Articoli con tag Lodo Alfano

Caccia grossa

Berlusconi non trema per lo scontro con i finiani, ma ha molta paura di cosa potrebbe portare una vittoria “ai punti” con l’ex amico e cofondatore.

Oggi il peggior nemico del premier si chiama Bossi, e non per un suo eventuale tradimento al leader del Pdl – finora il suo miglior alleato – ma per i numeri che la Lega potrebbe riportare da elezioni anticipate tanto richieste da Berlusconi come arma di distruzione finale. Non a caso la Lega sembra aver superato il Pdl al nord come voti, ed infatti la campagna acquisti del premier verso i finiani “moderati” propende verso una strategia di alleanze più propria alla politica berlusconiana che leghista.

Del resto Berlusconi tende la mano a Casini, notoriamente malvisto da Bossi, ma non nasconde nemmeno una mano tesa verso Rutelli e l’Api proprio per fronteggiare l’escalation finiana se quest’ultimi dovessero fondare – come pare possibile – un partito da contrapporre al Pdl. Ma perché allora la Lega sarebbe il nemico da non sottovalutare?

Perché Berlusconi avrebbe promesso a Roberto Maroni – parlando col Senatùr – di diventare il vicepremier unico e, in caso di salita al Colle, la leadership del Governo. Per la Lega sarebbe un vero trionfo, ma se Berlusconi dovesse disattendere la parola data, Bossi non ci penserebbe due volte a mandarlo a quel paese come fece anni fa.

Si era parlato anche di un governo di transizione con Tremonti premier, ma Bossi, a cena col superministro per il suo compleanno, ha chiaramente fatto capire che “Tremonti non accetterebbe mai”, perché sarebbe solamente un “governo tecnico cocomero, verde fuori e rosso dentro”. Il verde è padano, ma rosso? Dunque anche Bossi ha paura di un eventuale governo di “unità nazionale” (parola in voga a Casini non per nulla) e propende invece per nuove elezioni forte del consenso popolare di cui disporrebbe.

Del resto Berlusconi teme per le sue leggi ad personam, e il solo motivo di governo tecnico lo fa sudare copiosamente. In ballo c’è il legittimo impedimento di cui la Consulta si pronuncerà a dicembre per la costituzionalità; il Lodo Alfano costituzionale è ormai una priorità di questo Governo, e se dovesse saltare anche questo salterebbe l’ultimo (l’unico?) appiglio che ha il cavaliere per sottrarsi ai suoi molteplici impegni con la giustizia.

Quindi non rimangono che elezioni anticipate appena riprendono i lavori parlamentari – si parla di novembre appunto per supportare un eventuale voto al Lodo Alfano prima della pronuncia definitiva della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento – col rischio, fuorché assurdo, che la Lega rubi 70 seggi al nord tra Camera e Senato al partito del premier. Ed è per questo motivo che Berlusconi ha i sudori freddi e i suoi peones stanno facendo tabula rasa nelle liste elettorali del centro e del sud per partecipare alla prossima legislatura.

Di contro si inizia pure ad intravedere un cambio di tendenza. Molti deputati meridionali stanno facendo l’occhiolino all’Udc (che nel frattempo è diventato il Partito della Nazione, tanto per ribadire ancora una volta che in Italia cambiano al massimo i nomi ai partiti, ma non le persone) e a Futuro e Libertà di Fini con la speranza, tutt’altro che nascosta, che da gruppo parlamentare diventi un partito a tutti gli effetti. Sacre sono state le affermazioni di questi giorni di due finiani doc come Briguglio e Bocchino i quali, in molte interviste, hanno assicurato che a breve nascerà il nuovo partito. Gianfranco Fini, nel frattempo, sta muto forse occupato dalla campagna stampa del capo tramite Il Giornale e Libero.

L’unica soluzione possibile sarebbe un risanamento della frattura tra i due fondatori del Pdl Berlusconi e Fini, ma a quanto pare nemmeno Gianni Letta è riuscito a far disotterrare l’ascia di guerra nei venti minuti a colloquio con Fini ai funerali di Cossiga.

