Articoli con tag Lega

Il leghista perfetto

C’era da andare a prendere i parenti della moglie all’aeroporto? «Autista: la macchina!». Voleva vedere la partita di calcio Padania-Tibet? «Autista: la macchina!». Era invitato a pranzo dei suoceri? «Autista: la macchina!». Finché tutti questi viaggi poco istituzionali sono finiti in un dossier. Sul quale c’è un’inchiesta della Corte dei conti. Protagonista: il presidente del consiglio regionale del Friuli, Edouard Ballaman. Della Lega Nord. Il partito che era nato tuonando contro le auto blu.

La dettagliatissima ricostruzione dell’uso disinvolto dell’auto di servizio da parte dell’alto esponente del Carroccio, già deputato per tre legislature e questore della Camera, è stata pubblicata dal Messaggero Veneto. Dove Anna Buttazzoni ha rivelato un elenco sconcertante di una settantina di «missioni» dure da spacciare come dovute a obblighi d’ufficio. Frequenti trasferte a Campongara (Venezia) a casa dei genitori della fidanzata e poi moglie Chiara Feltrin. Una puntata a Jesolo «da un notaio per rogito appartamento al mare». Una serata con la fidanzata al ristorante «Da Giggetto» a Miane. Un viaggio all’aeroporto di Venezia «con fidanzata per accogliere nonna e zio di lei in arrivo dal sud Africa per il matrimonio». Un paio di sfacchinate fino a Milano per assistere ai primi di maggio 2008 all’incontro di calcio citato tra la Padania e il Tibet e poi per partecipare alla proiezione del film fortissimamente voluto dai leghisti «Barbarossa» di Renzo Martinelli. E via così…

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Best case scenario

Lo scenario migliore lo disegna alla perfezione Fabio Chiusi:

Se si dovesse arrivare alla crisi di governo gli scenari possibili sono essenzialmente due: nel primo la colpa ricade su Fini, nel secondo su Berlusconi. Quale dei due si verificherà dipende dalle contigenze, anche se è molto probabile si verifichi il primo dato lo strapotere mediatico del Cavaliere. Se la colpa della crisi dovesse finire sui finiani (ad esempio, attraverso un voto di fiducia non concesso sulle quattro questioni fondamentali che il PDL sta per porre sul tavolo) questi ultimi avrebbero tutto l’interesse a evitare le elezioni. Che, inevitabilmente, sotto i colpi martellanti della propaganda e della mistica del tradimento, finirebbero per perdere. Rischiando di sparire, e allo stesso tempo di consegnare il Paese per un’altra intera legislatura al duo Berlusconi-Bossi, che questa volta non avrebbe più alcuna dissidenza interna e potrebbe procedere a fare dell’Italia uno Stato principalmente presidenzialista e federalista, in cui il dissenso – che venga da magistratura o giornali – sarebbe sempre meno tollerato. Ma anche se in qualche modo si evitassero le elezioni, ad esempio attraverso un governo tecnico, la reazione dei berluscones e dei leghisti sarebbe terribile: mesi di campagne diffamatorie contro i dissidenti, attacchi violentissimi a tutte le principali Istituzioni nel nome della “Carta materiale” e della “sovranità popolare”, manifestazioni di piazza e padani coi fucili in mano, pronti alla secessione. O almeno, questa sarebbe l’idea di Italia trasmessa a reti unificate. Non certo uno scenario favorevole ai finiani. A meno che non riescano insieme all’opposizione a modificare radicalmente la legge elettorale, ma a tutt’oggi questa è fantapolitica (Bossi e Calderoli solo qualche giorno fa – dopo anni in cui ne hanno parlato come di una “porcata” – l’hanno definita “perfetta“).

Nel caso invece la colpa della crisi dovesse ricadere su Berlusconi (magari dimissionario dopo gli ennesimi tentennamenti interni alla coalizione), i finiani avrebbero forse qualche margine di speranza in più quanto all’esito elettorale. Ma anche qui, a prescindere dai sondaggi – che ondeggiano dall’1,5 a oltre il 10% e dunque non significano nulla – resta del tutto incomprensibile la collocazione del partito di Fini nello scacchiere politico: a destra di Berlusconi? Al centro con Casini e Rutelli? O ancora: in un nuovo Cln (l’idea era di Casini, non dimentichiamolo) con tutti quanti si oppongano a Berlusconi, compreso il PD – che ha già rivelato, per bocca di diverse alte sfere, di gradire? Le posizioni sui temi etici, la legalità, la libertà di espressione e di stampa – solo per dirne alcune – non aiutano. Un bene nell’ottica post-ideologica di un pensatoio come Farefuturo, ma forse un male di fronte a quella ben più semplicistica della massa dei votanti.

Insomma, in questo momento i finiani sono il vero e proprio ago della bilancia. Chiarire al più presto le loro intenzioni, in modo inequivoco e semplice abbastanza perché il potenziale elettorato capisca, non può che giovare al futuro del Paese. Che in questo momento non ci sta semplicemente capendo più niente, preso com’è tra i fuochi degli scandali infiniti e del battibecco sterile – quando invece vorrebbe solo reimparare a sperare che il futuro sia meglio del passato. Siamo giunti al punto in cui si deve abbandonare il bipolarismo oppure no? E’ ora di modificare l’assetto fondamentale dei poteri dello Stato o va bene così com’è? O più semplicemente: si può fare davvero politica mantenendo questo sistema, oppure lo dobbiamo riformare radicalmente? La risposta a queste domande passa oggi anche attraverso la strategia di Gianfranco Fini. Ma se dovesse sbagliare le sue mosse, si tornerebbe al plebiscito su Berlusconi. Lo scenario che preferisce, e che ci ha portato fino a questo (indesiderabile) punto.

