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Tecnologia e ambiente: due facce per la stessa medaglia
Scritto da Jack in Curiosità, Tecnologia il 8 marzo 2009
Quando parliamo di tecnologia la prima cosa che ci viene in mente sono i chip, i microprocessori, l’hardware o il software. A nessuno viene quasi mai in mente di pensare all’ecologia, all’ecosistema o al risparmio energetico. Tutti pensiamo, a primo acchito, alle trasformazioni che la tecnologia ci permette di creare – o quantomeno usare – nel nostro vivere quotidiano. La tecnologia è ormai diventata parte integrante della nostra vita: le comunicazioni tra colleghi amici e parenti avvengono prevalentemente tramite e-mail o messaggeria istantanea, sms o videotelefono. Se dobbiamo scrivere un appunto usiamo l’agenda del telefonino, se dobbiamo creare una presentazione per lavoro usiamo l’insostituibile Powerpoint (e le altre versioni più o meno conosciute), se dobbiamo pubblicare un post sul nostro blog, chiaramente, usiamo il pc o lo smartphone. Tutto questo è naturalmente “Tecnologia”. Ma non lo è solo in questi casi. Quando la tecnologia sposa l’ambiente, parla anche italiano.
David Fisher è un architetto israeliano che vive e lavora in Italia dal 1968. Trasferitosi da Tel Aviv a Firenze per finire gli studi e sposare un’italiana, Fisher oggi è il massimo interprete del design dinamico. Lui stesso racconta come un giorno si trovava a Miami e si era reso conto che gli appartamenti nei grattacieli avevano un costo diverso in base al panorama che offrivano. Un altro giorno invece, a casa di amici a Manhattan, gli si fa notare che quello era l’unico appartamento da essere esposto sia sull’East River che sull’Hudson. «Bisogna realizzare un edificio che dia a tutti la possibilità di avere panorami a 360 gradi». E fu così che nacque il primo approccio alle “Rotating Tower“: grattacieli modulari dove ogni piano è composto da moduli assemblati ad un pilone centrale completamente autonomi l’uno dall’altro. E che ruotano a 360 gradi indipendenti l’uno dall’altro.
La struttura principale è, come detto, il pilone centrale. A questo si inseriranno i vari moduli girevoli che ospiteranno gli appartamenti e le villette per un totale di 80 piani, quindi 80 moduli, su un altezza di 420 metri. Ma il vero punto forte del progetto non è solo la dinamicità degli ambienti, ma la base costruttiva e del funzionamento. La separazione dei piani avverrà con dei cavi in fibra di carbonio che soddisferà le esigenze energetiche dell’intero stabile. All’interno del pilone centrale verranno inserite 80 turbine eoliche che produrranno 1200 MWh di energia l’anno, pensate per azionarsi con una velocità minima di 10Km/h, verranno rivestite con materiale fono assorbente e isolanti insonorizzanti per ridurre al minimo – quasi zero – la rumorosità delle pale eoliche. L’intera struttura avrà pertanto 80 tetti, e in ognuno saranno installate delle cellule fotovoltaiche per garantire energia pulita al grattacielo. La climatizzazione verrà alimentata dal “Solar Cooling“: ovvero dei convettori solari che riscaldano l’acqua – tramite dei pannelli termodinamici anziché ad energia elettrica – ricorrendo al raffreddamento solare (solar cooling) e permetteranno di climatizzare gli ambienti ottenendo gli stessi benefici della climatizzazione classica, ma con un impatto energetico molto più basso. Inoltre, tutti gli impianti elettrici dell’edificio saranno predisposti per ridurre al minimo il consumo elettrico: gli ambienti comuni (ad esempio i corridoi dello stesso piano) avranno un collegamento sensoriale con la luce esterna, in modo tale che si accenderanno in base alla luce che arriverà dalle finestre; e ancora, in ogni appartamento sarà possibile regolare elettronicamente la chiusura delle tapparelle facendo in modo che l’irradiazione del sole non arrivi direttamente all’interno nelle ore di massima esposizione. In questo caso si ridurranno anche i consumi derivati dall’aria condizionata.