La querelle estiva continua, mentre le opposizioni non riescono a fornire una valida alternativa da sbattere sul tavolo del Parlamento.

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Dal Lodo Alfano al Lodo Cassazione

Sul decreto legge sugli incentivi, c’è un piccolo decreto che permette alla Mondadori – casa editrice di Marina Berlusconi, figlia del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – di evitare il contenzioso con il fisco, partito nel 1991, per una evasione di 173 milioni di euro, che diventano 350 con gli interessi, pagando solo la ridicola cifra di 8.6 milioni di euro.

Repubblica oggi ne da così la notizia:

“Legge salva-Mondadori doveva essere e legge salva-Mondadori è stata. La casa editrice controllata dalla Fininvest si avvia a chiudere con una mini-transazione da 8,6 milioni un contenzioso quasi ventennale in cui l’agenzia delle entrate le contestava il mancato pagamento di 173 milioni di tasse evase nel ‘91, in occasione della fusione tra Amef e Arnoldo Mondadori. Segrate ha già contabilizzato a tempo di record nella sua semestrale il versamento della sanzione per calare il sipario sulla partita con l’amministrazione finanziaria “grazie al decreto legge 25 marzo 2010 n. 40 sulla chiusura delle liti pendenti”. Si tratta  -  in soldoni  -  del cosiddetto “Lodo Cassazione”, un provvedimento contestato dall’opposizione per il macroscopico conflitto d’interessi del premier che consente di archiviare i processi tributari arrivati in Cassazione con due sentenze favorevoli al contribuente mediante il pagamento del solo 5% del valore della lite.”

Dunque Berlusconi, dopo aver progettato per anni una legge salva-processi costringendo il Parlamento all’approvazione futura del lodo Alfano costituzionale, evita il pagamento di un’evasione ventennale con due lire. Un ad personam dietro l’altro…

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Abbiamo fatto il Presidente

Oltre agli appalti per il parco eolico in Sardegna, il gruppo della “Nuova P2” capeggiato da Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, sono riusciti a dirigere la nomina a Presidente della Corte d’Appello di Milano di Alfonso Marra. Prima però cercarono di interferire sulla Corte Costituzionale che doveva decidere il destino del Lodo Alfano, e di agevolare il ricorso in Cassazione del sottosegretario Nicola Cosentino contro la richiesta d’arresto dalla Procura di Napoli per concorso e affiliazione camorristica. Su quest’ultima vicenda, la Procura di Roma scrive che insieme al coordinatore del Pdl Denis Verdini, “il gruppo ha iniziato un’intensa attività diretta a screditare il nuovo candidato Stefano Caldoro – poi eletto presidente regionale in Campania – e così escluderlo dalla competizione elettorale, tentando di diffondere, all’interno del partito e a mezzo Internet, notizie diffamatore sul suo conto”.

Pasquale Lombardi si attivò presso la Corte di Cassazione cercando di far intervenire il Presidente Vincenzo Carbone, per fare accogliere il ricorso di Nicola Cosentino contro la richiesta d’arresto della Procura di Napoli quando lo accusò di collusione con la camorra. A gennaio un’intercettazione tra Lombardi e Carboni viene così registrata:

“Stai in Cassazione stamattina? Allora ti raggiungo verso le undici e mezzo, mezzogiorno”.

Dopo poche ore è Carbone a chiamare Lombardi per informarlo che l’udienza è fissata per il 28 gennaio. Il 26 gennaio un’altra telefonata di Lombardi a Carbone:

“Stammi a sentire io mi sò fatto portare l’olio e te lo porto domani mattina. Ci vediamo in Cassazione e facciamo il trasbordo… Stammi a senti’, ti ha chiamato Letta?” “No, perché?” “Perché ti doveva chiamare”. Carbone ripete che Letta non lo ha chiamato.