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Caccia grossa

Berlusconi non trema per lo scontro con i finiani, ma ha molta paura di cosa potrebbe portare una vittoria “ai punti” con l’ex amico e cofondatore.

Oggi il peggior nemico del premier si chiama Bossi, e non per un suo eventuale tradimento al leader del Pdl – finora il suo miglior alleato – ma per i numeri che la Lega potrebbe riportare da elezioni anticipate tanto richieste da Berlusconi come arma di distruzione finale. Non a caso la Lega sembra aver superato il Pdl al nord come voti, ed infatti la campagna acquisti del premier verso i finiani “moderati” propende verso una strategia di alleanze più propria alla politica berlusconiana che leghista.

Del resto Berlusconi tende la mano a Casini, notoriamente malvisto da Bossi, ma non nasconde nemmeno una mano tesa verso Rutelli e l’Api proprio per fronteggiare l’escalation finiana se quest’ultimi dovessero fondare – come pare possibile – un partito da contrapporre al Pdl. Ma perché allora la Lega sarebbe il nemico da non sottovalutare?

Perché Berlusconi avrebbe promesso a Roberto Maroni – parlando col Senatùr – di diventare il vicepremier unico e, in caso di salita al Colle, la leadership del Governo. Per la Lega sarebbe un vero trionfo, ma se Berlusconi dovesse disattendere la parola data, Bossi non ci penserebbe due volte a mandarlo a quel paese come fece anni fa.

Si era parlato anche di un governo di transizione con Tremonti premier, ma Bossi, a cena col superministro per il suo compleanno, ha chiaramente fatto capire che “Tremonti non accetterebbe mai”, perché sarebbe solamente un “governo tecnico cocomero, verde fuori e rosso dentro”. Il verde è padano, ma rosso? Dunque anche Bossi ha paura di un eventuale governo di “unità nazionale” (parola in voga a Casini non per nulla) e propende invece per nuove elezioni forte del consenso popolare di cui disporrebbe.

Del resto Berlusconi teme per le sue leggi ad personam, e il solo motivo di governo tecnico lo fa sudare copiosamente. In ballo c’è il legittimo impedimento di cui la Consulta si pronuncerà a dicembre per la costituzionalità; il Lodo Alfano costituzionale è ormai una priorità di questo Governo, e se dovesse saltare anche questo salterebbe l’ultimo (l’unico?) appiglio che ha il cavaliere per sottrarsi ai suoi molteplici impegni con la giustizia.

Quindi non rimangono che elezioni anticipate appena riprendono i lavori parlamentari – si parla di novembre appunto per supportare un eventuale voto al Lodo Alfano prima della pronuncia definitiva della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento – col rischio, fuorché assurdo, che la Lega rubi 70 seggi al nord tra Camera e Senato al partito del premier. Ed è per questo motivo che Berlusconi ha i sudori freddi e i suoi peones stanno facendo tabula rasa nelle liste elettorali del centro e del sud per partecipare alla prossima legislatura.

Di contro si inizia pure ad intravedere un cambio di tendenza. Molti deputati meridionali stanno facendo l’occhiolino all’Udc (che nel frattempo è diventato il Partito della Nazione, tanto per ribadire ancora una volta che in Italia cambiano al massimo i nomi ai partiti, ma non le persone) e a Futuro e Libertà di Fini con la speranza, tutt’altro che nascosta, che da gruppo parlamentare diventi un partito a tutti gli effetti. Sacre sono state le affermazioni di questi giorni di due finiani doc come Briguglio e Bocchino i quali, in molte interviste, hanno assicurato che a breve nascerà il nuovo partito. Gianfranco Fini, nel frattempo, sta muto forse occupato dalla campagna stampa del capo tramite Il Giornale e Libero.

L’unica soluzione possibile sarebbe un risanamento della frattura tra i due fondatori del Pdl Berlusconi e Fini, ma a quanto pare nemmeno Gianni Letta è riuscito a far disotterrare l’ascia di guerra nei venti minuti a colloquio con Fini ai funerali di Cossiga.

La querelle estiva continua, mentre le opposizioni non riescono a fornire una valida alternativa da sbattere sul tavolo del Parlamento.