La tecnologia è veramente il punto forte delle Rotating Tower: l’accesso agli appartamenti avverrà solamente tramite il riconoscimento dell’iride, la rotazione di ogni singolo modulo potrà essere effettuata solo con il comando vocale. Non esiste un garage: ogni auto verrà portata direttamente al piano tramite dei montacarichi azionati anch’essi dal riconoscimento dell’iride. Il sistema antincendio userà la stessa acqua potabile che serve gli appartamenti, e, quest’ultima, verrà filtrata con dei sistemi tecnologici all’avanguardia, e questo permetterà di abbattere i costi di manutenzione perché, non avendo due sezioni separate, il controllo e il ricircolo sarà continuo.
Ma tutto questo non è fantascienza. Alla fine del 2010, a Dubai, verrà inaugurato il primo grattacielo rotante della storia, e presto ce ne saranno altri a Mosca, New York, Pechino, Parigi, Monaco, Francoforte, Amburgo, Boston e Miami. Può darsi che ne verrà costruito uno a Milano per l’Expo del 2015, ma finora ci sono stati solo dei fugaci contatti con l’amministrazione meneghina. La cosa che ci rende orgogliosi, noi italiani, è che solamente il pilone centrale verrà costruito in loco, i moduli verranno costruiti ad Altamura, in Puglia, già completi di allacciamenti elettrici e idraulici, dotati di bagni, cucine, illuminazione e complementi d’arredo, per poi essere agganciati al pilone centrale direttamente sul posto. Risparmio sui tempi di circa il 30% e sui costi del 10%, inoltre la manodopera tecnica in cantiere è attorno al 22% del normale. Ultimo appunto per i costi: ogni piattaforma abitativa avrà una metratura che parte dai 124 mq fino a 1200 mq, con costi medi di 20mila euro a metro quadro. Ciò significa dai due ai venti milioni di euro ad appartamento/villetta. Per molti ma non per tutti. La tecnologia al servizio dell’architettura e dell’ecologia.
Quante volte ci è successo che si scarica il telefonino mentre lo usiamo: siamo costretti a prendere il caricabatterie, cercare una presa dove collegarlo e ricaricare il cellulare, spesso mentre siamo anche al telefono. E’ comodo avere sempre un caricabatterie a disposizione… peccato che esistano solo per i cellulari. O no?
Ricordatevi questi nomi per il prossimo futuro: Shai Agassi e Better Place. Agassi è un trentenne israeliano fondatore, durante gli anni boom delle dot.com, di una delle più importanti società di software israeliane. Venduta alla SAP l’azienda di famiglia (la SAP è la prima azienda di software aziendale al mondo), ne diventa responsabile dei prodotti. Alla prima riunione nella nuova società, Agassi fa un discorso assai strano: disse che l’azienda avrebbe dovuto cedere gratuitamente i suoi hardware e i suoi software, e avrebbe dovuto fare del proprio database un opensource. Facendosi pagare solo l’assistenza sarebbe riuscita a scalzare Oracle da leader del mercato. Tutti gli astanti si misero a ridere tranne uno: “E’ l’unico con idee sensate, qua dentro“. A parlare era stato Hasso Plattner, uno dei fondatori di SAP. Ma Shai aveva un’altra idea per la testa: l’emancipazione dal petrolio e dalla benzina per le auto.