“E di tale telefonata – scrive il gip – va detto non vi sarà neanche in seguito nessuna traccia”.

Il 28 gennaio la Cassazione rigetta il ricorso di Cosentino, sicché il candidato del Pdl in Campania rimane Caldoro. Il gruppo a questo punto attua la strategia della delegittimazione attraverso siti internet e blog. Carboni, Martino e Lombardi mettono in giro la voce che Caldoro sarebbe “il Marrazzo della Campania” per via dei suoi “gusti sessuali particolari”. Su alcuni blog campani giravano post che ne evidenziavano la strategia del gruppo: “Un Marrazzo in pectore: le passioni strane di Caldoro“, e “Pentito di camorra accusa: nel ’99 stringemmo un patto con Caldoro” erano i più linkati in quel periodo.

Finita la strategia della diffamazione contro Caldoro, Carboni Martino ma soprattutto Lombardi, si attivarono per far eleggere alla Corte d’Appello di Milano il loro uomo, il giudice Alfonso Marra, per favorire il ricorso della lista “Per La Lombardia” vicina al presidente uscente della regione lombarda Roberto Formigoni. Il gruppo fa pressioni sul Consiglio Superiore della Magistratura tramite il vice presidente Nicola Mancino e contattando il giudice Celestina Tinelli. Da un colloquio con quest’ultima, Lombardi capisce che è il giudice Giuseppe Berruti l’ago della bilancia. Berruti è però favorevole all’altro candidato, il giudice Renato Rordorf:

“E mo’ facciamo chiamare pure a Berruti! Devo vedere come devo fare”. La Tinelli: “È un casino, nel vero senso della parola . Lui ha già dato il suo input forte, e quindi anche Mancino sta ragionando nel senso di votare per questo Rordorf…”.

L’indomani Lombardi telefona a Marra:

“S’à da vedé che s’à da fa cu’ Berruti, perché l’unico stronzo in questo momento è lui e la Maccora”. Marra: “Ma la Maccora lascia sta’, è di un’altra corrente [...] Parla con Berruti, bisogna avvicinare ’sto cazzo di Berruti, capito che ti voglio dì? Io, Pasquali’, non so che cazzo fare…”. Improvvisamente Lombardi si ricorda chi è Berruti: “Chist’ tene ’u frate che è deputato di Berlusconi (Massimo Berruti, parlamentare Pdl, ndr)”, ma Marra lo frena: “No, vabbuo’, famm’ ’o favore, tiriamo fuori il fratello, senti a me”. Lombardi si gioca il presidente della Cassazione Vincenzo Carbone: “Io lu pizziatone… te l’aggio fatto col capo, quindi siamo a posto… Capo Cassazione. Se è quello lì siamo a posto”.

Il 3 febbraio 2010, con 14 voti contro 12, il Csm nomina Marra con l’appoggio di Mancino, Carbone e la Tinelli, mentre Berruti vota per Rordorf. Lombardi telefona a Martino:

Allora abbiamo fatto il presidente della corte d’appello… È tutto a posto”.

Si inizia a lavorare per Formigoni.

Da intercettazioni registrate dalla Procura il primo marzo, c’è un passaggio interessante tra Formigoni e Arcangelo Martino:

“Ma l’amico, l’amico… Lombardi, è in grado di agire?” Martino: “Sì, sì, lui ha già fatto qualche passaggio e sarà lì”. Si legge nel testo della Procura: “Tale tentativo è stato operato mediante il diretto intervento di Lombardi sul magistrato Alfonso Marra appena insediatosi”.

Lo stesso giorno Lombardi telefona al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo:

“Aggio mandato a dicere cu Santamaria a Fofò (Santamaria è un giudice e Fofò è Alfonso Marra, ndr) che chiamasse a ’sti tre quattro scemi e non dessero fastidio”.

Sfortunatamente per loro l’operazione salvataggio lista non funziona, e Martino al telefono si sfoga con Lombardi:

“Comunque diciamo che la figura di merda l’amme fatta nujie cu’ chille d’a Corte d’appello”. Lombardi impettito risponde: “Ci siamo prodigati, e quindi nun s’a ponno piglia’ cu’ nuje”.