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Frase della settimana/2

«Se dovessimo celebrare in Friuli Venezia Giulia i 150 anni dovremmo issare sul pennone la bandiera austro-ungarica. Siamo in un’altra realtà»

Edouard Ballaman, Lega Nord, Presidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia

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Trota icona gay

Trota Bossi icona gay: il gruppo su Facebook che il Ministro Maroni farà chiudere prima che sorga il sole

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Il dopo voto

di Gianni Ghiani

Il voto ha sostanzialmente deluso le aspettative di crescita del PD e del Centrosinistra nel suo complesso. Qualche lieve miglioramento, non si può negare, c’è stato rispetto alle ultime consultazioni del 2009, ma è poca cosa. Il vento del cambiamento che Bersani, e noi con lui, credevamo stesse spirando, in realtà era solo un vento agognato. Il risultato finale di 7 a 6 è il bicchiere mezzo pieno che non disseta. Abbiamo perso di poco in due regioni importanti è vero, ma abbiamo perso. E’ inutile che facciamo finta di non vedere il peso delle regioni conquistate dal Centrodestra. Non sono pochi quelli che dicono che finché Berlusconi avrà il dominio delle televisioni potendo spadroneggiare su tutti i Tg e mettere il bavaglio ai giornalisti non asserviti, non avremo modo di vincere perché non siamo messi nelle condizioni di combattere ad armi pari. Io la penso un po’ diversamente. Penso che se da un lato sia assolutamente reale e intollerabile la sproporzione di forze in tv tra noi e il centrodestra (maledetta legge sul conflitto di interessi che non abbiamo avuto il coraggio di fare), d’altro canto mi pare riduttivo e insufficiente attribuire solo a questo fatto la causa della nostra inadeguatezza a vincere e convincere.
Vorrei ricordare che la lista di Beppe Grillo ha avuto un centesimo del tempo televisivo del Pd in tutta la campagna elettorale, per dire almeno che esisteva, e ha preso un sacco di voti comunque. Ben 400.000 voti raccolti in 5 regioni su 13!
Se avessimo il livello di efficacia comunicativa di Grillo avremmo potuto prendere almeno il 35% e non il 26 con le briciole dopo la virgola. Con questo non voglio dire assolutamente che dobbiamo sposare il grillismo. Ci mancherebbe (anche se non darei un giudizio sprezzante e liquidatorio sul movimento e le istanze di cui si fa portatore). Ma è del tutto evidente che la televisione non è tutto. Che, come Grillo insegna da tempo, il canale comunicativo del web è importante e va utilizzato per fare rete, non solo per mandare informazioni o fare vetrina. Dobbiamo capire che la consultazione aperta e dal basso è molto importante per rinnovare il linguaggio, per selezionare le idee‐forza, per testare le proposte programmatiche. Sminuire questo dato, che è in continua crescita, significa rimanere ai margini dell’innovazione politica. Rendiamoci conto che quell’8% di Grillo nella roccaforte della sinistra italiana ‐ l’Emilia rossa ‐ è da far tremare le vene ai polsi. Per non dire dell’aumento della Lega Nord proprio in quella regione e crescente (siamo al raddoppio dei voti!) anche nelle altre regioni del Centro Italia. E poi quel 4% in Piemonte dove Grillo ha decretato la nostra sconfitta parla da solo. Insomma gli altri ci stanno mangiando l’erba da sotto i piedi senza che noi ce ne accorgiamo. Ce ne accorgiamo solo alla prova del voto. Non solo la questione settentrionale è sempre più acuta, si sta estendendo al Centro Italia, ma i vertici continuano a minimizzare. Questo è grave!

