Articoli con tag Israele

Attentato contro Ahmadinejad

Secondo quanto riferito dalla tv panaraba Al Arabiya, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad sarebbe stato vittima di un attentato durante il passaggio nella città di Hamadan, a 350 chilometri a ovest di Teheran, per una visita di due giorni e dove da lì a poco si sarebbe tenuto un discorso televisivo. Sempre secondo fonti giornalistiche – l’agenzia Bloomberg, il quodiano Khabar e la tv Al Arabiya – sarebbe scoppiata una granata vicino al minibus su cui viaggiavano i giornalisti al seguito del presidente iraniano, il presidente sarebbe rimasto illeso – comprovato dal discorso tenuto in diretta televisiva – mentre la tv libanese Future Tv ha dichiarato che ci sarebbero dei feriti tra le persone presenti in strada, senza confermare se giornalisti o persone comuni presenti in quel momento per seguire il corteo presidenziale.

Ancora non si conoscono i dettagli dell’attentato, a quanto pare l’attentatore è stato già arrestato e la polizia ha diramato un comunicato col quale chiarisce la dinamica degli eventi senza però ammettere che sia stato un vero attentato: “ha lanciato una potente bomba carta, di quelle che si usano di solito durante i festeggiamenti ufficiali in Iran, ma il suo gesto non è legato a un tentativo di attentato contro la vita del presidente. C’è stato solo un attimo di panico per il forte rumore provocato dall’ordigno”. La polizia in un primo momento ha negato che si sia trattato di un tentativo di assassinare Ahmadinejad, successivamente l’agenzia iraniana filogovernativa Fars ha confermato sia l’esplosione che i feriti.

Fonti ufficiali hanno smentito che il presidente iraniano sia rimasto ferito, anzi hanno confermato che il discorso di Ahmadinejad a Hamadan si è tenuto regolarmente e senza nessun turbamento per il presidente iraniano, anche se nei giorni scorsi aveva dichiarato di essere obiettivo di un piano di omicidio da parte di Israele.

[Update]: ormai è praticamente certo che si è trattato di un petardo innocuo e che non ci siano nemmeno feriti.

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Frase della settimana

“Dopo tutto quello che è successo, ho passato tutta la giornata a chiedermi se avevamo aiutato dei terroristi o una causa umanitaria”

Max Haot di Livestream, sulla diretta video a bordo della Freedom Flottilla

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Ci sono cascati

Di tutto quello che si racconta in giro sull’ennesimo scontro tra Israele e i pacifisti, la frase “Israele ci è cascato” è sicuramente la più usata. Ci sono cascati, o definiti ”stupidi”, è il perfetto sinonimo per la vicenda non ancora conclusasi tra la Flottilla che voleva forzare l’embargo di Gaza, e Israele che ha amministrato la faccenda nel peggior modo possibile. Da tre giorni si sapeva che un convoglio di navi stava per forzare l’embargo su Gaza, gli israeliani – invece che prepararsi metodicamente nel fronteggiare la crisi senza fare brutte figure a livello internazionale, e soprattutto senza spargimenti di sangue inutile e, forse, innocente – hanno preferito usare la forza con la prima nave che cercava di forzare il blocco senza tener conto delle decine di alternative che potevano avere. Non si può dire che in Israele ci sono dei geni…

Dalle ultime notizie pare che altre navi vogliano compromettere l’esito dello scontro, cercando – anche loro stupidamente – di forzare ancora una volta il blocco israeliano. E’ quantomai assurdo pensare che possa avere ragione la Freedom Flottilla in quanto attaccata: se non si fossero convinti che la marina israeliana avrebbe fatto una mega-cazzata esattamente come è successo, nemmeno per idea si sognavano di forzare il blocco navale. E’ altrettanto impensabile che Israele abbia fatto bene a sparare per difendere i propri confini (in Italia lo dice solo Feltri, a quanto pare) contro una mucchio di persone più o meno disarmate facendo una carneficina a prescindere se i morti siano diciannove o dieci in base alle ultime versioni. E’ assurdo che nel duemiladieci ci siano in giro folli che credono ancora alla legge del taglione per farsi vedere quanto sono forti; è un delirio pensare alle decine di personalità europee che cascavano dalle nuvole appena gli si faceva notare che c’erano degli uomini di Al Qaeda assieme a loro nelle navi.