Il passo successivo è, come scrive il Gip, “Il tentativo di suscitare un’ispezione ministeriale nei confronti del collegio dei magistrati che aveva adottato il provvedimento sfavorevole”. La Procura registra telefonate tra Martino e il capo degli ispettori Arcibaldo Miller, e con alcuni collaboratori di Formigoni. Il 23 marzo viene registrata la telefonata fatta da Formigoni a Martino dove annuncia il fallimento dell’operazione:

“Ho ricevuto stamattina una telefonata da colui che si è impegnato a camminare velocemente, sabato… e invece mi dice che non cammina affatto, né velocemente né lentamente… E che è stato consigliato a stare fermo… dallo stesso Arci… perché lui mi ha detto che sarebbe un boomerang pazzesco… questi qui potrebbero addirittura rivalersi su di noi”. Martino chiede a Formigoni: “A te ti chiamò quello Angelino, vero?” (il ministro della Giustizia Angelino Alfano?) ”Mi chiamò, sì mi chiamò lui. Io mi sono arrabbiato con lui, anche perché sabato lui si era impegnato… Sì, sì, faccio, faccio, poi invece lunedì mi ha telefonato e mi ha detto questo, e ha anche tirato in mezzo Arci (Arcibaldo Miller, ndr)”. Martino conclude: “Mi sono molto arrabbiato, ma credo che sia un qualche cosa che vada in ostilità con te, hai capito?”. La replica di Formigoni: “Eh, credo anch’io…”.

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Berlusconi sta bene!

È questo che si nota vedendo la sua foto in tutti i giornali (a proposito, complimenti a Repubblica per aver fatto pace col premier): è andato al supermercato a fare la spesa come tutti gli uomini normali anche se, per l’uscita ufficiale in Parlamento, si dovrà aspettare almeno fino a domani. È però un bel passo avanti.

Adesso veniamo al programma parlamentare del premier già da settimana prossima.
Come primo appuntamento in agenda ha l’approvazione del Lodo Alfano bis, cioè lo stesso lodo bocciato dalla Consulta mesi fa riproposto stavolta come legge costituzionale, quindi non più bisognoso dell’approvazione dei giudici di sinistra. Con l’aggravante che le quattro più alte cariche dello Stato non possono rinunciarvi, ma accettarlo senza tante storie. Che peccato!

Per martedì invece arriva a Palazzo Madama la proposta sul processo breve, o, per meglio dire, la Legge sul Processo Certo: dopo due anni e mezzo se ancora non si è arrivati al processo, l’imputato non potrà più essere processato. Stavolta però sono stati aggiunti anche i reati di mafia e terrorismo, ma per non avere dubbi sulla sua costituzionalità, il ddl dovrà essere applicato anche agli imputati recidivi. Che colpo!

La settimana successiva, il 25 gennaio, il nostro amato presenterà alla Camera il legittimo impedimento per la prima discussione, ovvero la legge che gli permetterà di non presenziare ai processi in quanto impegnato a fare sempre il Presidente del Consiglio. Non sono però rimasti soddisfatti i parlamentari della maggioranza i quali hanno chiesto a Enrico Costa di scrivere un testo che sospenda i processi non solo per il premier, ma anche per i Ministri, i sottosegretari e i parlamentari. Scusate se è poco!

Ancora una volta quelli della sinistra non parteciperanno alla stagione delle riforme. Che fessi!

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Senza pudore né vergogna

Casini l’ha ammesso, Schifani l’ha confermato. Berlusconi vuole solo salvarsi le chiappe dai processi, a questo gli serve la norma “processo breve”.