Licenziatosi da SAP, nel 2005 Agassi fonda Project Better Place: un progetto dove non si vede più la forma antiquata dell’auto elettrica, ma della batteria per l’auto elettrica a noleggio. Il massimo problema nel costruire auto elettriche non è sul come farle, ma bensì sulla durata delle batterie. Agassi scuote il mondo dei fabbricanti facendo il discorso inverso: quando si vende un auto, la si vende senza benzina. Allora perché vendere una macchina elettrica con la batteria che non è altro che la benzina per le auto normali? Da questa idea innovativa, Agassi riesce a racimolare sovvenzioni su sovvenzioni per mettere in pratica la prima parte del suo progetto: il beta tester che diventa il Paese beta. Se per un nuovo software ci vogliono dei beta tester che usino e diano feedback all’azienda produttrice, per il progetto Better Place non bastano poche persone, ma serve un vero e proprio Stato: Israele è il primo passo. In una riunione a Tel Aviv con Shimon Perez presente, Shai Agassi spiega alla platea il suo sogno: mettere al posto delle pompe di benzina, delle pompe per ricaricare le batterie delle auto con il Better Place al suo interno. La gente invece di comprare auto a benzina, compra quelle elettriche con le batterie BP e, come fossero dei distributori di benzina normali, trova ad ogni angolo delle stazioni di servizio per ricaricare le batterie. Il costo di ogni pieno è circa la metà della benzina, e invece di comprare l’auto come avviene adesso, i produttori – o i concessionari – la danno con grossissimi sconti o addirittura gratuita sotto forma di noleggio o abbonamento con le ricariche. Si risparmierebbe circa il 20% di CO2 fino al 2020 aumentato di un ulteriore 40% nei successivi cinque anni se le auto elettriche prendono il sopravvento anche in quei Stati dove la benzina è ancora considerata un bene primario (Stati Uniti e Medioriente su tutti).
Oggi il progetto è ben avviato, tanto che tra i maggiori sovvenzionatori c’è anche Renault che ha già creato una versione apposita della Megane per Better Place che ha chiamato Fluence. E tra i primi Paesi a credere nel progetto vi sono la Danimarca, Israele, le isole Hawaii, l’Australia e la California, mentre ci sono stati contatti con Spagna, Francia (Sarkozy ha già stanziato 400mln di euro) e Portogallo. Quello che è tecnologico nelle auto Better Place è il software all’interno del computer di bordo di tutte le auto: Gps, WiFi, telefonia cellulare, monitora il livello energetico, funge da servizio assistenza e da assistente personale. Oggi questa macchina elettrica esiste e si chiama AutOS. E il Project iniziale è stato eliminato per far posto a Better Place. La tecnologia pulita ci porta anche a spasso. Ma stavolta non dice una parola in italiano.
[Stralcio da Citynews]
Antisemitismo diffuso
L’antisemitismo dilaga in tutto il mondo, anche in quelle zone storicamente favorevoli a Israele. Parlo del Sudamerica, quegli Stati dove nel corso del secolo scorso si sono rifugiati tanti ebrei scappati dal loro paese d’origine per paura del nazismo. A Caracas, in Venezuela, nella notte tra venerdì e sabato, 15 vandali (vogliamo chiamarli così?) armati e a volto scoperto, hanno assalito la sinagoga di Tiferet, la più antica della città, hanno bloccato le guardie ammanettandole, hanno sfondato il portone e si sono diretti verso la sala della preghiera e hanno dissacrato il suo interno: i rotoli della Torà (il Pentateuco) sono stati gettati in terra, gli arredi e i libri sacri strappati, i tallit (scialli di preghiera) usati per pulirsi le scarpe, urinandoci sopra, rubando gli indirizzi dagli archivi e lasciando un po’ ovunque scritte contro gli ebrei e disegnando le effigi del diavolo. Insomma uno scempio. La devastazione è durata dalle 22 alle 3 del mattino, senza che nessuno facesse nulla per fermarli. Nemmeno la polizia.
Sono già 5 anni che gli ebrei venezuelani stanno iniziando a scappare dal paese, da quando «Chávez mandò per la prima volta la polizia a bussare alle case degli ebrei per «censire le presenze», sapere in quanti abitavano in quali case. Per i più giovani è stato un campanello d’allarme al quale ne sono seguiti altri: gli insulti lanciati da Chávez nella notte del Natale 2006 nei confronti di «alcune minoranze discendenti da coloro che hanno crocefisso Gesù», la diffusione del libello antisemita zarista «Protocolli dei savi anziani di Sion», le scritte «Judios perros» (ebrei cani) sulle mura di centri ebraici, gli insulti via radio contro personaggi noti accusati di non essere abbastanza chavisti, le minacce di morte ai rabbini.” scrive La Stampa.
