Articoli con tag Intervista

Obama licenzia il generale McChrystal

E dunque Obama, facendo la voce grossa, ha cacciato il generale Stanley McChrystal dal suo incarico di capo delle forze armate statunitensi in Afghanistan per averlo “sputtanato” martedì scorso sul Rolling Stone.
Aldilà dei riscontri puramente accademici e per certi versi strumentali, la linea seguita dal presidente americano è stata più che lecita. Nessun esponente dello Stato Maggiore, pur di alto rango come il generale McChrystal, può giudicare pubblicamente gli errori e i compromessi di un’amministrazione impegnata nella più importante campagna militare estera come è quella in Afghanistan. Non lo può fare non solo perché non si fa, ma perché mette a repentaglio le vite di migliaia di militari e la strategia americana nelle lande afghane. Facendo questa logica premessa, esaminiamo i fatti che hanno portato al licenziamento – o alle dimissioni, come il politically correct esige – del capo dell’esercito americano in Afghanistan.

Già dal suo insediamento ai massimi vertici militari in Afghanistan nel giugno dello scorso anno, il generale McChrystal si è subito contraddistinto per il suo comportamento apertamente ostile all’amministrazione Obama. L’indomani al suo insediamento, il segretario della difesa Bob Gates aveva chiesto a McChrystal un rapporto sullo stato della missione e sulle sue prospettive future in vista di una fuoriuscita dal paese asiatico in tempi brevi. Quel rapporto, però, finisce – forse grazie allo stesso McChrystal – nelle mani dei giornalisti, i quali sentenziano, di fatto, la fine della missione così come la vedeva l’amministrazione Obama.
Nel rapporto McChrystal chiedeva l’invio di circa 40mila uomini in più, ovvero il triplo di quelli finora impegnati nella campagna afghana, mettendo alle strette Obama il quale aveva improntato la sua campagna elettorale nella promessa di far tornare a casa i soldati il prima possibile.

Questo comporta uno scenario sottilissimo fatto di intrecci politici, promesse da mantenere, e ultima, ma la più importante, dare un impressione di forza all’opinione pubblica senza scontentare nessuno delle due aspettative: ritirarsi o inviare altri soldati? Obama sceglie una terza via: tre mesi di intensi incontri e riunioni con i massimi esperti mondiali di geopolitica e con i vertici militari americani e afghani.
Il risultato è duplice: da un lato si cerca di considerare cosa sia effettivamente “una vittoria”, dall’altro chiarire chi sia più importante da combattere, e vincere, tra Al Qaeda e i Taliban.

Su quest’ultimo punto è bene far luce sulle differenze che ci sono tra i due gruppi: Al Qaeda è un’organizzazione terroristica che opera, tramite una miriade di cellule, in tutto il mondo e quindi non circoscritta al solo Afghanistan; i talebani invece sono una comunità islamica estremista che compiono atti terroristici tra Afghanistan e Pakistan in quanto avevano il controllo del paese fino a poco meno di un decennio fa. I vertici della Casa Bianca sono sostanzialmente divisi in due: il vice presidente Joe Biden, il consigliere per la sicurezza nazionale Jim Jones, l’inviato dell’amministrazione Richard Holbrooke e l’ambasciatore americano in Afghanistan Karl Eikenberry chiedono di concentrarsi solo su Al Qaeda senza aumentare il numero di militari in Afghanistan; il ministro della difesa Bob Gates, il segretario di stato Hillary Clinton, il capo di stato maggiore ammiraglio Mike Mullen, il capo delle forze armate statunitensi in Medioriente generale David Petraeus, e il generale McChrystal, ovviamente, chiedono di aumentare il contingente afghano e battere la resistenza talebana/Al Qaeda sul territorio. Nel frattempo, però, il generale McChrystal ne combina un’altra delle sue: durante un discorso a Londra, afferma che la visione del vice presidente Biden sull’Afghanistan “è miope” perché porterebbe il paese nel caos.

L’amministrazione Obama decide che è più importante sconfiggere la guerriglia afghana. A novembre il presidente americano annuncia l’invio di 30mila soldati in Asia centrale sotto gli ordini del generale McChrystal.

Quel giorno, per Obama, nasce ufficialmente il “problema McChrystal”.

Le operazioni vanno naturalmente a rilento, ma il presidente è preoccupato più per il grande potere che sta guadagnando il generale in Afghanistan che per la velocità delle operazioni belliche.
Nell’intervista al Rolling Stone si nota principalmente l’influenza che gode il militare non solo tra l’esercito americano, ma soprattutto negli ottimi rapporti diplomatici col presidente Karzai tanto che lo stesso presidente afghano si è sentito in dovere di affermare che sostituire il generale McChrystal “non aiuta a raggiungere la via della pace”.
Praticamente McChrystal è riuscito in poco meno di un anno ad accentrare su di sè i massimi vertici afghani e militari americani, e, naturalmente, alla diplomazia mestierante statunitense non va affatto giù.

