Tutti lo cercano e tutti ne parlano: il motore di ricerca del futuro è Wolfram Alpha! Ma che ne pensa chi l’ha provato? Qui una rapida carrellata
Articoli con tag La rete risponde
Intelligenza artificiale
mag 20
Una volta c’era Irc, poi sono nati i vari forum, le chat, l’Msn e il VoIP. Oggi vanno in voga i social network: ma alla fine si tratta di forme più o meno diverse di intrattenimento e aggregazione tra utenti.
Abbiamo avuto modo di conoscere ed imparare ad usare Twitter, Facebook e Friendfeed, Meemi, MySpace e LinkedIn, Netlog, Ning e Badoo, e la lista potrebbe continuare all’infinito. All’orizzonte adesso si è affacciato un nuovo, ennesimo, social network che vorrebbe aggregare gli utenti della rete: forzasilvio.it.
Progettato dalla Speakage di Marco Camisani Calzolari, il nuovo social network è tutto incentrato sulla figura del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. All’interno per il momento non si trovano pagine sostenute dagli utenti, però alcune pagine sono state adattate a questionari (Focus Group), gli obiettivi del network (Messaggi ), la segnalazione degli eventi agli amministratori del network (Eventi) e la pagina “Invita” dove si può condividere con gli amici l’iscrizione al network ForzaSilvio.it.
Appare chiaro che una forma di socializzazione politicizzata come questa non può passare inosservata al popolo della rete. Vediamola assieme.
La prima comparsa è datata 8 maggio direttamente dal blog dell’Onorevole Antonio Palmieri – responsabile internet del governo e del PdL e promotore ufficiale del network – che ne annuncia la messa online, mentre MCC pubblica un post che ufficializza il parto commerciale: “Speakage realizza il network ufficiale dei sostenitori del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi“. Non passa molto tempo che Maxime lo cita sul suo Tumblr (Su internet con papi) e su Friendfeed ci pensa la solita Dania a ravvivare i commenti: “MCC è il nostro unico grado di separazione da Silvio Berlusconi“.
Roberto fa notare “che la foto è fatta in modo da garantire che Papi sia + alto degli altri“, mentre Gianluca Neri ripete “basta coi fotomontaggi! Che ci fa in questa foto Marco Camisani Calzolari assieme a due comunisti?“, Dania – una che non la manda a dire certamente – prendendo spunto dalle ultime vicende del premier chiede a MCC alcune informazioni sul social network: “ma nel SN di papi ci sono le funzioni Mi piace – Sono stato frainteso – Blocca il comunista?“. A questo punto gli sfottò per il nuovo giocattolo firmato dal cavaliere raggiungono il culmine: “Berlusconi non sembra contento della lentezza di YouPorn, eh.” dice Paul, the wine guy, ma la risposta di Maurizio Goetz – “la differenza tra un dilettante ed un professionista, è che il professionista lavora per qualunque committente che paga” – non si fa attendere, come non si fa attendere la contro-risposta di Paul : “Bravo. Hai ragione. Infatti Mangano ha detto, ehi, io sono il miglior stalliere della piazza. Lavoro anche per Berlusconi, io!”
Stavolta i blog ne parlano poco, tra questi si distingue Dario Salvelli che si pone una domanda molto rilevante: “Non ho idea cosa facciano lì sopra gli utenti oltre a scambiarsi le foto più recenti di Noemi ma Internet è bella anche perché varia. E divertente.” Risklover è ottimista: “Non so bene a cosa serva, ma sono felice di vedere che, dopo un periodo in cui si paventava semplicemente l’idea di mettere un cappio alla Rete, oscurando ciò non si conformava al pensiero del potere centrale, ora i partiti e in special modo il partito di Berlusconi cerca di sfruttare le potenzialità della Rete“, mentre Cristiana ci rassicura benché “il sito nasca dall’esigenza di coordinare i volontari del PdL per tutto il periodo della campagna elettorale, i responsabili del network Forzasilvio.it assicurano che questo progetto continuerà a vivere anche dopo le elezioni e accompagnerà costantemente il cammino del Popolo della Libertà“.