La verità è ancora in alto mare: Israele è attaccato diplomaticamente un po’ da tutti, ieri anche gli Stati Uniti hanno chiesto un’indagine trasparente, la Turchia – suo il numero dei morti maggiore con il Primo Ministro Erdogan che ha commentato come «Terrorismo di stato» l’attacco israeliano - ha chiuso i contatti diplomatici con lo Stato ebraico richiamando l’Ambasciatore in patria e molti altri stanno per seguirne l’esempio, mentre l’Onu – un po’ per codardia, un po’ perché l’unica strada percorribile – ha ufficialmente chiesto di far luce sull’episodio da una commissione interna. Ma se le cose non muteranno dagli stessi paesi rivali cambiando opinione l’uno verso l’altro, tra qualche mese ci dimenticheremo anche dei morti di lunedì e saremo pronti ad indignarci nuovamente quando tra qualche anno succederà esattamente la stessa cosa. Purtroppo è nel DNA dei due paesi mediorientali farsi del male ancor prima di ricercare la soluzione alternativa e pacifica. E lo sarà finché uno dei due non perirà definitivamente o rinsavisce.

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Critiche e polemiche per Israele

All’indomani dell’attacco israeliano alle imbarcazioni degli aiuti umanitari diretti a Gaza, da tutti i giornali è un inesauribile commento del come del quando e del perché sia successa una tragedia di tale proporzioni. Già ieri Ha’aretz, il più importante quotidiano della sinistra israeliana, si chiedeva cosa non avesse funzionato in un operazione tanto facile quanto importante, ma molto pericolosa perché avrebbe esposto Tel Aviv alle ripercussioni internazionali. Il quotidiano ebraico, nel bell’articolo di Bradley Burston, crede che la disfatta di ieri possa diventare un Vietnam per Israele:

“Qui in Israele, dobbiamo ancora imparare la lezione: non stiamo più difendendo Israele. Ora stiamo difendendo l’assedio (di Gaza, ndr). Lo stesso assedio di Israele sta diventando il nostro Vietnam”. Burston critica l’operato militare perché dalla prima guerra di Gaza non si è appreso nulla, anzi, l’embargo alla Striscia è un’arma formidabile per Iran, Hamas ed Hezbollah, mentre Israele invece continua con le spacconate e le gaffe. Finisce ribaltando la storia attuale: “Desiderosi che il mondo si concentri sull’Iran e sulla minaccia che esso rappresenta per il popolo d’Israele, Netanyahu deve capire che il mondo è ora focalizzato su Israele e la minaccia che esso rappresenta per il popolo di Gaza.

Un aiuto al governo Netanyahu arriva dal giornale della destra israeliana Jerusalem Post in un articolo dell’ex ambasciatore in Romania, Egitto e Svezia Zvi Mazel, che però critica l’incapacità del governo di fronteggiare l’immediato futuro:

“Fermare la flottiglia era un diritto di Israele dato dal diritto internazionale. Si può anche chiedere dov’erano tutte le organizzazioni e i loro militanti negli otto anni quando Hamas ha sommerso il sud con migliaia di razzi. Dove erano quando Schalit è stata presa? Dove erano quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza in un sanguinoso colpo di stato? Hanno protestato contro le ripetute stragi? Hanno protestato quando i leader della loro cosiddetta opposizione ci gettavano giù dai tetti degli edifici? Hanno protestato quando i loro dirigenti sparavano alle rotule dei nostri uomini? Adesso siamo di fronte ad una vera crisi diplomatica. La Turchia la userà per danneggiare Israele. Gli Stati Arabi e l’Iran aggiungeranno benzina sul fuoco. L’Unione Europea, come al solito, darà a noi la colpa – e solo a noi. In realtà la crisi è già iniziata senza attendere il quadro completo. Per noi non sarà facile per due motivi. Il nostro governo non ha una preparazione adeguata alla ricaduta non bloccando il blitz dei media i quali hanno presentato la Flottilla ancora prima di partire. E due: non possiamo aspettarci informazioni e assistenza da nessuno. Vengono in mente i versetti biblici 23.09: ‘Ecco, il popolo abiterà da solo e non potrà essere annoverato fra le nazioni’.”

