimidazioni, agli attacchi violenti, alle aggressioni seriali. Sbagliano due volte, però: non solo perché Minzolini ha totalmente ragione, ma anche perché il direttore del Tg1 non ha alcun motivo di temere questi comportamenti minacciosi e arroganti. Si rassegnino: da qualche settimana, gli spettatori del Tg1 hanno a che fare con un’informazione corretta, non più piegata alle esigenze dello schieramento di centrosinistra.”

Caro Capezzone, sta sbagliando persona. Quello che fa attacchi violenti ed intimidazioni è il suo capo, tal Silvio Berlusconi che non molto tempo fa disse “quindi ad un certo momento non voglio arrivare a dire di fare azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e di certi protagonisti della stampa, però sono tentato perchè non si fa così…” e ce ne sono altre di minacce (Repubblica, 4 Aprile 2009 e RaiNews, il giorno dopo)!

Sulla corretta informazione stendiamo un velo pietoso, perché se ne parlano tutti i giornali all’estero dell’indagine di Bari è da riportare comunque. Se si vuole si possono anteporre le considerazioni del direttore del TG1, comunque inutili, ma la notizia è da riportare. Occultare qualcosa, infatti, non è mai buona informazione!

Purtroppo lei non finisce di parlare e aggiunge che con Riotta, parla di poche settimane fa, il TG1 era schierato col centrosinistra. Perfetto, allora mi spiega come mai la notizia sulla condanna in primo grado di Travaglio per diffamazione fu riportata, mentre altre condanne dei suoi compagni parlamentari (una recente, Giuseppe Drago Maggio 2009 per peculato) non sono mai salite agli onori della cronaca? Anche questa è buona informazione?

Caro Capezzone, usi la sua testa al posto di quella del suo capo!

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Lazzaronizzazione

Chi aveva ingenuamente auspicato che i nuovi direttori dei TG Rai “facessero bene il loro lavoro” può tranquillizzarsi. Stanno facendo splendidamente il loro lavoro, cioè quello per il quale sono stati scelti personalmente dal Datore Unico di Incarichi, che è quello di nascondere le notizie che lo possano infastidire, anche se queste notizie compaiono sulle prime pagine dei maggiori giornali italiani, turbano molti sostenitori onesti, irritano i vescovi e ormai lampeggiano sui siti di inormazione di tutto il mondo. Ma non nel TG1, che se non può sterlizzare una notizia come una “smentita”, la ignora completamente, come ha fatto sabato 20 giugno in tutte le edizioni. [...] Ma qui siamo oltre la lottizzazione, siamo alla lazzaronizzazione.

Vittorio Zucconi

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