Insomma, il nuovo network del presidente Berlusconi non sarà certamente un progetto per tutti, ma ha già un suo fascino che in rete colpisce nel segno. Che stia per diventare un progetto virale?
[Per Citynews]
Il calvario del Ministro
mag 2
Chissà quante volte vi sarà capitato di ricevere posta indesiderata nella vostra casella email, quel messaggio che il vostro servizio di posta cataloga automaticamente come Spam, e che voi chiamate semplicemente “spazzatura cybernetica“. Quante volte però quel messaggio non è spazzatura, ma una semplice lettera mandata da un amico – o da un conoscente non in rubrica – che il servizio automatico reputa spam solo perché contiene dei link diretti ad una pagina web da vedere. Capita, per fortuna, poche volte. Però capita…
Lo spam arriva sotto varie forme: siti di shopping online su un prodotto che avete recentemente cercato su Google, consigli da “non perdere” sull’acquisto di Viagra e Cialis, newsletter di E-commerce mai sottoscritte. E poi pubblicità, tanta pubblicità. Chi segue spesso aste online si ritroverà intasato di pubblicità su questa o quell’altra asta che vi invitano a partecipare perché è “la più conveniente” (stranamente sono sempre convenienti…), se seguite dei siti di libri piuttosto che di musica vi ritroverete la casella intasata di promozioni varie, se siete soliti fare acquisti su negozi di elettronica vi arriveranno continuamente promozioni “sottocosto“. La lista è infinita, basta un pizzico di fantasia e la scelta diventa inarrestabile.
Poi ci sono i messaggi “particolari”: quelli mandati da gente insospettabile che vi invitano a provare un disco appena uscito ma non ancora nei negozi, un nuovo prodotto di bellezza che vi fa ringiovanire di dieci anni, un bellissimo cellulare per usare i social network del mondo e che vi fa “anche” telefonare. E libri.
Nelle ultime settimane uno di questi insospettabili messaggi ha fatto il giro della rete: il Ministro Renato Brunetta presenta il suo nuovo libro “Rivoluzione in Corso”. Lo “spam” però non è stato mandato direttamente dal Ministro, ma da una sedicente agenzia palermitana – la serverstudio.it – che si firma col nome di “Staff di Renato Brunetta“.
Apro una parentesi: la Server Studio è un’agenzia di web marketing che opera in diverse città italiane – ma con sede principale nel capoluogo siciliano – che ha disegnato non solo il blog del Ministro, ma anche la pagina specifica per il nuovo best-seller di Brunetta.
La storia. Tra il 15 e il 20-22 aprile, una buona parte di blogosfera ha ricevuto via mail un invito a leggere il nuovo libro del Ministro Brunetta Rivoluzione in corso, e subito si attivano per capire da dove parte e soprattutto chi sta dietro a questa mail chiaramente non richiesta. L’inizio della protesta naturalmente nasce su Friendfeed per poi continuare sui blog.
Se Catepol, Luca Conti e Mantellini sono stati gli unici a ricevere il libro per poter fare una recensione anche se poco convinti dell’iniziativa, Francesco ringrazia il Ministro perché gli sta simpatico e perché “è una delle poche persone più basse di me ora viventi in Italia“, mentre Paolo “Wolly” Valenti (il papà del WordCamp e profondo conoscitore di WordPress) scoprendo da dove partono le mail, cerca di esercitare i suoi diritti riservandosi eventuali azioni legali pubblicando le ultime decisioni prese dal Garante della Privacy in ambito di protezione dei dati personali. Coranet, spiegando che quello che fa il Ministro si chiama spam, conclude facendo i complimenti a Brunetta perché se lo scopo era chiaramente la pubblicità, Brunetta può tranquillamente gridare “OBIETTIVO RAGGIUNTO!!!“.