Ha’aretz continua ancora oggi. L’editoriale di stamattina è ancora peggiore e non accetta smentite:

Quando un esercito ben armato e ben addestrato va in guerra contro una “Freedom Flottilla” di pescherecci carichi di civili, cibo e medicinali, il risultato è preannunciato – e non importa se si è raggiunto l’obiettivo e impedito alla flottiglia di raggiungere Gaza. [...] Hamas ha rivendicato la vittoria senza sparare un solo razzo, l’Egitto è sotto pressione e ha minacciato l’apertura del valico di Rafah, ed è ragionevole pensare che l’Europa e gli Stati Uniti faranno in modo che Israele non se la cavi con una semplice nota di biasimo. [...] Tuttavia sembra che nessuno abbia saputo resistere nel dimostrare la forza militare israeliana. Perché il punto cruciale non è chi avrebbe vinto, ma chi avrebbe preso più punti nell’opinione pubblica. In questo test il governo di Benjamin Netanyahu ha fallito. L’attuale politica israeliana si sta dimostrando un boomerang e ci farà perdere legittimità internazionale [...] La negligenza di chi prende le decisioni sta minacciando la sicurezza degli israeliani e dello Stato di Israele. Qualcuno dovrà pagare per questo vergognoso fallimento. Non c’è modo di convincere il popolo ebraico e gli alleati che Israele è rammaricato per questo episodio, ma impareremo dai nostri errori costituendo una commissione d’inchiesta che accerti le responsabilità per questa politica pericolosa.

Valli su Repubblica arriva alle stesse conclusioni confrontando le attività in Cisgiordania dell’OLP e sulla Striscia di Gaza:

“La società israeliana rispetta al suo interno le regole democratiche, applica di solito, sempre entro i suoi confini, metodi civili per affrontare le proteste disarmate, ma quando agisce fuori dalle sue legittime frontiere il governo israeliano e le sue forze armate non ne tengono sempre conto. L’ossessione della sicurezza, in parte giustificata dalla storia dello Stato ebraico e dalla situazione in cui si trova, conduce a eccessi e abusi che l’opinione internazionale, compresa quella favorevole, rifiuta o stenta ad accettare. L’arrembaggio a navi disarmate nelle acque internazionali, che si è concluso con morti e feriti, è uno di questi eccessi. Lo è al di là dei dettagli che le invocate e più o meno attendibili inchieste accerteranno. [...] Entrambi (il ministro della difesa Barake il primo ministro Netanyahu, ndr) hanno offerto un’occasione insperata al principale nemico di Israele, in campo palestinese. Hamas in queste ore trionfa. Le piazze arabe si riempiono per manifestare in suo favore e contro Israele. Non solo. Nella Cisgiordania occupata, dove da tempo l’Olp collabora con gli israeliani nel dare la caccia alla gente di Hamas, sono stati decretati tre giorni di lutto e si manifesta in favore di Gaza.”

Lo scrittore ebraico David Grossman critica l’operazione militare dando però la colpa agli estremisti islamici di aver teso una trappola a Israele, ma accusa la politica di essere guasta, corrotta e fossilizzata:

“Nessuna spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele e nessun pretesto può  motivare l’idiozia del suo governo e del suo esercito. Israele non ha inviato i suoi soldati a uccidere civili a sangue freddo, in pratica era l’ultima cosa che voleva che accadesse, eppure una piccola organizzazione turca, dall’ideologia fanatica e religiosa, ostile a Israele, ha arruolato alcune centinaia di pacifisti ed è riuscita a fare cadere lo Stato ebraico in una trappola proprio perché sapeva come avrebbe reagito e fino a che punto era condannato, come una marionetta, a fare ciò che ha fatto. [...] L’azione compiuta da Israele ieri sera non è che la continuazione del prolungato e ignobile blocco alla striscia di Gaza, il quale, a sua volta, non è che il prosieguo naturale dell’approccio aggressivo e arrogante del governo israeliano, pronto a rendere impossibile la vita di un milione e mezzo di innocenti nella striscia di Gaza pur di ottenere la liberazione di un unico soldato tenuto prigioniero, per quanto caro e amato. Il blocco è anche la continuazione naturale di una linea politica fossilizzata e goffa che a ogni bivio decisionale e ogni qualvolta servono cervello, sensibilità e creatività, ricorre a una forza enorme, esagerata, come se questa fosse l’unica scelta possibile. E in qualche modo tutte queste stoltezze – compresa l’operazione assurda e letale di ieri notte – sembrano far parte di un processo di corruzione che si fa sempre più diffuso in Israele. Si ha la sensazione che le strutture governative siano unte, guaste. Che forse, a causa dell’ansia provocata dalle loro azioni, dai loro errori negli ultimi decenni, dalla disperazione di sciogliere un nodo sempre più intricato, queste strutture divengano sempre più fossilizzate, sempre più refrattarie alle sfide di una realtà complessa e delicata, che perdano la freschezza, l’originalità e la creatività che un tempo le caratterizzavano, che caratterizzavano tutto Israele. Il blocco della striscia di Gaza è fallito. È fallito già da quattro anni.”

Anche Gad Lerner crede che la politica israeliana sia responsabile davanti al mondo:

“Può anche darsi che stringendo gli occhi a fessura sul riverbero del mare la maggioranza degli israeliani sia trascinata dall’esasperazione a sussurrare tra sé l’indicibile – “ben gli sta, se la sono cercata” – ma ciò non ribalta il bruciore della sconfitta morale. Il paese è sotto choc, soggiogato dal senso di colpa. Vorrebbe giornalisti in grado di spiegare la strage come legittima autodifesa. S’immedesima nei militari feriti, e così la tv giustifica i primi marinai saliti a bordo della “Mavi Marmara”: hanno vissuto attimi di terrore, una situazione analoga a quella dei due soldati linciati dieci anni fa nel municipio di Ramallah. [...] Né giova alla credibilità internazionale d’Israele che il primo incaricato di rilasciare dichiarazioni ufficiali sia stato il viceministro degli Esteri, Danny Ayalon, esponente del partito di estrema destra “Israel Beitenu”: fu proprio Ayalon l’11 gennaio scorso a offendere di fronte alle telecamere l’ambasciatore turco Oguz Celikkol, fatto sedere apposta su una poltrona più bassa della sua e preso a male parole. Rischiando di interrompere già allora le relazioni diplomatiche fra i due più importanti partner degli Usa in Medio Oriente. Oggi il trauma del distacco fra Israele e la Turchia è irrimediabilmente consumato. Non a caso il governo di Ankara aveva appoggiato la Freedom Flotilla dei pacifisti, salpata dalle sue coste con l’intenzione di un’esplicita azione di disturbo ai danni di Netanyahu. Israele è caduto in pieno nella provocazione.”

Luca Sofri, nel suo editoriale sul Post, fa la sintesi di cosa è oggi Israele e di come sarà il futuro. Con una nota positiva, l’ultima:

“Israele è oggi un paese incattivito, cupo nella certezza di essere accerchiato e smanioso di prevenire gli smacchi attaccando per primo. Nessuno, va detto, vivrebbe agevolmente sotto il tiro delle armi iraniane; così come nessuno poteva ragionevolmente giustificare o ammettere il tiro a segno dei missili di Hamas su Ascalona – la patria di tanti filosofi e dello scalogno che si usa in cucina. Ma a cosa giova aver trasformato Gaza, la città il cui nome significa “tesoro”, nell’antonomasia di un crimine contro l’umanità? A cosa giova aver dato un calcio ai residui legami con la Turchia, già storico alleato di Israele e pedina essenziale negli equilibri della regione? A cosa giova aver aggiunto un altro anello alla catena di recriminazioni incrociate che strangolano sempre più l’intero Medio Oriente? [...] È buio ormai e la città allenta i suoi ritmi vorticosi. Per domani si attendono dimostrazioni, di certo nei Territori, forse anche nella capitale. Se i soldati avessero ucciso un noto capo politico arabo-israeliano, anch’egli a bordo della “Marmara”, saremmo forse alle soglie della terza Intifada; ma per fortuna pare non sia avvenuto, in questa vicenda che ha ancora tanti punti da chiarire.
In lontananza, dal quartiere arabo, un crepitìo di spari. Guardo fuori. Sono fuochi d’artificio, qualcuno – forse – si è appena sposato, per costruirsi in tanta pièta un lembo di futuro.”