“Centinaia di persone, ebrei e non, ieri mattina si sono assiepati di fronte alla «Tiferet» in una veglia di solidarietà alla quale il ministro degli Esteri, Nicolas Maduro, ha risposto promettendo di «punire i responsabili», nell’ambito di un discorso molto duro nei confronti di Israele «colpevole di crimini a Gaza», continua il giornale di Torino.
«I venezuelani non sono razzisti né antisemiti, simili atti non avrebbero potuto avvenire senza l’avallo delle autorità più alte», affermano dall’Anti-Defamation League (Adl).
Sembra che in tutto il mondo si stia revocando un’altra Notte dei cristalli hitleriana.
Scusate la curiosità
Ma Olmert non si era dimesso?
Notizie dalle zone di guerra
Scritto da Jack in Tecnologia il 6 gennaio 2009
Per chi fosse interessato alla guerra ebreo-palestinese, ma non si vorrebbe mettere sempre a cercare le pagine dei giornali che trattano le ultime notizie, internet come al solito è il posto ideale per tenersi aggiornato.
Sul web si trovano alcuni strumenti atti a sostenere la vostra fame di sapere sulle notizie in zona di guerra. L’ultimo in ordine di tempo è CrisisWire, sito creato nel novembre dello scorso anno, dove si possono leggere le ultime notizie dai siti e dai blog che scrivono in zona di guerra, vedere i video trasmessi in streaming dai cineoperatori in loco e guardare le immagini tratte da Flickr riguardanti la guerra israele-palestinese e di tutte le zone di guerra nel mondo.
Se invece vorreste farvi da voi una ricerca globale, allora ci sono anche due strumenti per la ricerca sociale. A differenza di Google e il suo algoritmo di ricerca, WhosTalkin e Social Mention, questi i nomi dei due social search, cercano le query richieste solamente in alcuni siti già preimpostati, tutti rigorosamente di social networking e di micro-blogging.
Da non dimenticare naturalmente i metodi classici come GoogleMaps, Flickr, la blogosfera (nelle sue tante facce) e, ultimi ma non ultimi, YouTube e Google Video. Tuttavia, il maggior esperto di notizie in tempo reale rimane come sempre Twitter e la sua Twitter-search.
In nome di quale popolo
Da questo punto di vista, le parti in causa sarebbero due fazioni belligeranti di ugual potenza e, dopo sei mesi di tregua, una delle due parti in conflitto (ossia i palestinesi) avrebbe infranto la tregua mediante il lancio di alcuni missili. La parte aggredita (Israele) non avrebbe pertanto avuto altra scelta che difendersi, o almeno questo è ciò che viene venduto al mondo dal potere israeliano, amplificato dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione occidentali, sostenuti dall’amministrazione Bush e da molti governi europei. Solo i più coraggiosi osano a malapena rilevare, pur con riserva, la sproporzionalità della “reazione israeliana”. Che coraggio!
Questa è la parte iniziale di un accalorato articolo di Tariq Ramadan sul Riformista. Ramadan, intellettuale franco-svizzero-islamico, catalogato da più parti come l’ideatore di un presunto Islam europeo, scrive un ottimo articolo a senso unico. Per carità, quasi tutto quello che ha scritto è la pura verità, ma dichiararsi come interlocutore preferenziale tra l’Islam e l’Occidente, o ancora meglio, tra l’Islam e Israele, e poi fare un discorso di questo genere, beh, francamente questa “obiettività” di cui il professore di Oxford tende a primeggiare, io non la vedo.
I governi israeliani, di destra e sinistra, prendono tempo, mentono, giustiziano sommariamente gli oppositori, non danno pressoché alcun peso alle morti di civili palestinesi (nient’altro che danni collaterali alla sicurezza di Israele) e continuano ad autorizzare gli insediamenti di coloni, spingendo sempre più in là la politica del “fatto compiuto”.