Gery ha scoperto invece che sono state inviate 85mila mail ad altrettante caselle di posta elettronica e trova anche il presunto colpevole: “Server Studio, lo scorso anno, ha avuto rapporti con BlogItalia e ha gestito l’invio di una newsletter alle decine di migliaia di iscritti al sito. BlogItalia sostiene di non avere nulla a che fare con Brunetta e soprattutto di non avere mai ceduto il suo indirizzario. E allora come ha fatto Server Studio ad avere la mia e le altre migliaia di e-mail alle quali destinare una tonnellata di spamming per conto di un ministro tutto d’un pezzo?“. Matteo, mandando le mail di rito al garante, al blog del Ministro e parlarne sui network di base, ha riscontrato un parallelismo particolare: “Giusto venerdì sera, poi, ho visto un servizio delle Iene sulle affissioni elettorali abusive e ho notato qualche parallelismo con le “affissioni killer“…“.
Massimo Mantellini, e finisco, scrivendo il suo “Novo” per il Sole, si appunta due cose: 1) il Ministro ha notevolmente sottovalutato la Rete, e le conseguenze saranno gravi per la “persona” Brunetta proprio per aver demandato ad altri ciò che avrebbe dovuto fare da solo; 2) le pratiche del vecchio marketing sono state portate anche sul moderno web 2.0, diventando, a sua volta, sprezzante pubblicità. Inoltre questo modo di fare marketing fa diventare il lettore solo un numero, senza riuscire a capire l’interesse che avrebbe potuto riscontrare il messaggio se recepito in un modo diverso.
Concludo. La cosa che salta agli occhi è la sbagliata forma di pubblicità che il Ministro Bunetta ha fatto per il suo ultimo libro. Se da un lato si nota l’involontarietà del Ministro per l’innovazione visto che è stata ampiamente scoperta la sua estraneità, dall’altro si riscontra una cattiva gestione del “mezzo” internet come forma di interazione tra l’informazione – sotto forma di libro – della politica che vorrebbe innovare, e del consumatore/utente che vorrebbe conoscere, sapere e informarsi meglio e più velocemente.
Non è questo il modo, caro Ministro Brunetta, di promuovere un servizio – per quanto valido e interessante – facendolo diventare un ibrido tra cattiva forma pubblicitaria, e una pessima forma di innovazione con i moderni mezzi di comunicazione. Non è una scusante se il messaggio non sia partito da Lei, al contrario invece diventa un’aggravante proprio perché Lei non si è esposto in prima persona. Aver dato mandato a persone che peccano di competenza, mi creda, non è stato il suo colpo migliore. Il consiglio che Le possiamo dare la prossima volta, caro signor Ministro, è di creare un passaparola mediatico tra i mezzi di comunicazione che conosce – uno potrebbe essere il suo blog – e le persone a cui fa riferimento come target. Non è difficile Ministro, basta un impegno minimo in effetti, e se mi perdona la battuta, il mio consiglio è semplicemente quello di “non fare il fannullone!”
[Per Citynews]
Secondo voi è giusto condannare chi detiene i files degli altri senza averli fisicamente? Se dal punto prettamente commerciale questo è tutto sommato possibile e, per certi versi, logico, dal punto di vista etico la sentenza di condanna a The Pirate Bay sembra un passo verso l’oscillazione dell’ago della bilancia verso le major che promettono, a questo punto, denunce a raffica verso tutti i trackers torrent.
La giustizia svedese ha sentenziato: ”Erano a conoscenza del fatto che veniva condiviso del materiale protetto. Mettendo a disposizione un sito con strumenti di ricerca ben sviluppati, con la possibilità di caricare e conservare contenuti e con un tracker collegato al sito gli accusati hanno incitato i condivisori a commettere i reati che hanno commesso“.
E quindi Peter Sunde aka Brokep, Fredrik Neij aka TiAMO, Gottfrid Svartholm aka Anakata e Carl Lundström, imprenditore svedese che ha garantito la copertura tecnica, sono stati condannati ad un anno di carcere e 2.7 milioni di euro di risarcimento all’industria dell’intrattenimento. E questo è solo il primo capitolo di una saga che si protrarrà chissà per quanto tempo.
E’ chiaro che questa condanna è ostracizzata da tutti, dai “pirati” della rete per primi e dalla parte “giusta” del web dall’altra. Ma non si può distinguere il “Bene” dal “Male”: sono entrambe facce della stessa medaglia. Quindi vediamole ‘ste facce.