C’è una frase che secondo quanto riferisce il New Yorker ha fatto infuriare Obama più degli insulti: “Ho avuto la controinsurrezione. Ho avuto tutto quello che chiedevo. Ma stiamo fottutamente perdendo”.

Adesso al posto del generale dimissionario è stata inviata la “dottrina Petraeus” per riportare l’Afghanistan verso lidi più consoni alla diplomazia americana. Staremo a vedere se il generale Petraeus riuscirà a portare a termine il compito affidatogli, oppure sarà un altro buco nell’acqua dove nemmeno la buona condotta riesce a star dietro alla fenomenologia misogina dei guerrieri tutti d’un pezzo.

[Via Il Post]

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Liberi di fare tutto quelli che gli pare

Roth attacca e poi chiede cosa vuol dire Libero in inglese. Traduco. ”Vuol dire che questi sono liberi di fare tutto quelli che gli pare?”

Il giorno che Libero fece la sua intervista a Philip Roth ma vennero sgamati alla grande

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Domande dalle molte risposte

Debora Serracchiani

Ho chiesto a Debora Serracchiani alcune cose sulla sua candidatura e lei mi ha dato delle ottime risposte. Mi sono tanto piaciute che mi è parso di essere un vero intervistatore: mecojoni!

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Quattro chiacchere col candidato

Oggi sul sito del Pd di Cordenons hanno pubblicato una mia intervista a Vincenzo Martines, candidato regionale per la mozione Bersani in Friuli Venezia Giulia. Fateci un salto su!

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Faccio troppe domande

Siccome dicono che faccio troppe domande, ho intervistato Cristiana Alicata e la potete leggere qui e qui:D

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Ignazio Marino da Zoro

Ignazio Marino, ospite di Diego “Zoro” Bianchi nella trasmissione online “Orzo”, ne ha per tutti: Franceschini e Bersani perché non accettano il confronto a tre, Berlusconi per il suo governo e soprattutto per la sua intervista alla tv tunisina – di sua proprietà tra l’altro – dove spiega come stanno andando bene le cose in Italia…
Da non perdere!

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Mezzi nuovi, storie vecchie

Gira da un po’ di tempo in rete il video dell’intervista di Berlusconi rilasciata all’emittente tunisina Nessma – di sua proprietà tra l’altro – dove spiega chiaramente “la bontà” del suo governo. Il video in questione è stato trovato e sottotitolato da Daniele Sensi. Qualche giorno fa anche L’Unità ne ne ha scritto ampiamente, linkando e sottolineando il nome di Daniele per il gran lavoro fatto. Anche altri giornali hanno fatto altrettanto, anche se non nei modi del giornale fondato da Gramsci, ma tant’è.

Anche molti blogger han fatto girare il video e linkato la fonte. Tanti, ma non Beppe Grillo, che, oltre a non citare Daniele e non linkare il suo pezzo, ha addirittura filigranato il video col suo logo.

La morale? I mezzi saranno anche nuovi, ma le abitudini datate rimangono difficili da rimuovere. Soprattutto quando sei notoriamente in tiro.

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Articolo 18 light e papà in congedo

«Vivi il Pd, cambia l’Italia». Si presenta con questo slogan la mozione di Ignazio Marino per il Congresso d’autunno, con un sito Internet che espone le diverse tesi e lascia spazio ai commenti liberi dei navigatori. Tra queste, l’idea di un «contratto individuale di lavoro unico, a tempo indeterminato, con salario minimo garantito e garanzie di reddito a protezione delle fasi di disoccupazione tra un contratto e l’altro». Dopo aver parlato con Cesare Damiano e Stefano Fassina, rispettivamente sostenitori delle mozioni Franceschini e Bersani, e contrari a intervenire sull’articolo 18, questa è la posizione che colpisce di più. E all’inizio spiazza, dato che mette insieme a due righe di distanza il «tempo indeterminato» con la «disoccupazione tra un contratto e l’altro». Come si dovrebbero conciliare due concetti che sembrano fare a pugni? Prova a spiegarcelo Ivan Scalfarotto, uno degli elaboratori della tesi sul lavoro.