Ciò significa che le morti di Rabin e Arafat sono state inutili, tempo sprecato anche i loro Nobel per la pace. Nobel disillusi da Hamas che militarmente ha occupato Gaza espellendo, incarcerando e spesso uccidendo chi in disaccordo con la “Via del terrore”. Israele il “fatto compiuto” l’ha fatto per se stessa: ha letteralmente scacciato i coloni ebrei dalle loro case propriamente per adempiere agli accordi presi con Arafat lasciando all’ANP il pieno controllo della Striscia di Gaza. Tanto fatto compiuto è stato, che Sharon ha perso le elezioni. E sì perché in Israele vige la democrazia, dove chi è contrario alla politica dei propri governanti può anche non votarlo alle successive elezioni. E così è stato. Hamas, o i “palestinesi” come li chiama Ramadan – manco fossero la stessa cosa – non è esattamente un regime democratico. La Palestina sì invece: Abu Mazen è il Presidente eletto dal popolo palestinese, democraticamente.
Ciò che conta è mobilitare i votanti e vincere le elezioni. Si tratta di un’operazione indubbiamente riuscita, giacché l’80% degli israeliani è a favore dei genocidi a Gaza. È spaventoso.
Leggendo queste parole mi viene da pensare che Ramadan non sia mai andato in Israele, perché se ci fosse stato, almeno una volta nella sua vita, avrebbe capito che NO, nessun israeliano vuole lo sterminio dei palestinesi di Gaza. Ramadan forse dimentica l’Olocausto – o forse è uno di quelli che dubitano della sua esistenza stessa -, perché parrebbe, almeno così mi sembra a primo acchito, che l’intellettuale francofono stia manifestando tutto il suo grande disprezzo e l’enorme odio che nutre verso Israele. Una persona che si ritiene garantista, che vorrebbe far nascere anche in Europa un vera fede islamica europea, una persona del genere con questi alti ideali, mai e poi mai avrebbe detto queste parole cariche di odio verso una Nazione contraria al suo credo e contraria al suo ideale di pacifismo – come da lui professato in altri articoli sul Riformista -, un musulmano moderato non avrebbe sicuramente attaccato così aspramente un paese che non gli aggrada, ma lo avrebbe fatto con moderazione: questo è puro odio, prof. Ramadan. Non potrà essere simpatica a tutti la nazione ebraica, ma sicuramente sa cos’è l’odio perché l’ha vissuto sulla sua pelle negli ultimi 60 anni.
Prendere tempo, illudersi, impantanarsi in operazioni inverosimili e orribili massacri non serve a garantire la vittoria… al contrario.
Non garantisce nemmeno la pace, caro Ramadan. Ed è proprio di questo che i palestinesi e gli israeliani hanno bisogno: pace, duratura, Santa Pace. Hamas è solo una milizia armata che si serve della guerra per alimentare l’odio di persone come Ramadan. Ma come lui ce n’è sono tanti. Purtroppo.
Israele sbaglia politica da 60 anni nei confronti dei palestinesi: non è la guerra la soluzione, ma la diplomazia. I palestinesi continuano a farsi fomentare da assassini senza scrupolo che tengono più alla fama che alla gloria di Allah. Sbarazzatevene e confluite verso una pace duratura con i popoli vicini. Israele e gli israeliani vogliono questo, esattamente come vogliono i vostri figli stanchi di anni di guerra senza motivo.
Guerra?
Dalle parti della Palestina, si sa, è dal 1948 che non si fa altro che combattere. Si parte dalla Guerra arabo-israeliana del 1948 fino ad arrivare ai giorni nostri, con i recenti attacchi alla striscia di Gaza, in risposta a lanci di razzi da parte dei miliziani di Hamas.
Il mondo si divide, per l’ennesima volta, su chi ha ragione e chi ha torto, su chi è pro Israele e chi dice che è un massacro legalizzato, anzi premeditato.
Io pongo un’altra domanda. Esiste qualche guerra dove qualcuno avesse ragione? Una guerra è sempre un grande schifo, da qualsiasi parte la si guardi. Qui non si può dire “Israele non deve attaccare” o “Israele deve attaccare”. La gente che dice queste cose, di diritti umani non ha capito un fico secco.
Qui la guerra bisogna fermarla e trovare accordi. Do anche un’idea su come poter fermare questa strage. Cominciamo a diffondere la cultura. In particolare che le interpretazioni di molti radicali islamici sulla guerra santa sono tutte fasulle, come sostengono numerosi teologi (cristiani e non).