Assodata la condanna, in rete partono le proteste per una sentenza considerata ingiusta da molti: sono pochi in effetti i precursori della legalità della condanna e della “giustizia è stata fatta”. Tra coloro che ritengono inutile la pena inflitta ai quattro della “Baia”, Sonia propone un tema su cui battersi: “Una sentenza del genere non potrà che dare man forte a tutte quelle politiche di controllo sul traffico messe in atto dai governi, in Europa come nel resto del mondo, a favore delle case di produzione e orientate a disincentivare il networking, inteso come opportunità di poter condividere attraverso la rete, opinioni, cultura e informazione, senza intermediari.” Questa sentenza in realtà condanna tutta la rete, non solo i pirati, perché prevarica i veri fruitori a favore di pochi piccoli potentati. L’avvocato Iaselli fa un ragionamento logico in questo senso: “in questo modo ci si allontana sempre di più dalla regolamentazione della Rete e si passa alla demonizzazione della stessa al fine di compiacere lobbies estremamente influenti.”
Ma il principio basilare di cui si nutre l’organizzazione di The Pirate Bay è sicuramente la condivisione. Condividere è una lodevole affermazione quando si parla di criteri “aperti, open source e copyleft”, anche perché, come dice il rivoluzionario Pollicino: “Il mondo è cambiato, il lavoro è cambiato e il diritto d’autore deve trovare nuove forme di riconoscimento che non siano di ostacolo alla diffusione della cultura e della condivisione.” Ma non sempre è possibile condividere: ci sono casi in cui i files da regalare agli amici non sono personali, anzi sono coperti da diritti d’autore che ne vietano, appunto, la condivisione senza scopo di lucro, e pertanto si va incontro a sanzioni. Ma resta il fatto che la condivisione è l’anima del web, e senza la condivisione non ci potrà essere futuro e innovazione. Tra le schiera di esperti del peer to peer, Luca Neri, giornalista e consulente informatico, è l’autore del libro La baia dei pirati - Assalto al copyright, un libro che racconta le ragioni tecniche, sociali, politiche della condivisione online. Neri, in un’intervista a 6estopotere, dichiara che non è cambiato nulla perché “non scompare il peer to peer. La condanna è puramente simbolica e non comporterà la chiusura definitiva del sito. [...] La sentenza di oggi sposta il dibattito sul copyright nell’era del digitale da un piano giuridico a un piano simbolico. [...] Credere di poter fermare così il fenomeno della condivisione, è come credere di poter fermare la storia“.
La sentenza di colpevolezza ad ogni modo da’ a IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) l’opportunità di far oscurare il sito di file sharing: ma non tutti i provider sono d’accordo nell’eliminazione digitale dell’host, mentre in Italia iniziano i primi movimenti anti-baia da parte del PM Mancusi (quello dell’oscuramento dello scorso agosto, NdA). La vicenda però ha anche un risvolto politico positivo: il Piratpartiet svedese, dichiara in una nota che dal giorno della condanna le sottoscrizioni al movimento politico sono aumentate addirittura del 20%. Un dato anche questo storico, come la sentenza.
In realtà The Pirate Bay non è un sito dove depositare file – legali o illegali che siano – per condividerli in giro per la rete. I file che girano sui server dei vari trackers torrent (non esiste solo The Pirate Bay ricordiamolo), non sono dei file illegali perché sono solamente delle indicazioni prioritarie: l’estensione .torrent non è di per se’ un file illegale – ad esempio l’ultimo album di Madonna o l’ultima uscita di WOW – ma solamente un file che indica la via più breve per il pc che lo contiene. L’unico scopo dichiarato da Sunde e soci è la condivisione illimitata e senza restrizione di qualsiasi file che gira all’interno dei propri server. Quindi il contenere file torrent nei server del progetto non implica necessariamente la violazione di leggi sul copyright, ma purtroppo ne garantisce la divulgazione mettendo a disposizione gli strumenti adatti. E questo è reato. Ma anche no!