La distribuzione del voto ci ha detto una cosa importante: il Centrosinistra è forte abbastanza nei grandi centri metropolitani, ma troppo debole in provincia, in periferia. E questo è un altro problema che dobbiamo risolvere con decisione. Non basta proclamare e invocare il radicamento del partito, dobbiamo farlo costruendo relazioni dal basso, quelle che fanno tessuto connettivo di idee e sensibilità comune, appartenenza e voglia di esserci e contare. Ma questo significa essere permeabili ai mondi vitali presenti nella società, nei territori, significa essere capaci di ascolto attivo e non puramente strumentale al momento della richiesta del voto.
Io credo che sia stato il mancato ascolto della base da parte dei vertici del Pd ad aver prodotto i tanti pasticci che per due mesi, ogni giorno, sono stati messi in bella mostra in tv sulla scelta dei candidati. Pasticci che hanno pesato moltissimo sull’umore dell’elettorato. Pasticci determinati dalle consorterie, da una linea ondivaga sulle primarie, da accordicchi fatti a tavolino specialmente con l’Udc. Tutto questo ha provocato astensionismo e una migrazione del voto verso i ranghi del grillismo, del dipietrismo e pure del leghismo.
Il Pd non ha saputo rischiare facce nuove né in Campania, né in Calabria dove il cambio di passo s’imponeva per le ovvie ragioni che Bassolino e Loiero hanno conseguito risultati negativi e guai con la giustizia nel corso del loro mandato. Per fortuna che alla fine in Puglia l’ha spuntata Vendola. Al suo posto se avessimo messo Boccia avremmo perso anche la regione pugliese (spero che, prima o poi lo riconosca anche D’Alema che si era opposto con tutte le sue forze alla candidatura di Niki). Nel Lazio lo scandalo Marrazzo ha penalizzato certamente il Centrosinistra, ma la timidezza del Pd a metterci la faccia con suo candidato nuovo, credo abbia pesato molto sull’esito finale. Ho rispetto per Emma Bonino. E’ stata una candidata volitiva e seria. Ha fatto bene a puntare sul rispetto della legalità e delle regole, sulla trasparenza come precondizione della buona amministrazione ma, per una quota parte di elettorato moderato del Centrosinistra, il suo credo radicale, principalmente su alcune questioni etiche, non era facilmente digeribile. Certamente, a tre giorni dalla consultazione elettorale, l’esternazione di mons. Bagnasco per cui non era bene votare Bonino, ci ha danneggiato. Tuttavia se è pur vero che questo può aver costituito un problema, va d’altra parte detto che, Emma Bonino non è stata un volto nuovo come la Polverini. Emma non può pensare ma soprattutto noi del Pd non possiamo pensare che altre figure navigate quanto lei possano essere buone per tutte le stagioni. Ancora una volta si torna, inevitabilmente, al nodo del rinnovamento della nostra classe politica.
Mi ripeto: l’astensionismo dilagante ha colpito soprattutto noi, non Berlusconi. Tanto meno Bossi che miete dove semina. La sua è una semente che crea perlopiù zizzania, cioè separatismo, esclusione sociale, localismo integralista, ecc, questo è verissimo (attenzione però a non identificare la Lega con il Male). Mentre noi vogliamo e dobbiamo seminare cose buone capaci di produrre inclusione, sviluppo ecosostenibile, innovazione, crescita culturale del Paese, ecc. Tutto vero. Interroghiamoci, però, sul fatto che la nostra semente non ha ‐almeno per ora‐ la forza sufficiente per attecchire. Le nostre idee e i programmi mancano di incisività, non spiccano per qualità oggettiva e soprattutto per qualità percepita. Peraltro se non torniamo a lavorare il terreno in cui seminiamo, cioè a interessarci veramente del contesto socio‐culturale in cui la gente vive e opera, non produrremo granché.
Io credo che da qui al 2013 il Pd deve lavorare soprattutto su due fronti: Per un verso deve innovare profondamente il modo di elaborare il suo pensiero politico‐ programmatico, affinare un linguaggio credibile e comprensibile e padroneggiare il modo di comunicare, cose che hanno bisogno di una maggiore orizzontalità dentro il partito per esprimersi, e, per un altro verso, deve, senza alcun indugio, dare spazio di crescita a figure nuove e spendibili sul “mercato” della politica. Nel Pd di persone in gamba, di talento e qualità già ce ne sono, ma bisogna smetterla con le beghe interne e i conservatorismi personalistici dei soliti noti che le costringono all’angolo. Guardiamo in casa d’altri: tutto si può dire della Lega tranne che non abbia investito intelligentemente su un rinnovo della sua classe dirigente, e i risultati le danno sonoramente ragione. E’ vero che il PD in termini percentuali ha ridotto di molto il suo differenziale rispetto al PDL, ma solo perché quote significative di voto pidiellino si sono spostate verso la Lega. Vedo per il Pd una strada lunga e in salita. Facciamocene una ragione. Se nel 2013 vogliamo vincere, ciclisticamente parlando, bisogna correre con la pedalata del passista scalatore, ma anche pronti allo scatto del grimpeur. Speriamo, e penso in questo momento a Bersani, di vedere maggiormente la grinta del grimpeur che appassiona i militanti e convince gli elettori sfiduciati (sempre più lontani dalle urne), piuttosto che perseguire la strategia della calma andatura al motto “prima o poi al traguardo ci arriviamo”.

Che ci piaccia o no (sicuramente non ci piace per niente) la chiamata alle armi da parte di Berlusconi contro le forze del male (la fantomatica sinistra pancomunista da quindici anni a questa parte) ha ancora una volta funzionato, salvando il premier da una potenziale debacle che abbiamo sperato arrivasse e che non è arrivata. Il crollo del centrodestra francese non ha avuto la sua traduzione in Italia. La carismaticità del premier e di Bossi insieme “resistono” alle prove del voto al di là della povertà di risultati oggettivamente dimostrati dal governo.
Se penso alla Lega Nord, con il distacco sufficiente per vedere più chiaro, devo constatare che ha saputo presentarsi all’elettorato come una forza affidabile, non litigiosa dentro la coalizione, determinata nel lavoro di governo e per questo capace di convincere masse consistenti di persone al Nord e anche al Centro di tutte le estrazioni sociali (dagli operai agli imprenditori) stravincendo pressoché ovunque. Qualche eccezione clamorosa a dire il vero c’è stata. Penso alla sconfitta del ministro Castelli nella sua Lecco. Lì la Lega ha pagato i vizi tipici della politica politicante che pensa di vincere a mani basse solo perché cala il nome grosso, anche se poi di quella comunità, il nome grosso, non se ne occuperà perché troppo occupato a Roma a fare il parlamentare. La gente capisce queste cose e non perdona. Idem con patate a Venezia dove Brunetta pensava di sbaragliare il campo dall’alto (si fa per dire) della sua statura di ministro “fanttuttone” e invece le ha prese di santa ragione dai suoi stessi amici veneziani. Attenzione che queste sono lezioni che valgono per tutti. Il voto alla Lega, come confermato in Veneto, è comunque preoccupante soprattutto perché è espressione di un voto cattolico profondamente secolarizzato nei contenuti, e compatto nell’attaccamento a una tradizione “de noialtri” consolatoria che ha ridato identità e sicurezza a un popolo un tempo “bianco” ed ora “verde”, come ha ben spiegato il sociologo Ilvo Diamanti su Repubblica. Il PDL non è in salute e il premier per primo lo sa bene. Le lotte intestine non rimarranno tali a lungo perché altrimenti la Lega continuerà a crescere. Sarà da vedere come continuerà il duello con Fini e i suoi seguaci. Comunque sia Berlusconi, con questo risultato, è nelle condizioni psicologiche e politiche per rimettere in ordine il partito e di premere sull’acceleratore delle sue priorità di governo. Nell’ottica del “do ut des” Lega e PDL si sosterranno a vicenda. O meglio, Berlusconi avrà man forte da Bossi sulla questione Giustizia e Bossi da Berlusconi sul Federalismo. Gli effetti della crisi economica saranno trattati se proprio sarà inevitabile. In tal senso PD e alleati all’opposizione devono invece ogni giorno battere il ferro della crisi non risolta per continuare la scalata.
Che dire dell’UDC di Casini, più croce che delizia per il Pd. E’ stato utile al Centrosinistra in Puglia perché ha scelto il terzo forno della Poli Bortone, in Liguria appoggiando Burlando, nelle Marche sostenendo Spacca e in Basilicata schierandosi con De Filippo, mentre non si è rivelato un valore aggiunto in Piemonte dove ha portato meno consensi del previsto alla Bresso. Viceversa è stato utile al Centrodestra in Campania, in Calabria e nel Lazio. Laddove l’UDC è andato da solo ha dimostrato che non sarebbe stato comunque decisivo né per il Centrosinistra (come dimostrano i risultati in Toscana in Emilia Romagna e in Umbria), né per il Centrodestra (come dimostrano i risultati in Veneto e in Lombardia). In altri termini, nelle roccaforti dell’uno o dell’altro schieramento l’apporto dell’UDC non è stato decisivo. Casini è un “soddisfatto frustrato” perché se da un lato in 7 Regioni su 13 ha vinto facendo vincere, dall’altro constata che il bipolarismo non è stato incrinato come lui avrebbe voluto; che Berlusconi non è in crisi e che non potrà stare in mezzo al guado per troppo tempo ancora. In vista del 2013 dovrà decidere con quale schieramento allearsi. Le terze vie non fanno strada (anche perché con l’API di Rutelli il Centro non vola verso traguardi credibili).