Il Giornale, con un editoriale di Vittorio Feltri, è invece dalla parte di Israele. Il direttore, con un pezzo intitolato “Israele ha fatto bene a sparare“, afferma che le forze militari avevano tutto il diritto di sparare perché le imbarcazioni in realtà trasportavano terroristi pagati da Hamas. Feltri indica la strada da seguire: facciamoci i “casi” nostri così non ci saranno guerre e pacifisti.

Quello che stiamo per dire non piacerà a tutti. Meglio dirlo prima perché conosciamo molti polli italiani e i loro sentimenti antisraeliani. [...] Il minimo che potevano aspettarsi quella della Freedom Flottilla era una raffica di mitra, viceversa sono andati avanti con una tranquillità ai limiti dell’incoscienza: ovvio non abbiano trovato un sorridente comitato d’accoglienza. Israele è circondato da paesi più o meno islamici che non gli riconoscono il diritto d’esistere e meditano (vedi l’Iran) di trasformarlo in un cumulo di detriti mediante bomba atomica. [...] Per concludere il discorso con una semplificazione polemica, desideriamo ricordare ai signori pacifisti che, se agiscono da supporto ai terroristi, tanto pacifisti non sono, semmai complici dei seminatori di morte. E che la regola madre è quella di occuparsi dei casi propri; così non ci sarebbero più le guerre e nemmeno i pacifisti.”

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Vittorio Feltri

Qui l’ennesima demenza senile di Feltri sul suo giornale

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Attacco al convoglio umanitario

Le informazioni sull’attacco israeliano alla nave turca Mavi Marmara, che faceva parte della Freedom Flottilla partita da Cipro per portare aiuti umanitari alla Striscia di Gaza, sono in continuo aggiornamento qui.

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Tecnologia e ambiente: due facce per la stessa medaglia

Quando parliamo di tecnologia la prima cosa che ci viene in mente sono i chip, i microprocessori, l’hardware o il software. A nessuno viene quasi mai in mente di pensare all’ecologia, all’ecosistema o al risparmio energetico. Tutti pensiamo, a primo acchito, alle trasformazioni che la tecnologia ci permette di creare – o quantomeno usare – nel nostro vivere quotidiano. La tecnologia è ormai diventata parte integrante della nostra vita: le comunicazioni tra colleghi amici e parenti avvengono prevalentemente tramite e-mail o messaggeria istantanea, sms o videotelefono. Se dobbiamo scrivere un appunto usiamo l’agenda del telefonino, se dobbiamo creare una presentazione per lavoro usiamo l’insostituibile Powerpoint (e le altre versioni più o meno conosciute), se dobbiamo pubblicare un post sul nostro blog, chiaramente, usiamo il pc o lo smartphone. Tutto questo è naturalmente “Tecnologia”. Ma non lo è solo in questi casi. Quando la tecnologia sposa l’ambiente, parla anche italiano.