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La trappola per topi
Immaginate di rinchiudere qualche centinaio di topi in un campo di bocce, che avete provveduto a recintare con alte pareti di legno, per tre lati su quattro. Il quarto lato – uno di quelli lunghi – non ha bisogno di pareti, poichè subito accanto alla sabbia c’è l’acqua di uno stagno: in quella direzione i topi non potranno andare.
Gettate nel campo un pò di cibo, che sia sufficiente a tenerli in vita, ma non a sfamarli tutti. Quando il nervosismo per la fame cresce, e la ricerca di cibo diventa più spasmodica, infilate un dito in uno dei tanti forellini che avete praticato sulle pareti di legno, e aspettate che i topi ve lo morsichino. A quel punto urlate di dolore, prendete lo schioppo e ne fate fuori una decina.
I topi per un momento si calmano.
Tornate a gettare del cibo, poi riducetene la dose, lasciate che la fame cresca, tornate a infilare il dito in un forellino, e impallinate nuovamente quelli che ve lo morsicano.
Se qualcuno protesta per il continuo massacro dei topi, mostrategli il dito ferito, e spiegategli che i topi devono imparare a rispettare chi li nutre.
Dopo aver ripetuto il ciclo per un pò di tempo, riducete drasticamente le quantità di cibo, obbligando i topi ad ammazzarsi fra di loro pur di riuscire a sopravvivere. Vedrete così che i più forti riusciranno comunque a nutrirsi, …
… mentre i più deboli si lanceranno con disperazione verso le pareti, cercando a tutti i costi di uscire da uno dei forellini che avete praticato.
A quel punto vi trovate obbligati a rinforzare le pareti con delle lastre di acciaio, perchè i topi rischiano di scavarsi nel legno una via di uscita.
Niente più forellini, niente più morsicature, niente più punizioni. Interrompete del tutto la somministrazione di cibo, e restate semplicemente a guardare.
Quando lo scompiglio e la disperazione avranno raggiunto i massimi livelli, vedrete che i topi cercheranno di scavare delle gallerie sotto le pareti rinforzate, pur di uscire alla ricerca di cibo.
A quel punto chiedete gentilmente ai vostri amici egiziani di tappare quelle gallerie.
Benvenuti a Gaza.
Non sono completamenre d’accordo, ma mi piace molto la similitudine
Piombo fuso
“Se qualcuno tirasse razzi nella casa dove le mie figlie dormono di notte, farei qualsiasi cosa per impedirglielo”. Leggendo queste parole, credo che chiunque abbia dei figli si comporterebbe esattamente così, e non ci vuole un genio per capirlo ma basterebbe essere un genitore.
Queste parole sono di Obama dette sei mesi fa in piena campagna elettorale. Il paradosso – come specifica Leonardo – viene immediatamente dopo: “…e mi aspetto che Israele faccia la stessa cosa”. Le parole del Presidente eletto sono “condivisibili” se dette sia per gli israeliani che per i palestinesi, ma se le dice solamente per Israele – come effettivamente ha detto – allora diventa fazioso a sua volta.
Dico questo perché l’attacco di Israele in questi giorni contro Hamas – che occupano militarmente Gaza – ha fatto finora più di 350 morti e circa 1700 feriti. È vero che Hamas ha lanciato dei razzi in territorio israeliano, ma è altrettanto vero che la rappresaglia del governo di Olmert, a mio avviso, è stata ed è tuttora eccessiva. Ma anche il contrario se si ci pensa un po meglio.