Il PD deve giocare all’attacco. Esibire le sue carte sulle riforme per dimostrare ai suoi militanti, ai suoi elettori e al Paese di essere effettivamente un partito riformatore e che il Centrodestra di Berlusconi è costretto a inseguire dimostrando di saper governare, se n’è capace. Mi permetto di dire che bisogna far vedere le nostre proposte in merito alla riforma fiscale, la giustizia, la scuola, la politica economica e di welfare, le riforme istituzionali. In particolare:

• dobbiamo dire ai giovani che ingrossano le fila dei disoccupati quali sono le nostre proposte per uscire dalla crisi economica ed occupazionale. Con quale politica industriale, con quale innovazione nella scuola e nella formazione universitaria e professionale.

• dobbiamo dire agli imprenditori delle piccole e microimprese come concretamente li vogliamo sostenere, senza forme di assistenzialismo, ma aiutandoli ad aggregarsi e a innovarsi.

• dobbiamo dire come vogliamo sostenere la famiglia, affinché faccia figli sapendo che c’è una rete di servizi e un sistema di detrazioni che l’aiutano veramente. E lo stesso ai pensionati.

• se le tasse Berlusconi non le ha diminuite, ma aumentate, è giusto dirlo a chiare lettere alla gente, ma tocca anche dire cosa abbiamo in mente di fare noi affinché si realizzi il principio “pagare meno, pagare tutti”.

• la questione energetica è strategica. Siamo contro il nucleare. Va bene. Ma dobbiamo prospettare coerentemente una politica energetica di grandi investimenti sulle fonti alternative e contemporaneamente misure efficaci per il risparmio energetico su vasta scala (edifici pubblici e privati da Nord a Sud).

• dobbiamo dire con quali nuove misure intendiamo regolamentare il flusso degli immigrati, garantire loro condizioni di integrazione tenendo conto dei diritti umani a loro dovuti e pretendendo il rispetto dei doveri che le leggi prescrivono. E’ una questione di civiltà che chiede scelte di sistema perché investono gli ambiti della scuola, del lavoro, della sanità, della casa e dei diritti di cittadinanza.

• il tormentone di Brunetta sul “fannullismo” nel pubblico impiego lo dobbiamo combattere, ma dobbiamo pretendere un assetto dell’apparato pubblico che sia efficiente, in cui il merito torni a contare, in cui la valutazione del lavoro svolto sia trasparente e rigoroso. Tutte le rendite di posizione e ogni forma di privilegio improduttivo sono inaccettabili soprattutto perché ingiuste verso chi fa il proprio dovere fino in fondo.

• sulla scia di questo principio, dobbiamo essere in prima linea contro ogni forma di condono, lassismo verso coloro che si fanno beffe della legge e delle regole del gioco. Inflessibili contro ogni forma di evasione fiscale e contributiva.

• la riforma della giustizia non ci deve vedere giocatori di sponda. Va bene condannare ogni provvedimento ad personam che il premier tenterà di far passare, ma dobbiamo anche proporre un assetto che dia certezza della pena, tempi ragionevoli nello svolgimento dei processi, un’organizzazione efficiente e dotata di strumenti innovativi per poterlo diventare e puntare sulla massima qualificazione dei giudici e dei magistrati.

• sui diritti civili (unioni di fatto) e le questioni della biopolitica (rapporto scienza e tecniche sulla vita) non dobbiamo avere paura del confronto interno e con il centrodestra per cercare una via laica ad un nuovo personalismo senza perpetuare guerre ideologiche anticlericali.