Perché dico questo? Perché Casini per fermare la norma “processo breve” ha detto che si può fare il lodo Alfano come legge costituzionale (anche se verrebbe comunque silurato, l’art 3 rimane violato e i primi 12 articoli della costituzione comandano sugli altri). Capite? Lui dice “piuttosto che buttare in malora la giustizia italiana, ti do il mio appoggio”. Casini, insomma, si piega a 90° facendo ammettere alle parti politiche una cosa che era chiara: la norma processo breve non è per gli italiani è per Berlusconi.

Incredibile come in una repubblica democratica si possa solo pensare queste cose. Berlusconi va cacciato dall’Italia, assieme a tutti coloro che calano le braghe di fronte a lui! Via dal nostro paese!

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Il gigante di mamma Rai

Esistono persone che non si fermano davanti a nulla pur di esprimere il loro modo di essere e il loro modo di fare giornalismo. Ieri sera durante il Tg1 delle 20, Augusto Minzolini ha dato sfoggio delle sue doti editorialistiche commentando per la terza volta a favore di Berlusconi: questa volta lo spunto è stato il dibattito sulla Giustizia e il reintegro dell’immunità parlamentare.

Qualche anno fa Maria Luisa Busi sempre del TG1, dopo averci fatto vedere l’ennesimo servizio sulla bambina bielorussa tolta alla famiglia italiana per essere riportata in patria, fece un commento molto amaro e molto autocritico su tutto ciò che gira attorno ad una tragedia – diventata notizia appena passata sui media – e sulla commiserazione dei protagonisti appena si accendono i riflettori. Quella è stata una delle poche volte in cui un giornalista diventa critico di se stesso.

Stavolta la situazione è assolutamente diversa ma non per questo meno grave. Vittorio Zambardino, commentando anni fa sul suo blog una notizia di politica interna, disse una frase che mi colpì parecchio e che all’incirca faceva così: “ogni persona, ad un certo punto della propria vita, dovrebbe fare politica attivamente.” Non so spiegare perché ritengo importante quella frase, è certo però che mi perseguita per la sua semplicità e per i vari spunti che essa comporta. Il contesto allora era assolutamente diverso, però credo che quella frase possa oggi attribuirsi al capo del Governo in carica per via delle sue magagne con la Giustizia.

Ieri sera Minzolini per l’ennesima volta si è distinto per la sua operosità verso una causa che trova ampi dibattiti sull’una e sull’altra sponda della politica italiana. Berlusconi ci sta provando con tutte le sue forze a non essere incastrato nel processo Mills, probabilmente riconosce che stavolta ha poche chances di successo in aula e quindi, da vero stratega, sta sguinzagliando i suoi mastini per far approvare una legge che lo metta al riparo da possibili ripercussioni legali. Dopo l’incostituzionalità del Lodo Alfano, Berlusconi ha prima provato a far reinserire l’immunità parlamentare senza riuscirci, qualche giorno fa ha cercato di far prescrivere i processi, adesso ha pensato bene di tornare alla carica nuovamente con l’immunità parlamentare. E come lo fa?  Mettendo davanti alle tv degli italiani la faccia del direttore del primo telegiornale italiano: il gigante Augusto Minzolini noto come “scodinzolini” per gli affettuosi consigli ricevuti da Silvio Berlusconi.

È una storia vecchia quella degli editoriali di Minzolini, è la terza volta che il direttore del TG1 si appropria del mezzo pubblico per difendere la causa di Arcore. E non è tanto cosa dice o perché le dice che da’ fastidio, quanto fare un uso privato della tv pubblica. Un uso che due anni fa costò un richiamo più o meno ufficiale alla Busi per aver detto delle affermazioni assolutamente giuste – condivise dalla classe politica quanto dall’uomo della strada – ma che non le evitò il richiamo dal comitato di garanzia per “uso personale del TG Rai”. Allora c’era la sinistra al Governo e Berlusconi all’opposizione, oggi è al contrario.

Non mi interessa cosa dice Minzolini e se ha o meno ragione, il dubbio è se la Rai farà qualcosa per fermare questa accozzaglia di presunzione, oppure dobbiamo davvero credere che non c’è più distinzione tra il servizio pubblico e quello privato offerto dal presidente del Consiglio. Minzolini potrebbe benissimo farsi ospitare da Fede per i suoi commenti, ho quasi la certezza che l’Emilio nazionale ne sarebbe estremamente felice.