David Fisher è un architetto israeliano che vive e lavora in Italia dal 1968. Trasferitosi da Tel Aviv a Firenze per finire gli studi e sposare un’italiana, Fisher oggi è il massimo interprete del design dinamico. Lui stesso racconta come un giorno si trovava a Miami e si era reso conto che gli appartamenti nei grattacieli avevano un costo diverso in base al panorama che offrivano. Un altro giorno invece, a casa di amici a Manhattan, gli si fa notare che quello era l’unico appartamento da essere esposto sia sull’East River che sull’Hudson. «Bisogna realizzare un edificio che dia a tutti la possibilità di avere panorami a 360 gradi». E fu così che nacque il primo approccio alle “Rotating Tower“: grattacieli modulari dove ogni piano è composto da moduli assemblati ad un pilone centrale completamente autonomi l’uno dall’altro. E che ruotano a 360 gradi indipendenti l’uno dall’altro.
La struttura principale è, come detto, il pilone centrale. A questo si inseriranno i vari moduli girevoli che ospiteranno gli appartamenti e le villette per un totale di 80 piani, quindi 80 moduli, su un altezza di 420 metri. Ma il vero punto forte del progetto non è solo la dinamicità degli ambienti, ma la base costruttiva e del funzionamento. La separazione dei piani avverrà con dei cavi in fibra di carbonio che soddisferà le esigenze energetiche dell’intero stabile. All’interno del pilone centrale verranno inserite 80 turbine eoliche che produrranno 1200 MWh di energia l’anno, pensate per azionarsi con una velocità minima di 10Km/h, verranno rivestite con materiale fono assorbente e isolanti insonorizzanti per ridurre al minimo – quasi zero – la rumorosità delle pale eoliche. L’intera struttura avrà pertanto 80 tetti, e in ognuno saranno installate delle cellule fotovoltaiche per garantire energia pulita al grattacielo. La climatizzazione verrà alimentata dal “Solar Cooling“: ovvero dei convettori solari che riscaldano l’acqua – tramite dei pannelli termodinamici anziché ad energia elettrica – ricorrendo al raffreddamento solare (solar cooling) e permetteranno di climatizzare gli ambienti ottenendo gli stessi benefici della climatizzazione classica, ma con un impatto energetico molto più basso. Inoltre, tutti gli impianti elettrici dell’edificio saranno predisposti per ridurre al minimo il consumo elettrico: gli ambienti comuni (ad esempio i corridoi dello stesso piano) avranno un collegamento sensoriale con la luce esterna, in modo tale che si accenderanno in base alla luce che arriverà dalle finestre; e ancora, in ogni appartamento sarà possibile regolare elettronicamente la chiusura delle tapparelle facendo in modo che l’irradiazione del sole non arrivi direttamente all’interno nelle ore di massima esposizione. In questo caso si ridurranno anche i consumi derivati dall’aria condizionata.
La tecnologia è veramente il punto forte delle Rotating Tower: l’accesso agli appartamenti avverrà solamente tramite il riconoscimento dell’iride, la rotazione di ogni singolo modulo potrà essere effettuata solo con il comando vocale. Non esiste un garage: ogni auto verrà portata direttamente al piano tramite dei montacarichi azionati anch’essi dal riconoscimento dell’iride. Il sistema antincendio userà la stessa acqua potabile che serve gli appartamenti, e, quest’ultima, verrà filtrata con dei sistemi tecnologici all’avanguardia, e questo permetterà di abbattere i costi di manutenzione perché, non avendo due sezioni separate, il controllo e il ricircolo sarà continuo.
Ma tutto questo non è fantascienza. Alla fine del 2010, a Dubai, verrà inaugurato il primo grattacielo rotante della storia, e presto ce ne saranno altri a Mosca, New York, Pechino, Parigi, Monaco, Francoforte, Amburgo, Boston e Miami. Può darsi che ne verrà costruito uno a Milano per l’Expo del 2015, ma finora ci sono stati solo dei fugaci contatti con l’amministrazione meneghina. La cosa che ci rende orgogliosi, noi italiani, è che solamente il pilone centrale verrà costruito in loco, i moduli verranno costruiti ad Altamura, in Puglia, già completi di allacciamenti elettrici e idraulici, dotati di bagni, cucine, illuminazione e complementi d’arredo, per poi essere agganciati al pilone centrale direttamente sul posto. Risparmio sui tempi di circa il 30% e sui costi del 10%, inoltre la manodopera tecnica in cantiere è attorno al 22% del normale. Ultimo appunto per i costi: ogni piattaforma abitativa avrà una metratura che parte dai 124 mq fino a 1200 mq, con costi medi di 20mila euro a metro quadro. Ciò significa dai due ai venti milioni di euro ad appartamento/villetta. Per molti ma non per tutti.  La tecnologia al servizio dell’architettura e dell’ecologia.