Molto altro ci sarebbe da dire, ma non tutto si può racchiudere in un solo discorso. Ciò che mi sta a cuore è la consapevolezza che c’è tanto da lavorare, con la massima apertura al dialogo, alla discussione, alla condivisione dentro il Pd a tutti i livelli.

Ultima cosa. Di tutto abbiamo bisogno tranne che di altra instabilità. Nessuno pensi, perciò, di mettere in discussione Pier Luigi Bersani scelto democraticamente da oltre tre milioni di elettori a guidare il partito. Dicasi lo stesso per Debora Serracchiani chiamata a guidare il Pd in regione (FVG ndr).

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Trasversale egoista

Alla Lega è invece riuscito di mettere insieme il maggior partito trasversale di sempre, l’unico che possa ambire ad una compiuta maggioranza assoluta, se non all’egemonia totale: quello dell’egoismo. L’imprenditore egoista, il coltivatore diretto egoista, il precario egoista, il disoccupato egoista, il dipendente statale egoista, l’egoista settentrionale e quello meridionale, quello cattolico e quello ateo, l’egoista illuminato e snob così come quello rozzo ed ignorante: all’elettore leghista tradizionale, tutto secessione e celodurismo, si è affiancato uno sterminato popolo cui della Padania e del dio Po non importa nulla.

Daniele Sensi

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Sconfinando nella retorica

Sette a sei. Liguria, Emilia, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata e Puglia al centrosinistra. Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio, Campania e Calabria al centrodestra. Il dato fondamentale è che il Veneto e il Piemonte avranno due governatori della Lega: Roberto Cota in casa Fiat, e Luca Zaia in laguna. L’altro dato significativo è che Mercedes Bresso ha perso di tre punti contro Cota, i quali sono andati al candidato del Movimento a cinque stelle di Grillo.

Il paradosso che conferma l’ineluttabile è nella lettura analitica dei risultati regionali e provinciali/comunali. In Veneto come si è detto vince la Lega, ma Orsoni del centrosinistra vince alla grandissima a Venezia contro il Ministro Brunetta di oltre nove punti; stessa cosa a Lecco dove esce sconfitto il leghista Castelli al primo turno (50.2 a 44.2) contro l’ex presidente della provincia Brivio, e a Lodi vincente è Guerini contro Tadi di quasi 15 punti. Insomma, due pesi e due misure tra regionali e comunali che dispensano controversie inoppugnabili al centro del potere piddino. Candidati azzeccati, perché scelti localmente, per quel che riguarda il territorio comunale e provinciale; scelte sbagliate nella maggior parte dei casi trattandosi dei candidati regionali ove la scelta è stata fatta dalla direzione nazionale. Con i distingui del caso naturalmente.

In Lombardia e Veneto era pressoché certo che sarebbero andate alla destra, ma sconfitte come quelle in Piemonte e in Lazio – più la prima che la seconda – sono difficili da mandar giù. Per quanto sia semplicistico imputare le colpe di una mancata elezione ai fan del grillo parlante, è incontestabile che senza il 3.5 per cento dei grillini la Bresso avrebbe vinto. Ma ciò non significa affatto che la colpa della sconfitta della sinistra in Piemonte è di Grillo, anzi.
Grillo, come l’Idv prima di lui (o loro, dipende come la si intende) hanno preso i voti di chi non si presta all’una o all’altra forza in campo, e per come dice Di Pietro nelle newsletter dell’Idv –  ”Il Movimento di Beppe Grillo, infatti, non ha rubato voti al centrosinistra ma ha raccolto il voto di protesta dei cittadini e rappresenta una realtà con la quale vogliamo interloquire” – i grillini hanno pescato tra i disillusi di una certa politica. Però, a prova di smentita, Grillo ha sì sputtanato il Pd in tutti i suoi monologhi on e offline, ma principalmente ha calpestato la politica della destra e di Berlusconi molto di più, e in proporzioni altamente considerevoli, di tutto il centrosinistra. Per cui rileggendo i dati piemontesi non pare così facile credere che il movimento di Grillo abbia solo preso il voto di chi protesta, semmai di chi era per certi versi slegato dalla Lega ma si riconosceva comunque in quel modo di fare politica. Sotto questo aspetto le parole di Davide Bono, leader del movimento in Piemonte, sono state esemplari: “noi dobbiamo stare vicini soprattutto ai NOSTRI negozi che vivono la competizione di immigrati, regolari e non. Gli immigrati vanno aiutati A CASA LORO“. Non mi sembra che siano parole di sinistra ne’ tantomeno contro Berlusconi, certo Bersani può anche dire che il voto alla Lega è un voto di protesta al premier, ma se non erro Bossi e Berlusconi governano insieme questo Paese e in Lombardia è il secondo partito dopo il Pdl.