Tutto il discorso si potrebbe ridurre ad una semplice domanda: “Quanto è stretto il confine tra favorire la diffusione di opere multimediali e segnalare esclusivamente su quali PC sono?” La domanda è stata posta, adesso tocca a voi dare la risposta. Anche se dubito che qualcuno la possa avere.
[Per Citynews]
Ancora censura?
feb 28
Premettendo che non è l’unica bomba che circola in rete, ma solo la più recente, avevo due notizie da scrivere per “La rete risponde”: questa e il cambiamento di policy di Facebook. Del cambiamento repentino, quanto improvviso, di Facebook e delle sue clausole sulla privacy, se ne è già parlato tutto sommato approfonditamente da più parti, quindi mi è sembrato superfluo e ripetitivo scriverne ancora, mentre la notizia che mi accingo a commentare è non solo fresca fresca, ma soprattutto viene dall’Italia: Roma, Atac e Current vi dicono qualcosa?
Roma la conoscete tutti: la capitale, la città eterna, il posto dove si trovano le Istituzioni e via dicendo. L’Atac forse la conoscete un po’ meno perché è locale: è l’azienda municipalizzata dei trasporti romana. Current ormai è sinonimo di video-informazione condivisa ed è soprattutto conosciuto per annoverare tra i suoi fondatori Al Gore ex Presidente americano e recente vincitore di un Nobel per la pace. Ma cosa lega questi tre nomi? Li lega una campagna pubblicitaria.
Current è presente in rete (current.com) e sul canale 130 di Sky Italia. Su Current fanno un programma di approfondimento giornlistico che si chiama Vanguard, dove – a detta degli stessi produttori – i giornalisti che raccontano le storie non solo le raccontano, ma le vivono. Dal 10 marzo, Vanguard inizierà la nuova stagione trasmettendo due reportage sul binomio camorra/Chiesa e sugli aiuti americani alle fazioni anti-Iran. Essendo due prodotti altamente commerciali, i produttori di Current hanno deciso di pubblicizzare meglio l’evento con due manifesti nelle due principali città italiane: Milano e Roma. Hanno pensato, in accordo con l’agenzia che ha creato la campagna, di affiggere i manifesti nelle stazioni della metro delle due città, quello sulla camorra e quello sugli Stati Uniti, a partire dal 20 febbraio a Roma – settimana scorsa -, e dal 26 febbraio a Milano, domani.
Milano non si è creata nessun problema nel recepire il messaggio degli slogan (”Cosa succede quando la camorra entra in Chiesa?” e “Gli Stati Uniti stanno finanziando i terroristi?”) e delle due immagini (uno e due), mentre Roma ha mandato un comunicato stampa (poi corretto dal presidente) dichiarando l’impossibilità di affiggere i manifesti:
Con riferimento alla richiesta relativa alla campagna in oggetto, pianificata a Roma dal 20 Febbraio, ATAC, dopo aver attentamente valutato i probabili impatti sulla sensibilità dei cittadini e della città tutta, ritiene di non poterne dare autorizzazione all’esposizione sui propri mezzi.
Tale decisione trova fondamento nel difficile momento che la cittadinanza di Roma sta vivendo riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale, in considerazione del quale ATAC non può che coadiuvare l’Amministrazione comunale nell’evitare qualunque elemento che possa ulteriormente aumentare tale disagio.
Adesso sapete cosa lega i tre nomi. Veniamo alle discussioni in rete.
Current ha subito pubblicato la notizia chiamandola “Censura” e dai commenti (30+) si capisce che la rete da loro ragione. Ma la Rete non finisce coi soli commenti, si allarga e diventa quasi virale. La prima a parlarne è chiaramente Livia Iacolare nel suo blog, e la cosa rimbalza di blog in blog fino a diventare un’unica risposta alla censura romana (sembra sempre di più una censura, effettivamente).