Quante volte ci è successo che si scarica il telefonino mentre lo usiamo: siamo costretti a prendere il caricabatterie, cercare una presa dove collegarlo e ricaricare il cellulare, spesso mentre siamo anche al telefono. E’ comodo avere sempre un caricabatterie a disposizione… peccato che esistano solo per i cellulari. O no?

Ricordatevi questi nomi per il prossimo futuro: Shai Agassi e Better Place. Agassi è un trentenne israeliano fondatore, durante gli anni boom delle dot.com, di una delle più importanti società di software israeliane. Venduta alla SAP l’azienda di famiglia (la SAP è la prima azienda di software aziendale al mondo), ne diventa responsabile dei prodotti. Alla prima riunione nella nuova società, Agassi fa un discorso assai strano: disse che l’azienda avrebbe dovuto cedere gratuitamente i suoi hardware e i suoi software, e avrebbe dovuto fare del proprio database un opensource. Facendosi pagare solo l’assistenza sarebbe riuscita a scalzare Oracle da leader del mercato. Tutti gli astanti si misero a ridere tranne uno: “E’ l’unico con idee sensate, qua dentro“. A parlare era stato Hasso Plattner, uno dei fondatori di SAP. Ma Shai aveva un’altra idea per la testa: l’emancipazione dal petrolio e dalla benzina per le auto.
Licenziatosi da SAP, nel 2005 Agassi fonda Project Better Place: un progetto dove non si vede più la forma antiquata dell’auto elettrica, ma della batteria per l’auto elettrica a noleggio. Il massimo problema nel costruire auto elettriche non è sul come farle, ma bensì sulla durata delle batterie. Agassi scuote il mondo dei fabbricanti facendo il discorso inverso: quando si vende un auto, la si vende senza benzina. Allora perché vendere una macchina elettrica con la batteria che non è altro che la benzina per le auto normali? Da questa idea innovativa, Agassi riesce a racimolare sovvenzioni su sovvenzioni per mettere in pratica la prima parte del suo progetto: il beta tester che diventa il Paese beta. Se per un nuovo software ci vogliono dei beta tester che usino e diano feedback all’azienda produttrice, per il progetto Better Place non bastano poche persone, ma serve un vero e proprio Stato: Israele è il primo passo. In una riunione a Tel Aviv con Shimon Perez presente, Shai Agassi spiega alla platea il suo sogno: mettere al posto delle pompe di benzina, delle pompe per ricaricare le batterie delle auto con il Better Place al suo interno. La gente invece di comprare auto a benzina, compra quelle elettriche con le batterie BP e, come fossero dei distributori di benzina normali, trova ad ogni angolo delle stazioni di servizio per ricaricare le batterie. Il costo di ogni pieno è circa la metà della benzina, e invece di comprare l’auto come avviene adesso, i produttori – o i concessionari – la danno con grossissimi sconti o addirittura gratuita sotto forma di noleggio o abbonamento con le ricariche. Si risparmierebbe circa il 20% di CO2 fino al 2020 aumentato di un ulteriore 40% nei successivi cinque anni se le auto elettriche prendono il sopravvento anche in quei Stati dove la benzina è ancora considerata un bene primario (Stati Uniti e Medioriente su tutti).
Oggi il progetto è ben avviato, tanto che tra i maggiori sovvenzionatori c’è anche Renault che ha già creato una versione apposita della Megane per Better Place che ha chiamato Fluence. E tra i primi Paesi a credere nel progetto vi sono la Danimarca, Israele, le isole Hawaii, l’Australia e la California, mentre ci sono stati contatti con Spagna, Francia (Sarkozy ha già stanziato 400mln di euro) e Portogallo. Quello che è tecnologico nelle auto Better Place è il software all’interno del computer di bordo di tutte le auto: Gps, WiFi, telefonia cellulare, monitora il livello energetico, funge da servizio assistenza e da assistente personale. Oggi questa macchina elettrica esiste e si chiama AutOS. E il Project iniziale è stato eliminato per far posto a Better Place. La tecnologia pulita ci porta anche a spasso. Ma stavolta non dice una parola in italiano.