Lazio. Emma Bonino non ce l’ha fatta a sconfiggere la Polverini, e anche in questo caso la politica – quella fatta dalle persone – non è riuscita a fare il miracolo (anche se l’ex sindacalista festeggiando ha detto che i miracoli si avverano) di portare un radicale al palazzo del potere romano. Anche qui la politica – quella fatta dalle nomenclature - ha dato il meglio di se’. Pannella stanotte su Radio Radicale ha dato il meglio dicendo papale papale che la colpa della sconfitta di Emma è attribuibile al Pd perché “ha messo in campo solo candidati romani e nessuno della provincia laziale”. Quanto è bello sputtanare l’alleato…

In Emilia ha vinto Errani al suo terzo mandato – in barba alla norma che prevede due soli mandati, esattamente come il quarto consecutivo di Formigoni al Pirellone – ma con un fortissimo sette per cento del movimento di Grillo che ha tolto, anche stavolta, voti al presidente uscente senza comunque far danni al candidato del Pd. Comunque, anche questo dato, rimane qualcosa su cui soffermarsi ma andrebbe fatto quando l’esecutivo emiliano si insedierà e si sapranno che ruoli avranno i grillini.

In conclusione penso che la sconfitta del centrosinistra sia dovuta più alle stantie regole che i capoccia di Sant’Andrea delle Fratte hanno pensato, che ai candidati – spesso sbagliati o fuori luogo – che hanno portato al rogo. Leggevo in una ML che nelle regioni dove si è scelto  il candidato con le primarie si è vinto, mentre dove il candidato è stato scelto per imposizione si è perso anche malamente. Naturalmente è un caso: non posso e non voglio credere che il Pd possa scegliere il proprio candidato solo ed esclusivamente in base alle primarie (anche se credo sia il miglior modo possibile per sceglierlo), anche perché un presidente uscente che ha fatto bene non può essere messo in discussione solo perché “si sceglie solo con le primarie”… no, mi dispiace, non è questa la soluzione migliore per scegliere la classe dirigente: ma tramite un serio programma di rinnovamento all’interno del partito a prescindere dalle cariche elettive in cui dovranno cimentarsi successivamente. Ah, e non è nemmeno vero che dove non si sono fatte le primarie ha vinto si è sempre perso: Errani in Emilia, Rossi in Toscana, Burlando in Liguria, De Filippo in Basilicata e Spacca nelle Marche hanno vinto senza primarie e Loriero in Calabria ha perso pur avendo vinto la selezione elettorale interna. Quindi le primarie servono come strumento importantissimo per il rigenero della dirigenza, ma se un candidato è uscente ed ha fatto bene il suo lavoro nella passata amministrazione, non è che per la voglia di selezionare il nuovo a tutti i costi dobbiamo darci la zappa nei piedi.

E comunque bisogna dirlo senza girarci tanto intorno con la retorica: abbiamo perso anche stavolta!

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In Piemonte si sceglie Fidel. Parola di scout!

I sei punti del “Patto per la famiglia e per la vita” firmato dal candidato leghista in Piemonte Roberto Cota spiegato in poche parole: 1) contrario all’aborto, 2) contrario al testamento biologico, 3) contrario alle coppie di fatto soprattutto se gay, 4) favorevole ad un sostegno per le giovani coppie se regolarmente sposate, 5) favorevole ad elargire bonus alle famiglie che scelgono la scuola libera cattolica, 6) (l’ultimo punto è una vera sciccheria) “Prenderò misure regionali, e sosterrò quelle del governo nazionale, che vigilino contro gli abusi sulle donne e sui minori, non tollerino le mutilazioni genitali femminili, l’avviamento alla mendicità e alla prostituzione da parte di organizzazioni malavitose, la poligamia e i matrimoni forzati, e prevengano l’imposizione del burqa e di altre forme di velo integrale a donne e ragazze che non desiderano portarlo.”

Se Cota riesce a portarmi un parlamentare (uno solo basta) che tolleri ufficialmente le mutilazioni genitali femminili, che si dica favorevole all’avviamento alla mendicità e alla prostituzione da parte della malavita, che sia a favore della poligamia e dei matrimoni forzati, e che approvi l’imposizione del burqa e il velo integrale alle donne che non desiderano portarlo – prometto ufficialmente che metterò una sua foto con la scritta “VOTA COTA!” su questo blog. Parola di scout!

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Non siamo un paese normale

«L’Italia è un paese normale?

L’anomalia rappresentata da Berlusconi – il fatto che concentri in sé il potere politico e mediatico, che utilizzi il Parlamento come un’azienda destinata a fabbricare leggi che lo salvino dai tribunali, che vomiti insulti sulla magistratura, che critichi continuamente la Costituzione, che riduca la politica a un cumulo di barzellette e dichiarazioni istrioniche, che porti con sé il peso dei suoi scandali sessuali – tutto questo spingerebbe a rispondere di no.

Ma c’è di più.
Ciò che colpisce, ad esempio, è il fatto che dopo essere stata considerata il laboratorio-avanguardia dell’idea di Europa, l’Italia è oggi regredita a uno status “provinciale”. La sua stessa classe politica è provinciale, viaggia poco, soltanto di rado parla inglese. Il ruolo centrale ancora attribuito alla televisione immobilizza il paese negli anni Ottanta.

Si va in televisione agghindati, tutto è intrattenimento, pubblicità, talk show urlato, sederi e pizzi, le trasmissioni di inchiesta sono rarissime e di conseguenza quelle a cui potrebbero partecipare filosofi, storici, sociologi, psicanalisti o uomini di scienza praticamente non esistono. Una sera su due, Raiuno manda in onda Porta a Porta, un talk show condotto da un giornalista dolciastro, una sorta di messa a cui partecipano sempre gli stessi leader politici, e che non è lontana dal rimpiazzare Camera e Senato. Molto di rado nelle trasmissioni politiche, sportive o di varietà compare una persona di colore.