Ne parlano, in linea diretta come leggo dai miei feed, Nicola che concorda “con chi considera questa motivazione inaccettabile, anche perché non c’è alcun legame tra le inchieste di Current e la cosiddetta emergenza sicurezza [...] Si tratta di una decisione censoria e Current la sta ovviamente e giustamente utilizzando per farsi ancora più pubblicità”, mentre Enrico parla come al solito con molta franchezza e si esprime in termini più politici: “Qualcuno ha detto censura? Personalmente sì, dico censura. E delle più gravi. Il fatto è che un’indagine sui rapporti (non esattamente conflittuali, anzi) tra Chiesa e camorra evidentemente a qualcuno non piace. E meno che mai una sulla faccia sporca della “war on terror” di Bush, che da queste parti ha trovato ciechi sostenitori nella parte politica ora al potere”.
Dario, proponendo le immagini incriminate, la butta sul tecnologico perché crede che “i media sociali, la filosofia di condivisione che c’è dietro e tutto lo spirito del “Web 2.0 non sono ancora arrivati nelle stanze del potere. E probabilmente verranno sempre accettati con difficoltà”.
Anche Layla Pavone – presidente dello IAB Forum – crede nella censura verso Current: “Una campagna che l’ATAC di Roma ha vietato di effettuare adducendo spiegazioni che mi preccupano moltissimo sia come cittadina che come professionista della comunicazione.”
Federico, evocando la libertà di parola, si fa una domanda che preoccupa parecchio non solo lui: “Il mio pensiero è sempre lo stesso: la libertà di parola viene soffocata ogni giorno di più in questo paese. E stiamo facendo poco, troppo poco per impedirlo. Chi controlla i controllori? Noi ne abbiamo il potere. Ma temo che sia così ancora per poco tempo.” Già: chi controlla i controllori?
E poi ci sono io, consentitemelo, con il mio Politically Incorrect Marketing ![]()
Non manca il solito bastian contrario! (ma Paul è fatto così, dice sempre quello che pensa
)
Passando ai giornali, Repubblica cita invece le parole di Massimo Tabacchiera, presidente dell’Atac: “Immagini pesanti, inopportune, che avrebbero potuto offendere la sensibilità dei cittadini, peraltro in un momento di grave tensione sociale, e per di più in una città come Roma, che è sede della Chiesa cattolica. La campagna utilizzava immagini inopportune e non adatte ad essere apposte sui mezzi pubblici”. Con una precisazione però: “Nella scelta non ha avuto un ruolo il problema della sicurezza”. In realtà ci sono due contraddizioni nelle parole di Tabacchiera: la prima è che uno dei reportage di Vanguard non parlava esplicitamente del connubio Chiesa e camorra, ma voleva esporre la storia di un prete che combatte la camorra, non la segue. La seconda contraddizione è prettamente linguistica: il comunicato stampa dell’azienda dei trasporti dice che i manifesti non possono essere approvati perché avrebbero provocato dei disagi nella sicurezza (nel difficile momento che la cittadinanza di Roma sta vivendo riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale), mentre il loro presidente dice l’esatto contrario. Delle due l’una. Prende sempre più piede la parola “censura”.
Il Sole riporta il comunicato stampa dell’azienda senza però commentare la notizia, tranne che sul titolo: Roma “censura” Current TV“, mentre Wired Italia scrive che “Bibbia e fucile spaventano Roma e l’Atac decide di censurare Current TV”. Il Tempo di Roma sta dalla parte dell’Atac: “ha rinunciato alla campagna pubblicitaria di Current.tv che chiedeva di vestire gli autobus romani con manifesti raffiguranti la Bibbia e un fucile. L’accostamento delle immagini deve essere sembrato un pugno nello stomaco”. Mi sa che l’articolista non ha visto ne’ le immagini ne’ la campagna.