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Il lodo Alfano è incostituzionale

La Corte Costituzionale giudicando sulle questioni di legittimità costituzionali poste con le ordinanze n. 397/08 e n. 398/08 del Tribunale di Milano e n. 9/09 del Gip del Tribunale di Roma ha dichiarato l’illeggittimità costituzionale dell’Art. 1 della legge 23 luglio 2008, n.124  per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione.
Ha altresì dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionali della stessa disposizione proposta dal Gip del Tribunale di Roma

Berlusconi: “Vado avanti. La Consulta è politicizzata. E’ di sinistra. Dobbiamo governare per cinque anni con o senza il Lodo. Non ci ho mai creduto perché una Corte Costituzionale con 11 giudici di sinistra era impossibile che approvasse tutto questo. Abbiamo una magistratura rossa che usa la giustizia ai fini di lotta politica. Abbiamo il 72% della stampa che è di sinistra. Abbiamo tutti gli approfondimenti della tv pubblica che sono di sinistra. Ci prendono in giro anche con gli spettacoli comici. Il capo dello Stato sapete da che parte sta… Abbiamo inoltre i giudici della Corte eletti da tre capi di Stato di sinistra, che fanno della Consulta non un organo di garanzia ma politico“.

A questo punto io mi chiedo: la Consulta è di sinistra, la Magistratura è rossa, oltre il 70 per cento dei giornali sono di sinistra, il Presidente della Repubblica (sappiamo da che parte sta…), gli approfondimenti televisivi della Rai spostati a sinistra, per non parlare degli spettacoli comici poi.. dunque io mi chiedo come mai questa sinistra è al 30 per cento e non abbia una maggioranza plebiscitariain grado di farla diventare il primo partito italiano. Per cui le cose sono due: o Berlusconi non sa nemmeno quel che dice, oppure abbiamo eletto due anni fa un segretario masochista che andava a casa di questa gente dicendo – anzi, minacciando – di non votarlo perché sbagliato. Delle due l’una.

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La costituzione vale ancora qualcosa

I giudici costituzionali, anche se divisi, hanno dichiarato il lodo Alfano totalmente incostituzionale. Evvai!

P.S. Per Berlusconi anche i giudici  costituzionali sono di sinistra. Chi manca all’appello? Gli agenti della finanza?

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Sansone non è morto

Si racconta, nel giro buono di Montecitorio, che almeno una quarantina di deputati del PdL starebbero con Fini in vita natural durante. Non è una notiziona da far uscire le edizioni straordinarie, ma è una notizia che andrebbe rivalutata sotto molteplici aspetti.

Tra un mese accadranno due cose importantissime per il proseguo democratico italiano: la Consulta si pronuncerà definitivamente sulla costituzionalità del Lodo Alfano, e il Pd avrà il suo nuovo segretario. Se le cose andranno come stanno adesso, la Consulta boccerà il lodo salva-Berlusconi, e D’Alema, pardon Bersani, sarà il segretario del Partito Democratico. E quindi le oscillazioni politiche muteranno non poco.

Se già da adesso ci sono scintille tra il PresdelCons e il PresdelCam, immaginiamo cosa potrebbe succedere se il famoso Lodo Alfano non venisse approvato dalla massima carica giuridica italiana: Fini si porterebbe dietro quei quaranta deputati a lui fedeli, e il Governo, con 295 voti favorevoli e 315 contrari*, sarà condannato a cadere irrimediabilmente.