Nuova provincia, l’Italia perde punti praticamente in ogni settore, dalla scuola alla sanità, all’ecologia, ai diritti, alla cultura (budget massacrato) e anche alla tecnologia. Di recente, dopo Bob Geldof che rimproverava il governo di pareggiare il bilancio alle spalle dei poveri, è stato Bill Gates in persona ad accusare Berlusconi (”I ricchi spendono molti più soldi per risolvere i loro problemi personali, come la calvizie, di quanto non facciano per combattere la malaria”) di aver ridotto della metà i fondi pubblici per lo sviluppo promessi davanti alle telecamere, facendo dell’Italia “il più avaro paese europeo”.

La stessa regressione a livello informatico.

Si sa che a causa del decreto Pisanu la connessione wireless a Internet in un luogo pubblico, un areoporto o un cybercafé per esempio, è sottomessa alla presentazione di una carta di identità?

Che i crediti per lo sviluppo dell’addebito immedito sono congelati dal 2008, che da parte della maggioranza si levano voci che domanda il controllo di social network come Facebook?

Che sono state firmate ovunque petizioni per “emancipare Internet” dalle norme legislative che penalizzano il futuro del paese il quale, per l’accesso alla Rete, è già “indietro e sottosviluppato rispetto al resto d’Europa”?

Berlusconi è un uomo di televisione vecchio stile, per il quale Internet è un mezzo pericoloso in quanto “liquido”, ovvero incontrollabile e fuori dal suo impero.

Ma è a livello sociale che la regressione è più netta. Berlusconi catalizza talmente l’attenzione che all’estero non si percepisce come il fatto più importante sia piuttosto una “leghizzazione” della società, che porta con sé una degradazione morale e civica, una “barbarizzazione” dell’Italia.

La Lega Nord di Umberto Bossi – il cui organo di stampa, “La Padania”, ha scritto: «Quando ci liberete dai negri, dalle puttane, dai ladri extracomunitari, dai violentatori color nocciola e dagli zingari che infestano le nostre case, le nostre spiagge, le nostre vite, i nostri spiriti? Buttateli fuori, questi maledetti» –  la Lega Nord alleata decisiva del partito di Berlsuconi ha fatto eleggere i suoi uomini, molti dei quali sono ministri, in un considerevole numero di amministrazioni locali, diffondendo i suoi valori e il suo linguaggio, ha sdoganato e reso normale il discorso xenofobo.

Ci vorrebbe la Biblioteca Vaticana per riunire ed enumerare i discorsi che incitano all’odio razziale, all’omofobia, all’anti-meridionalismo pronunciati dai suoi leader.

Che si guardino su Youtube i discorsi del signor Mario Borghezio, che si ascoltino qualche estratto dei discorsi di Radio Padania: in nessun paese sarebbe tollerato un tale strabordamento di odio, stupidità, xenofobia!

Si difendono i valori cristiani, la famiglia, il lavoro, si vuole la croce sulla bandiera italiana e il crocifisso nelle scuole ma il ministro dell’Istruzione vuole imporre una quota di stranieri nelle classi, il ministro dell’Interno ha voluto istituire ronde di sorveglianza (un fiasco colossale, fortunatamente, nessuno si è presentato per farne parte) e ha istituito come reato penale il fatto di essere uno straniero senza permesso di soggiorno.

Una piccola star della politica, capo di impresa a destra della destra, di cui si prevedeva che sarebbe diventata sotto segretario al Welfare perché nelle grazie di Berlusconi (a proposito del quale aveva detto: “E’ ossessionato da me, ma non gliela darò…” o anche “Le donne gli piacciono solo in posizione orizzontale”) si è finemente distinta per aver dichiarato che “Maometto era un pedofilo”.

Un fanatico (eletto) ci teneva a che i treni frequentati dalle ragazze nigeriane fossero disinfettati, un altro (anche lui eletto) voleva “eliminare tutti bambini rom che derubano gli anziani” e, interrotto dagli applausi del “popolo padano” ha invitato i musulmani a “pisciare dentro le loro moschee”.

Altri ancora hanno dato fuoco alle baracche degli immigrati, proposto vagoni ferroviari e linee del bus separate per Italiani e stranieri. Discriminazioni di ogni genere, aggressioni, spedizioni punitive, crimini a volte, bandiere e grida razziste nei raduni della Lega, vere e proprie cacce all’uomo nero con bastoni e fucili che per la stampa internazionale fanno evocare il Ku Klux Klan e che invece al ministro dell’Interno fanno dire: “Abbiamo dato prova di troppa tolleranza verso gli immigrati”.

Tutto ciò provoca poche reazioni in Europa. Ed è senza dubbio in questo senso che l’Italia è ancor più provincializzata: la si guarda dal lontano e dell’alto, continuando ad amarla per la sua cucina, l’arte e i paesaggi, non la si prende sul serio né nel bene né nel male. Che si immagini cosa accadrebbe nelle strade di Londra, di Parigi, di Berlino se la Lega Nord fosse un partito, poniamo, austriaco o francese e se Umberto Bossi si chiamasse Jörg Haider.

Libèration tradotto da L’Espresso

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