Concludo questo lungo articolo pieno di link, ma non potevo fare altrimenti, con una mia legittima considerazione: sono convinto che la campagna di Vanguard sia stata – in qualche modo – censurata dal Comune (il presidente è eletto politicamente), ma credo allo stesso modo che Current ci stia giocando su un po’ più del lecito. E’ assolutamente giusto fare campagna pubblicitaria per un prodotto che costa tempo, fatica e pure soldi, ma è altrettanto vero che è stata montata una campagna anti-censura fuori dall’ordinario. Tante volte un ente boccia una qualsiasi richiesta e si parla subito di censura salvo cadere dopo tre minuti nell’oblio, ma quante volte il richiedente si chiama Current e conosce bene la Rete? Alla prossima settimana ![]()
[Articolo pubblicato per la rubrica "La rete risponde" su Citynews]










Internet, che meraviglia!
giu 3
Pubblicato da Jack in Tecnologia | Disattiva commenti
Capita che viene pubblicato un articolo su un sito o un post su un blog, e a sua volta viene ripreso dagli aggregatori online e fatto girare per la rete disperdendone il pensiero originale. Capita che lo stesso articolo venga commentato malamente su uno di questi aggregatori, e l’autore, per la dispersività, non abbia un’immediata possibilità di ribattere alle tesi del commento. Capita invece che il commento offensivo viene fatto al post originale e l’autore non lo pubblichi perché ritiene diffamatorio nei suoi confronti o di altre persone. Se invece il commento viene pubblicato automaticamente perché il sistema è stato predisposto per tale motivo, allora i guai sono dietro l’angolo.
Il proprietario di un blog è l’unico a decidere quando un commento può essere pubblicato e quando invece può arrecare un danno a terzi: questo – secondo me – è il senso di responsabilità verso i propri lettori. Ma qualcuno lo chiama censura.
Però, se si leggono i disclaimers del blog (visibili nella stragrande maggioranza), spesso si capiscono le motivazioni reali di tale comportamento e la primissima impressione lascia spazio alla vera causale dell’oscuramento.
Se avete un paio d’ore da perdere e fate una semplice ricerca su Google, noterete quanti post hanno dei commenti offensivi, diffamatori e ingiuriosi verso l’autore. Se allargate la ricerca noterete che il commento è andato ben oltre l’area di appartenenza del blog in origine approdando ai vari aggregatori, ai social network più conosciuti e ai circuiti di micro-blogging sparsi per l’universo Internet.
Capita che i dati personali di una persona facciano il giro della rete e che il suo nome venga associato a crimini di varia natura. I motivi possono essere tanti: potrebbe essere perché un commento non è stato pubblicato su un blog, potrebbe essere che le persone arroganti siano tali anche quando la situazione degenera in diffamazione, potrebbe essere un sociopatico che cerca la lite a tutti i costi. O semplicemente potrebbe trattarsi di un Troll. Ma il male è stato fatto e bisogna comunque correre ai ripari.
Se il commento iniziale fosse rimasto all’interno del blog sarebbe stato circoscritto in un unico spazio e la cosa si sarebbe potuta fermare – o sistemare, nella maggior parte dei casi – tra persone civili. Ma quando il commento viene portato al di fuori della spazio naturale in cui dovrebbe stare, a quel punto la vicenda acquisisce un impronta pubblica e va immediatamente bloccata.
Sarebbe il caso di denunciare l’accaduto alle autorità, scrivere agli amministratori del sito dove scovate i commenti offensivi chiedendone la cancellazione, commentare a sua volta in modo pacato, e sperare che la cancellazione avvenga nel più breve tempo possibile. Mettetevi l’animo in pace perché spessissimo non avverrà in tempi rapidi: i blogger tendono a far parlare liberamente i loro commentatori. Si chiama “libertà d’espressione”. Naturalmente è giusto sia così, ma è giusto anche il contrario. A volte.
Cosa fareste voi in questo caso? Come vi comportereste se vi diffamano pubblicamente? Andreste comunque avanti col vostro lavoro sul web o mollereste tutto per ritornare alla vostra vita di sempre? Avrete un’idea diversa di internet o la pensereste esattamente allo stesso modo? Cos’è più importante, la vostra privacy o la vostra libertà di espressione? Denuncereste le offese alle autorità o fareste tutto da soli? Se non denunciate l’accaduto alle autorità, cosa pensate di poter fare per ottenere un valido risultato? Ed infine: vale la pena scrivere liberamente in rete, o pensate che il mondo virtuale sia peggio della realtà?
Domande che aspettano tante risposte.
[Per Citynews]
Picture by tipsyfairy on DevianArt
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