[Stralcio da Citynews]

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Antisemitismo diffuso

L’antisemitismo dilaga in tutto il mondo, anche in quelle zone storicamente favorevoli a Israele. Parlo del Sudamerica, quegli Stati dove nel corso del secolo scorso si sono rifugiati tanti ebrei scappati dal loro paese d’origine per paura del nazismo. A Caracas, in Venezuela, nella notte tra venerdì e sabato, 15 vandali (vogliamo chiamarli così?) armati e a volto scoperto, hanno assalito la sinagoga di Tiferet, la più antica della città, hanno bloccato le guardie ammanettandole, hanno sfondato il portone e si sono diretti verso la sala della preghiera e hanno dissacrato il suo interno: i rotoli della Torà (il Pentateuco) sono stati gettati in terra, gli arredi e i libri sacri strappati, i tallit (scialli di preghiera) usati per pulirsi le scarpe, urinandoci sopra, rubando gli indirizzi dagli archivi e lasciando un po’ ovunque scritte contro gli ebrei e disegnando le effigi del diavolo. Insomma uno scempio. La devastazione è durata dalle 22 alle 3 del mattino, senza che nessuno facesse nulla per fermarli. Nemmeno la polizia.

Sono già 5 anni che gli ebrei venezuelani stanno iniziando a scappare dal paese, da quando «Chávez mandò per la prima volta la polizia a bussare alle case degli ebrei per «censire le presenze», sapere in quanti abitavano in quali case. Per i più giovani è stato un campanello d’allarme al quale ne sono seguiti altri: gli insulti lanciati da Chávez nella notte del Natale 2006 nei confronti di «alcune minoranze discendenti da coloro che hanno crocefisso Gesù», la diffusione del libello antisemita zarista «Protocolli dei savi anziani di Sion», le scritte «Judios perros» (ebrei cani) sulle mura di centri ebraici, gli insulti via radio contro personaggi noti accusati di non essere abbastanza chavisti, le minacce di morte ai rabbini.” scrive La Stampa.
Centinaia di persone, ebrei e non, ieri mattina si sono assiepati di fronte alla «Tiferet» in una veglia di solidarietà alla quale il ministro degli Esteri, Nicolas Maduro, ha risposto promettendo di «punire i responsabili», nell’ambito di un discorso molto duro nei confronti di Israele «colpevole di crimini a Gaza», continua il giornale di Torino.
«I venezuelani non sono razzisti né antisemiti, simili atti non avrebbero potuto avvenire senza l’avallo delle autorità più alte», affermano dall’Anti-Defamation League (Adl).

Sembra che in tutto il mondo si stia revocando un’altra Notte dei cristalli hitleriana.

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Scusate la curiosità

Ma Olmert non si era dimesso?

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Notizie dalle zone di guerra

Per chi fosse interessato alla guerra ebreo-palestinese, ma non si vorrebbe mettere sempre a cercare le pagine dei giornali che trattano le ultime notizie, internet come al solito è il posto ideale per tenersi aggiornato. NetworkingSul web si trovano alcuni strumenti atti a sostenere la vostra fame di sapere sulle notizie in zona di guerra. L’ultimo in ordine di tempo è CrisisWire, sito creato nel novembre dello scorso anno, dove si possono leggere le ultime notizie dai siti e dai blog che scrivono in zona di guerra, vedere i video trasmessi in streaming dai cineoperatori in loco e guardare le immagini tratte da Flickr riguardanti la guerra israele-palestinese e di tutte le zone di guerra nel mondo.

Se invece vorreste farvi da voi una ricerca globale, allora ci sono anche due strumenti per la ricerca sociale. A differenza di Google e il suo algoritmo di ricerca, WhosTalkin e Social Mention, questi i nomi dei due social search, cercano le query richieste solamente in alcuni siti già preimpostati, tutti rigorosamente di social networking e di micro-blogging.

Da non dimenticare naturalmente i metodi classici come GoogleMaps, Flickr, la blogosfera (nelle sue tante facce)  e, ultimi ma non ultimi, YouTube e Google Video. Tuttavia, il maggior esperto di notizie in tempo reale rimane come sempre Twitter e la sua Twitter-search.


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