La striscia di Gaza è in pieno territorio israeliano e ha solamente un lato confinante con l’Egitto. Stretta nella morsa di Israele ha una particolare forma che la contraddistingue: è lunga 50 Km e larga appena otto, da qui il nome “striscia di Gaza”. Finora Israele ha dato la governabilità di Gaza in mano ai palestinesi, ma da quando l’ala politica di Hamas ha vinto le elezioni nazionali del 2006 (76 seggi in Parlamento su 132), ha completamente dato forma al suo statuto – non esiste soluzione alla questione palestinese se non nella Jahad – tanto da essere estromessa politicamente in Cisgiordania dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas nel 2007, completando l’estromissione alcuni mesi dopo dichiarando fuorilegge la milizia armata per decreto. Da quel momento gli scontri tra Hamas e Israele praticamente non sono mai cessati. In teoria lo stato ebraico ha lanciato l’attacco aereo a Gaza contro la milizia di Hamas per legittima difesa, però voci sempre più insistenti indicano un attacco di terra ormai prossimo: ma la cosa assurda sta nel fatto che Israele dovrebbe occupare Gaza militarmente, e poi riconsegnarla a Abu Mazen (la Kunya di Mahmoud Abbas) quale legittimo Presidente dell’Autorità palestinese per far cessare questa guerra-lampo prima che si aggravi ulteriormente. Ma la cosa sembra poco attuabile perché – secondo stime – ci sarebbero parecchie vittime sia tra i civili che tra i soldati israeliani, oltre che, naturalmente, tra i miliziani di Hamas.
Che fare allora? Come sarebbe giusto agire? La mediazione dell’Onu e della Comunità Europea sembra l’unica strada ormai rimasta. Verrà valutata da entrambi? Sarà accettata da entrambi o almeno da uno dei due?
Io per la verità non mi aspetto niente di buono per i prossimi giorni, la mia impressione è che si stia creando quella strana aria di ostilità esplosiva molto simile a quella del 1981 durante la prima guerra del Libano: anche allora, come adesso, gli israeliani occuparono un’area non di loro competenza, per giustificare i ripetuti lanci di razzi nel proprio territorio e per combattere l’influenza siriana in zona.
Allora era la Siria, oggi è Hamas. Cambia il nome, ma il risultato mi sembra uguale.
Risposte senza errore
I palestinesi commettono degli errori madornali, ma gli israeliani non gli perdonano nemmeno quello: «Risponderemo in tutti i modi».
«La nostra aviazione – ha detto un portavoce – è intervenuta in modo massiccio contro infrastrutture di Hamas nella Striscia di Gaza per fermare gli attacchi terroristici delle ultime settimane contro edifici civili israeliani. Abbiamo avvertito la popolazione civile della Striscia di Gaza che avremmo attaccato e Hamas, che si nasconde tra la popolazione civile, è l’unica responsabile di questa situazione. Le nostre operazioni andranno avanti e, se necessario, saranno allargate». Anzi, secondo il portavoce dell’esercito israeliano, Avi Benyahou, l’offensiva è «appena all’inizio».
Hamas ha «ordinato alle Brigate Ezzedine al Qassam di rispondere all’aggressione degli occupanti in tutti i modi». «Il mondo rimarrà sorpreso della nostra risposta all’aggressione degli occupanti» ha detto Fawzi Barhoum, esponente del movimento estremista islamico. «Ora le Brigate Ezzedine al Qassam – ha aggiunto - hanno le mani libere per rispondere con tutti mezzi di cui possiede, inclusi i missili a lunga gettata e le azioni di martirio. Abbiamo la forza per controbilanciare questo terrorismo». Un appello simile è stato lanciato dalla Jihad islamica: «Tutti i combattenti hanno ricevuto l’ordine di rispondere al massacro perpetrato da Israele».
La politica della guerra continua a mietere vittime: la colpa è di Hamas perché si nasconde tra la popolazione; la colpa è di Israele perché continua col massacro di civili e militanti. Assurdità su assurdità.
Notizie per errore
[...]un razzo lanciato dalle milizie palestinesi e finito per errore su una casa di Bet Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza ha ucciso due sorelline palestinesi, di 5 e 13 anni. Lo hanno fatto sapere fonti mediche palestinesi. Il razzo, lanciato con tutta probabilità da miliziani palestinesi, avrebbe dovuto colpire il territorio israeliano.[...]
Se avesse colpito due bambine israeliane non ci sarebbe stato l’errore e quindi nemmeno la notizia, esatto? Buono a sapersi.



È stato detto