La chiave sta nel facilitare i licenziamenti?
Nella nostra ipotesi tutti avranno il tempo indeterminato; l’articolo 18 resta, ma cambia la sua applicazione, sulla falsariga di quello che propone Pietro Ichino. Oggi il tempo indeterminato classico, con l’articolo 18 pieno, copre sempre meno persone, ed è rarissimo trovare nuovi assunti a cui venga applicato. Tutti entrano con contratti atipici, partite Iva, consulenze: ma la gran parte sono fraudolenti, perché nascondono lavoro dipendente. Allora noi diciamo: estendiamo realmente a tutti i diritti pieni, la malattia, la maternità, le ferie, i contributi, ma rendendo meno rigido il licenziamento, in modo da spalmare i diritti su tutti. La flessibilità ha avuto negli ultimi anni il merito di abbassare il tasso di disoccupazione, ma è stata selvaggia e ha creato enorme precarietà.

Dunque cosa proponete?
Togliamo via i contratti «fasulli», tipo cococò e cocoprò, e facciamo a tutti – con l’eccezione degli autentici stagionali – dei contratti a tempo indeterminato. L’articolo 18 resta, ma garantisce il reintegro solo per i licenziamenti illeciti o disciplinari: se sei licenziato per rappresaglia, per le tue idee politiche, la tua etnia, il tuo orientamento sessuale. Se invece il licenziamento è giustificato per motivi organizzativi, ad esempio perché il reparto di un’azienda non riesce più a produrre in modo efficace, allora il contratto può essere rescisso, ma la novità è che il lavoratore può accedere al «reddito minimo di solidarietà», erogato con il concorso pubblico, ad esempio del Fondo sociale europeo, e delle aziende. Queste ultime, finanziano il fondo con un meccanismo di bonus/malus: più licenziano, più il premio che devono pagare si alza. Questo reddito mensile dura idealmente finché il lavoratore non trova un altro contratto, è accompagnato da formazione e collocamento. Infine, se il lavoratore fa causa perché ritiene ingiustificata la motivazione economica, e il giudice gli dà ragione, non è previsto il reintegro, ma un risarcimento: oltre, ovviamente, al reddito minimo.

«Flexsecurity» come in Nord Europa. Se in Italia fosse facile trovare nuovi posti, ma quasi mai lo è.
Rendendo il mercato più fluido, lo sarà. Poi c’è il vantaggio, per il lavoratore, di avere reddito e welfare continuativi, e può accendere un mutuo. Le imprese, avendo tutto personale a tempo indeterminato, saranno motivate a investire in premi e in formazione.

Sul patto dei contratti del 22 gennaio cosa pensate? La Cgil ha ragione, o concordate con Cisl e Uil?
La divisione tra sindacati non è mai buona. Dell’accordo apprezzo il principio: valorizzare le differenze tra aziende, incentivando la produttività e il rapporto collaborativo più che contrappositivo tra lavoratori e impresa. Detto questo, però, trovo giusta la preoccupazione sul fatto che non viene conteggiata l’inflazione importata con il petrolio.

L’età pensionabile deve essere innalzata?
Bisogna tener conto dell’allungamento della vita e del fatto che l’Inps alla lunga non regge, ma si deve anche fare spazio ai giovani. Io favorirei un «invecchiamento attivo», avendo però riguardo per i mestieri usuranti. Sull’aumento dell’età per le lavoratrici, ritengo che non sia giusto se, di pari passo, non si porta tutto il loro iter a una reale parità. Noi proponiamo che il congedo parentale debba essere obbligatoriamente diviso a metà tra padre e madre, e che almeno il 40% dei cda delle aziende sia composto da donne.

Ivan Scalfarotto intervistato dal Manifesto

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Testa di cazzo

E’ l’epiteto che Tremonti ha dato ad un giornalista americano per avergli fatto una domanda scomoda.

Immagine anteprima YouTube

[Via Catepol]

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Bile giornalistica

E l’intervista è stata concessa a Elena Molinari di Avvenire, lasciando Rep. a bocca aperta per la decisione di Obama di parlare col giornale dei vescovi anziché con quello dell’intellighenzia progressista. [...] “Se solo avessimo qualcuno in America…”, avrebbe detto Mauro in riunione di redazione proprio davanti a Zucconi.

Settimana scorsa Avvenire – il giornale dei Paolini – ha avuto l’onore di intervistare Obama poco prima della partenza per il G8 a L’Aquila. L’intervista sarebbe dovuta toccare a Repubblica, ma per beghe interne al giornale, la Casa Bianca ha scelto di non concedere l’intervista a Rep ed ha scelto il giornale della CEI. Il direttore non l’avrebbe presa benissimo, e nemmeno Eugenio Scalfari per quanto si legge nell’editoriale di domenica: “L’intervista a un giornale italiano in vista del G8 Barack Obama l’ha data all’Avvenire. Non vende molto l’Avvenire ma rappresenta la Conferenza Episcopale”. Ezio Mauro, in una sfuriata durante una riunione di redazione, si è lasciato sfuggire alcune accuse provocate probabilmente da bile giornalistica, che Christian Rocca sul Foglio non si è lasciato sfuggire.

[Via Francesco Costa]

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