E qui entra in ballo il tandem D’Alema-Bersani: credete che dopo l’esperienza del ’95 D’Alema si lasci sfuggire questa ennesima occasione di tornare a governare la Nazione? Ma non se lo lo farà ripetere due volte! Quindi, se siamo capaci di imparare dagli errori passati, dovremmo fare in modo di non permettere a D’Alema di occupare la poltrona di segretario nel Pd – e stavolta non sbaglio -, ma dobbiamo fare in modo che il prossimo segretario del primo partito d’opposizione italiano non sia uno dei soliti vecchiacci della sinistra degli ultimi 15 anni, ma che sia un volto nuovo a cui è ancora impossibile scoprire gli scheletri nell’armadio.

Ci vediamo dopo il 25 ottobre, per entrambi i casi.

* conti fatti su 610 deputati totali, 335 alla maggioranza e 275 all’opposizione, in base ai votanti dell’ultima fiducia del 14 maggio scorso.

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Gola profonda

Gola profonda non è solo il titolo di un porno degli anni ’70, gola profonda era anche il nome in codice che Woodward e Bernstein diedero alla loro fonte nello scandalo Watergate, e che portò, successivamente, alle dimissioni di Nixon. Oggi il termine è diventato sinonimo di chi vende informazioni a scopo di lucro, di chi possiede molte informazioni su personaggi più o meno noti, nei film d’azione è sovente sentirlo per gli informatori della polizia, ecc. ecc.

Gola profonda potrebbe essere chiamato chi ha già parecchio potere ma ne vorrebbe ancora di più, e quindi fa di tutto per procurarselo. Come Berlusconi.

Ricordiamo tutti le polemiche dovute all’approvazione del Lodo Alfano – il disegno di legge che propone l’immunità alle quattro più alte cariche dello Stato fin quando rimangono tali – di cui la Consulta si pronuncerà sulla sua costituzionalità il 6 ottobre prossimo, Gola profonda Berlusconi, per non subire lo smacco di una seconda incostituzionalità del lodo (dopo il lodo Schifani) stavolta ha pensato di giocarsela a piè pari andando a cena dal suo amicone giudice della Consulta Luigi Mazzella. Ma mica poteva andarci da solo, sarebbe stato sconveniente! Quindi si è portato dietro l’altro giudice Paolo Maria Napolitano, il Guardasigilli Angelino Alfano, il sottosegretario Gianni Letta, i presidenti delle commissioni Affari costituzionali della Camera Donato Bruno e quello del Senato Carlo Vizzini. Vogliamo scommettere sull’argomento della serata? Sicuramente ne’ il Milan ne’ le  veline tanto amate dal premier.

Si è parlato della riforma della giustizia, del nuovo ruolo che dovrebbe avere il Csm e di quello della stessa Consulta. E si è parlato – probabilmente – del lodo Alfano.

Settimana scorsa Peter Gomez sull’Espresso ne ha creato un caso d’interesse nazionale, ma non tanto – secondo me – perché il Presidente del Consiglio sia andato a cena da un giudice della Corte Costituzionale, ma quanto al periodo e le motivazioni principali che hanno portato a questo incontro.
Io reputo normale che il capo del Governo abbia incontri con i vari organi esecutivi del Paese, anche se avvengono a pranzo o a cena, però mi sembra strano che questi incontri avvengano in un periodo particolarmente “stressante” per il premier – le indagini a Bari, il G8 alle porte, la crisi, il terremoto… – soprattutto quando un disegno di legge approvato in Parlamento debba passare il vaglio della Corte Costituzionale da qui a poche settimane.
Io qualche anomalia la vedo in questa faccenda, il Governo e il Giudice Mazzella dicono che è tutto normale. Sarà!

Dall’opposizione arriva una dura presa di posizione sulla vicenda. Di Pietro chiede a gran voce le dimissioni dei due giudici, mentre la Finocchiaro consiglia che “non sta bene invitare qualcuno a casa propria, sul quale si è chiamati a decidere”.

“Ridicolo!” risponde Quagliarella. “Nulla di strano” rigetta Ghedini.

Dal Quirinale arriva una secca risposta: “Non interferiremo!”

L’ennesima vittoria di Gola profonda.

Ah: nel frattempo è passato il pacchetto sulla sicurezza.

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